INTERVALLO – Ghana, Street Library Project

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Un’altra bellissima iniziativa di diffusione della cultura letteraria – e di tutto quanto di buono può scaturire da essa – questa volta operante in Ghana. Il progetto Street Library mira a promuovere migliori opportunità di vita per bambini e giovani nelle comunità disagiate del paese, affrontando questioni di alfabetizzazione e istruzione attraverso la diffusione di testi letterari.
La biblioteca di strada del progetto si muove di villaggio in villaggio a bordo di un van, al fine di raggiungere le persone che altrimenti avrebbero un limitato o nessun accesso ai libri, dato che al di fuori dei centri principali del paese non esistono biblioteche. Per creare la biblioteca di strada viene installata una grande tenda oppure si utilizzano aree coperte a seconda della disponibilità di spazio; i bambini e i giovani sono invitati ad incontrarsi sotto la tenda o nello spazio prescelto per leggere individualmente, per ascoltare un libro da leggere e per socializzare su temi letterari e culturali.
Un progetto di cui non serve evidenziare l’incalcolabile preziosità, appunto – che sarebbe tale pure alle nostre latitudini, peraltro!
Cliccate sull’immagine per visitare il sito web ufficiale del progetto (in inglese).

INTERVALLO – Città del Messico, Biblioteca Josè Vasconcelos

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Un edificio particolarissimo, che all’apparenza ricorda un gigantesco magazzino industriale ricolmo di scaffalature ma che in verità cela un concetto architettonico-filosofico molto interessante: gli scaffali che accolgono la collezione di oltre 500.000 libri sono sospesi alla struttura di copertura e non poggiano sul pavimento – tanto che vi si può passeggiare sotto, realizzando in tal modo un paesaggio davvero metafisico nel quale la cultura è trasmessa ai fruitori della biblioteca dall’alto.
Cliccate sull’immagine per saperne di più…

E se domani mattina sparissero di colpo editori, libri e librerie? Sicuri che ci sarebbe una rivolta popolare?

Prendo spunto da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, intitolato Contemporaneo, patrimonio, stupidità e apparso sul numero 13 della rivista d’arte Artribune, nel quale l’autore propone una interessante provocazione:

Proviamo a immaginare uno scenario: cosa accadrebbe se una mattina, contemporaneamente, scomparissero dall’Italia tutti i musei, le biblioteche, le librerie, le gallerie? Poco o nulla, con ogni probabilità. A parte gli immancabili appelli di intellettuali infuriati, e le proteste di minoranze probe e coscienziose, la maggior parte degli italiani quasi non se ne accorgerebbe, o commenterebbe facendo spallucce.

Ora focalizziamo e approfondiamo tale provocazione sul comparto editoriale, supponendo che, appunto, da domani mattina spariscano editori e librerie, dunque svanisca la possibilità di leggere libri. Cosa potrebbe accadere, secondo voi? Sommosse, rivoluzioni, proteste tumultuose contro le classi dirigenti che avranno permesso ciò senza fare nulla di concreto? Forse di primo acchito verrebbe da Christian-Caliandro_imagerispondere: ma certo, accadrà senza dubbio qualcosa del genere! Personalmente, invece, temo che accadrebbe quanto Caliandro ipotizza nel brano sopra riportato del suo articolo: sì, ovviamente qualche protesta anche pubblica ci sarebbe, nelle piazze, fuori dalle serrande abbassate di qualche libreria o magari pure davanti a qualche ministero… Ma quanta gente ci sarebbe, secondo voi, a protestare? Una folla oceanica? Oppure una minoranza proba e coscienziosa la quale, naturalmente, essendo composta da lettori probabilmente forti e dunque di presumibile cultura e relativo alto senso civico, non arriverebbe mai a mettere in atto proteste particolarmente veementi e di matrice sovversiva, se non per via dei soliti “antagonisti” infiltrati. Di certo la loro protesta sarebbe ben più civile e ragionata di quella che verrebbe messa in atto da chissà quanti facinorosi nel caso (sempre ipotetico/fantascientifico, ovvio) che domani mattina venisse abolito il calcio con tutti i suoi annessi e connessi.
Posto ciò, viene da chiedermi una conseguente domanda, che vi propongo in considerazione di come il libro e la letteratura – dunque il comparto editoriale – sia il principale e più popolare segno di “cultura” diffuso nella nostra società: cosa siamo disposti veramente a fare, per difendere la cultura? Ovvero, per porre la stessa questione da un punto di vista complementare: la cultura va difesa a ogni costo, certamente, ma per chi e per quanti la si deve difendere?
La cultura – e, appunto, la lettura di libri, il primario esercizio culturale che noi tutti si possa mettere in atto, come dicevo poc’anzi – è fondamentale per ogni civiltà che si voglia definire realmente tale; di contro, nella nostra epoca contemporanea ricca di difetti e storture, è la domanda che regola l’offerta di un bene, e se non c’è la prima inevitabilmente la seconda diviene non sostenibile. Bene (anzi, male!), con la crisi profonda che attanaglia la nostra società, e che risulta particolarmente dura per il comparto editoriale, da anni in costante calo di vendite e di fatturati – o, se preferite, in costante aumento di debiti – è tanto spaventoso quanto realistico sostenere che, oggi, se il mercato dell’editoria svanisse domani mattina, il danno economico generale non sarebbe affatto grave – e forse è anche per questo che la politica ormai da anni non muove un dito per sostenere l’editoria e il settore culturale in genere, piuttosto configurandosi spesso come un elemento repressore degli stessi (basti cop_laciviltadellospettacolopensare ai costanti ed efferati tagli di fondi!) Non solo: come ha ben sostenuto Mario Vargas Llosa nel suo recente La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013; qui una bella recensione di Francesco Giubilei dal sito di ScrivendoVolo), buona parte dei libri editi che oggi vendono di più e che quindi contribuiscono maggiormente alla sopravvivenza dei principali editori sono quelli che in verità “letteratura” nel senso più alto e virtuoso del termine non lo sono affatto, ma che sono invece mero intrattenimento. Rappresentano “una letteratura che senza il minimo imbarazzo si propone prima di tutto e soprattutto (quasi esclusivamente) di divertire”, in buona sostanza riproponendo sulla carta stampata e rilegata gli stessi meccanismi di facile intrattenimento che soprattutto la TV ha imposto universalmente negli ultimi decenni. Continua Vargas Llosa: “La cultura in cui siamo immersi non favorisce, anzi scoraggia, gli sforzi strenui destinati a culminare in opere che pretendono dal lettore una concentrazione intellettuale. […] I lettori di oggi vogliono libri facili, che li intrattengano, e questo tipo di domanda esercita una pressione che diventa un potente incentivo per i creatori”. Cosa significa tutto ciò? Molto semplice: che nel caso domani mattina sparissero editori e librerie, la maggior parte del pubblico che legge libri (che è quella parte che ne legge ben pochi all’anno, a volte solo uno, come dimostrano bene le statistiche) in fondo potrebbe facilmente sostituirli con qualcos’ altro che possa garantire un simile intrattenimento, visto che alla fine di tutto è questo lo scopo al quale anche molta letteratura si è disgraziatamente piegata. Tuttavia, se il libro decide di mettersi sullo stesso piano dell’immagine – televisiva o cinematografica – in verità firma la propria condanna a morte, dacché mai un media che richiede inevitabilmente uno sforzo mentale (anche minimo) per la propria comprensione e assimilazione potrà competere con quei suddetti media che, grazie all’immagine e ancor più grazie alle strategie di comunicazione visiva messe in atto al giorno d’oggi (ormai del tutto al servizio di contenuti di infimo livello, come saprete bene) offrono tutto bell’e pronto al pubblico fruitore senza bisogno di alcun altro sforzo, anzi, con appagamento ludico ben più immediato e intenso.
Dunque, per tornare a quelle due domande che ho posto poco sopra: cosa faremmo se dovessero sparire i libri e la letteratura? E in quanti saremmo ad agire, a fare qualcosa? Inoltre – aggiungo – con la realtà dei fatti oggi constatabile, saremmo veramente in grado di fare qualcosa? Oppure noi operatori e appassionati dei libri e della lettura siamo sempre più una minoranza le cui eventuali grida di protesta si confonderebbero con lo sbraitare futile e cacofonico che intasa l’etere nostrano?
Forse, sarebbe il caso di lasciare confinata all’ambito fantascientifico/catastrofista un’ipotesi del genere tuttavia riflettendoci sopra per bene, ovvero dovremmo ricominciare e da subito a comprendere appieno quanto la cultura sia fondamentale per la società civile, e quanto anche il semplice gesto del leggere un libro rappresenti un mattone che, se sommato a infiniti altri, è in grado di costruire la più solida e resistente struttura civica sulla quale un paese può e deve sperare di poggiarsi e così di progredire continuamente. Non a caso – lo ribadisco ogni volta che posso – i libri sono sempre stati come fumo negli occhi di tutti i regimi antidemocratici e dittatoriali, per un semplice motivo: fanno pensare. E il pensiero è sinonimo di libertà, sempre, Quindi, o ci facciamo definitivamente assoggettare a un intrattenimento sempre meno intelligente ovvero sempre più imbambolante e rincretinente, oppure continuiamo a restare individui liberi. Per quanto mi riguarda, la domanda nemmeno si pone, ergo compio per l’ennesima volta un gesto rivoluzionario: me ne vado in libreria!

Leggere libri è come schiaffeggiare in faccia il potere più arrogante (Alberto Manguel dixit)

Le biblioteche, per loro stessa natura, possono sostenere ma anche mettere in discussione l’autorità di potere. Come depositari di storia o fonti per il futuro, guide o manuali per i tempi difficili, simboli di autorità passate e presenti, i libri di una biblioteca rappresentano ben più di quanto contengano nel loro insieme, e sono stati considerati, sin dall’inizio della scrittura, una minaccia. Poco importa il motivo per cui una biblioteca viene distrutta: ogni censura, riduzione, frammentazione, saccheggio o bottino dà origine (perlomeno come presenza spettrale) a una biblioteca più forte, più chiara e più durevole di libri banditi, saccheggiati, depredati, frammentati o ridotti. Può essere che questi libri non siano più consultabili, che esistano soltanto nel vago ricordo di un lettore o nell’ancor più vago ricordo di una tradizione e di una leggenda, ma hanno acquisito una sorta di cop_labibliotecadinotteimmortalità. (…) Le biblioteche che sono svanite o a cui non è mai stato concesso di esistere sono molte di più di quelle che visitiamo, e formano gli anelli di una catena circolare che ci accusa e ci condanna tutti.
(Alberto Manguel, La biblioteca di notte, traduzione di Giovanna Baglieri, Archinto 2007, p. 109)

E’ vero: da sempre la cultura è una minaccia per il potere, e il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, quindi figuratevi una biblioteca, un luogo che di libri ne contiene a migliaia e migliaia! Una sorta di enorme arsenale sovversivo, insomma.
Ecco anche perché il potere, soprattutto in certi paesi (inutile dire a chi mi stia riferendo, no?) non fa nulla per coltivare la cultura, anzi! – mi torna sempre in mente quel “con la cultura non si mangia!” boriosamente pronunciato tempo fa da un così tanto apprezzato (non certo dallo scrivente) esponente del potere nostrano… Beh, aveva “ragione”: il potere si nutre di ignoranza, non certo di sapienza; di questa, ovvero di cultura, si nutre invece la libertà.
Lo si capisse finalmente, e una volta per tutte!

Un tesoro prezioso tra le mura di casa. Le librerie domestiche e la loro importanza tanto fondamentale quanto, a volte, incompresa…

InfoBergamo_Aprile2013_350L’articolo a mia firma pubblicato sull’ultimo numero del mensile di informazione e cultura InfoBergamo – il 107 di Aprile 2013 – è dedicato a una risorsa culturale preziosissima che buona parte di noi ha sottomano, coscientemente o meno, e dotata di un’importanza pratica che sotto certi aspetti risulta inopinata e sorprendente: le biblioteche domestiche, ovvero le nostre piccole o grandi librerie di casa. L’articolo si intitola – significativamente – Un tesoro prezioso tra le mura di casa e vi dimostrerà non solo con asserzioni teoriche ma pure con il supporto di dati statistici “ufficiali” come il conservare in casa una buona libreria, il più possibile ben fornita di libri di valore, è una vera e propria “azione culturale”, un investimento prezioso non solo per noi stessi ma pure, senza esagerare, per l’intera nostra società, come insegnano anche certe nazioni nelle quali si legge ben di più che qui e che – io credo non a caso – funzionano molto meglio che il nostro paese…
Come al solito ve lo propongo, tale articolo, di seguito, mentre cliccando QUI potrete leggerlo nella sua versione “originale” nel sito di InfoBergamo (che potrete visitare cliccando invece sulla copertina dell’ultimo numero, lì sopra).
Buona lettura e, ancora di più, buona riflessione.

Ogni qualvolta una ricerca statistica che si occupi dell’ambito editoriale e della lettura di libri in Italia viene resa pubblica, è un po’ come se venisse reso disponibile uno scudiscio con il quale si viene fustigati: una pressoché certa occasione di dolore e di struggimento, per chi ama i libri! E’ inutile rimarcarlo ancora, ormai: la vendita di libri in Italia e la relativa diffusione della lettura rappresentano un tasto dolentissimo nel panorama socioculturale nazionale, che impietosamente quelle statistiche fotografano periodicamente, scatenando (giustamente, sia chiaro) la solita messe di considerazioni e di proposte per pensare e tentare un’inversione di rotta – cosa assolutamente auspicabile, per il bene di tutti e non solo di editori e lettori. E’ infatti altrettanto inutile rimarcare come niente più dell’opera scritta rappresenta bene il concetto di “cultura”, ovvero come libro sia il mezzo di diffusione culturale per eccellenza fin dalla sua invenzione: non un oggetto qualsiasi, insomma, ma un potente simbolo di civiltà e urbanità, – per come la cultura sia di esse da sempre la base fondamentale: basta infatti constatare i risultati opposti, in sua mancanza…
Poste tali premesse, proprio quelle statistiche così frequentemente pessimiste sullo stato della lettura dalle nostre parti offrono inaspettatamente pure una potenziale e notevole inversione di rotta, assolutamente considerabile anche perché alla portata di tutti e, soprattutto, senza che si debba far quasi nulla per metterla in atto!
Mi spiego: una recente (è stata pubblicata lo scorso Gennaio) ricerca commissionata al Censis dalla Fondazione Marilena Ferrari e intitolata “Il valore del bel libro”, è andata a indagare il rapporto tra gli italiani e l’oggetto-libro, sia dal punto di vista “estetico”, per così dire, che da quello del valore simbolico e culturale di esso. Tra i vari dati, emerge che ben il 65% dei giovani nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni desiderano avere in casa libri da esibire e sfogliare, contro una media del 52% del campione complessivo. Ovvero: molti lettori italiani, ancor più se giovani, ambiscono a possedere a casa propria una piccola o grande biblioteca domestica, composta possibilmente da bei libri. Una questione culturale ovvero di identità, come spiega lo stesso Censis: il libro è un oggetto che rappresenta uno “scrigno di sapere”, fruibile ma anche mostrabile, quindi qualcosa la cui proprietà rappresenta un valore aggiunto più importante rispetto a quella di altri comparabili oggetti possedibili. Un altro interessante dato della ricerca evidenzia come in oltre la metà delle famiglie italiane (il 53,5%) sono conservati libri lasciati in eredità, con tutta probabilità volumi lasciati dai genitori e dei nonni. Ciò dimostra in fondo quanto affermato in principio, cioè che i libri non possono essere considerati alla stregua di un bene di consumo, ma hanno un ben maggiore valore intrinseco: sono il segno più tangibile del patrimonio culturale della propria famiglia, in pratica. Infatti solo il 17,8% degli italiani si disinteressa di ciò che accadrà ai loro libri quand’essi saranno passati a miglior vita, mentre l’82,2% spera che i propri eredi potranno godere, oltre che dei beni materiali, anche dei libri che verranno loro tramandati.
Insomma, avrete già capito come questi dati illuminino con estrema chiarezza l’importanza di possedere in casa una propria biblioteca personale, e di conservare in bella vista sugli scaffali domestici libri possibilmente di valore. Abitudine che ahinoi non tutti hanno, visto che più di una famiglia italiana su dieci (il 10,1%) afferma di non possedere libri in casa! D’altro canto, il vantare a casa propria una ben fornita libreria potrebbe sembrare un qualcosa che contrasta con l’altro ambito di conservazione editoriale-letteraria a nostra disposizione, cioè le biblioteche pubbliche (della cui fondamentale importanza ho già disquisito qui, nel numero di Gennaio 2013). E invece non è così, anzi avviene il fenomeno contrario: la ricerca del Censis rivela che quando si recano in biblioteca e vi osservano i libri conservati e disponibili, soprattutto se di pregio, 5 italiani su 10 coltivano il desiderio che alcuni di quei libri possano andare ad arricchire la loro biblioteca domestica. Insomma: non perché si ami tenere in casa tanti libri, non si possa restare assidui frequentatori di biblioteche! Semmai, appunto, frequentarle rappresenta un ulteriore ottimo stimolo verso la passione per i libri e la lettura nonché, con quel coltivato desiderio di possesso dei volumi più belli prima citato, un vitale incentivo pure per l’asfittico mercato editoriale nostrano!
Ma facciamo un passo in più verso il punto della questione. Possedere una buona biblioteca domestica è certamente motivo di vanto e segno di preziosa verve culturale e intellettuale; ma perché può rappresentare anche una potenziale e notevole inversione di rotta per lo stato e la salvaguardia della lettura, attuabile senza alcuno sforzo?
A tale domanda risponde un’altra ricerca con cadenza annuale, in questo caso firmata ISTAT e pubblicata lo scorso Maggio 2012 (usualmente in concomitanza con il Salone del Libro di Torino, il più importante evento nazionale del settore, come saprete) dal titolo “La produzione e la lettura di libri in Italia”. Da essa si può evincere un dato estremamente interessante e significativo, cioè che la propensione alla lettura è palesemente legata alle opportunità offerte dal contesto familiare: tre persone su quattro che dispongono di oltre 200 libri in casa leggono almeno un libro all’anno e nel 20% dei casi sono forti lettori. Ancora più eloquenti e importanti sono quei dati che nella ricerca ISTAT evidenziano un significativo incremento della quota di giovani lettori nelle famiglie nelle quali sono presenti libri in casa e, in particolare, in quelle dove la biblioteca domestica è più consistente. Infatti, se in media il 56,3% dei bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni dichiara di aver letto almeno un libro, tale quota raggiunge il 75,1% nel caso in cui in casa siano presenti più di 200 libri, mentre la percentuale crolla al 20,8% se in casa non ce ne sono affatto.
Eccolo qui il punto della questione, dunque: se in casa ci sono libri, la passione per la lettura nasce e cresce da sé, e più ce ne sono più si diventerà lettori forti – con le ovvie virtù del caso. Ora capirete bene anche il perché del titolo che ho voluto dare al presente articolo, e del valore concreto e imprescindibile che i libri hanno, per chi li possiede ma pure, indirettamente, per l’intera comunità nella quale si vive: basta la loro presenza nelle nostre case per indurre in chiunque, e soprattutto nei più giovani (cosa a dir poco fondamentale, per il nostro futuro!), una sana e preziosa “educazione culturale automatica”, a far che il solo oggetto-libro ci invogli alla lettura, all’impegnare la mente e la fantasia nelle storie e nelle vicende narrate tra le pagine, ci stimoli alla conoscenza e all’uso virtuoso del nostro intelletto – magari di contro spegnendo qualche televisione in più, o concedendo ai suoi discutibili programmi meno attenzione del solito. E credo del tutto superfluo indicare quanto ciò sia importante per l’intera società, e per la civiltà che vi sta alla base: non è un caso che i paesi civilmente più avanzati e che meglio funzionano dal punto di vista sociale e istituzionale – le nazioni nordeuropee, classicamente – sono quelli in cui la quantità di libri pro capite letti annualmente è la più alta, e nelle cui case, soltanto guardandovi dentro dalle finestre, si possono assai spesso notare ampie e fornitissime librerie. Sorta di casseforti culturali in cui custodire una ricchezza veramente grande, un autentico tesoro prezioso che noi tutti possiamo avere, conservare (e possibilmente accrescere) tra le mura di casa nostra, il quale di sicuro non potrà che portarci ottimi frutti.
Per questo il conservare dei libri va ben al di là del mero acquisto e possesso e diventa un’importante e virtuosa azione culturale: è un vero e proprio investimento per il futuro, che ci costa veramente pochissimo ma che è in grado di renderci tutti più ricchi, di quella ricchezza il cui valore umano, statene certi, mai nessun capitale finanziario potrà eguagliare.