Scrivere poesie è una cosa maledetta (Arno Camenisch dixit)

A casa del Gion Bi ci sono fogli sparsi dappertutto. Sul tavolo al centro c’è una macchina da scrivere e una lampada da scrivania. Il Gion Bi è seduto al tavolo in pelliccia su una sedia, con le pantofole marrone di pelle scamosciata e gli occhiali di corno sul naso. Ha la testa china in avanti e dorme. Salü Gion Bi, dice la Silvana, cosa stai facendo. Oh, forse ho la sciato la porta aperta, chiede il Gion Bi, guardate che potete anche bussare prima di spaventare la gente. Cosa stai facendo, chiede la Silvana. Scrivo poesie, mia cara. E perché ci sono così tanti fogli per terra. Sai, cara, scrivere è una cosa maledetta, ti svuota la testa a forza di studiarci su, non ti resta più dentro niente e non ti accorgi che passa la giornata. La sera, poi, quando mi alzo dalla sedia, vedo le tante carte sparpagliate per terra, come se fossero entrati due lupi. Leggici una poesia, chiede la Silvana. Solo quando è finita, ci vuole ancora tempo, forza, devo andare avanti, è già tardi, andate adesso.

Arno Camenisch, Dietro la stazione, pagg.70-71 (Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado.)

Arno Camenisch
Arno Camenisch

Ha ragione il Gion Bi, uno dei protagonisti del romanzo di Camenisch. La scrittura poetica, quando è vera, genuina, non di maniera ma autenticamente emozionale, ti svuota la testa e il corpo come fosse un’esperienza del tutto fisica.
Invece, sarà, ma io vedo spesso gente che si proclama “poeta” più fresca di un funzionario statale… Mah!
In ogni caso, potete leggere QUI la personale recensione di Dietro la stazione.

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4 pensieri su “Scrivere poesie è una cosa maledetta (Arno Camenisch dixit)”

    1. Sì, è una prosa molto particolare, ma ti assicuro che riflette bene i personaggi e l’ambiente dal quale provengono… Io lo conosco piuttosto bene, forse sono più portato ad apprezzarlo.
      E la poesia, certo che deve essere così. Ti deve sfinire, altrimenti non è che banale esercizio estetico (o presunto tale).

  1. Ho sempre pensato che la poesia, molte volte, più che altro in molti autori, rispondesse di più all’esigenza di identificazione entro le strutture proprie della poesia che alla voglia di imprimere un segno emozionale, duraturo, in chi leggeva.
    Io non sono un esperto di poesia(anche se scrivo da quando sono adolescente) e probabilmente mai lo sarò per questa mia disposizione nel non riuscire a leggere chi si professa “poeta” senza capire che la poesia non può essere, e non deve essere rinchiusa nella gabbia strutturale della forma, ma deve saper liberare l’essenza delle intenzioni dell’autore, far provare al lettore ciò che prova, profondamente, lo scrittore in quel preciso istante, cosa che considero anche per la scrittura in generale. Più che maledetta, mi piace pensare alla poesia come manifestazione interiore della trascendenza dell’anima(o dei sensi, poi dipende dal pensiero di ognuno) di chi scrive e di chi legge.
    Ovviamente questo è il mio modesto parere.
    A presto!

    1. Ciao Cibal, e grazie del tuo commento e delle tue considerazioni – niente affatto “modeste”: e perché mai?!
      Sai, io non ho una preparazione accademica sulla poesia, ma l’ho sempre amata e conseguentemente studiata lungamente per pura passione, partendo da quella classica antica fino alle ultime avanguardie. Ciò mi ha convinto che troppi, veramente troppi presunti “poeti” vogliano scrivere poesia senza sapere veramente cosa sia “poesia”. Un po’ come se uno pretendesse di voler attraversare l’Atlantico senza sapere nulla su venti e correnti marine. La poesia può avere una struttura formale e può d’altronde esserne svincolata, tuttavia deve, e sottolineo DEVE, rispondere a certe peculiarità espressive e linguistiche che la caratterizzino come tale anche al di là dei suoi contenuti, altrimenti si produce quella che io chiamo “prosa estetizzata”. Che non è poesia mano a pagarla: può essere bella, ben scritta, piacevole da leggere ma non è poesia.
      D’altro canto, lo riveli anche tu, la poesia in quanto manifestazione espressiva di matrice interiore e natura trascendente, è certamente cosa molto personale e singolare, vissuta da ciascuno a proprio modo – sia dalla parte dell’autore che del lettore. E sai, dici non poco con ciò, anzi! Non è una mera questione di pensieri profondi messi nero su bianco, c’è molto di più, e da questo punto di vista credo che Camenisch, nella citazione qui sopra, facendo parlare in quel modo il suo personaggio, renda piuttosto bene questa cosa. Che è, appunto, singolare, personale, non uno standard. Un’esperienza unica, ecco, che ognuno può e deve vivere a suo modo ma – cosa fondamentale – con la più piena o profonda consapevolezza di cosa significhi e cosa comporti, nella forma e nella sostanza.
      Fine sermone! 😀 Che ovviamente, come nel tuo caso, riflette il mio pensiero, come io vedo la questione.
      Grazie ancora, e a presto!
      Luca

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