Cento anni con “Ruchin”, piccolo grande uomo e alpinista

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Il nome di Ercole Esposito, detto “Ruchin”, non è certo tra i più noti nella storia dell’Alpinismo di meta ‘900. Eppure lo scalatore bergamasco – ma di scuola lecchese – nato cent’anni fa, il 30 Marzo 1914 a Calolziocorte, costruì un curriculum di prime ascensioni di raro valore, con salite ai limiti estremi delle possibilità del tempo, anche oltre il VI grado che in quegli anni rappresentava un limite apparentemente invalicabile. E il tutto con stile impeccabile, senza l’uso di mezzi artificiali e con un’etica alpinistica modernissima lungo una carriera fulminante tanto quanto breve, interrottasi tragicamente sulla Torre Salame del Sassolungo per colpa d’una corda spezzata.
Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore è la mostra realizzata in occasione del centenario della nascita di “Ruchin” Esposito (Calolziocorte, 30 Marzo 1914 – Sassolungo, 23 Settembre 1945) nonché in vista dei 70 anni dalla scomparsa, e in concomitanza della celebrazione del 75° di fondazione della Sezione CAI di Calolziocorte, della quale Ruchin fu tra i fondatori e al quale è intitolata. Una mostra che ho avuto il grande onore di curare e per la quale ho redatto i testi; sarà presentata sabato 11 Ottobre proprio a Calolziocorte, come annuncia la locandina qui sotto riprodotta.
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La mostra si sviluppa in 15 pannelli di grandi dimensioni, ciascuno dedicato a un aspetto della vita di Ruchin sia in senso alpinistico che nell’ambito quotidiano, con relative immagini fotografiche a corredo, oltre ad alcuni cimeli dell’epoca, tra i quali uno spezzone della corda utilizzata da Ruchin nel tentativo fatale alla Torre Salame del Sassolungo.
I pannelli formano un percorso espositivo non tanto legato ad una mera cronologia quanto alla costante complementarietà del Ruchin-rocciatore e alpinista con il Ruchin-uomo nella vita di tutti i giorni, ed entrambi con l’ambiente quotidiano e l’epoca vissuta, drammaticamente funestata dalla tragedia del Secondo Conflitto Mondiale, la cui durata – 1939/1945 – in pratica combacia con la parabola alpinistica di Esposito.
Scopo primario che ho cercato di conseguire con la mostra è dunque quello di mettere in luce l’assoluta particolarità dell’alpinismo praticato da Ruchin e il livello eccelso del curriculum di nuove salite e prime ripetizioni su buona parte delle Alpi Centrali e delle Dolomiti: vie quasi sempre al limite delle possibilità del tempo, tracciate lungo pareti sovente ritenute impossibili e salite senza mezzi artificiali con uno stile e un’etica a dir poco moderni. Al contempo ho voluto evidenziare come tale attività alpinistica sia rimasta sempre intrecciata con la sua vita quotidiana, contrassegnata dalla grande umanità, generosità e disponibilità verso tutti e segnata, seppur indirettamente, dalle difficoltà e dalle restrizioni causate dalla guerra. Difficoltà contro le quali tuttavia Ruchin rappresentava una sorta di “speranza” e di rivalsa oltre che un motivo di orgoglio e di prestigio per chiunque lo frequentasse, grazie a quel suo irrefrenabile ed appassionato dinamismo tanto in parete quanto tra la propria gente che lo portò, per l’attività in montagna, a diventare il primo alpinista bergamasco ad essere nominato membro del Club Alpino Accademico Italiano (una cosa, questa, a cui teneva parecchio) e che con la propria contagiosa intraprendenza sociale lo rese tra i principali promotori prima, e tra i fondatori poi, del sodalizio CAI di Calolziocorte, nato come sottosezione del CAI di Bergamo e divenuto sezione autonoma nel 1945, poche settimane prima della morte di Ruchin durante un tentativo alla Torre Salame del Sassolungo.
In conclusione: un personaggio, quello di Ercole “Ruchin” Esposito, poco noto nella storia dell’alpinismo di metà Novecento eppure assolutamente meritevole di maggiore conoscenza e considerazione, e non solo dal punto di vista alpinistico: ciò che mi auguro di poter ottenere con questa mostra.

Per darvi un’idea di chi fu Ruchin, vi presento alcuni estratti dai testi della mostra, dalla quale ovviamente provengono anche le immagini fotografiche.

LA VITA
Ventotto anni, un metro e quarantasette, quarantaquattro chilogrammi, tutto qui. (…) Muscoli, cuore e volontà temprati a tutti gli ardimenti e consacrati a tutte le vittorie. Camminatore, sciatore, scalatore di tutte le vette; instancabile, coraggioso, tenace fino alla caparbietà; modesto, umile, semplice come nessuno. (…) Non credo che siano molti oggi, in Italia, coloro che nel regno del puro VI grado gli possano stare alla pari.” Italo Neri su “Lo Scarpone”, organo ufficiale del CAI, nel 1942.
Così nel 1942 sullo Scarpone – organo ufficiale del Club Alpino Italiano – Italo Neri scrive di Ercole Esposito. All’epoca la fama del minuto rocciatore calolziese è già grande, e i numerosi successi in montagna rendono il suo nome conosciuto negli ambienti alpinistici lombardi – e non solo – così come quello del suo paese natale, Calolziocorte, al quale egli resterà sempre legato, e per più motivi.
Ercole nasce il 30 Marzo 1914 da una delle più conosciute famiglie calolziesi la quale come tante altre, da tradizione locale, ha il suo bel pseudonimo: sono i “Roch”, probabilmente per un capostipite di nome Rocco, e da qui verrà il suo soprannome Ruchin. Degli 11 figli per i quali il padre Alessandro ha cura che imparino un mestiere “buono”, Ercole è forse il più vivace, tant’è che il suo maestro elementare lo rimbrotta spesso: “Sei alto come un soldo di cacio, e mi dai tanto da fare. Discolo come sei, non farai mai carriera!” I calolziesi di allora non sono gente ricca – e gli Esposito non fanno certo eccezione – ma il borgo (allora bergamasco, oggi in provincia di Lecco) ha la paesaggistica fortuna di stendersi ai piedi di bellissime montagne come il Resegone, Valcava, le Grigne poco oltre, inevitabili luoghi di svago domenicale. Ercole comincia dunque a frequentare le associazioni escursionistiche calolziesi, inizialmente da sciatore e poi cominciando ad affrontare le prime rocce – probabilmente da autodidatta ovvero da spettatore delle cordate impegnate sulle pareti della Grigna. Trova lavoro in qualità di tornitore a Milano, presso l’Alfa Romeo, nel frattempo ai Resinelli conosce Cassin e gli altri grandi rocciatori lecchesi, mentre a Bergamo ha l’occasione di ascoltare dal vivo Emilio Comici, il “mito” dell’alpinismo di quegli anni (che avrebbe quasi “superato” nel 1940, quale allievo col maestro, se non avesse dovuto interrompere il tentativo di salita alla Torre Salame del Sassolungo, dopo aver superato le maggiori difficoltà, per soccorrere un amico incrodato: Comici vinse poi la parete con Severino Casara quindici giorni dopo, appunto, e fu una delle salite più celebrate del grande triestino). Fa il pendolare tra Calolzio e Milano, sul treno conosce Eva, una ragazza di Calco che diventa la sua fidanzata, ma è la montagna che ormai assurge a irresistibile orizzonte primario, finché nel 1939, dopo alcune ripetizioni di itinerari classici sulla Grignetta, Ruchin apre la sua prima via, sul Torrione Cinquantenario, insieme a Gino Valsecchi.
Da quella via, denominata “Lucia” in onore della gestrice del prospiciente Rifugio Rosalba, inizia la folgorante e incredibile carriera di Ruchin, ricca di imprese alpinistiche al limite delle possibilità di allora e costantemente intessuta lungo quel filo rosso che, come detto, l’ha sempre tenuto legato a Calolziocorte e alla sua gente, al punto da essere tra i più fervidi promotori e fondatori, nel 1939, della locale Sottosezione del Club Alpino Italiano di Bergamo, la quale diverrà poi Sezione autonoma nel Luglio 1945, pochi mesi dopo la nomina di Ruchin a membro del prestigioso Club Alpino Accademico Italiano – primo alpinista bergamasco nella storia del sodalizio – e qualche settimana prima del funesto 23 Settembre di quell’anno, quando la Torre Salame del Sassolungo diverrà l’ultima tappa terrena di Ruchin e dei compagni Gino Valsecchi e Bruno Ceschina.
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LO STILE
Sovente, in tema di ascensioni alpinistiche, si sostiene che la linea tracciata sulla parete da una via di salita è per certi aspetti paragonabile al tratto di un artista sulla tela, rappresentando per l’alpinista una sorta di firma e al contempo rivelandone lo stile, la personalità e il carattere.
Le numerose “firme” alpinistiche lasciate da Ruchin su altrettante pareti denotano l’essenza di uno stile peculiare che sembra confermare la suddetta tesi, e che nel pur affollato ambiente alpinistico lecchese del tempo diventa rapidamente originale e per molti aspetti innovativo. Come già rimarcato, il fisico minuscolo non solo non gli è d’ostacolo, ma anzi gli garantisce un’agilità e una elasticità quasi inimitabili. Riesce a salire linee che altri tentano ma non riescono a risolvere, ovvero ne trova di nuove su pareti che sembra non possano offrire niente più di ciò che è già stato salito e tracciato, e sempre sono linee dirette, senza fronzoli e arditissime: “arrampicata a perpendicolo” la definirà più volte Italo Neri nei suoi articoli. Bastano le pur poco definite foto dell’epoca a far intuire la leggerezza dei movimenti, l’eleganza del gesto atletico e la sua armonia, che tra le altre cose consentono a Ruchin di affrontare pareti di roccia friabile e a dir poco delicata (Fracia docet!) con un perfetto mix di forza, equilibro e agilità per di più assolutamente moderno se non, come già accennato, molto avanti rispetto ai tempi. In occasione dell’apertura della via sul Corno Centrale di Canzo, Emilio Galli che gli fa da secondo ricorda: “Ercolino stava affrontando grandi difficoltà ma, come sempre, non dava l’impressione della tensione e della fatica e anzi si preoccupava di tranquillizzarmi e ironizzava sulla situazione…” E’ la prova di uno stile di livello eccelso non solo in quanto a doti fisiche e atletiche ma pure mentali, fattore fondamentale.
Modernissimo, lo stile di Ruchin in parete, lo è anche dal punto di vista dell’etica alpinistica – se si può parlare di ciò per quell’epoca ancora sotto molti aspetti pionieristica. Ruchin affronta le pareti nel modo più “pulito” possibile, quasi sempre lasciando ben poco materiale in parete (anche per inevitabili ragioni economiche, visti i tempi) e spesso recuperando quello lasciato da altri: come ad esempio sulla Torre Giavine di Boccioleto, in Valsesia – la cui salita è considerata impossibile da tutti quelli che l’hanno tentata prima – dalla quale torna con la via nuova e “una trentina di chiodi, sette moschettoni e tre cordini lasciati in parete dalle cordate precedenti nei loro inutili tentativi.” racconta Neri nella sua puntuale cronaca. Ancor più di concezione moderna, e veramente precursore dei tempi, è invece l’atteggiamento di Ruchin verso l’uso di mezzi artificiali – un tipo di arrampicata a quell’epoca agli albori – altra peculiarità del suo particolare stile di arrampicata. Ricorda Gentile Butta, suo compagno di cordata in occasione della nuova via sullo spigolo Nord del Sassolungo: “Esposito ha un’antipatia speciale per le staffe, non ne ha voluto mettere nessuna in nessuna via finora fatta, nemmeno sulla Cassin del Sasso Cavallo, e nemmeno sulla via Dell’Oro all’Ago Teresita, che una relazione sul libro Le Grigne dice: “si vince con l’impiego di numerosi chiodi e numerose staffe”.

“Bestia” a chi?

Nei giorni scorsi ho letto un intervento di Mauro Corona sulla vicenda dell’orsa Daniza, nel quale lo scrittore imputava quanto accaduto alla palese incapacità dell’uomo di convivere con la Natura e di conoscerla per imparare a rispettarla. Le sue parole, e la riflessione sul rapporto tra noi umani – esseri più intelligenti e dominanti del pianeta per autoproclamazione, più che per meritorietà evolutiva – e gli animali, mi ha fatto tornare in mente un’avventura vissuta parecchio tempo addietro – almeno un quindici anni fa, diciamo – della quale scartabellando tra hard disk e vecchie cartelle di files ho ritrovato quanto allora mi venne da scriverne…

billy-the-goat300Quella volta me ne andai sulle montagne al confine con la Svizzera per salire una cima di oltre tremila metri, naturalmente da solo – naturalmente per me, che ritengo la montagna come ideale ambiente per la contemplazione, un’arte da perseguire senza troppi disturbi intorno. Rido, per quell’esperienza assolutamente buffa ma anche emblematica, che mi portò molto vicino alla vetta ma a circa cento metri dalla stessa dovetti tornare indietro per il sopraggiungere di neri e minacciosi nuvoloni da temporale estivo – era fine Luglio – e si sa quanto possa essere nefasto un temporale estivo a oltre tremila metri, e come la calura di fine Luglio possa in breve trasformarsi nel gelo himalayano di una tempesta di neve fuori stagione. Comunque, per fortuna, non arrivò niente del genere, e scelsi di scendere per una via che non conoscevo, se non per averla letta su una guida e immaginata in qualche modo nella mia fervida mente. Bene, insegnamento numero uno, che trassi da quel giorno in montagna: non è detto che una guida, in quanto tale, dica la verità. Stando ad essa ci doveva essere, in quel vallone, un sentiero che era poco meno che una tangenziale, largo, comodo e agevole: se c’era, doveva essere evidentemente invisibile, o forse era sommerso da uno strato colossale di giganteschi massi da disgelo, sui quali dovetti saltare qua e là e scalarli e discenderli facendo attenzione a non finirci dentro – tra due degli stessi, voglio dire. Comunque il bello doveva ancora venire, un poco più a valle, e il bello in questione era un bel gregge di almeno duecento capre di montagna, dalle corna assai lunghe e dal pizzetto ben appuntito, che vistomi discendere in maniera molto istintiva su quelle praterie d’alta quota, presero a corrermi incontro, tanto che io mi sentii improvvisamente il bersaglio vivente di una mandria di rinoceronti a digiuno da tre mesi finalmente felici di provare su una creatura vivente l’effettiva acuminatezza delle punte delle proprie belle cornone! Apriti cielo – e discendi elicottero a salvarmi, che non venne in realtà – presi a correre con già nella testa il terrore per la visione di un fondoschiena preso a cornate da quelle terrificanti caprone d’alta montagna, forti della loro misantropia nei confronti della società e soprattutto della componente misos, odio, e quindi nemiche giurate dell’uomo in quanto sporco invasore del loro territorio inviolabile. E corri, e corri, veloce su un terreno accidentato sul quale neanche un carrarmato supererebbe in velocità una lumaca, e loro dietro con la scaltrezza dell’abitudine di movimento su un pendio talmente dissestato.
E ora che faccio? – dico io, sconvolto anche dal fatto che il dover scappare lontano dalle capre poteva comportare il pericolo di perdere definitivamente anche il più piccolo scampolo di sentiero per il rientro a valle, nonché il ritrovarmi sul bordo di un precipizio alto solo quel due, o tre, o quattrocento metri…
Ogni tanto mi rigiravo dietro, per controllare il movimento di quell’accozzaglia apparentemente disordinata di quadrupedi ruminanti cornuti d’alta quota, e ne vedevo sempre davanti uno, che dedussi fosse il “capo” del branco, anche dal fatto che le sue corna erano smisuratamente grosse e lunghe, ben più di quelle di tutti gli altri esemplari: non mi distoglieva lo sguardo di dosso, e i miei occhi si incrociavano sovente nei suoi, azzurri e inopinatamente (almeno nella sensazione da essi fornita) umani.
Correvo già da sei o sette minuti, e le quattro e passa ore precedenti di cammino sostenuto cominciavano a farsi sentire nelle gambe e nei polmoni, tant’è che mi dissi d’improvviso: beh, Davide sconfisse Golia, chè io Davide non potrei sconfiggere duecento Golia cornuti? No che non potevo! – domanda idiota. E corsi (scappai) ancora più veloce.
Tuttavia a quel punto ero proprio scoppiato, e per di più stavo perdendo i riferimenti del panorama che mi potevano consentire di ritrovare il sentiero smarrito. Giunsi su un sassone, ci saltai sopra e mi voltai di scatto, rivolgendomi al caprone-capo (per… ovvio diritto gerarchico, ecco) come mi sarei rivolto ad una ipotetica moglie che m’ha fatto le corna cento volte e poi vorrebbe ancora aver ragione.
«COSA C***O VUOOOIIIIIII?!?!?!?» gridai al cornutone con la voce roca e affaticata dopo siffatto correre in alta quota; lui, manco m’avesse compreso, si bloccò, guardandomi con quegli occhi azzurri e penetranti. Di colpo, come per un comando inudibile, tutte le altre capre, obbedienti come mai umano saprebbe essere in maniera così automatica, si bloccarono, e lo scampanellare disordinato dei loro collari si trasformò di colpo in un totale silenzio da duello nel selvaggio West.
Ora, datemi del pazzo, dell’esaltato o dell’allucinato, ma lì, da quell’attimo in poi, in quello sguardo incrociato tra due mondi, due regni naturali, due tipi terrestri ma tra di loro extraterrestri, capii una volta di più che spesso l’uomo ritiene la bestia bestia e sbaglia, di grosso pure, se non altro a non ritenere anche lo stesso del contrario. Capii che probabilmente quel caprone di montagna e le sue sodali cornute non erano assolutamente ostili, ed anzi, in quegli attimi nei quali ci confrontavamo nella più soave quiete che solo un vallone isolato dalla civiltà può donare, forse volevano solo darmi il “benvenuto” tra loro, se così posso dire. Capii che spesso, o forse sempre, la mente umana distorce le cose nella maniera più consona all’interesse di una sola parte e di quel solo momento, ed offre visioni della realtà private della capacità di valutazione anche dell’essenza vera di quella stessa realtà. E se io pensai erroneamente a quelle capre come a creature ostili ed in cerca di attaccabrigaggio, ora cerco d’immaginare a cosa pensavano loro per il caso contrario, con la loro mente animale certo più pura e libera dai condizionamenti deviati di una società profondamente corrotta come quella umana, e a cosa penserebbero se si trovassero per gran caso e sfortuna nel bel mezzo di una città moderna e socialmente “avanzata” come quelle in cui viviamo senza batter ciglio o quasi, tra auto puzzolenti, inquinamento capillare, maleducazione varia e assortita e comportamenti umani peggio che animaleschi…
Fatto sta che come ho detto si bloccò, quel gregge, restò qualche attimo fermo, poi si spostò un poco più a monte – sempre col caprone-capo in testa: così, mi diede modo di continuare verso valle, imboccando un canale che scendeva in modo piuttosto agevole. Mi fecero passare, insomma. O almeno io sono convinto che sia così, e nulla mi può far pensare altrimenti, anche se la cosa può ben apparire casuale e illogica.
Mi diedero una gran lezione di vita, già, quelle capre lassù nel vallone sperduto tra i monti di confine col loro bearsi di una condizione vitale ancora autenticamente naturale, ben diversa da quella arrogantemente semi-divina ma in realtà decadente alla massima potenza della razza di cui un rappresentante (io), fortunatamente dissociato da essa, spero (spero…), avevano di fronte: la loro condizione etologicamente isolata le aveva purificate da qualsiasi istinto violento e rabbioso, e non vi era odio in loro se non per chi le avesse attaccate direttamente. Un tale istinto triviale, invece, faceva capolino in me nel mentre che da loro fuggivo: fortunatamente, la mia passione per la Natura e gli ambienti selvaggi mi impedì di far decadere l’impulso logico di autodifesa verso la becera violenza, per alzare un bastone da terra, o un sasso, e scagliarlo contro quel bestione dagli occhi profondi e immensamente più umani di un umano qualsiasi. Per di più, avrei sicuramente scatenato la sua reazione difensiva, certo più giustificata della mia e assai più dolorosa, immagino… Egli, il caprone selvatico, saggiamente non-umanizzato ovvero non corrotto dall’uomo e dalle sue usanze, mi spiegò, senza parole, che la realtà effettiva delle cose non sempre è quella che i nostri occhi vedono, in quanto non è l’occhio che vede ma sempre è il cervello. Quando funziona, certo. (Ogni riferimento all’uomo moderno è puramente voluto).

Se 150 anni fa c’era più cultura del paesaggio di oggi: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge”…

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.

INTERVALLO – Aosta, CAFè Librairie

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Ad Aosta un bellissimo caffé-libreria, specializzato soprattutto (e inevitabilmente, mi verrebbe da dire, vista la vicinanza di grandi e celeberrime montagne alla città!) nei libri di montagna, con testi in lingua italiana e francese, che peraltro già dice molto di sé nel nome, in verità un quasi-acronimo: Culture Alpine et Francophonia…
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