Non sono molti i momenti in cui vivo sotto un governo, persino in questo mondo. Se un uomo è libero nel pensiero, nella fantasia, nell’immaginazione, in modo tale che ciò che non è non gli appare mai per molto tempo come ciò che è, non è detto che governanti o riformatori stolti riescano a ostacolarlo.
Perché Thoreau, e perché questa citazione? Perché sì, a prescindere. Leggere Thoreau, considerare il suo pensiero e rifletterci sopra, sono pratiche che dovrebbero risultare quotidiane, o più frequenti possibile, per qualsiasi individuo libero e con lo sguardo rivolto al futuro. Ugualmente, lo dovrebbero essere per qualsiasi individuo che voglia rendersi libero da certi elementi del tutto antitetici ad un buon futuro, per se stesso e per il mondo in cui vive.
Ma certo, riguardo questa citazione nello specifico, e constatando le azioni dei governi di molti stati del mondo di oggi, stolte a dir poco, mi pare che il suo messaggio diventi ogni giorno più importante e necessario, ecco.
Le sragionevolezze umane, a chi le esamini con gli occhi della ragione, fanno dileguare ben presto la superiorità che, tanto arbitrariamente, l’uomo si arroga sugli altri animali. Quanti animali mostrano più bontà, riflessione e ragionevolezza dell’animale che si considera ragionevole per antonomasia! […] Si sono mai viste delle bestie feroci della stessa specie darsi appuntamento nelle pianure per sbranarsi e annientarsi senza alcun vantaggio? Si sono forse viste scoppiare guerre di religione tra gli animali? La crudeltà degli animali contro quelli appartenenti ad altre specie ha per motivo la fame, il bisogno di nutrimento; la crudeltà dell’uomo contro l’uomo ha per unico motivo la vanità dei suoi capi e la follia dei suoi assurdi pregiudizi.
Gilles Deleuze è stato senza dubbio uno dei filosofi più avanguardisti del secondo Novecento, in forza del suo pensiero originale e alternativo che è sovente diventato la base teorica di molte delle rivoluzioni culturali degli anni Sessanta e Settanta, seppur il dinamismo intellettuale della sua filosofia andava sempre ben oltre i meri ambiti ai quali veniva correlato, toccando aspetti maggiormente più umanistici – nel senso classico del termine – che meramente politici. Io lo conobbi quando scrissi Alice, la voce di chi non ha voce, il libro sulla storia di Radio Alice, una delle prime radio libere italiane e la più emblematica di quella piccola-grande rivoluzione espressiva e mediatica di metà anni Settanta, dacché tra le basi culturali del movimento post-Sessantottino dal quale uscirono i creatori della radio e, ancor più, del nuovo e peculiare modo di “fare radio”, c’era L’Anti-Edipo, una delle opere più importanti scritta da Deleuze insieme a Félix Guattari, ma anche Logica del senso, altra opera di Deleuze che “utilizzava” per le sue elucubrazioni l’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, ulteriore punto di riferimento culturale ed espressivo degli ideatori di Radio Alice.
Poi l’amico filosofo Giacomo Paris, per una classroom sul web che abbiamo tenuto insieme lo scorso 11 maggio, mi ha suggerito di discorrere di un’altra opera di Deleuze che non conoscevo e che a suo dire si mostra assai adatta al periodo difficile in corso nel mentre che scrivo questo articolo. L’opera è L’esausto, (Nottetempo, 2005, traduzione e cura di Ginevra Bompiani, postfazione di Giorgio Agamben), un testo succinto tanto quanto denso e per questo piuttosto “cervellotico”, ad una prima lettura, che Deleuze scrisse quando le sue condizioni di salute si erano aggravate facendo che, probabilmente, tale stato di prostrazione venisse “rappreso” nella scrittura estenuata e tormentata, quasi sofferente.
Eppure, nonostante queste potenziali impressioni primarie, L’Esausto è pure un testo assolutamente potente nel mostrare, paradossalmente, quella dimensione di sfinimento del suo autore che si fa modello – o “antimodello” di e per se stesso – per una riflessione sul concetto di “penultimità”, ovvero di quello stato psicofisico (ma per questo pure culturale, mentale, spirituale, antropologico) nel quale la stanchezza abbatte l’uomo anche in modo pesante ma comunque generando in lui la volontà, la necessità, il bisogno di un’ultima reazione, che potrebbe essere l’atto di rinascita, di rinvigorimento o comunque un ennesima manifestazione di vita, dunque semmai la penultima azione vitale ma non certo, o non ancora, l’ultima […]
[Immagine tratta da qui.](Leggete la recensione completa di L’esausto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
La legge non ha mai reso gli uomini più giusti, neppure di poco; anzi, a causa del rispetto della legge, perfino le persone oneste sono quotidianamente trasformate in agenti dell’ingiustizia.
Perfino votare per il giusto è non fare niente per esso. È solo un modo di manifestare debolmente agli uomini il nostro desiderio che il giusto prevalga. Un uomo saggio non lascerà il giusto alla mercé del caso, né desidererà che esso prevalga attraverso il potere della maggioranza. C’è ben poca virtù nell’azione delle masse.