MONTAG/NEWS #19: cose interessanti da conoscere sulla realtà attuale delle nostre montagne

Si dice spesso che le montagne sono – o possono essere – un laboratorio di cittadinanza, termine da intendersi in tutto i suoi vari significati: di vita e vitalità, di residenzialità resiliente, di relazione sociale e culturale, di coesistenza ecologica, di impegno civico… ciò è tanto vero quanto ancora troppo poco considerato concretamente, al di là delle tante parole spese al riguardo. Anche per questo conoscere la realtà di fatto dei territori montani e rifletterci sopra è importante, emblematico, illuminante, non solo per le montagne stesse e le loro comunità ma per tutti noi – anche per chi in montagna non ci va mai.

Dunque, per alimentare la vostra conoscenza e la riflessione riguardo ciò che accade sulle montagne, eccovi una nuova mini-rassegna stampa di alcune delle notizie più interessanti relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa la scorsa settimana, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, aggiornata quotidianamente; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture e buoni approfondimenti!


[Immagine tratta da www.gr.ch.]

LA CONVIVENZA TRA BIKERS E ESCURSIONISTI IN SVIZZERA

Si discute spesso della frequentazione condivisa di escursionisti e bikers dei sentieri di montagna, e non di rado emergono problematiche varie circa il rispetto reciproco, la sicurezza, la manutenzione dei tracciati. Nel Canton Grigioni (Svizzera) è attivo dal 2019 il progetto “Fairtrail”, che promuove la coesistenza improntata al rispetto tra amanti della mountain bike ed escursionisti che usano i percorsi per il traffico non motorizzato delle montagne grigionesi. La campagna mira a sensibilizzare gli utenti nei confronti del prossimo, della natura, dell’agricoltura e degli animali selvatici, e qualche giorno fa sono stati pubblicati i riscontri al riguardo per l’anno 2025, con i reclami registrati e i risultati ottenuti dalle campagne di sensibilizzazione.


QUANTO HANNO “FRUTTATO” LE OLIMPIADI?

Arrivano le prime stime su quanto abbiano “fruttato” le Olimpiadi di Milano Cortina: le propone il quotidiano finanziario “Italia Oggi” (ripreso da “MilanoToday”) che parla di «Almeno un miliardo e 300 milioni di euro. La parte del leone va ai diritti televisivi (570 milioni), quasi eguagliati dalle sponsorizzazioni (550 milioni). Più bassi i ricavi della vendita dei biglietti. Esclusi però i ricavi da merchandising e altre voci che ancora non è possibile definire». Il raggiungimento del pareggio di bilancio operativo è stimato a 1,7 miliardi di euro, tuttavia, anche considerando le stime sull’indotto olimpico, sembra alquanto lontano il pareggio complessivo con i circa 7 miliardi di costi olimpici (molto lievitati rispetto alle stime iniziali, e senza contare gli extra costi) e con gli elevati “costi ambientali” la cui determinazione economica è molto difficile.


IDROELETTRICO, LA MONTAGNA COME UN BANCOMAT

Il Comitato del Grande Idroelettrico, che riunisce rappresentanti di territori montani per tutelare gli interessi locali nel rinnovo delle concessioni idroelettriche, denuncia la situazione di stallo al riguardo: «Il rinnovo delle concessioni idroelettriche in Italia è fermo a un binario morto, intrappolato tra l’inerzia del Governo, i timori sulla reciprocità europea e il ruolo dei grandi produttori. Come comitato esprimiamo forte preoccupazione per la direzione che sta prendendo anche Regione Lombardia con le voci e le uscite della stampa sulla quarta via, l’ennesima proroga condizionata per i grandi produttori. La montagna non è un bancomat per i colossi dell’energia!»


[Immagine tratta da www.planetmountain.com.]

IL PRIMO “CLIMBING PARK” INTERNAZIONALE

Tra Val Masino e Val Bregaglia sta per nascere il primo Climbing Park internazionale, grazie a un progetto transfrontaliero del valore di 1,2 milioni di Euro che unirà i graniti di Grigioni e Valtellina, uno dei territori alpini più apprezzati a livello europeo per la qualità paesaggistica e per l’arrampicata su granito. Il progetto si chiama “APICI”, acronimo di Attuazione del Polo Internazionale del Climbing Interconnesso, e non vuole essere un comune piano di sviluppo territoriale ma un modello di governance replicabile anche in altri contesti alpini: valorizzare senza snaturare, rendere accessibile senza massificare, educare invece di limitarsi a promuovere.


[Immagine tratta dalla pagina Facebook del Comune di Civitella Alfedena.]

CIVITELLA ALFEDENA, TURISMO SENZA IMPIANTI CON SUCCESSO

Tra i paesi di montagna italiani che riescono a fare a meno di piste da discesa e di impianti spicca Civitella Alfedena, località che mezzo secolo fa ha simboleggiato la rinascita dell’allora Parco Nazionale d’Abruzzo e poi di tutte le aree protette italiane. Un’amministrazione giovane e aperta alla collaborazione con il Parco, l’apertura a campeggiatori ed escursionisti, lo sviluppo di attività in ambiente praticabili tutto l’anno, la nascita dell’Area faunistica del Lupo e del vicino Museo… Risultatovari alberghi, b&b e ristoranti, quattro agenzie di guide escursionistiche, tre alimentari, alcune nuove botteghe artigiane e un paese unito e attivo con una vitalità economica certificata. Un paese che sta sapendo costruirsi un buon futuro, insomma.


L’IMPATTO DELLE OLIMPIADI SUI TERRITORI COINVOLTI

Un progetto di ricerca dell’Università di Bergamo, curato dal ricercatore Francesco Antonelli, sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti e si interroga su benefici e criticità dell’eredità olimpica. Dalle grandi infrastrutture alla vita quotidiana delle comunità alpine, i Giochi mettono alla prova il rapporto tra città e montagna: «La vera legacy – rimarca Antonelli – non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.» Osservazioni perfette e condivisibili, ma non sembra che i dirigenti olimpici le abbiano tenute in considerazione.

La nuova centrale idroelettrica di Chiareggio, in Valmalenco, sarà un’opera sostenibile oppure uno scempio ambientale?

[Il torrente Mallero nella piana di Chiareggio. immagine tratta da www.flickr.com/photos/renagrisa.]
La Valmalenco, all’altezza dei suoi principali centri abitati di Chiesa, Caspoggio e Lanzada, si biforca in due rami. Quello orientale è percorso dal torrente Lanterna che riceve le acque di fusione dei principali ghiacciai del versante italiano del Bernina, e alla sua testata ospita i grandi bacini idroelettrici di Campo Moro e di Gera, realizzati negli anni Sessanta del Novecento, il secondo sbarrato dalla più alta diga a gravità d’Italia.

Il torrente Mallero percorre invece prima il ramo occidentale e poi il solco principale della Valmalenco fino alla foce nell’Adda nei pressi di Sondrio. Nasce dai ghiacciai del versante Nord del gruppo del Disgrazia e dalle sorgenti poste in prossimità del Passo del Muretto; lungo il suo percorso presenta numerose derivazioni idroelettriche (tra le quali una di prossima realizzazione a monte dell’abitato di Chiesa, oggetto negli scorsi anni di diffuse proteste ma poi definitivamente concessa) mentre vi è una sola diga propriamente detta, quella che forma il Lago Pirola, piccolo bacino di circa 1,9 milioni di m3 posto a 2255 metri di quota sopra la frequentata località di Chiareggio, famoso per le sue acque color blu cobalto.

[Il Lago Pirola. Foto di Gaggi Luca 76, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Proprio il bacino di Pirola è oggetto di un ulteriore nuovo progetto di impianto idroelettrico atto a sfruttare le acque di scarico del lago, gestito da Enel Green Power come bacino di accumulo atto a garantire il funzionamento nei periodi di magra degli impianti Enel posti a valle. Del progetto, invero poco noto anche in zona, ne hanno dato notizia Alfredo Lenatti, di lunga discendenza familiare locale e residente in valle, e Michele Comi, nota guida alpina malenca oltre che geologo, dunque persona oltre modo competente nel merito, con una “lettera aperta” inviata alla stampa locale in forma di denuncia riguardo la «oscura delibera comunale» con la quale lo scorso 25 novembre 2024 il Comune di Chiesa in Valmalenco ha approvato all’unanimità il progetto. Il quale prevede la realizzazione lungo l’erto versante a valle dello sbarramento del lago Pirola, sovente battuto dalle valanghe, e di fronte all’abitato di Chiareggio, di una nuova condotta forzata, in superficie e in galleria, con alla base la relativa centrale di produzione e relative opere di restituzione, al costo stimato di oltre 2,3 milioni di Euro. «Otto mesi di lavoro nel cuore della perla della Valmalenco – scrivono Comi e Lenatti, – con un cantiere permanente e relative strutture per confezionare calcestruzzi in fregio al Mallero, guadi temporanei per il passaggio dei camion, linee di trasporto lungo le pareti rocciose, trasporti con elicottero, stazioni a medio versante tra i pascoli e il lariceto per l’esecuzione dei tunnel in roccia, deposito materiali, ricovero del personale, con adattamento del terreno. A fronte di tale sfregio, va ricordato che l’intera area è collocata nell’area di protezione della rete natura 2000 Il SIC/ZPS “Disgrazia-Sissone” IT2040017.» Comi e Lenatti non esitano a definire il progetto un «enorme sacrificio» chiarendo la propria netta contrarietà a tale «ennesimo assalto alla montagna» e alle sue acque, come detto ampiamente sfruttate già da tempo, e al territorio di Chiareggio, bene comune la cui bellezza «non ha prezzo, non può più essere sacrificata, nemmeno sfiorata, con interventi privi di senso, privi di visione, senza alcun beneficio per le comunità, residenti e non.»

[La valle di Chiareggio in primavera. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Amici di Chiareggio“.]
Alla “denuncia” di Comi e Lenatti ha dato rapido seguito il sindaco di Chiesa in Valmalenco Renata Petrella, con una “precisazione” piuttosto piccata diffusa dalla stampa locale nella quale fin dalle prime righe denota «la preoccupazione destata nella popolazione a causa di informazioni che ritiene false, tendenziose e strumentalizzate» e la necessità «di ristabilire la verità dei fatti e mettere in guardia l’opinione pubblica da chi, per fini non chiari e sconosciuti, ma sicuramente non nobili, ama seminare il panico ed infangare l’altrui operato».

Petrella, rimarcando che la vicenda della centralina del Pirola ha origine nel 2001, ritiene infondate le preoccupazioni espressa nella “lettera aperta” di Comi e Lenatti sostenendo che «la centralina sarà un impianto a bassissimo impatto ambientale: l’amministrazione comunale in carica ha preteso, sia nei confronti dei soggetti realizzatori sia verso gli altri enti autorizzativi, che l’opera sia pressoché invisibile. Infatti, la condotta forzata, del piccolo diametro di 40 cm, verrà completamente interrata e la superficie di scavo ripristinata. Il manufatto della centralina, sarà anch’esso, salva la mera porticina di accesso, interrato. L’impianto funzionerà solo per due mesi l’anno, nel periodo autunnale, in concomitanza allo storico e fisiologico svuotamento delle acque del lago Pirola da parte di Enel.» Ciò a fronte della corresponsione al Comune di Chiesa in Valmalenco da parte della società incaricata dei lavori la quale poi assumerà la proprietà del nuovo impianto, indicata come «valtellinesi sensibili al territorio» di «una somma, forfettaria “ una tantum” pari ad € 200.000,00» e non senza mancare di lanciare “agli ambientalisti” contrari all’opera e «fautori dell’utilizzazione dell’energia pulita» alcune frecciatineDiamo un umile consiglio: se è vero, cosa di cui non dubitiamo, che ci tenete così tanto al territorio, ci sarebbero da fare tante opere di bonifica nei boschi, compresa la manutenzione dei sentieri, che farebbero risparmiare soldi e risorse umane alla comunità, purtroppo non in grado di sopportarne neanche il peso economico. Tali azioni vi renderebbero coerenti con le idee che professate…sempre e non solo quando vi fa comodo.»)

Di pochi giorni più tardi è la replica di Comi e Lenatti… [continua su “L’AltraMontagna”, qui o cliccando sull’immagine sottostante.]

Le gare di trial dentro un torrente, in Valsassina

Leggo del successo di organizzazione e di pubblico, oltre che agonistico, della tappa italiana della Coppa del Mondo di Trial, svoltasi lo scorso fine settimana in Valsassina (provincia di Lecco), territorio montano che tra l’altro esprime uno dei motociclisti più forti del circuito. Al punto che la federazione internazionale avrebbe già chiesto agli organizzatori valsassinesi di bissare la tappa mondiale anche l’anno prossimo.

Posto ciò, ho personalmente trovato poco gradevole che uno dei campi di gara allestiti fosse dentro il torrente della Valle dei Mulini, una delle zone naturalisticamente più pregiate – e pubblicizzate – della Valsassina. Certamente c’erano tutti i permessi del caso, sicuramente il tratto interessato dalle gare era all’inizio della vallata in una zona già antropizzata, senza dubbio ci sarà stata massima attenzione al ripristino dell’area dopo la competizione. Fatto sta che vedere delle motociclette dentro l’acqua di un torrente di montagna – già nell’ambito del Parco della Grigna Settentrionale, come indicano i cartelli in loco – non è affatto bello e comunque farebbe pensare a una scarsa attenzione e sensibilità verso l’ambiente naturale locale, oltre a far temere che qualche trialista decida di emulare i campioni in gara qui o in qualche altro torrente della zona, forte della solita assenza di controlli al riguardo e del benaltrismo imperante sui temi della salvaguardia ambientale. Inutile rimarcare che i corsi d’acqua di montagna sono tra gli elementi del territorio naturale che più abbisognano di cura e tutela, come è unanimemente risaputo.

Ovviamente queste mie osservazioni verranno prese da qualche appassionato della specialità come un affronto da “ambientalista da salotto” se non da “solito rompicogl…”: amen, d’altro canto credo che evitare quanto sopra sarebbe un bel segnale da parte dei soggetti promotori e organizzatori, nel caso che le gare siano replicate anche l’anno prossimo, nei confronti delle proprie montagne e della loro bellezza naturalistica, che sicuramente dà pregio alla Valsassina ben più di una competizione motociclistica di due giorni, per la quale di campi di gara consoni e ben più in grado di dare lustro alla valle se ne potranno trovare a iosa. Basta un poco di sensibilità in più, appunto.

P.S.: qui trovate una bella descrizione dell’escursione in Valle dei Mulini, tratta dal sito web di Trekking Lecco. Le immagini delle gare sono invece tratte da “Valsassina News”.

Simone Aime, “La Valle Gesso e l’idroelettrico”

In Italia si contano oltre 530 grandi dighe, considerando con tale designazione ogni «sbarramento di ritenuta (diga o traversa fluviale) di altezza superiore a 15 m o che realizza un serbatoio artificiale di volume superiore a un milione di metri cubi di acqua», come recita la definizione istituzionale; numero al quale vanno aggiunte qualche migliaia di impianti minori. La maggior parte degli sbarramenti – pressoché inutile rimarcarlo – si trova sulle montagne italiane: gioco forza, visto che è dai monti che scende l’acqua e sui monti è relativamente più semplice costruire bacini di ritenuta, vista la morfologia favorevole delle vallate montane.

Più di 530 grandi dighe potrebbero sembrare tante, considerando l’imponenza di molte di esse, oppure poche, nell’ottica della vastità dei territori montani nazionali. In verità il numero è piuttosto relativo dacché, appunto, contano soprattutto le dimensioni degli impianti in relazione alle risorse idriche disponibili nei territori in cui sono stati realizzati. In ogni caso sulle nostre montagne le grandi dighe sarebbero potute essere molte di più, se si fossero concretizzati tutti i progetti elaborati al riguardo lungo tutta la prima metà e fino agli anni Sessanta del secolo scorso soprattutto nelle vallate alpine.

Tra di esse, nel settore sudoccidentale delle Alpi, la Valle Gesso è una di quelle più significative, innanzi tutto dal punto di vista geomorfologico, visto che la definizione toponomastica al singolare nasconde in realtà un articolato e peculiare sistema di convalli, valloni laterali, vallette e vallecole secondarie, tutte estremamente ricche di acque. Inoltre, proprio in forza della vastità e della ricchezza della rete idrografica, perché la Valle Gesso sarebbe potuta diventare un territorio tra i più infrastrutturati in assoluto, sulle Alpi italiane, per lo sfruttamento delle sue acque a fini idroelettrici, grazie a un ponderoso progetto concepito al riguardo negli anni Venti del secolo scorso, proprio quando cominciò la fase realizzativa più intensa dell’epopea idroelettrica alpina e presero a nascere un po’ ovunque grandi sbarramenti.

La storia idroelettrica “mancata” della Valle Gesso è raccontata nel nuovo libro di Simone Aime, 1924-2024. La Valle Gesso e l’idroelettrico. Il progetto originale e mai realizzato (Primalpe, Cuneo, 2024), già autore di un altro notevole testo sul tema nella stessa zona, quello dedicato alla Diga del Chiotas, sopra Entracque, uscito nel 2021 (ne ho scritto anche nel mio Il miracolo delle dighe) e per il quale il nuovo volume rappresenta la chiusura di una sorta di cerchio geostorico []

[Simone Aime durante una recente presentazione del libro.]
(Potete leggere la recensione completa di La Valle Gesso e l’idroelettrico cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Acque di montagna e concessioni idroelettriche: come la politica trasforma una preziosa risorsa in un danno concreto per i territori montani

[La diga della Piastra e gli impianti della Centrale Luigi Einaudi a Entracque (Cuneo). Foto di rafraf80 da www.tripadvisor.it.]
La scarsa attenzione e sensibilità della politica nei confronti delle montagne e delle loro comunità (nota bene: anche i cospicui stanziamenti unicamente destinati all’industria turistica sono un effetto paradossale di quelle mancanze) si manifestano in modi a volte poco noti ma non meno emblematici di quelli più risaputi. Come accade per la questione del rinnovo delle concessioni di utilizzo dell’acqua delle montagne, bene pubblico, per la produzione di energia idroelettrica da parte delle aziende del settore, soggetti privati. Da ben venticinque anni, cioè dal 1999, lo Stato avrebbe dovuto definire il rinnovo di tali concessioni con apposite linee guida, ma non lo ha fatto. Di contro, nel 2019 una nuova legge nazionale ha trasferito la competenza dallo Stato alle Regioni, che hanno così dovuto imbastire le procedure per i rinnovi o le riassegnazioni, tuttavia ad oggi ancora ferme. Risultato di tale inazione: ad esempio la Lombardia, che da sola produce il 27% dell’energia idroelettrica nazionale, deve incassare ben 104 milioni di Euro, che sarebbero da destinare in gran parte alle opere pubbliche e di supporto alle comunità dei territori di montagna (e totalmente per quanto riguarda la provincia di Sondrio, interamente montana), somma che in forza della situazione sopra descritta le aziende dell’energia non pagano e la Lombardia non reclama – ulteriore mancanza istituzionale locale che si somma a quella nazionale a danno delle montagne. Soldi quanto mai necessari per il loro sviluppo, inutile rimarcarlo.

Ma la mancanza di tutti questi soldi non è la sola conseguenza che le terre alte devono subire, come spiego – insieme a varie altre cose al riguardo – nel mio ultimo articolo su “L’Altra Montagna” qui sotto riportato: cliccate sull’immagine per leggerlo.