Come trasformare una tragedia in un qualcosa di suggestivamente artistico, nella forma e non solo. L’artista americana Alexis Arnold recupera vecchi libri finiti in discarica “perché sostituiti con e-books” (cito testualmente dal sito dell’artista, e denoto quanto ciò sia triste e tragico, appunto, così come lo sia ogni qualvolta un libro diventi uno scarto e finisca tra i rifiuti) e con un particolare processo chimico li cristallizza, letteralmente. I cristalli rimuovono il testo e trasformano i libri in oggetti meramente estetici, non più funzionali eppure estremamente narranti. Diventano come campioni geologici che non raccontano più storie attraverso un testo da leggere, ma per quanto siano intrisi della propria storia oggettiva, come anche intrisi di tempo, dell’utilizzo che ne è stato fatto e della nostalgia che provoca la loro visione.
Cliccate sulle foto delle opere sopra pubblicate per visitare il sito web di Alexis Arnold e vedere molte più immagini della Crystallized Books Series, oltre che per conoscere meglio questa interessante artista californiana.
P.S.: post “ispirato” dalla pagina facebook di Artribune.
Una libreria che sembra inopinatamente uscire – ne più ne meno – da un film western. Il Singing Wind Bookstore si trova nel cuore dell’America più autentica e, per così dire, più ovvia, a Benson, villaggio di appena cinquemila abitanti con intorno il nulla. Eppure, la signora Winifred Bundy ha venduto libri qui per 40 anni e continua a farlo, attirando lettori incuriositi da tutto il mondo. La libreria è un po’ difficile da trovare, certo, situata com’é in una tipica fattoria del Southwest a quattro miglia dal centro città. Non ha un sito web, e non ha nemmeno gli orari di apertura: “bisogna andare lì e sperare per il meglio!” si legge sul web al proposito.
Eppure, in tutta la sua rustica e cowboyana semplicità, è un luogo sublime. E peraltro, pare, assolutamente ben fornito di ottimi libri. Cliccate QUI o sulle immagini per visitare la pagina facebook della libreria, unica presenza sul web della stessa.
Dove se non in Emilia, terra di biciclette e di (nobilissima) attitudine alla pedalata, poteva nascere una biblioteca itinerante a pedali?
La Bibliocicletta è un progetto di biblioteca itinerante della Biblioteca Meridiana/Associazione La luna nel pozzo di Bologna, con il contributo del Tavolo di progettazione partecipata Traiponti, che nasce dall’esigenza di creare e allargare gli spazi e le occasioni di promozione culturale e di diffusione della lettura attraverso l’utilizzo di mezzi e luoghi inconsueti. Vuole raggiungere gli utenti nei luoghi già consolidati dell’aggregazione come le piazze, i giardini, i mercati rionali, i centri commerciali e altri angoli della città frequentati spontaneamente e aprire una porta di collegamento fra un luogo istituzionale della cultura come la biblioteca e i luoghi quotidiani degli incontri. La Bibliocicletta è una vera propria biblioteca viaggiante, con una dotazione libraria di base di circa 200 volumi che verrà aggiornata in relazione ai luoghi in cui si intende essere presenti e al target che si vuole raggiungere. Oltre ai libri si vorranno offrire informazioni circa servizi, opportunità e iniziative non solo della biblioteca e non solo culturali che la biblioteca ed il quartiere in cui è situata mette a disposizione della cittadinanza.
Per saperne di più, cliccate sulle immagini e potrete visitare il sito/blog della Biblioteca Meridiana nelle pagine dedicate alla Bibliocicletta.
Ero qui che stavo pensando e decidendo quale fosse il post per oggi, nel blog, che d’un tratto lo sguardo si è spostato sulla finestra che s’apre sul cortile per constatare che sta nevicando, ora, in modo deciso. Anche prima nevicava ma in modo meno deciso, un po’ svogliato, tant’é che nemmeno attaccava sul terreno e sulle strade, mentre ora sì, attacca eccome. E siccome la neve è sempre la neve – su questo non ci piove, infatti – ed è sempre qualcosa che, nonostante tutti i disagi, ti mette di buon umore e agghinda il paesaggio in modo indubbiamente piacevole – e siccome ancora questa è sostanzialmente la prima vera nevicata dell’inverno in corso (e probabilmente sarà anche l’ultima, vera nevicata, dato che siamo già ben dentro Febbraio), alla fine il post per oggi sarà quello che leggerete di seguito: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà.
Insomma, buona lettura, eh!
La prima neve
Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.
La storia artistica e creativa di Maurizio Arcieri, scomparso come saprete lo scorso 29 gennaio (notizia data dai media con gli onori “sindacali”, nulla più), è tra quelle più significative riguardo il tipico, cronico e istituzionalizzato atteggiamento nazionale di noncuranza, di rifiuto quando non di sdegno, verso qualsiasi creativo che scelga di intraprendere strade artistiche ed espressive avanguardiste fuggendo dal recinto del “politically correct” e delle convenzioni attraverso le quali l’opinione pubblica è stata ammaestrata a riconoscere chi e cosa debba considerare “buono” e chi e cosa no. Un atteggiamento assolutamente italiano, dobbiamo ammettercelo, che è frutto diretto dell’arretratezza culturale nella quale la nostra società langue da tempo immemore nonché di quella incapacità di accoglienza di tutto quanto sia diverso, nuovo, originale, insolito, che continua ancora oggi a fare del nostro paese un accozzaglia di campanili e orticelli da difendere da qualsiasi cosa, anche quando in essi il terreno sia diventato tanto sterile da non permettere più alcuna coltura(termine di identico etimo di cultura, guarda caso…)
Io stesso mi ricordo, quando da bambino mi capitava di cogliere una delle rare apparizione televisive di Maurizio Arcieri insieme alla moglie Christina Moser coi loro Chrisma (poi Krisma), restando affascinato da tali bizzarri eppure intriganti personaggi, i commenti degli adulti che avevo intorno, i quali ovviamente avevano conosciuto il Maurizio del periodo beat, quello della hit Cinque minuti che lo rese idolo delle ragazzine di fine anni ’60 e icona della canzone melodica italiana d’allora. Commenti sempre piuttosto sarcastici, “Ah, Maurizio… quello mezzo matto da quando s’è messo con quella svizzera… s’è persino tagliato un dito in pubblico, doveva essere drogato…” – ecco, cose di questo genere, per intenderci. Commenti che, lo so bene, non erano farina dei loro sacchi, ma fiato della bocca comune di un’opinione pubblica che, al vedere quel cantante un tempo così osannato (dacché tanto per bene, normale, riconoscibile) e ora, vestito di pelle, urlante e saltellante sul palco come un ossesso, l’aveva inesorabilmente rimosso dalla parte “buona” della società. Peccato che quella specie di “pazzo”, in verità, aveva scelto consapevolmente di muoversi in avanti, di progredire, di intercettare le nuove culture che verso la metà del settimo decennio del Novecento stavano per rivoluzionare il mondo; nel frattempo lo osservava e lo giudicava (per poi metterlo da parte) un paese fermo nelle sue misere convenzioni, nel suo provincialismo retrivo e sotto molti aspetti ancora preunitario e nelle sue paure sintomatiche d’un degrado che, in quegli anni, era già partito in maniera decisa.
Maurizio Arcieri non ha mai rinnegato quel suo periodo beat-pop, e mica si rifiutava di cantare Cinque minuti quando glielo chiedevano. Con i suoi New Dada (nome parecchio significativo di un atteggiamento fin da subito colto e ricercato) era arrivato ad aprire il concerto milanese dei Beatles del 1965, il massimo per un gruppo italiano d’allora. Ma nel frattempo aveva pure compreso che non era quella la sorte che voleva inseguire, non quella che avrebbe soddisfatto le proprie curiosità artistiche ed espressive. E capì anche che non era lì che il mondo si stava fermando, che la storia e le trasformazioni sociali e culturali stavano proseguendo verso altre direzioni, che stava per accadere qualcosa di veramente nuovo e rivoluzionario, quando di contro il paese in cui viveva sembrava del tutto insensibile e apatico verso tali sommovimenti. Fermo alle sue tradizioni, incapace di generare innovazioni: un processo comune a molte discipline, nell’Italia di allora che si stava già preparando a lasciarsi irretire e poi imbambolare (direi di peggio, mi astengo) dagli anni ’80, il decennio che sostituirà definitivamente l’edonismo alla cultura.
La sua fu una scelta consapevole sotto ogni punto di vista, e soprattutto, se osservata dai giorni nostri, dotata di coerenza e intuito artistici fuori dal comune. “La verità è che dall’Italia noi scappammo! Ce ne andammo a Londra poiché in quella città era tangibile la vivacità musicale, non si poteva certo dire la stessa cosa per il nostro Paese, o quantomeno non per noi”: così dichiarò qualche tempo fa Maurizio Arcieri a Marco Pipitone in un’intervista per la Gazzetta di Parma. Non aveva affatto torto, se poi le cronache raccontano che verso la fine del 1974 Arcieri consegnò alla Polydor – la sua casa discografica del tempo – il demo di quello che sarebbe diventato il primo album dei Krisma, Chinese Restaurant, un disco poi uscito nel 1977 e considerato di genere “punk”. Addirittura il New Musical Express, dopo l’uscita di questo disco, paragonò il duo ai Velvet Underground per il suo spiccato sperimentalismo! Insomma, già più di due anni prima di quasi tutti gli altri nel mondo Arcieri aveva intuito e intercettato quella possente rivoluzione prima musicale e poi culturale che, appunto nel 1977, fu il punk. Non solo: la sua proposta musicale era antesignana anche di certo synth-pop alla Depeche Mode, e non mancava di influenze sonore dark e new wave, quelle che poi resero leggendarie bands come Ultravox o Joy Division. Cinque, sei anni prima insomma, Maurizio Arcieri c’era già arrivato.
Non gli mancava nemmeno il fiuto per altri talenti musicali, se sul finire degli anni ‘60 aiutò un giovane musicista sperimentale siciliano che, unico insieme a lui, voleva proporre musica elettronica – una roba da marziani per l’Italia del tempo: quel giovane era Franco Battiato, che poi ricambiò omaggiando Arcieri facendolo produttore del suo album del 2004 Dieci Stratagemmi e regalandogli un cameo nel film Perduto Amor. E che dire poi di quello sconosciuto tastierista che per qualche tempo divenne il terzo membro effettivo dei Krisma? Era Hans Zimmer, oggi capo del dipartimento musicale dei DreamWorks Studios e uno dei più importanti compositori di colonne sonore contemporanei. Per non contare poi le collaborazioni con Vangelis, Subsonica, Marco Ferreri… A questo punto non sorprenderà più nemmeno la frequentazione che Arcieri e la moglie Christina ebbero del giro di Andy Warhol, e di quella fucina infinita di talenti che fu la sua Factory newyorchese tra i ’70 e gli ’80. Chi altri in Italia avrebbe potuto godere d’una tale possibilità?
Innovatore, Arcieri lo fu persino nella strumentazione utilizzata sul palco nei live: lo si annovera infatti tra i primi ad utilizzare un pc Mac, un modello iMac G5 al quale accompagnava soltanto il microfono per le parti vocali. Tale pc, utilizzato insieme con software per musicisti professionisti, gli bastava per riprodurre il suono desiderato: una melodia elettronica, genere sul quale Maurizio ha sempre coerentemente creduto.
Nel frattempo, come detto, la stampa e l’opinione pubblica italiana lo snobbavano, se non deridevano. Sintomatico quanto scrisse il quotidiano Corriere della Sera nel 1978, in occasione del controverso gesto del taglio del dito in pubblico da parte di Arcieri (“Fu solo una performance – dirà in seguito – gli autonomi giunsero in sala, avevano una molotov, fu quello un modo per protestare”) in un articolo dal taglio quasi offensivo: “Maurizio, un po’ sbiancato in volto, si è lasciato poi convincere a farsi portare all’ospedale, ove quei sanitari, invece di praticargli l’eutanasia per il bene suo, di sua moglie e di noi tutti – gli hanno riappiccicato il dito con un’ardita operazione”. Il bollo infame di “tipo non ordinario, fuori di testa, dunque poco raccomandabile” gli resterà appiccicato per tutta la vita, fors’anche per consapevole scelta sua, conscio che spesso e volentieri la creatività ovvero la genialità non siano comprese e per questo ritenute cose bizzarre, fuori dalla norma, potenzialmente “pericolose”. Ci giocherà pure, in qualità di ospite del programma TV Chiambretti Night, presenza catodica che non renderà affatto onore a quanto compiuto, intuito, creato nella vita, all’essere stato a suo modo un generatore di cultura popolare (ma non solo, anche di elementi culturali più alti in molti casi) e un sorprendente innovatore in ogni attività artistica intrapresa.
Per innovare, sovvertire, rivoluzionare, creare cose e idee nuove – generare cultura, per essere concisi – bisogna rompere gli schemi prefissati, andare contro le regole, sfuggire alle convenzioni, a costo di essere messi al bando o, alla meglio, venir considerati delle teste matte. Maurizio Arcieri lo ha saputo fare, alla faccia di un’Italia sempre troppo impegnata a imitare il più possibile il passo del gambero. Che la standing ovation sia imperitura, per lui.