“Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge” (Luigi Pintor dixit)

Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge, perciò le biblioteche sono piene di libri inutili.

(Luigi Pintor, Servabo. Memoria di fine secolo, Bollati Boringhieri, Torino 2001)
luigi-pintorIn poche parole, una verità assoluta e (ahinoi) drammatica sull’editoria contemporanea sancita da uno dei più brillanti intellettuali italiani del Novecento, Luigi Pintor – al di là delle posizioni ideologico-politiche espresso, sia chiaro. Perché la comprensione di certe verità, la cognizione profonda di esse e la capacità di coglierne gli effetti nel mondo in cui si vive e si interagisce è peculiarità di intelletti fini e sagaci – peculiarità che non hanno colore o parte. E certamente se la gran massa degli scrittori odierni scrivesse per offrire parole utili a chi le potrebbe leggere, piuttosto che a sé stessi, al proprio ego e alla pretesa autoaffermazione, ci sarebbero in circolazione libri ben più interessanti e stimolanti di quelli che, nella maggior parte dei casi, occupano gli scaffali delle librerie come superflui soprammobili sulle mensole di una ordinarissima e banalissima casa…
E a dar ancora maggior forza e valore alle parole di Pintor e alle sue intuizioni, c’era pure una peculiare e vivace ironia (anche auto-), come egli, scrittore assolutamente attivo fino agli ultimi mesi di vita, ci dimostra in quest’altra citazione:

Per scrivere un libro nel terzo millennio ci vuole una smisurata superbia. Basta entrare in una biblioteca comunale e guardare le vetrine di un cartolaio per capire che il mondo non ha bisogno di un volume in più.

(Il nespolo, Bollati Boringhieri, 2001.)

Scrivere poesie è una cosa maledetta (Arno Camenisch dixit)

A casa del Gion Bi ci sono fogli sparsi dappertutto. Sul tavolo al centro c’è una macchina da scrivere e una lampada da scrivania. Il Gion Bi è seduto al tavolo in pelliccia su una sedia, con le pantofole marrone di pelle scamosciata e gli occhiali di corno sul naso. Ha la testa china in avanti e dorme. Salü Gion Bi, dice la Silvana, cosa stai facendo. Oh, forse ho la sciato la porta aperta, chiede il Gion Bi, guardate che potete anche bussare prima di spaventare la gente. Cosa stai facendo, chiede la Silvana. Scrivo poesie, mia cara. E perché ci sono così tanti fogli per terra. Sai, cara, scrivere è una cosa maledetta, ti svuota la testa a forza di studiarci su, non ti resta più dentro niente e non ti accorgi che passa la giornata. La sera, poi, quando mi alzo dalla sedia, vedo le tante carte sparpagliate per terra, come se fossero entrati due lupi. Leggici una poesia, chiede la Silvana. Solo quando è finita, ci vuole ancora tempo, forza, devo andare avanti, è già tardi, andate adesso.

Arno Camenisch, Dietro la stazione, pagg.70-71 (Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado.)

Arno Camenisch
Arno Camenisch

Ha ragione il Gion Bi, uno dei protagonisti del romanzo di Camenisch. La scrittura poetica, quando è vera, genuina, non di maniera ma autenticamente emozionale, ti svuota la testa e il corpo come fosse un’esperienza del tutto fisica.
Invece, sarà, ma io vedo spesso gente che si proclama “poeta” più fresca di un funzionario statale… Mah!
In ogni caso, potete leggere QUI la personale recensione di Dietro la stazione.

Per scrivere bene bisogna andare in giro con le proprie braghe (Giovanni Civa dixit)

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Ecco, dicevo, quando ho iniziato non sapevo come scrivere, per me scrivevo come Maurizio Milani, cioè magari come lui, poi un po’ come un altro e poi mica lo sapevo più come scrivevo. Mi sforzavo di scrivere bene per dirmi “vé che sono capace”. Invece poi ho trovato un maestro, il maestro unico come lo chiamo io, come si chiama lui, che mi ha insegnato che per scrivere mica ti devi sforzare, cioè faticoso è faticoso scrivere, ma per farlo bisogna cercare le proprie braghe. Che poi quando le trovi non pensi che stai scrivendo, come andare in giro con le tue braghe, appunto, vai in giro ma mica ci pensi che sei dentro a un paio di braghe, mi diceva, se sono le tue.

Giovanni Civa, La ragione va agli asini e secondo me cio’ ragione, pag.9 (Senso Inverso Edizioni)

(E QUI trovate la recensione (?!) del suddetto libro.)

I libri che vivono sul presente non avranno mai un futuro (Harold Bloom dixit)

Per scegliere che cosa continuare a leggere e insegnare, mi attengo soltanto a tre criteri: lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza. Le pressioni della società e le mode giornalistiche possono anche oscurare, per un certo tempo, questi criteri; ma appunto, si tratta sempre di periodi limitati, e alla fine le opere che non riescono a trascendere il loro particolare contesto storico sono destinate a non sopravvivere. La mente finisce sempre per tornare al suo bisogno di bellezza, di verità, di comprensione.

(Harold Bloom, “Sapienza” in La saggezza dei libri, trad. Daniele Didero, Collana “Saggi”, Rizzoli, 2004; Collana “Saggi”, BUR, Milano, 2007.)

Ecco, un’altra bella frase da incidere a caratteri cubitali sui muri delle redazioni di molte case editrici! Le quali invece hanno fatto in modo, negli ultimi tempi – non da sole, certo, ma senza dubbio senza troppo contrastare il fenomeno, quando non essendone parte primaria – che quel bisogno della mente di bellezza, di verità e di comprensione mutasse in disinteresse, se non in fastidio. Perché è ovvio, se la mente sa comprendere bellezza e verità, ancor più saprà riconoscere bruttezze e falsità, ovvero due delle peculiarità fondamentali con le quali si è voluto corrompere e plasmare il nostro mondo contemporaneo.

Un po’ di lettura vale bene qualche rischio… (David Ohle dixit)

Prima di prendere il pedalbus per andare dal barbiere, Moldenke si fermò a un chioschetto di rotolibri, dove prese un’edizione commestibile dell’autobiografia di Arvey, La Collinetta Erbosa. “Questa sa di ciliegia” gli spiegò il venditore. “E parecchio. In più hanno corretto tutti i refusi”
“Me la tengo per il viaggio in pedalbus”.
“Mi raccomando” lo avvertì il venditore. “Non si dimentichi la nuova ordinanza. Vietato leggere sui pedalbus. E guardi che la fanno rispettare. E’ l’ultima trovata di Ratt, e se ti beccano può finire davvero male.”
(…)
La tentazione di mettersi a leggere La Collinetta Erbosa era inevitabile. Moldenke riusciva a sentirne l’odore, perfino il gusto, un invitante aroma dolce, come di melassa, che saliva dal rotolibro. E poi, se l’avesse tenuto in mano un altro po’, si sarebbe sciolto, diventando appiccicosissimo. Tutto sommato, concluse, un po’ di lettura valeva bene qualche rischio. Senza rifletterci ulteriormente, con gesto istintivo ruppe il sigillo di paraffina, prese la linguetta in bocca e cominciò a leggere e mangiare a mano a mano che il testo si srotolava.

(David Ohle, L’era di Sinatra, pagg.156-159, ISBN Edizioni, 2007, traduzione di Matteo Colombo; orig. Age of Sinatra, 2004)

Libri commestibili… Un’idea potenzialmente efficace per aumentare la lettura, almeno dalle nostre parti?
In ogni caso, a breve qui sul blog, la recensione di L’era di Sinatra.