“Sö e só dal Pass del Fó” sul nr.3 del trimestrale “SALIRE”

cop_Salire_set2015SALIRE, il notiziario trimestrale del CAI – Club Alpino Italiano di Lombardia, dedica nel numero 3 appena uscito ben due pagine (vedi sotto – cliccateci sopra per un formato più grande) a Sö e só dal Pass del Fó, il volume che ho scritto e curato per la sezione CAI di Calolziocorte in occasione del 75° di fondazione e pubblicato lo scorso anno.
Potete scaricare SALIRE cliccando qui (oppure sulla copertina del numero qui accanto), mentre per saperne di più sul volume cliccate qui.
Per chi ne fosse interessato, il libro è in vendita al costo di € 20,00. Per ulteriori informazioni, visitate la pagina facebook del CAI Calolziocorte o il sito web della sezione, oppure chiedete pure a me, ovvio!

“La cultura è l’apprendimento del dimenticare”. Vincenzo Agnetti e il suo “Libro dimenticato a memoria”

libro-dimenticato-a-memoriaRestando sempre attento e sensibile verso qualsiasi forma d’arte che unisca letteratura e arti visive, le cui manifestazioni propongo poi di frequente qui sul blog, trovo che una di quelle più significative ed emblematiche, oltre che ricche di significato, sia il Libro dimenticato a memoria di Vincenzo Agnetti, opera che nella sua prima versione è datata 1969.
Scrive Lorella Giudici su D’ARS:
Il grande volume (70×50 cm) è corredato da eleganti nastri segna pagina e da una garbata copertina di tela che ricorda uno di quei vecchi diari di bordo, dove il capitano ogni giorno annotava scrupolosamente la rotta, ma anche le impressioni, le suggestioni e i pensieri di un viaggio periglioso e affascinante. Le pagine di Agnetti, invece, sono completamente bianche, o meglio, lo spazio abituale della scrittura è stato rimosso con un’implacabile fustellatura che ha ridotto i fogli a cornice di un vuoto assoluto e perentorio. Eppure, è proprio in quel vuoto che sta il senso del messaggio: non è censura, ma profondità infinita; non è assenza ma eloquente pensiero, luogo ideale, estensione dove tutto è possibile perché immaginabile e… dimenticabile. Un ossimoro, “dimenticare a memoria”, che Agnetti accetta come verità, nonostante la contraddizione, perché la vita stessa non è sempre una sequenza di certezze, ma è capace di paradossi, di cose inconciliabili e contrapposte e perché per andare avanti è necessario sia ricordare che dimenticare poiché, per dirla con Agnetti, “la cultura è l’apprendimento del dimenticare”. Quindi, come accade nelle pagine dell’esistenza singola e collettiva, la forza del racconto sta proprio nella sua capacità di svolgersi e di cancellarsi (per sempre o per un attimo) e ognuno ha la possibilità virtuale di riempire quel tenebroso e misterioso rettangolo di quello che vuole: immagini, pensieri, parole, ricordi, segni oppure… di nulla.” (cliccate qui per leggere l’articolo completo)
Inoltre, aggiungo io, il Libro di Agnetti pare volerci segnalare anche l’inevitabile limite insito nella parola scritta sulla carta, che pur nelle sue innumerevoli combinazioni lessicali rappresenta comunque un confine espressivo il quale può essere superato in un solo modo: con lo svanimento non solo del segno scritto ma pure del supporto concreto – la pagina cartacea – in modo da creare quello spazio virtualmente infinito indicato da Agnetti nel quale poterci mettere qualsiasi cosa, dunque molto più di quanto si può mettere nella parola scritta. Tuttavia, da manipolatore di parole scritte, trovo che tale interpretazione non sia affatto limitativa e limitante nei confronti dell’esercizio della scrittura, anzi che sia assolutamente responsabilizzante per chi scrive, il quale deve sempre e comunque poter conferire alle proprie parole scritte la massima capacità espressiva in modo da portarle il più possibile vicine a quel confine espressivo oltre il quale, appunto, c’è solo la pura immaginazione.

Vincenzo Agnetti e il suo "Libro", fotografati da Ugo Mulas
Vincenzo Agnetti e il suo “Libro”, fotografati da Ugo Mulas
Il Libro dimenticato a memoria lo potete vedere presso lo Studio Visconti di Milano, presso cui è allestita fino al 31 ottobre prossimo Testimonianza, una retrospettiva dedicata all’arte di Vincenzo Agnetti a cura di Bruno Corà, con 32 opere dalla fine degli Anni Sessanta al 1980 che raccontano la parabola espressiva e la paradigmatica creatività di uno dei principali artisti italiani del Novecento.

A.A.A. – Cedesi Salone del Libro, zona Torino, usato ma (fuori) in buono stato, causa (possibile) fallimento

7040Lasciano parecchio sgomenti le notizie (leggete questo articolo, ad esempio) che giungono in merito al futuro del Salone del Libro di Torino, principale evento dedicato alla letteratura e all’editoria in Italia, che appare quanto mai incerto per motivi diversi ma, soprattutto, per un buco nei bilanci da quasi due milioni di euro (dei quali 489.000 euro di “rosso” relativi alla sola ultima edizione), che al momento non è ripianato da nessuno degli enti coinvolti nella gestione della manifestazione.
Lasciano sgomenti, già, e non solo perché sorge spontanea la domanda su come sia possibile che un evento che anno dopo anno dichiara di superare i propri precedenti record di affluenza di pubblico, parallelamente e proporzionalmente aumenti il disavanzo di spesa fino alla insostenibilità finanziaria – ma ammettiamo che possa pure andare così, che l’investimento per la buona riuscita del Salone debba necessariamente considerare la possibilità che le uscite superino le entrate…
D’altro canto quelle notizie lasciano sgomenti anche perché negli ultimi anni è stato messo in atto, almeno nelle intenzioni (e parecchio strombazzato, bisogna notarlo), un notevole rilancio del Salone, grazie a un progetto con rimarcabili pregi e inevitabili difetti (senza che ora si valuti se gli uni fossero più degli altri o viceversa, non è questa la sede adatta) portato avanti in modo piuttosto inflessibile dal team guidato da Ernesto Ferrero, mente dell’evento torinese per lungo tempo. Possibile che non si sia parimenti panificata la sostenibilità finanziaria di esso?
Lascia sgomenti pure sapere che, almeno per quanto circola sui media al proposito, ufficialmente non c’è ancora un nuovo direttore, dal momento che Ferrero ha concluso il suo mandato e quello designato per la successione, Giulia Cogoli, ex numero uno del Festival della Mente di Sarzana, non ha ancora confermato il suo incarico, anche per ragioni economiche (si veda questo articolo per rendersi conto della confusione in essere al proposito), oltre che non ci sia c’è nemmeno un progetto editoriale per l’edizione 2016. Alla quale mancano pochi mesi, ça va sans dire, e sempre che non si voglia continuare sulla falsariga progettuale tracciata da Ferrero & C. nonostante il dissesto finanziario creatosi: cosa che credo pochi manager e/o imprenditori pur spericolati avrebbero il coraggio di fare.
Per tutto ciò, non può ovviamente valere (anzi, è ulteriore motivo di sgomento) la scusa che il Salone del Libro sia un evento no profit: voglio dire, buona cosa che una manifestazione dagli intenti culturali (o presunti tali) lavoro solo e soprattutto ad interesse di quelli e non di chi su di essi ci possa guadagnare, magari pure troppo (per via d’un pericolo di devianza meramente commerciale della gestione, ovvero organizzando un evento che in primis faccia guadagnare chi lo organizza, con tutto il resto da ritenersi secondario), d’altro canto al giorno d’oggi è fuor di logica immaginare l’esistenza di un evento che per manifestarsi perda un sacco di soldi, visti anche i tempi magri che stiamo passando.
Ma permettetemi di segnalare ciò che, più di quanto sopra e di ogni altra cosa, mi sgomenta: il fatto che il Salone del Libro, per il settore l’evento principale in Italia, come già detto, ovvero quell’evento che dovrebbe fare da motore per far girare al meglio l’intero comparto editoriale (e dunque anche letterario) nazionale, alla fine si è ammalato della stessa malattia – o crisi, profonda per giunta – di cui soffre l’editoria italiana, che dai grandi editori fino ai piccoli e indipendenti presenta bilanci e contesti finanziari drammatici, faticando sempre più a stare in piedi quando non presentando chiusure e fallimenti a frotte – includendo in ciò l’intera filiera di settore, dunque pure distributori e librai. Segno inequivocabile, insomma, di una situazione drammatica e di natura ormai pandemica, che coinvolge persino quegli elementi che fino ad oggi si pensavano ancora sani, al punto da affidar loro l’immagine migliore del comparto.
Ora, al di là che i debiti vengano ripianati o meno – e chiunque sia che lo potrà fare – viene inevitabilmente da meditare su un evento il cui futuro, almeno a breve, pare già drammaticamente cupo. Lavorare in perdita, ribadisco, è cosa contraria a ogni logica, non solo commerciale: e se vogliamo essere cinici fino in fondo, potremmo persino denotare come nonostante i celebrati successi di pubblico del Salone, pare che nessun effetto benefico sulle statistiche di lettura in Italia si sia concretamente avuto. D’altro canto, è difficile pure confutare l’idea che almeno un evento di portata internazionale relativo a libri, lettura ed editoria ci debba essere, in Italia: ripensato, riprogettato, modificato ovvero stravolto come e quanto si vuole (anche in considerazione delle frequenti critiche che ad esso sono state mosse dagli stessi attori del panorama editoriale e letterario) e naturalmente sostenibile in termini economici, ma ci vuole. Nella situazione precaria in cui si trova lo stato della lettura in Italia, temo d’altronde che la venuta meno del Salone finirebbe per peggiorare le cose anche più della sua permanenza in vita. Ciò pure a dispetto del sentore da alcuni generato su che dietro tutto quanto vi sia il progetto dei principali potentati editoriali nazionali di “scippare” il Salone a Torino per portarlo a Milano – sede dei potentati suddetti: potrebbe pure essere, ma al momento poco o nulla cambierebbe nella sostanza della questione.
Infine, e per considerare ogni opzione, potrebbero pure avere ragione quelli che ritengono il Salone del Libro l’ennesimo carrozzone mangiasoldi all’italiana, ancor più se foraggiato in maniera maggiore di prima per ripianare i debiti accumulati, ergo da eliminare tout court per pensare a qualcosa d’altro. Sempre che non si elimini da solo, ovvio.
Ribadisco: la situazione, che per i non addetti ai lavori s’è rivelata un po’ come il classico fulmine a ciel sereno, lascia mooooolto sgomenti. In un modo o nell’altro va sistemata, perché la lettura in Italia, e tutto quanto gira intorno, non può certamente sopportare altri “terremoti”, anche solo in termini d’immagine e di considerazione pubblica. Già dobbiamo combattere quotidianamente con l’affollato partito di quelli che “con la cultura non si mangia”; ci manca solo che “con la cultura si fanno debiti” e veramente la china da risalire, più che erta, diverrebbe verticale peggio di quella d’una parete patagonica!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Beatitudini librarie

bibliotecario

Ho scoperto, grazie a Stefano Bartezzaghi – a breve capirete perché (e non è solo per il fatto che sia un fine enigmista) – che il termine “bibliotecario” ha un meraviglioso anagramma:

bibliotecario = beato coi libri

Una professione – o una vocazione – che ha “dentro” di sé la propria sorte emozionale, in pratica.
Beh, la trovo una cosa meravigliosa, ribadisco. A prescindere che quello stato di beatitudine sia sovente inficiato da situazioni amministrative, riguardo le biblioteche, niente affatto positive – ma questo è un altro discorso, del quale peraltro mi (ri)occuperò presto.