Ogni volta che ne ho occasione, qui nel blog, ci tengo a ricordare come, a mio parere, il libro sia l’oggetto culturale per eccellenza, in termini di accessibilità, diffusione potenziale ed efficacia culturale.
C’è forse solo una cosa che, a tal riguardo, può superare il libro: il Paesaggio. Il più accessibile (ovviamente) e potente elemento culturale a nostra disposizione, anche dal punto di vista identitario, del quale oggi viene celebrata la relativa giornata nazionale. Già, perché al di là di qualsivoglia bieca devianza di matrice reazionaria – purtroppo “posizioni”, queste, ancora troppo diffuse e ascoltate, oggi – fin dalla notte dei tempi il legame tra l’uomo e il paesaggio è quello antropologicamente più importante e irrinunciabile. Noi siamo rispetto allo spazio in cui siamo – la dualità etimo-antropologica del verbo “essere” – e il paesaggio è, per definizione geografica nonché per percezione emotiva, la forma dello spazio vissuto, del territorio in cui stiamo più o meno a lungo, temporaneamente o stanzialmente: dunque, nemmeno troppo metaforicamente, è la “forma” di ciò che noi siamo e di cosa noi facciamo nello spazio, ovvero come lo abitiamo, usiamo, sfruttiamo, curiamo o, malauguratamente, distruggiamo.
Per questo conoscere il paesaggio, comprenderlo, armonizzarsi ad esso, correlarsi con esso e i suoi elementi peculiari, saperne percepire la bellezza in modo consapevole, salvaguardarlo, difenderlo, identificarsi in esso (anche solo per pochi momenti, ribadisco) facendo che il paesaggio identifichi chi lo vive e abita, è un esercizio assolutamente fondamentale per l’uomo, da sempre e oggi ancora di più. Non solo: è una segno indubitabile del rapporto tra l’uomo e il paesaggio, del livello di cultura diffuso nella sua società e del relativo senso civico-ecologico – “eco-logia”, dal greco οἶκος, oikos, “casa” o anche “ambiente”, e λόγος, logos, “discorso” o “studio”: a dimostrazione che, parlando di “paesaggio” in senso lato – spazio vissuto, territorio, luogo, ambiente, Natura – stiamo sempre e comunque parlando della nostra comune casa. Dunque di qualcosa di realmente fondamentale – ribadisco.
Poi, come al solito, personalmente a queste giornate “spot” a favore o a sostegno di qualcosa non credo granché, anzi, anche meno. Ma che senza la cura (nel senso più ampio e profondo del termine) del paesaggio noi si sia una civiltà sostanzialmente prossima alla fine… a questo sì, io ci credo fermamente.
Giuro solennemente che se un bel giorno dovessi trovarmi di fronte e conoscere qualsiasi individuo di qualsivoglia sesso, razza, religione, classe sociale o che altro, il quale abbia coscientemente – ovvero senza costrizione – inviato un sms in risposta all’invito divulgato dallo spot televisivo (inopinatamente tornato in onda da un po’) dal quale è tratto il frame qui sopra, sarà mia cura nonché grande onore e gioia colpire ripetutamente il suddetto individuo con il primo oggetto contundente che troverò alla portata, prestando la massima attenzione a che sia particolarmente solido e impiegandolo con inimitabile costanza e veemenza.
Questo NON perché egli abbia risposto all’invito dello spot – peraltro di una scempiaggine inarrivabile – dacché ognuno è libero di fare ciò che vuole e in qualsiasi modo di dimostrare la propria demenza, seppur ciò comporti una perdita di denaro pseudo-truffaldina e più volte pubblicamente denunciata – ma perché, col farlo, egli abbia dato un senso – ancorché proprio, ma tant’è – al fatto che il gioco per il quale viene richiesta la risposta tramite sms viene definito “cultural quiz”.
Cioè, ribadisco: cultural. Qualcosa di “culturale”. C-u-l-t-u-r-a.
Detto tutto.
Che poi lo spot in questione sia trasmesso su canalinazionali ormai da un paio d’anni, darebbe buonissimo adito ad altre promesse simili a quella sopra espressa e di più vasto raggio d’azione, ma questo è un altro discorso. Anzi, un’altra tragedia. Italiana. Come tanta parte della cultura, quand’essa finisca nelle grinfie di chi ci domina e controlla, e anche se si tratta solo di un piccolo, stupido quiz: ma in certi casi le cose più piccole sono pure le più significative, statene certi.
Ditemi pure che sono esagerato, troppo sprezzante, esageratamente caustico, catastrofista cosmico… – insomma, dite ciò che volete, ma a mio parere tra il fatto che sulle TV nazional-popolari vada ancora in onda lo spot del video sotto riprodotto, nonostante la sua palese e delirante dissennatezza, e tra l’evidenza che in Italia, nazione dove uno spot del genere va in onda, appunto, si leggano sempre meno libri – come sancisce l’ultimo rapporto ISTAT sulla lettura di libri, non ci può non essere una correlazione. E’ inevitabile.
E non sto certo dicendo, superficialmente, che chi consuma quelle pasticche si rimbambisce al punto da non provare la volontà di leggere libri… No, è una mera – ma assai profonda e grave, nella sostanza – questione di cultura. O di ignoranza diffusa, fate voi.
Leggete più libri – e buoni libri, s’intende, non libroidi da hard discount – e vedrete che di medicinali del genere farete certamente a meno. Se ne gioverà la vostra mente, e pure il vostro organismo!
Diversi anni fa, tra le tantissime mie letture filosofiche, e tra quelle che più mi intrigarono, vi erano le Lezioni sulla missione del dotto di Johann Gottlieb Fichte. Nel loro essere certamente legate al tempo e alla società nella quale Fichte viveva e operava, di fondo esprimevano – ed esprimono – un’idea atemporale, dotata di un valore assoluto ovvero di una validità adattabile a ogni epoca e a ogni società che voglia dirsi avanzata, a mio parere…
“Al dotto è affidata una missione: egli, che ha raggiunto il culmine della sapienza, è proprio per questo obbligato, moralmente e responsabilmente, poiché per la sua stessa perfezione culturale possiede maggior coscienza di sé, non solo a diffondere il suo sapere tra gli uomini indotti, ma a presentarsi come esempio vivente di razionalità e moralità per tutti gli uomini. La dottrina e la scienza costituiscono parte essenziale della società, sono esse stesse sociali e quindi il dotto acquista quasi naturalmente il ruolo di educatore degli uomini come magister communis (maestro sociale).” (citazione tratta dall’articolo su Wikipedia).
Ora: lì sopra vedete un personaggio assai noto, dotato di una indubitabile sapienza – quanto meno nelle discipline di sua competenza, ma che sottintende una brillantezza intellettuale di sicuro sopra la media – fare qualcosa di assolutamente ridicolo, permettetemi questo giudizio. Un “dotto”, il quale nelle proprie cognizioni accademiche e culturali potrebbe potenzialmente ben rappresentare il soggetto descritto da Fichte, che decide di gettarle (e gettare il personaggio stesso) alle ortiche, persino diffondendo pubblicamente opinioni quanto meno antitetiche a tale sua potenzialità (e non me ne voglia il signor Marra, che non è il soggetto di questa mia disquisizione). Un dotto che diseduca e analfabetizza, in pratica!
Al di là che ciò di cui si assiste nel video può essere considerata cosa banale – e, appunto, peraltro tipica del personaggio protagonista – viene da chiedersi perché, oggi, siamo giunti al punto che certa cultura e molti suoi soggetti, accetti di essere trascinata tra i più biechi e luridi ingranaggi del mercato contemporaneo, costruito e corrotto sul/dal consumismo più sregolato e sfrenato, sul “tutto deve avere un prezzo” (dunque generare un guadagno) e “tutto è oggetto vendibile”.
Visto che il video qui sopra mostra soltanto uno dei più lampanti tra i tantissimi esempi dello stesso genere constatabili, mi chiedo perché la cultura debba avere bisogno di abbassarsi a tanto – più o meno ridicolizzandosi – e di vendersi in questo modo… Ovvero, mi chiedo se anche la cultura, per poter restare in qualche modo davanti agli occhi e all’attenzione del pubblico, sia costretta ad assoggettarsi alle suddette, infime regole del sistema; se effettivamente non riesca più a illuminarsi di luce propria ma i suoi soggetti, quelli che sui media ci dovrebbe andare sì, e spesso, ma per diffonderla, siano costretti invece ad andarci soltanto a fare i buffoni – almeno di fronte al grande pubblico, quello che d’altronde avrebbe maggiormente bisogno della missione del dotto fichtiana.
La mia paura – il terrore, oserei dire! – è che il distorto sistema che, con l’azione dei poteri che lo determinano e dominano, sta mandando alla malora la nostra società, stia per intaccare e degradare in modo sempre più irreversibile anche il mondo della cultura – unico e ultimo argine, forse, alla decadenza generale. E dicendo “la cultura” dico anche il sapere, la conoscenza, l’intelligenza che è sempre sintomo di brio intellettuale, il quale è sempre segno di libertà di pensiero: guarda caso, uno degli elementi più avversati da qualsivoglia sistema di potere a fini dominanti. Da soggetto attivo e il più possibile attento del panorama letterario, devo purtroppo denotare come la personale impressione che quel degradamento, nel mondo della letteratura e dell’editoria, sia già parecchio avanzato, è sempre più forte… Sono sotto gli occhi di tutti certi casi di imposizione bell’e buona di prodotti (termine non casuale!) editoriali palesemente dettati da mere convenienze commerciali, che di letterario e culturale non hanno nulla di nulla, in tal modo contribuendo a diseducare sempre più il pubblico al valore autentico della buona lettura, e a quanto di fruttuoso da essa giunge.
Ripeto ancora: il personaggio preso qui a esempio lampante e grossolano, lo sto usando (tanto, merce per merce!) solo per evidenziare il più possibile un problema che è ben più serio di quel ridicolo video: anche la cultura, per farsi vedere dal grande pubblico, ha bisogno di partecipare al gran teatro delle marionette. Un segno assai grave di quanto sia fondo il barile nel quale la società nostrana sta raschiando, una situazione assolutamente da ribaltare e risolvere al più presto. Se certi soggetti culturali scelgono di fare i guitti in TV, lo facciano pure, ma che il loro ruolo sia quello e stop! La vera e buona cultura è altrove e, io credo, dobbiamo fare di tutto affinché questa evidenza diventi realtà diffusa e accettata.
D’altro canto, l’alternativa è lo sfascio più assoluto, sia chiaro! E se consideriamo che l’Italia, sul suo immenso e prezioso patrimonio culturale, potrebbe vivere e prosperare (economicamente, socialmente, intellettualmente, moralmente… Insomma, in ogni modo!), quando invece ha sempre più le pezze sul sedere – e, aggiungo io, sulla mente…
P.S.: sappiate che in questo blog, nel quale pure mi occupo del bello e del brutto della letteratura, credo proprio non troverete alcun articolo dedicato ai libri di Alfonso Luigi Marra. Semplicemente perché non li leggerò, e se anche avevo qualche intenzione di farlo, quel video le ha efficacemente dissolte. Amen.
Ecco qui lo spot radio di Cercasi la mia ragazza disperatamente, che ha preso da questi giorni a diffondersi nell’etere radiofonico del pianeta.
Se non vi capita di ascoltarlo sulla vostra radio preferita, o non avete voglia di sintonizzarla o magari non avete ancora capito come si sintonizza quella maledetta radio digitale che avete acquistato e che ha il foglio di istruzioni scritto in qualsiasi lingua esistente meno l’italiano ovvero, se in idioma italico c’è, è in caratteri tanto piccoli da abbisognare di un microscopio a scansione elettronica per la lettura, cliccate sull’immagine qui accanto, e dateci un ascolto. Merita.