A passi lunghi e ben distesi verso il disastro olimpico!

P.S. – Pre Scriptum: visto che di disastri olimpici riguardanti i Giochi di Milano-Cortina 2026 ne stanno saltando fuori quasi giornalmente (e mancano ancora molti mesi all’inizio della manifestazione!), è bene metterne in evidenza alcuni particolarmente significativi in grado di far ben capire che le prossime Olimpiadi, alla faccia della narrazione retorica e osannante già in corso e che monta ogni giorno di più, non saranno affatto un successo ma, a quanto si può già vedere, un deprecabile disastro. E come si diceva in quello spot pubblicitario di tanti anni fa: meditate, gente, meditate!

[…] In queste condizioni di opacità sono state diverse le ditte, nel tempo, che hanno invece abbandonato il cantiere di loro iniziativa proprio perché dopo avere sostenuto spese per il mantenimento di vito e alloggio delle proprie maestranze nella località turistica dell’Alta Valtellina non si sono visti neppure pagare gli interventi effettuati o le forniture di materiale. Sono diversi, infatti, gli imprenditori che si sono visti costretti a rivolgersi a uno studio legale per cercare di recuperare i loro crediti.
E, nei giorni scorsi, nel cantiere olimpico del “piccolo Tibet” si è presentato addirittura l’ufficiale giudiziario del Tribunale di Sondrio per la valutazione sul campo di alcuni pignoramenti. Non è proprio una bella immagine quella che sta arrivando dalla preparazione della manifestazione internazionale a cinque cerchi in Valtellina. La speranza, a questo punto, è che l’ad di Simico nel dichiararsi “disponibile a promuovere il più proficuo dialogo e collaborazione per limitare i disagi alle parti in causa” trovi, concretamente, il modo per evitare il rischio che diverse aziende falliscano con gravi perdite sul piano sociale per l’occupazione dei dipendenti. Senza aspettare i tempi che si temono lunghi della giustizia.

[Fonte della citazione: “La Provincia – UnicaTV”, 19 giugno 2025. Cliccate sul titolo della notizia per leggere l’articolo completo.]

(Nell’immagine, un cantiere “olimpico” di Livigno. Fonte: www.valtellinanotizie.com.)

Un’altra pista per e-mtb dove prima non c’era (quasi) nulla. Di nuovo: è ciò che serve alle montagne?

[Il lago di Baldiscio, quasi alla testata della Val Febbraro. Immagine tratta da www.fraciscio.it.]
Una nuova, ennesima pista per e-mtb sta per essere realizzata in Val Febbraro, laterale dell’alta Valchiavenna (provincia di Sondrio), tra l’Alpe Piani e il lago di Baldiscio, posto poco sotto l’omonimo passo sul confine con la Svizzera (dove è denominato Balniscio) e sopra l’abitato di Isola. Una zona fino ad oggi quasi per nulla turistificata e di grande pregio naturalistico (tant’è che viene definita spesso «selvaggia»), che ora diventa accessibile anche a chi lassù mai ci sarebbe potuto arrivare, se non a piedi e con un buon allenamento.

Ormai l’autorizzazione per l’opera è arrivata ma almeno stavolta la Soprintendenza per le Belle Arti, l’Archeologia e il Paesaggio, visto il luogo e le sue peculiarità, ha imposto dai chiari paletti da rispettare: interventi di artificializzazione ridotti al minimo, opere di sostegno limitate per estensione e altezza utilizzando terreno e pietra rinverdita, nessun ricorso a nuovi fondi sfruttando l’esistente, niente gabbioni di contenimento a favore di opere di sostegno tradizionali come muretti a secco, limitazione dell’utilizzo dei mezzi meccanici e adeguato ripristino ambientale. Oltre alle osservazioni dettate dal fatto che l’area possiede un potenziale archeologico di grado alto in forza dei ritrovamenti che attestano la frequentazione umana della zona che risale al periodo Paleolitico.

[Un’altra veduta del lago di Baldiscio. Immagine tratta da www.fraciscio.it.]
Posto ciò, credo sia diritto e dovere di ogni appassionato del luogo in questione e della montagna in generale sorvegliare affinché veramente le prescrizioni della Soprintendenza siano rispettate, cosa per nulla scontata riguardo tali opere a scopo turistico spesso realizzate in fretta e in economia pur di garantire il risultato finale senza cura dei luoghi e del territorio interessato, che così subisce danni inaccettabili. Sorvegliare e denunciare, se appunto si notano cose fatte male. Qui in Valchiavenna e in ogni altra circostanza simile.

[La cascata della Val Febbraro. Immagine tratta da www.in-lombardia.it.]
D’altro canto, la questione sul modello di fruizione turistica della montagna sottintesa da tali opere – una fruizione esclusivamente ludica e molto poco legata alla realtà locale e al suo tessuto socio-economico, che appare come la mera riproduzione del modello sciistico invernale – resta intatta. La nuova pista in costruzione chiuderà un anello ciclabile già realizzato sull’altro versante della valle: un vero e proprio circuito per e-mtb, in buona sostanza. È veramente questa la fruizione turistica che serve alla montagna? È ciò di cui hanno bisogno le sue comunità per restare ad abitare sui propri mantenendoli popolati e vivi? E cosa può portare di vantaggioso e concreto alla quotidianità dei residenti?

Ribadisco: la questione al riguardo resta intatta e irrisolta. Credere (e far credere) il contrario è solo una mera illusione.

Livigno, feel the…?

Beh… di quest’immagine mi perdonino (se si sentono offesi) gli amici livignaschi, abitanti di uno dei territori più belli delle nostre Alpi, un piccolo prodigio geografico, etnologico, culturale e a lungo anche antropologico (al quale sono affettivamente molto legato) ma oggi, e sempre di più, soprattutto un fenomeno consumistico, il che rende inevitabile l’ironia dell’immagine lì sopra.

Non più “sentire le Alpi” ma feel the cement, «sentire il cemento» (lo capisce anche chi sappia ben poco di inglese), elemento che a Livigno in maniera crescente si sta sostituendo all’erba dei prati e agli alberi dei boschi. E pure feel the noise, feel the traffic, feel the smog, feel the chaos… eccetera.

Già.

Ormai trasformata buona parte dell’abitato in una sorta di «centro commerciale all’aperto» (definizione non mia e assai citata da chi frequenta – o frequentava – il “piccolo Tibet”: si veda questo articolo molto eloquente) e le zone appena circostanti in un unico, enorme parcheggio con strade di collegamento perennemente trafficate, ora la turistificazione estrema di Livigno si espande sui versanti dei monti ove corrono gli impianti di risalita e le piste da sci, sempre più escavati, modificati, adattati e artificializzati al fine di far crescere gli affari turistici oltre ogni limite.

Il limite, appunto: forse, di questo passo, “il” limite – quello principale per un luogo turistico, oltre il quale la “valorizzazione” comincia a diventare degradazione – è ormai prossimo. Sempre che non sia già stato superato.

I livignaschi possono credere di avere il diritto di fare ciò che vogliono delle loro montagne, tanto più visto che tale diritto viene alimentato dai finanziamenti di certi enti pubblici interessati agli affari suddetti a fini di propaganda, ma non devono credere di poter sfuggire ai doveri, agli oneri e alle responsabilità che derivano dalla gestione delle loro montagne, quand’essa non sia virtuosa come dovrebbe essere in una località montana posta a oltre 1800 metri di quota e di tale pregio.

Sono doveri, oneri e responsabilità il cui portato eventualmente negativo, è noto, non si manifesta subito ma dopo qualche tempo; a volte in principio si crede di aver generato solo vantaggi, solo più tardi scaturiscono criticità, problemi, danni, magari nel frattempo divenuti già irreversibili. Sono dinamiche in fondo comuni sulle montagne turistificate dal secondo Novecento in poi, ma che tanti preferiscono ancora sottovalutare, trascurare, ignorare.

Come a Livigno, a quanto sembrerebbe.

Che ne sarà della località, passata la sbornia olimpica montante e evolutasi la realtà ambientale (Livigno è fortunata più di altri al riguardo, ma fino a quando?) e socio-economica in corso? Riuscirà a diventare una delle mete più “in” se non di lusso del turismo alpino, oppure la sua bolla turistica sempre più gonfia prima o poi scoppierà con gran fragore e altrettanto grandi danni per la sua comunità, dopo quelli per il suo ambiente naturale?

P.S.: qui trovate gli articoli che nel tempo ho dedicato al “fenomeno-Livigno”.

Una camminata per il Lago di Garda

[Immagine tratta da www.funiviedelbaldo.it.]

Una gran tazza argentea,
il cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l’eterno lauro.

(Giosuè Carducci)

Il Lago di Garda, una delle zone in assoluto più belle d’Italia.

Di certo un paradiso per i turisti, ma pure un inferno per i residenti?

È ancora una domanda, per il momento. Dettata dalle cronache degli ultimi tempi che registrano casi sempre più frequenti di overtourism e relative conseguenze, di scarsa o nulla gestione politica dei flussi turistici, di assenza d’una visione territoriale al riguardo, di crescente degrado dei luoghi ma di contro di nuove proposte di turistificazione del territorio gardesano.

Come detto, per ora è una domanda quella sopra proposta. È bene che non diventi una risposta, senza più il punto interrogativo, su cosa sia diventato il Lago di Garda. E il rischio che lo diventi, a quanto pare, c’è.

Dunque tutti dovremmo avere consapevolezza piena di ciò e agire per annullare tale rischio, per quanto possibile. Sabato 7 giugno prossimo c’è un’ottima possibilità per cominciare a farlo:

Per qualsiasi informazione al riguardo, potete visitare il sito web www.camminataperilgarda.it, mentre qui trovate il “manifesto” della giornata.

[Vedute da sud (sopra) e da nord della zona di Garda e di Costermano, nella quale si svolgerà la camminata.]
P.S.: detto tra noi, quanti politici locali e amministratori gardesani interverranno alla Camminata? Io spero molti, e non solo per presenziare e dire belle parole e poi fare tutt’altro. La speranza è sempre l’ultima a morire, no? Be’, facciamo in modo che il Garda non muoia prima!

Dare voce e ascoltare veramente le comunità di montagna è fondamentale, ma non basta ancora

[Veduta della Val di Rabbi, in Trentino. Foto di Mauro Mariotti tratta da https://organizzazione.cai.it.]
Da lungo tempo ormai si segnala e denuncia la carenza quando non la mancanza pressoché totale di rappresentanza politica dei territori montani (comuni sempre più privati di servizi e meno dotati di risorse, comunità montane sovente ridotte a scatole vuote, disinteresse degli enti di livello superiore, eccetera), una condizione che poi si riflette nell’equivalente carenza, o mancanza, di ascolto delle comunità di montagna. Le quali invece hanno un disperato bisogno non solo di farsi sentire ma, soprattutto, di essere ascoltate. La politica locale – cioè i comuni, sostanzialmente e unicamente – a volte lo fa, con incontri e assemblee pubbliche (seppur spesso legate a discussioni intorno a decisioni comunque già assunte, alle quali si può solo assentire o no), ma poi a ciò non fa seguito nulla di veramente concreto e costruttivo, vuoi per oggettive difficoltà dei comuni al riguardo (vedi sopra), vuoi per mera noncuranza o per convenienze politiche opposte a quanto espresso dal pubblico.

Tuttavia, se da un lato quanto illustrato non è sufficiente, dall’altro nasconde un potenziale rischio: non basta ascoltare pur attentamente le comunità di montagna, ma di contro non è corretto assecondarne qualsiasi richiesta, per ragioni di facile consenso più o meno ampio o per altre ragioni similari. In verità manca un elemento fondamentale, che di frequente la politica non sa offrire e la società civile non sempre possiede: le competenze, atte a far che qualsiasi decisione presa attraverso l’interlocuzione dei due soggetti principali, il pubblico e il privato possa risultare logica e realmente utile. Ci vuole, in pratica, la presenza di un soggetto tecnico o scientifico (indipendente) nel dialogo: il soggetto politico interloquisce con la comunità civile, ne recepisce bisogni e necessità, le passa al soggetto tecnico competente a ricavarne un progetto sensato che così può essere approvato dalla comunità e deliberato dall’ente politico.

Questo processo, di per sé ovvio e “normale”, è invece assai raro da constatare. Se la politica si serve di un soggetto tecnico, è perché lo ha già posto al suo “servizio”; se la comunità è sostenuta da un proprio soggetto tecnico, questo facilmente resterà inascoltato dalla politica e, in ogni caso, quasi mai la presenza di un tale soggetto dotato di competenze specifiche – per intenderci: università, enti di ricerca, soggetti dell’ambito culturali, esperti e specialisti, eccetera – riesce ad avere peso progettuale e decisionale nelle dinamiche di gestione territoriale locale. E questa è una carenza che ritengo molto grave, causa di molte situazioni problematiche e perniciose per le nostre montagne e le loro comunità.

[Un altro scorcio della Val di Rabbi. Foto di Gianni Penasa, tratta da www.facebook.com/valdirabbi.]
Faccio un esempio concreto: l’ente politico ha intenzione di realizzare una nuova infrastruttura turistica, che apporterà effetti di vario genere sul territorio locale e dunque sulla comunità. Per questo motivo l’ente politico deve avviare la doverosa interlocuzione con la comunità, ma questa probabilmente non possiede tutte le competenze necessarie a stabilire se l’iniziativa progettata possa essere positiva o negativa per il proprio territorio. Dunque servono le competenze che il soggetto tecnico/scientifico può offrire e che faranno da buona base per la successiva definizione collettiva dell’iniziativa, la quale se approvata lo sarà per motivi non solo validi ma pure rigorosi, e se bocciata lo sarà allo stesso modo. Comunque, in entrambi i casi, la procedura logica che avrà portato alla decisione finale sarà elaborata in modi realmente condivisi e razionali, con il necessario (ma per certi versi anche naturale) bilanciamento delle parti che eviterà pure molti disequilibri che spesso si constatano in tanti progetti (come quando la politica si riserva l’intero potere decisionale evitando l’interlocuzione con la parte pubblica o quando si lascia decidere alla comunità ma senza prima dotarla degli strumenti necessari utili a giustificare la decisione).

Da un processo del genere tutti hanno da guadagnare: la comunità civile perché sa di poter essere veramente ascoltata e di poter incidere nelle decisioni che interessano la propria realtà, la politica perché sa di poter assumere decisioni ben meditate e ampiamente condivise che le danno lustro (anche elettoralmente), il soggetto tecnico perché può mettere a terra le proprie competenze attraverso progettualità adeguatamente supportate sia dalla politica che dalla parte pubblica contribuendo fattivamente allo sviluppo vero del territorio in questione.

Infine, posto tutto ciò, rimarco solo che nel nostro paese di soggetti tecnico/scientifici in grado i offrire elevate competenze alle comunità di montagna e alle amministrazioni pubbliche di riferimento ve ne sono molti. Spesso questi soggetti vengono interpellati, dagli enti pubblici: ma per produrre delle consulenze – corpose, articolate, solitamente pagate da bandi altrettanto pubblici – che poi quegli enti presentano come una propria iniziativa virtuosa ma che, una volta usciti gli articoli al riguardo sulla stampa, vengono messe rapidamente da parte e dimenticate su qualche scaffale polveroso.

Sarebbe un’ottima cosa se invece quelle loro ottime competenze venissero pienamente riconosciute – dalla politica, innanzi tutto – e integrate quale supporto concreto e fattivo nelle iniziative progettuali e nei processi decisionali riguardanti i nostri territori montani. Ribadisco: ne avrebbero – ne avremmo – tutti da guadagnare, la montagna innanzi tutto.