Gli scrittori si debbono dividere in due schiere: quella alla quale debbonsi stampare gli scritti in elzeviro, e quella alla quale debbonsi stampare in bodoniano. Se dovessi dirti a quale schiera farei appartenete diversi scrittori, mi troverei sinceramente imbarazzato, ma ti posso assicurare che ben pochi reggerebbero al Bodoni e molti si troverebbero a loro agio nell’elzeviro e ancora meglio nei caratteri meno austeri e perfetti. (…) Non bisogna mai che la bellezza dei caratteri, o per meglio dire della carta stampata, prenda la mano alla prosa che dentro vi si trova; ed io credo che il peggior servizio che si possa fare a uno scrittore, sia quello di stampargli un libro con un carattere che non sappia intonarsi allo scritto.
Ovvero: quando la scrittura, e la conseguente attività tipografica ed editoriale, era anche una questione estetica. E lo sarebbe ancora, ma mi pare che la cosa si sia piuttosto dimenticata, col tempo.
(Per la cronaca: questo è il carattere Elzeviro, e questo è il Bodoni.)
Tutto il mio lavoro è rivolto contro coloro che sono intenti, per stupidità o per programma, a far saltare in aria il pianeta o a renderlo inabitabile. Mi interessa la precisa manipolazione della parola e dell’immagine per creare un’azione, non per andare a comprare una coca-cola, ma per creare un’alterazione nella consapevolezza del lettore.
Si torna sempre lì, a quel concetto fondamentale che è (deve essere) genetico nell’arte di qualsiasi genere quando sia essa autentica, che Paul Gauguin espresse efficacemente con “L’arte o è plagio o è rivoluzione” e che Andrej Tarkovskij definì in piena consonanza con Burroughs: “L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.”
Prendere nota e ricordare bene, per qualsiasi autore letterario – e ancor più per qualsiasi editore, soprattutto quelli che oggi pubblicano e impongono “libri” il cui valore culturale è pure inferiore a quello di una Coca-Cola…
P.S.: qui potete leggere la recensione al libro di Maurizio Principato su John Zorn.
Il popolo non ha prevenzioni né antipatie per il poeta; lo giudica un povero diavolo, uno che va a finir male; sa che con la poesia si fanno magri guadagni; in fondo lo ama perché non lo invidia. Lo vede un po’ quello che proclama la giustizia a tutto rischio e pericolo, o esalta a fondo perduto la bellezza che è nelle cose: due sentimenti nel popolo radicati bene.
Aldo Palazzeschi, dall’intervista di Alberto Viviani, Colloquio, Quadrivio, III 16, 17 febbraio 1935, p.6)
Insomma, in 80 anni e più non è che lo cose siano tanto cambiate, per i poeti e la poesia. O meglio: se al tempo in cui Palazzeschi affermò quanto sopra era la gente che giudicava i poeti dei poveri diavoli in quanto riconosceva in essi virtù tanto preziose quanto sostanzialmente inutili, oggi la gente non è più in grado di riconoscere tali virtù e dunque i “poeti” contemporanei (se si possono considerare tali, nella loro gran parte) hanno pensato bene – non sempre, ma spesso – di dimostrarsi dei poveri diavoli fin da subito, senza aspettare il giudizio altrui.
Si parla di romanzo e non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.
Longanesi denotava sagacemente quanto sopra già sessant’anni fa… ecco, fate conto che da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Anzi, di più: guai se oggi scrivere romanzi debba essere un esercizio letterario di senso sociale, politico ovvero culturale e, perché no, artistico. E’ il metodo più veloce per non farsi pubblicare, questo!
(P.S.: cliccate qui per leggere la recensione del libro di Francesco Giubilei da cui è tratta la citazione.)
(Richard Wentworth, “False Ceiling”, Biennale d’Arte di Venezia 2009. Image credit: Andrea Pattaro/Vision.)
letterale (ant. litterale) agg. [dal lat. tardo litteralis]: che riguarda la lettera di uno scritto, che si attiene cioè al significato più ovvio e per così dire esterno delle parole.
letteràrio agg. [dal lat. litterarius, der. di littĕra «lettera»]: di opera dell’ingegno che appartiene alla letteratura.
Sono termini, i due qui sopra, che non di rado nel parlato quotidiano superficiale ovvero poco ragionato la gente confonde, noto. Così, ad esempio, il significato formale di qualcosa diventa “letterario” e di contro il romanzo un genere “letterale”. Nulla di male, per carità, con un poco più di attenzione e cinque secondi di lettura del dizionario l’errore può essere risolto. Tuttavia, a volte ho l’impressione che proprio la confusione più o meno diffusa di questi due termini possa rappresentare in modo assai significativo la realtà contemporanea della scrittura narrativa. Una realtà, lo dico da subito, la cui curva della qualità sul diagramma editoriale percepisco in netta e costante discesa già da tempo: vuoi perché “non li scrivono più quei grandi romanzi d’una volta!” (affermazione banale, forse, ma non poco veritiera), o vuoi perché sul mercato oggi giunge così tanta fuffa che, inesorabilmente, la media qualitativa letteraria s’abbassa – anche per colpa di editori non più consapevoli di cosa significhi veramente il termine “letteratura” – fatto sta che nelle classifiche di vendita si trovano spesso libri di valore letterario quanto meno dubbio, mentre chissà quanti ottimi lavori restano nascosti sul fondo più buio e polveroso degli scaffali delle librerie, sempre che su di essi riescano ad arrivare.
Appunto, per tornare a quella mia impressione, ho la vivida sensazione che oggi l’esercizio della scrittura – poi resa attività editoriale – sia più affine al significato del termine “letterale” che di “letterario”: scrittura che genera opere ovvie, esterne alle parole, ovvero senza alcuna profondità, senza alcuna ricerca di valore. Della mancanza contemporanea di grandi scrittori – ma forse quel “grande” è persino di troppo – ho già disquisito più volte (ad esempio qui): temo che inevitabilmente la letteratura del tempo presente finisca per essere intaccata dalla decadente e problematica realtà d’intorno, la quale non mancherebbe di offrire temi letterari importanti ma, forse, non offre di contro il contesto ideale alla loro (meditata e approfondita) narrazione, semmai imponendo necessità ed esigenze del tutto superficiali e futili che ben poco hanno a che fare con il pensiero – in senso generale, dunque artistico e letterario ma non solo – e il relativo esercizio di cognizione e comprensione del mondo d’intorno.
In tal modo la letteratura, spinta anche dal degrado di senso e sostanza dell’industria editoriale, sempre più distorta verso fini meramente imprenditoriali/industriali/finanziari e dunque consumistici al punto da rendere il libro, oggetto culturale per eccellenza, sempre più simile a qualsiasi altro bene di consumo, finisce per diventare un superficiale esercizio di scrittura, cioè di stesura di testi che si adattino il più possibile al suddetto superficiale contesto contemporaneo e le cui parole, appunto, risultino soltanto per ciò che sono e dicono piuttosto che per quanto potrebbero insegnare, o quanto meno agevolare la riflessione. Le storie scritte e pubblicate diventano dunque sostanzialmente letterali e non letterarie, appunto, dotate di un semplice fine d’intrattenimento (che non è affatto secondario, per carità, ma che diviene a sua volta vuoto di senso se assurge a unico e univoco senso di un testo edito) e quasi sfuggenti da ogni accezione pienamente letteraria nonché da qualsivoglia approfondimento culturale. E’ il trionfo dei libroidi, come li ha definiti Gian Arturo Ferrari (uno che il sistema editoriale contemporaneo lo conosce fin troppo bene…) con felice e da me sovente citata intuizione, «Finti romanzi che infestano gli scaffali di librerie e biblioteche, mescolandosi alla letteratura “vera” e rendendosi di fatto indistinguibile rispetto ad essa.» ovvero testi privi di carattere letterario e dunque di valore culturale, appunto, che rivendicano un mero scopo commerciale – sovente nemmeno conseguito, il che annulla pressoché del tutto il loro senso e li rende uno spreco sostanziale di carta, inchiostro e denaro.
Insomma: quella confusione linguistica tra “letterale” e “letterario” è inopinatamente divenuta una sorta di bizzarra regola su cui si basa la produzione editoriale contemporanea, e col tempo rischia pure di trasformarsi nel sunto del suo epitaffio. Al di là di qualsiasi importante considerazione sullo stato della lettura e del mercato editoriale in Italia ovvero di come risollevarne le sorti commerciali, credo sia necessario anche un rapido e consapevole ritorno ad una scrittura nuovamente letteraria, che sappia ricuperare una preponderante valenza culturale, cognitiva, formativa ergo pure sociale e senza chiaramente mettere da parte la capacità di intrattenimento, finalmente a sua volta recuperata a scopi ben più alti e luminosi di quelli attuali. L’esercizio della scrittura deve tornare ad essere qualcosa di importanza vitale, per così dire, un atto di immensa responsabilità oltre che di natura culturale nel senso più alto del termine, appunto, ma pure politico – perché lo è da sempre e non può esimersi da esserlo, poco o tanto. Gli scrittori devono scrivere i propri libri come se non ci fosse un domani – lo hanno già rimarcato altri – o come se avessero una mannaia sopra la testa pronta a calare se quanto scritto e pubblicato risulti vuoto di valore letterario – anche perché, appunto, si è (bisogna essere) autori e scrittori, non disonesti scribacchini di futilità spacciate per letteratura!
Ecco: se ciò potrà in qualche modo essere compreso e tornare a sussistere, nella produzione editoriale, sono certo che i libri e la lettura avranno un futuro ben più roseo e solido di quanto si potrebbe temere ora. E forse, con il relativo aumento di lettori, ci si confonderà pure meno di oggi tra “letterale” e “letterario”!