Ritornare a imparare l’ABC dell’andare in montagna

Posto che di idioti – mi si passi il termine rude ma che trovo assai consono – sui monti se ne sono sempre trovati, e al netto di certi singoli episodi emblematici come quello recente immortalato nelle immagini qui sopra (ultimo ma non ultimo di una lunga serie pluriennale), viene da temere che la lunaparkizzazione da tempo in corso di certe zone di montagna particolarmente turistificate stia facendo regredire il livello delle “prestazioni” di quegli idioti inopinatamente vaganti in quota oltre ogni limite accettabile.

Per certi frequentatori delle terre alte, che evidentemente non capiscono dove sono e cosa fanno, non è (più) solo una questione di educazione alla montagna ma di vera e propria rialfabetizzazione, nel senso più didattico e elementare (della scuola, già) del termine. Partendo da testi basici come questo – è un libro per bambini, sì, ma spero non risulti troppo difficile da capire per gli adulti che lo devono leggere:

Ecco: solo dopo averli ben assimilati, testi pedagogici del genere, è pensabile che quelli si mettano in cammino sui più elementari (appunto) sentieri, e soltanto mooooooolto dopo aver ben compreso cosa è la montagna e come ci si muove e comporta lassù potranno ambire alla percorrenza di itinerari più ostici.

Ma se non dovessero accettare di seguire questo ineludibile percorso di apprendimento e dunque non palesare la volontà di conoscere al meglio la montagna, continuando a considerarla alla stregua di un pittoresco e dilettevole parco giochi fuori città, ribadisco quanto affermato più volte in passato: costoro è bene che passino le loro giornate festive o vacanziere in un bel centro commerciale. Il soccorso alpino in primis sarà loro molto grato – e tutta la montagna pure.

Una cartolina dal Monte Pelmo

[Foto di Mario da Pixabay.]

In nessun’altra parte delle Alpi si innalzano così bruscamente cime altissime e con così poca apparenza di connessione tra di loro. In nessun’altra parte vi sono contrasti così marcati offerti dalla differenza di struttura geologica come quelli che qui colpiscono il viaggiatore.

Così a metà Ottocento scriveva delle Dolomiti sul proprio diario John Ball, politico, naturalista e alpinista irlandese. Il quale aveva pieno titolo per scrivere quelle parole: Ball nel 1857 salì una delle principali cime dolomitiche per la prima volta, il Pelmo, 3168 m (che spicca al centro della “cartolina” qui sopra), e il suo nome è rimasto “impresso” sulla montagna grazie all’itinerario che egli seguì per raggiungerne la vetta, la cengia di Ball, tutt’oggi la via normale. E se l’alpinista irlandese affermò poi di aver scelto il Pelmo per la sua prima scalata perché gli era sembrato il più bello tra tutti i monti delle Dolomiti che aveva visto (cosa condivisibile, peraltro, anche grazie alla sua particolare forma che gli riserva il nomignolo di Caregón de ‘l Pareterno, “Trono di Dio”), è pure vero che il monte dà bene l’idea di «cima altissima e con così poca apparenza di connessione» con le altre, avendo tale peculiarità anche nel proprio oronimo che deriva dalla forma dialettale Sass de Pelf col significato di “sasso”, “roccia compatta” e anche “sasso isolato” (cfr. il preromano pel- affine a pal(a), “roccia”, “pala”) caratteristica ben evidente anche nella “cartolina” lì sopra.

Val Cisles

Spesso propongo qui sul blog delle narrazioni di luoghi e paesaggi, frutto delle mie visite, delle esplorazioni e dei viaggi nonché, soprattutto, di quanto mi sono appuntato sui miei taccuini di carta, elettronici o mentali, sperando che possano interessare chi li legge e mettere in evidenza l’importanza fondamentale della relazione tra l’uomo e i territori con i quali interagisce – oltre che, ovviamente, la bellezza e il fascino dei luoghi e dei paesaggi narrati.

D’altro canto a volte certi luoghi risultano a prima vista talmente belli, anche grazie alla bravura di chi li sa così ben raffigurare nelle proprie fotografie, che mi viene da ritenere superflua ogni parola, almeno in tale momento. Basta lasciar narrare le immagini e far che i sensi possano “ascoltare” la loro storia, così che parimenti la mente e l’animo ne traggano un proprio “paesaggio emozionale” ideale: quello poi da confermare o magari arricchire e affinare recandosi in loco di persona, come faccio io in questi casi. Ecco.

[Alta Val Cisles (Val Gardena, provincia di Bolzano), sullo sfondo le cime del gruppo Puez-Odle. Foto di Ciprian Boiciuc da Unsplash, cliccateci sopra per ingrandirla.]

Una presenza inattesa

[Pieter Kluyver (1816-1900), “Alberi nella tempesta di vento”, olio su tela, collezione privata.]
Qualche sera fa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, vaghiamo in una valletta boscosa racchiusa tra due nette dorsali montuose, sopra casa, che ne conformano una morfologia a V pressoché perfetta e vi racchiudono una quiete pregevole. In alto la valle adduce a un’ampia sella che si apre verso settentrione su un’altra e più ampia vallata nonché verso orizzonti alpini assai vasti nei quali si può scorgere buona parte delle Alpi Occidentali.

Nel mentre che siamo lì sul fondovalle a litigare, come al solito, su quale direzione prendere al fine di vagabondare con consono piacere (a volte abbiamo visioni differenti al riguardo), d’improvviso cominciamo a percepire un rumore basso, sordo, che viene da oltre i crinali montuosi sovrastanti. Il rumore cresce sempre più, si fa ampio, fremente, sembra quello d’un aereo a reazione che a momenti stia per apparire da dietro quei crinali ad una quota particolarmente bassa, tuttavia alziamo (più io che Loki) lo sguardo verso l’alto ma sullo sfondo della volta stellata non vediamo alcun aereo ovvero nessuna luce che ne identifichi uno.

Qualche istante dopo, con il rumore che ormai avvolge il cielo visibile sopra di noi, notiamo che le fronde alte degli alberi d’intorno cominciano a ondeggiare, ad un ritmo univoco e costante, non intenso ma abbastanza vivace da sommare tale fragore armonico esteso a tutta la valle a quello celeste… fino a che pure al livello del terreno, ove io e Loki stiamo, giunge chiara la risposta al quesito che l’improvviso e così “denso” rumore ci aveva posto: nessun aereo a reazione o altro oggetto volante più o meno identificato, ma nel momento appena descritto è giunto e scivolato nella vallata dove eravamo il vento da Nord, il Föhn o Favonio. È stato veramente come se, in modo inatteso, ne avessimo avvertito e poi percepito la presenza improvvisa, la massa in movimento come un’onda d’aria, consistente e vibrante ma senza essere travolgente, che in pochi attimi ha avvolto il luogo e animato l’intero paesaggio continuando oltre, e ne avessimo vissuto da dentro il momento esatto della sua manifestazione.

Certo, niente di straordinario, anzi, un fenomeno che ovunque sui monti –  e da me in particolare, in forza della morfologia montana locale – accade decine di volte nella stagione fredda. Però è stato bello coglierne in quel modo la manifestazione, almeno per lo scrivente («Ascoltare il vento dispensa dalla poesia, è poesia» ha scritto Cioran); sì, perché il segretario Loki, invece, salvo qualche attimo di svagata attenzione dedicata al fenomeno, ha continuato a dedicarsi alle sue cose da cani, già.