Per una nuova politica culturale (e una rinnovata cultura politica)

[…] Quando la cultura viene considerata seriamente nelle agende della politica economica, si fa generalmente riferimento alla sua accezione socio-antropologica, un aspetto che peraltro riceve giustamente una grande attenzione in questo contesto storico in cui la ‘multiculturalità’ è una sfida che mette alla prova in fondo sostanziale i fondamenti stessi dell’ordine sociale e incide profondamente sulle logiche politiche della formazione e del mantenimento del consenso. […] Tuttavia, questa attenzione crescente non si accompagna ad un analogo interesse per la cultura come forma intenzionale e specializzata di produzione del significato, ovvero per tutte le forme di espressione che siamo abituati ad associare al termine ‘cultura’ nella sua accezione più ristretta: il teatro, la musica, le arti visive, il design, il cinema, e così via.
L’interesse verso questa accezione più specifica e limitata della cultura sembra limitato dal fatto che tali forme di espressione vengono generalmente confinate nella dimensione dell’intrattenimento – un ambito di attività sicuramente importante e utile, ma allo stesso tempo marginale e anzi quasi contrapposto all’urgenza e spesso alla drammaticità insita nelle sfide sociali più eclatanti. […] Questa visione riduttiva del ruolo della cultura nella sua accezione più ristretta nel contesto delle grandi sfide sociali è piuttosto miope e la ragione è la mancata capacità di comprendere quanto la produzione consapevole del significato, e l’accesso alle esperienze il cui unico scopo è appunto l’esperienza del significato, esercitino una influenza profonda su alcune delle dimensioni fondamentali del comportamento umano, e in particolare tanto della dimensione cognitiva che di quella emozionale che sono alla base di tali comportamenti. […]
La frequente assenza di una specifica presenza della cultura tanto nel quadro degli obiettivi che in quello degli strumenti delle politiche è quindi il segno di una arretratezza concettuale e metodologica che non può permanere, soprattutto in una fase nella quale molte delle sfide sociali più urgenti si prestano ad essere almeno parzialmente reinterpretate in una chiave ‘culturale’. Questo vale per il multiculturalismo e la coesione sociale (in cui le due dimensioni della cultura, quella allargata e quella più ristretta, interagiscono in modo complesso e sottile), per la sostenibilità socio-ambientale, per il benessere e la salute, ma anche per le nuove sfide della società della conoscenza e dell’intelligenza artificiale.

(Alcuni brani – a mio parere estremamente interessanti e da meditare – tratti dall’articolo di Pier Luigi Sacco Verso una nuova stagione di politica culturale, pubblicato quale postfazione nello Speciale 2018 – Studi e Ricerche de Il Giornale delle Fondazioni. Cliccate qui per leggere l’articolo nella versione completa, oppure cliccate sull’immagine lì sopra per scaricare la versione pdf dello Speciale.)

…E tutto il resto è “letteratura”!

Quando vinsi il premio Viareggio nel 1959, la Rai ha trasmesso alcuni miei versi. Sorpresa degli scolari, già colpiti dall’intervista di un quarto d’ora alla Tv, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da “Il seme del piangere”. Potenza della radio e della Tv!, esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli… ammiratori. “Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale. Il resto è letteratura”.

(Giorgio Caproni citato da Vincenzo Cerami su La Repubblica nel 2000, a sua volta citato da Antonello Tolve, Giorgio Caproni maestro “per caso”, su Artribune nr.42, marzo-aprile 2018.)

E basta con Sfera Ebbasta!

Certe polemiche scaturite dopo la tragedia della discoteca di Corinaldo nella quale era in programma un concerto del rapper Sfera Ebbasta, in particolare quelle che addosserebbero responsabilità anche gravi al suddetto rapper – addirittura di essere il mandante virtuale della tragedia -, a me, da vecchio e indefesso appassionato di musica estrema quale sono, mi hanno ricordato le frequenti accuse che venivano mosse alle band di heavy metal (nelle sue tante forme) ogni qualvolta accadesse qualcosa di tragico. Bastava che un giovane si suicidasse o commettesse qualche reato, bastava poi che nella sua camera da letto si trovasse appeso un poster di qualche band del genere o vi venissero conservati similari dischi, e subitamente scattavano le consuete accuse, incluse in un ampio spettro inquisitorio che andava dalla mera adorazione di Satana all’induzione di devianze psichiche varie e assortite fino all’istigazione dei reati più gravi e turpi, secondo uno schema che, con tutta evidenza, è genetico di determinate società culturalmente incerte (eufemismo, ovviamente).

Sia chiaro: io la musica di Sfera Ebbasta non la ascolterei forse nemmeno sotto tortura, ergo qui non sto difendendo ne lui ne chicchessia (anche se al netto di tutto trovo molto meno peggiore la trap dell’insulsa canzonetta in stile sanremese, ci tengo a rimarcarlo) ma, appunto, la suddetta esperienza musicale mi suscita ampio inorridimento di fronte a quelle accuse mosse contro il rapper milanese. E non solo per l’insensatezza di esse – ha ragione Alessandro D’Avenia che, sul Corriere dello scorso 17 dicembre ha scritto:  “Sfera è il mandante della tragedia di Corinaldo tanto quanto Wagner lo è dell’invasione della Polonia” – ma pure per come sia evidente il tentativo (peraltro nemmeno così inconsapevole, temo) di nascondere dietro di esse motivi molto più gravi tanto quanto meno “comodi” e belli da riferire, i quali rimandano a sfere quotidiane ben più prossime alle povere vittime di Corinaldo (e ai presenti che hanno rischiato la pelle) che poi prescindono dalle problematiche del locale e dalla probabile superficialità ci chi lo gestisse. Per essere chiari: se questo o quell’altro trapper dice/canta di diventare gangster e un adolescente lo diventa, è “merito” del primo o forse è ben più demerito delle persone con le quali l’adolescente vive le proprie giornate, che evidentemente non sanno offrirgli buoni insegnamenti di vita nonché adeguate e civili alternative a quel “modus vivendi” parodiato in musica?

Come al solito, insomma, a molti italiani piace un sacco trovare sempre colpe e colpevoli per qualsiasi cosa accada, i quali siano funzionali al polemismo moralista del momento e a un conseguente rapido scaricabarile, col risultato finale di non risolvere per nulla il problema di fondo ma, anzi, aggravandolo e rendendolo cronico (d’altronde l’Italia è il paese dei guai divenuti “normalità” perché cronicamente irrisolti). I testi di Sfera Ebbasta possono pure essere pessimi – ancorché espressi in una ordinaria condizione di showbiz ergo di spettacolarizzazione parodistica a meri fini commerciali, cosa che viene funzionalmente dimenticata – ma in una società dotata di adeguato senno lascerebbero il tempo che trovano, produrrebbero una risata divertita oppure un ghigno sarcastico e tutto finirebbe lì, smorzando qualsiasi potenziale “pericolosità” dell’artista in questione e di qualsiasi altro assimilabile.

Che poi, a ben vedere, potrebbe pure cedere la balaustra di un teatro nel quale venga suonata la più nobile e colta musica classica: se ciò accadesse durante un concerto di musica sacra nel quale si suoni – ad esempio – il Dixit Dominus di Händel, che si fa? Si dice che il mandante è il Vaticano? Il Papa? O direttamente Dio?

Ecco.

(Nell’immagine: una delle cover di Sympathy for the Devil, celeberrimo brano dei Rolling Stones – inserito nell’album Beggars Banquet del 1968 – per il quale il gruppo venne a lungo accusato di “adorare Satana” e di costituire “un grave danno per i giovani che li ascoltavano“, portandoli verso “un’inevitabile perdizione“…)

Il cretino grammaticale

[…] Non sono del resto gli incolti a spingere le lingue verso il futuro. È chi è sensibile all’andazzo. Chi sta sulla cresta dell’onda e fa da modello di comportamento sociale.
Robert Musil diede una definizione del tipo umano in questione. In una conferenza sulla stupidità tenuta a Vienna nel 1937 (quindi, sull’orlo dell’abisso), lo differenziò anzitutto dallo stupido predisposto alla devianza, com’è l’ignorante autentico. Stupido anch’esso, definì il tipo che invece ingrossa le mode, ma per eccesso d’adesione al mondo. Campione di un morbo incurabile della cultura: il conformismo. Per paradosso, stupido proprio in quanto di successo e socialmente tenuto per intelligente. “La prevalenza del cretino” di Fruttero e Lucentini illustrò i modi di tale successo, decenni dopo.
Nei mutamenti linguistici, va dunque riconosciuto un ruolo al cretino. Lo si può, anzi lo si deve fare senza spregio, con modi conoscitivi e estendendo anche alla diacronia linguistica, che rischia di essere in proposito esemplare, lo spirito del programma assegnatosi nel 1981 da Raymond Aron con queste parole (qui recate in italiano): “E dico spesso che l’ultimo libro che vorrei scrivere dovrebbe trattare, sul finire, del ruolo della stupidità nella Storia”. Intento cui lo studioso francese non fece in tempo a dare séguito e che, per vastità e profondità della materia implicata, più che ambizioso, può definirsi temerario. […]

(Da un bell’articolo di Nunzio La Fauci su Doppiozero circa l’uso della perifrasi nell’italiano parlato e scritto contemporanei, intitolato Mutamento e prevalenza del cretino e che potete leggere nella sua interezza qui. Cioè, che dovete leggere, dacché assai illuminante e non solo dal punto di vista linguistico-grammaticale.)

Il pensare appaga, ma non è pagato (Giorgio Gaber dixit)

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV)

Gaber, “sinonimo” di pensiero. Nel senso più alto del vocabolo, più intenso e sagace. Perché il pensiero tanto più è “alto e “sagace” quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato.