INTERVALLO – Perugia, Bibliomediateca “Sandro Penna”

3141_lUn grande UFO è atterrato a pochi passi dal centro storico di Perugia???
Beh, considerando che spesso (troppo spesso!) dalle nostre parti la cultura è vista come una cosa dell’altro mondo, e che quella sorta di disco volante è colmo di libri (e non solo), si potrebbe ironicamente rispondere di sì! E’ infatti la Bibliomediateca “Sandro Penna, sita nel quartiere San Sisto del capoluogo umbro, adiacente ai meravigliosi edifici medievali del centro, appunto. Un progetto dello Studio Italo Rota che ha permesso a Perugia di dotarsi di una delle più belle e certamente particolari biblioteche italiane: ed è inutile rimarcare come con i libri si possa far viaggiare la propria mente, persino negli spazi intergalattici!

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Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della biblioteca oppure quello dello Studio Italo Rota, nel quale ammirare molte altre immagini dell’edificio.

Mirella Tenderini, “Tutti gli uomini del K2”

cop_tutti_gli_uomini_del_k2Certe montagne sono maggiormente popolari presso il pubblico per mere ragioni geografico/scolastiche – ad esempio il Monte Bianco, che ci viene insegnato a scuola come il più alto delle Alpi, o lo stesso con l’Everest, così come molti, anche tra i profani d’alpinismo, ad esempio conoscono il Cervino per la sua caratteristica e spettacolare forma. Certe altre vette sono invece divenute note – almeno tra gli appassionati di montagna – grazie alla fama di chi le ha affrontate e salite: penso al Petit Dru con Bonatti (ma quanti che conoscono Bonatti salitore del Dru sanno dove esso si trovi?), o alle Grand Jorasses con Cassin. Abbiamo poi tutti quanti scoperto che gli 8000 sulla Terra sono 14 grazie alle imprese di Messner, primo salitore di tutti; ma ci sono vette le quali, a prescindere dalle cronache alpinistiche e non che ne hanno parlato, hanno per così dire una personalità montana più spiccata di altre, ovvero un fascino che le ha rese sotto certi aspetti “leggendarie” – e non intendo riferirmi a miti religiosi e/o a tradizione del folclore delle genti che ne hanno frequentato le pendici. Il K2 è certamente una di queste: un immane cristallo che si eleva verso il cielo dalla forma quasi perfetta, lucente di ghiaccio, possente, spaventoso nella sua infinità e altrettanto incantante qualsiasi occhio che l’abbia ammirato. In base a questa personale premessa trovo mirabile l’idea alla base dell’ultimo libro di Mirella Tenderini, Tutti gli uomini del K2 (Corbaccio), uscito in occasione del 60° anniversario della conquista della vetta che i locali chiamano ChogoRi

Mirella Tenderini
Mirella Tenderini

Leggete la recensione completa di Tutti gli uomini del K2 cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Lorenzo Manenti: la dignità assoluta dell’Arte, prima di ogni altra cosa

Se mi dovessero chiedere, così su due piedi, senza pensarci troppo insomma, il nome di un artista che a mio parere ha notevoli possibilità di emergere, prossimamente, e diventare qualcuno di rinomato nel panorama artistico contemporaneo, beh, uno dei nomi (e cognomi) che farei – senza nulla togliere a chiunque altro, eh! – è quello di Lorenzo Manenti.
16255_10202136880734547_1955738138_n (1)Questo per una motivazione semplice e lineare quanto in verità articolata e profonda, se analizzata con completezza: perché Manenti sta portando avanti, ormai da parecchi anni, un discorso artistico coerente, ben determinato, originale e distintivo, di grande spessore e qualità, quasi fosse pianificato in un progetto accuratamente ponderato e di lungo periodo, nel quale siano confluiti elementi non solo artistici ma anche storici, etno- e antropo-logici, filosofici, politici. Eppure nelle sue opere non solo è assolutamente presente la tipica istintività dell’arte più innovativa e singolare, grazie alla quale si evita il pericolo di un eccessivo cerebralismo – tipico di certa arte contemporanea, che a volte deborda in ambiti di eloquenza eccessivamente complicati vanificando così l’eventuale bontà estetica e vestendosi di uno snobismo piuttosto irritante – ma trovo ancora più mirabile il notevole equilibrio che Manenti ha saputo conseguire tra mera espressività artistica, ovvero la forma della sua opera, e consistenza tematica, cioè la sostanza di essa. Equilibrate, appunto, così che l’una sostenga l’altra, e l’altra non adombri o addirittura soffochi l’una. In questo modo i lavori dell’artista bergamasco offrono un’esperienza artistica nel verso senso della parola, ovvero una interazione tra opera d’arte e fruitore di essa del tutto armoniosa e accessibile ma al contempo profonda e illuminante. Cosa rara, inutile rimarcarlo, in un panorama artistico spesso e volentieri troppo impegnato nell’apparenza più che nella sostanza, più che alla verità del proprio messaggio (se un messaggio c’è, naturalmente!).


Così Lorenzo Manenti dice della propria ricerca artistica:

Mi interessa l’idea di memoria e di tempo. Il tempo, concetto astratto, è in grado di concretizzarsi attraverso il deterioramento dei materiali, rendendo visibile, tangibile, la distanza tra l’origine di un oggetto e noi che oggi ne siamo, temporaneamente, i custodi. Di conseguenza il concetto di memoria è inevitabilmente legato a quello di responsabilità verso ciò che ci è stato consegnato e che dobbiamo a nostra volta consegnare nel migliore stato possibile a chi verrà dopo di noi, senza dimenticare che tutto prima o poi avrà una fine. Sento che ogni reperto archeologico stipato nei musei o rimasto in sito o ancora custodito gelosamente dalla terra porta con sé una carica di energia della civiltà da cui proviene e di cui spesso ne è tutto ciò che rimane.

In questo periodo potete ammirare le opere di Lorenzo Manenti in ben due mostre tematiche, insieme ai lavori di altri artisti: a Lonigo, Vicenza, fino al 29 Settembre prossimo in Parsing Properties. The politics of art experience; a Milano, fino al 4 Ottobre presso Dimora Artica, in Scriptorium. Cliccate sui titoli delle mostre (le cui locandine trovate qui sotto) per saperne di più, mentre per ammirare un ampio portfolio delle opere di Manenti – quella sopra è una selezione necessariamente stringatissima anche se già significativa – cliccate QUI.

Un’artista da conoscere a fondo e seguire con grande attenzione, insomma, al quale il tempo prossimo darà ampia e luminosa ragione, ne sono certo.

L’uomo invisibile (una storia vera)

Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.
Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.

C’è l’uomo invisibile personaggio fantastico che ha popolato romanci, film e serie TV – col quale fa il paio la donna invisibile, la supereroina dei fumetti, già. E ci sono uomini invisibili così costretti ad essere dalle storture della nostra società, che mette al bando chiunque non si “normalizza” o, per sorte infausta, si ritrova ai suoi margini. E poi c’è – c’è stato, purtroppo – un uomo invisibile per scelta, forzata senza dubbio ma pure consapevole e schietta, leale. Un “eroe” a suo modo, e si intenda tale aggettivo senza alcuna accezione consueta e tipicamente conferita allo stesso, dacché gli eroi propriamente e popolarmente detti sono creati (artificiosamente, spesso) per divenire modelli ed esempi per la gente comune, nonché di tal gente effige aumentata ed dilatata a dismisura, per così dire. Un anti-eroe, dunque, ma anche in questo caso la banalizzazione da abuso di tali terminologie è dietro l’angolo, ed è bene che lì resti.
Ho scritto “purtroppo”, poco sopra, perché di questo “uomo invisibile” è stato celebrato il rito funebre qualche giorno fa, a Lecco, davanti a poche persone tra le quali alcune autorità cittadine – presenza certamente ammirevole. Si chiamava Darno Nardi, nato a Fiume nel 1937, residente a Sesto San Giovanni fino al 1967 e poi resosi “irreperibile”: sparito, scomparso nel nulla, proprio così, tanto da essere ormai considerato deceduto da lustri (come da sentenza del Tribunale di Monza). E invece vivo e vegeto, residente in una piccola grotta alla base delle pareti montane che sovrastano Lecco, a poche centinaia di metri dal centro della città ma invisibile, sostanzialmente invisibile – fino, appunto, a un mese fa, quando il suo cadavere è stato ritrovato e recuperato a seguito del decesso per probabili cause naturali, un infarto verosimilmente.
Beh, non è poi così difficile sparire nel nulla, potrebbe osservare qualcuno: basta andarsene in un isola sperduta nell’oceano, mollando tutto, cambiando identità e quant’altro. Certo, ma non alla portata di tutti, a ben vedere; eppoi così non si sparisce, semmai ci si nasconde. E’ diverso.
Nardi viveva invece a pochi minuti da una città occidentale, popoloso e frenetico agglomerato urbano contemporaneo in tutto e per tutto ovvero parte integrante di quella società in cui tutti viviamo nella quale conta sempre di più essere, apparire, rendersi visibili – per scelta o per imposizione, tra presenze tv e sul web, selfie, status symbol, appariscenze pubbliche d’ogni sorta ma pure tra videosorveglianze, tracciature elettroniche, condizionamenti di massa, tecnologie da Grande Fratello sempre più sottovalutate (dalla gente comune) e invasive. Per più di quarant’anni – un periodo incredibilmente lungo, nella superveloce società contemporanea – Nardi è invece riuscito a rimanere invisibile, sfuggendo a qualsiasi controllo, a qualsiasi tracciabilità identificativa, ad ogni sistema solitamente inesorabile con cui il nostro mondo ingloba e normalizza chiunque, appiccicando addosso il proprio bel numero con cui guadagnarsi il posto nell’elenco infinito che in testa riporta il titolo “Consumatori”.
Ha scelto di rinunciare a tutto guadagnando così il tutto, ovvero ciò che più di tutto dovrebbe contare, per degli esseri senzienti come noi uomini, la libertà. Una libertà ricca di privazioni e certamente offuscata da chissà quanta infelicità, esteriore e interiore, tuttavia frutto di una scelta consapevole e di una ferma volontà di togliersi di mezzo dallo spazio-tempo corrente per crearsi un proprio micro-universo, dotato di un ecosistema difficile eppure “funzionante” al punto da resistere per decenni.
Nessuno sa se su tale sua scelta di invisibilità abbiano influito chissà quali sfortunate circostanze del passato, o se in qualche modo la sua natura di profugo istriano – nato in una terra che invece la libertà se l’è vista togliere in modo drammatico e con conseguenze sovente terribili – abbia fatto da motivo ulteriore. E’ un peccato che non glielo si possa più chiedere – ecco, è forse questo l’aspetto più negativo della sua dipartita: il non poter più chiacchierare con lui. Sono pronto a scommettere che avrebbe avuto molto da raccontare e ancor più da insegnare: insegnare come un solo piccolo uomo possa sconfiggere – nel principio ma pure nella sostanza – il nostro ipertecnologico e soggiogante mondo contemporaneo con tutte le sue categoriche convenzioni, e insegnare come si possano affrontare difficoltà impensabili per chiunque di noi, uomini di oggi viziati e rincitrulliti, senza dover chiedere a nessuno, e a nessuno chiedere conto. O forse egli avrebbe voluto chiedere, ma non ne ha avuto il coraggio, la forza, o forse non l’ha fatto per orgoglio, per sfida…

Sto congetturando fin troppo, lo so, e non ho affatto il diritto di farlo. Ma, ribadisco, io che in fondo ho saputo della storia di Nardi solo dai media, da quel giorno in cui venne rinvenuto il suo corpo esanime, ora mi rammarico tantissimo di non aver conosciuto la sua vicenda prima e così di non averlo conosciuto direttamente, e non averci parlato insieme. Anche poche parole, a volte bastano quelle per dire tantissimo e altrettanto capire – altra cosa che noi tutti qui, visibilissimi individui trasformati sempre più in merce a cui attribuire un qualche valore ovvero qualche utilità, stiamo sempre più dimenticando, soffocati dal rumore assordante che ci circonda e dalle sue frequenze penetranti, probabilmente studiate apposta per annullare sempre più il nostro intelletto e, per diretta e inevitabile conseguenza, la nostra libertà. Frequenze puntate ad altezza d’uomo, dunque – forse – non aventi effetto alcuno lassù, nella grotta appena sopra la città.
Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, recita il noto motteggio. Fortunato invece chi, dico io, pure nella sua eventuale sfortuna sa diventare eroe per sé stesso.

Che la buona sorte sia dalla Sua parte in eterno, ora, Darno Nardi. Se la merita tutta.

Gli psicologi

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Essere anormali spesso vuol dire essere grandi, essere normali spesso vuol dire essere stupidi. (Oscar Wilde)

Un tempo pensavo che quella degli psicologi fosse una categoria pressoché superflua, e disprezzavo molti di quelli che vi si affidavano – a mio parere inutilmente ovvero senza validi motivi – perché ritenevo che ognuno dovesse avere la forza intellettuale e di spirito per capire da solo cosa vi fosse in sé che non andasse, risolvendola.
Ho cambiato idea, lo ammetto. Oggi spero che gli psicologi siano in grado di intervenire nel modo più solerte, ampio e approfondito possibile su tanta parte della gente comune, delle “persone normali”, augurandomi che possano guarirle.
Sempre che sappiano come fare e ci riescano.
O che non sia troppo tardi.