REMINDER! Un meraviglioso documentario possibile sulla DOL – e un crowdfunding per realizzarlo!

Manca solo una settimana alla conclusione del crowdfunding aperto su Eppela per finanziare il documentario sui monti della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, una delle zone alpine più belle e affascinanti d’Italia. Mi permetto di rinnovare l’invito a partecipare al crowdfunding: a ringraziarvi per la vostra generosità ci saranno non solo e non tanto il sottoscritto, chi sta lavorando alla realizzazione del documentario o chi altri stia collaborando al progetto sulla DOL, ma in primis ci sarà il territorio, ci saranno i monti con le loro rocce, i canaloni, le valli e i valloni, gli alpeggi, le acque dei torrenti e dei laghi, i boschi e i prati, i fiori, gli animali, l’aria e il cielo che sovrasta questa dorsale che dalla catena alpina scende verso la pianura portandosi appresso una quantità incredibile di “tesori” paesaggistici, naturalistici, storici, antropologici, enogastronomici, culturali sovente unici in tutte le Alpi. Questo è il ringraziamento più importante: quello delle persone e delle genti lo è a sua volta, assolutamente, ma il grazie che scaturisce della Terra resta nel tempo e vi resterà impresso per sempre nel cuore e nell’animo, perché è fatto delle stesse “parole” con cui ci parla la vita nella sua accezione più piena e completa.
E, comunque, grazie di cuore anche da me!

In questi giorni vi ho parlato più volte della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, anche grazie alla quinta edizione del trekking di In Viaggio sulle Orobie del cui gruppo di viaggiatori ho avuto l’onore e la fortuna di far parte – qui trovate tutti gli articoli dedicati al tema. Più volte, dunque, vi ho parlato della grande bellezza, della spettacolarità, del fascino di questo itinerario montano, certamente tra i più sorprendenti dell’intero arco alpino, e di come uno degli scopi del trekking sia quello di rilanciare e rivalorizzare l’itinerario e l’intero territorio attraversato da esso, ricchissimo di tesori paesaggistici, naturalistici, storici, architettonici, enogastronomici e culturali in genere, per fare in modo che una rinnovata frequentazione di esso diventi anche un’altrettanto rinnovata prospettiva di sviluppo, sotto ogni punto di vista (e non solo da quello meramente turistico, dunque) per questa zona delle Alpi Centrali.

Per raggiungere tale scopo, durante In Viaggio sulle Orobie, il fotografo e regista Carlo Limonta ha girato un documentario col quale ha raccolto tutta la bellezza e la potenzialità della DOL, facendone lo strumento peculiare di un progetto ideato da Ruggero Meles che supporta il rilancio del territorio attraversato dal trekking.
Per sostenete tale progetto è stato attivato un crowdfunding sulla piattaforma di Eppela, al fine di poter realizzare e produrre concretamente il documentario dunque, in questo modo, permettere la messa in atto degli scopi di cui vi ho detto – ma pure, in primis, per far conoscere una zona tanto bella a chi non l’abbia ancora visitata.
Vi invito caldamente a contribuire al crowdfunding, e non solo per l’importanza e il valore del progetto in sé: in verità – per così dire – ogni contributo donato è e sarà una particella luminosa in grado di illuminare nuovamente queste meravigliose montagne, la loro antica e affascinante cultura, le genti che le abitano, le loro tradizioni, i tesori che il territorio offre a chi lo visita e, appunto, lo spettacolare itinerario della DOL, vera e propria cerniera alpina capace di unire tutto quanto sopra in una dimensione di fondamentale importanza culturale, dalla quale chiunque – locali residenti e forestieri visitanti – può e potrà ricavare le più sublimi sensazioni di bellezza.

Cliccate sul pulsante qui sotto per visitare la pagina di Eppela dedicata al progetto, conoscerlo in ogni dettaglio e per contribuire:

Questo è invece il teaser trailer del documentario, il quale – ribadisco – sarà prodotto solo se l’obiettivo fissato dal crowdfunding verrà raggiunto:

Grazie di cuore fin d’ora per ciò che potrete e vorrete fare. E, se già non la conoscete e prima o poi la percorrerete, la Dorsale Orobica Lecchese, vi potrete assolutamente rendere conto di come non ci voglia granché per sentirsi parte di un valore inestimabile… solo un minimo di allenamento, un buon paio di scarpe e un pizzico di generosità!

Un meraviglioso documentario possibile sulla DOL – e un crowdfunding per realizzarlo!

In questi giorni vi ho parlato più volte della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, anche grazie alla quinta edizione del trekking di In Viaggio sulle Orobie del cui gruppo di viaggiatori ho avuto l’onore e la fortuna di far parte – qui trovate tutti gli articoli dedicati al tema. Più volte, dunque, vi ho parlato della grande bellezza, della spettacolarità, del fascino di questo itinerario montano, certamente tra i più sorprendenti dell’intero arco alpino, e di come uno degli scopi del trekking sia quello di rilanciare e rivalorizzare l’itinerario e l’intero territorio attraversato da esso, ricchissimo di tesori paesaggistici, naturalistici, storici, architettonici, enogastronomici e culturali in genere, per fare in modo che una rinnovata frequentazione di esso diventi anche un’altrettanto rinnovata prospettiva di sviluppo, sotto ogni punto di vista (e non solo da quello meramente turistico, dunque) per questa zona delle Alpi Centrali.

Per raggiungere tale scopo, durante In Viaggio sulle Orobie, il fotografo e regista Carlo Limonta ha girato un documentario col quale ha raccolto tutta la bellezza e la potenzialità della DOL, facendone lo strumento peculiare di un progetto ideato da Ruggero Meles che supporta il rilancio del territorio attraversato dal trekking.
Per sostenete tale progetto è stato attivato un crowdfunding sulla piattaforma di Eppela, al fine di poter realizzare e produrre concretamente il documentario dunque, in questo modo, permettere la messa in atto degli scopi di cui vi ho detto – ma pure, in primis, per far conoscere una zona tanto bella a chi non l’abbia ancora visitata.
Vi invito caldamente a contribuire al crowdfunding, e non solo per l’importanza e il valore del progetto in sé: in verità – per così dire – ogni contributo donato è e sarà una particella luminosa in grado di illuminare nuovamente queste meravigliose montagne, la loro antica e affascinante cultura, le genti che le abitano, le loro tradizioni, i tesori che il territorio offre a chi lo visita e, appunto, lo spettacolare itinerario della DOL, vera e propria cerniera alpina capace di unire tutto quanto sopra in una dimensione di fondamentale importanza culturale, dalla quale chiunque – locali residenti e forestieri visitanti – può e potrà ricavare le più sublimi sensazioni di bellezza.

Cliccate sul pulsante qui sotto per visitare la pagina di Eppela dedicata al progetto, conoscerlo in ogni dettaglio e per contribuire:

Questo è invece il teaser trailer del documentario, il quale – ribadisco – sarà prodotto solo se l’obiettivo fissato dal crowdfunding verrà raggiunto:

Grazie di cuore fin d’ora per ciò che potrete e vorrete fare. E, se già non la conoscete e prima o poi la percorrerete, la Dorsale Orobica Lecchese, vi potrete assolutamente rendere conto di come non ci voglia granché per sentirsi parte di un valore inestimabile… solo un minimo di allenamento, un buon paio di scarpe e un pizzico di generosità!

Dieci “parole” (più una) per un Viaggio unico sulla DOL!

Come saprete, ho avuto il grande onore e l’altrettanto grande fortuna di far parte dei viaggiatori che, dal 13 al 16 luglio scorso, hanno animato la quinta edizione di In Viaggio sulle Orobie, il bellissimo trekking che la rivista OROBIE organizza annualmente tra i monti delle Alpi Centrali e che, quest’anno, ha percorso lo spettacolare itinerario della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese.
Dunque ora il classico copione imporrebbe un bel “resoconto” sul Viaggio, le emozioni provate, le sensazioni suscitate, le persone incontrate, i paesaggi e gli orizzonti ammirati, le cose viste, toccate, udite, mangiate e bevute… e invece?!?
Invece sì, un buon resoconto ci vuole, eh, vi tocca… però ve ne offro uno “non convenzionale”, se così posso dire: dieci “fotografie” scattate dalla (contorta, ma pure estasiata) mente del sottoscritto lungo la DOL, con dieci relative parole ma assai particolari – anzi, dieci più una… e leggendo capirete rapidamente perché lo sono!

1.      L’itinerario della DOL: semplicemente spettacolare e di rara suggestione, come pochi in tutto l’arco alpino. C’è di tutto: panorami glaciali, zone remote e selvagge, fauna e flora alpine a gogò, miniere, pascoli, boschi, stalle, casere, rifugi accoglienti, orizzonti sconfinati… e la partenza di questa “nuova” versione dell’itinerario (e del trekking) dalla Val Gerola, resa necessaria dal deterioramento di alcuni sentieri nella zona del Monte Legnone facenti parte del “vecchio” itinerario, lo rende ancora più ricco di peculiarità e di suggestioni. Nonostante, rispetto a prima, sia più breve: un(a) affascinante babyDOLl, in pratica! Dunque, voi escursioniste venite a provarla e voi escursionisti ad ammirarla!

2.      Ho già scritto altrove di quanto ritenga significativo e importante il concetto di montagne non (più) come mura di confine ma come cerniere tra versanti contigui, genti, culture, tradizioni, commerci, obiettivi comuni. Questo anche perché ovunque si elevino, e forse in Europa ancora di più, le montagne sono un territorio fondamentale sia in senso materiale che immateriale, e la Dorsale Orobica Lecchese il concetto di “cerniera” lo rende evidente e illuminante come poche altre zone montuose. Come non fosse una mera coincidenza geografica, la Dorsale è posta più o meno in mezzo alla Lombardia nonché alla catena alpina, affacciandosi ove essa si divide nelle sue parti occidentale e orientale, e rappresenta un impeccabile trait d’union montano tra le alte vette retiche e la pianura lombarda più antropizzata. Per tutto ciò si può dire che la Dorsale, del territorio sul quale si eleva e non solo per quello, è la parte più centrale, più intima… ne è il  miDOLlo, ecco!

3.      La Dorsale Orobica Lecchese non è un itinerario estremo ma, certamente, nemmeno una passeggiata. 80 km, pur se percorsi in 4 giorni – come è stato per In Viaggio sulle Orobie – non sono pochi, considerando poi la gran varietà di terreni che la Dorsale presenta: da comodissime piste sterrate pianeggianti fino a tratti di sentiero ripido, da riposanti passaggi attraverso ameni altipiani prativi a passi esposti e attrezzati nei quali un minimo di piede fermo è necessario. Insomma: allenatevi almeno un poco se volete affrontarla senza poi sDOLorare per il mal di gambe e lo sforzo fisico sostenuto!

4.      D’altro canto non vi devono essere limiti alla libertà di percorrenza degli 80 km di Dorsale Orobica Lecchese! C’è chi la fa correndo in meno di 12 ore, ma c’è chi ci mette pure due settimane, non volendo perdere nulla dei tanti tesori – paesaggistici, naturalistici, storici, culturali, enogastronomici eccetera – che l’itinerario offre. In fondo la “montagna” è sinonimo di libertà: quella vera, che non è il poter fare ciò che si vuole ma il conseguire la migliore armonia con il territorio e l’ambiente in cui si è, armonizzando la propria vita e le proprie volontà con la vitalità del luogo e con le sue peculiarità. Dunque, statene certi: in un modo o nell’altro, che la facciate di corsa o con la più olimpica calma, sicuramente la Dorsale Orobica Lecchese vi susciterà sempre la migliore inDOLe possibile!

5.      Come detto, la Dorsale Orobica Lecchese, nella sua parte più settentrionale, osserva da vicino i giganti di roccia e ghiaccio delle Alpi Centrali ma con uguale vicinanza, al suo termine meridionale, vede appena sotto i propri “piedi” Città Alta di Bergamo e, poco oltre verso Occidente, i grattacieli di Milano. Tuttavia, al suo centro, riesce persino a regalare l’emozione di essere tra i monti del Trentino e del Sud Tirolo, soprattutto quando lambisce lo spettacolare gruppo dei Campelli con le sue pareti, canali e torri di dolomia principale. Dunque, oltre che tutto il resto, si può ben dire che la Dorsale Orobica Lecchese è pure DOLomitica!

6.      A proposito: mai sentito suonare un alphorn – ovvero il corno delle Alpi – in fibra di carbonio dentro il fantastico circo roccioso dei Camosci, nel centro del gruppo dei Campelli? Io sì: grazie a Martin Mayes, ospite fisso del Viaggio con il suo corno tanto hi-tech quanto capace di emettere suoni fascinosamente ancestrali – come quelli che l’alphorn sa generare. E non vi dico la suggestione assoluta di sentire le note del corno di Martin echeggiare nel circo roccioso dei Campelli, la cui forma ricorda quella di una gigantesca sala concerti: un effetto stereofonico… anzi, DOLby Surround!

7.      Vi avviso, comunque: la Dorsale Orobica Lecchese è talmente bella che rischia di suscitarvi una sfrenata venerazione per essa e i suoi tesori. Ad esempio per l’imponente regnante che domina la parte Nord del percorso, il maestoso Pizzo dei Tre Signori; o per i panorami così sconfinati da lasciarvi in contemplazione estatica oppure, beh, per le prelibatezze enogastronomiche che nascono nel territorio: dallo Storico Ribelle agli altri formaggi, ai frutti di bosco, le carni, le polente, i dolci, i vini dei vigneti ai piedi dell’Albenza ove l’itinerario si conclude… Insomma, ribadisco: state attenti, la Dorsale Orobica Lecchese potrebbe ingenerarvi situazioni di vera e propria iDOLatria!

8.      Uno degli obiettivi che si è prefisso il trekking di In Viaggio sulle Orobie lungo la Dorsale è quello di rilanciare in grande stile la fruizione dell’itinerario che fino a oggi, nonostante la sua bellezza, ha sofferto di un certo deficit di conoscenza e promozione. In verità la Dorsale credo non sia affatto seconda a nessun altro trekking ben più rinomato e frequentato sulle Alpi, e lo scopo di In Viaggio sulle Orobie è giusto quello di promuovere sulla Dorsale un turismo “dolce”, slow, culturalmente consapevole ed ecosostenibile, che sappia non solo valorizzare il territorio ma pure contribuisca a far vivere al meglio le genti che lo abitano e, dunque, la montagna tutta. E poter disporre di un territorio così meraviglioso come quello attraversato dalla Dorsale Orobica Lecchese, è veramente come avere a disposizione un’immensa montagna di DOLlari!

9.      A questo punto, dopo tutto quanto avete letto finora (ed è nulla di quello che si potrebbe raccontare), beh, mi viene da dire una cosa “inesorabile”. La Dorsale Orobica Lecchese è talmente bella che, se prima o poi non la percorrerete almeno una volta (ma se lo farete una volta sono certo lo farete molte altre volte), sappiatelo: ve ne adDOLorerete moltissimo!

10.  Ultima parola che però non è una parola: è un acronimo, ma sarebbe bellissimo se alla fine una parola “vera” come le altre lo potesse diventare: “DOL“. Una parola che identifichi rapidamente a quante più persone possibili un itinerario, un trekking, una sorprendente vacanza montana a due passi dalle grandi città del Nord Italia ovvero per chi venga da qualsivoglia parte del pianeta, un territorio, un patrimonio culturale, una comunità di persone abitanti lo stesso crinale, un futuro per essa di ritrovata e rinnovata consapevolezza sociale, sociologica e antropologica, un progetto a lunghissimo termine di confortevole vita in montagna… Insomma, la DOL è tutto questo, dunque può benissimo pure rappresentarlo anche in qualità di “neologismo”: magari, un domani, di altri begli itinerari escursionistici montani, per rimarcarne il valore si arriverà a dire: è proprio una DOL!

Come? Sono dieci e non undici “parole”?
Un attimo solo: prima voglio rivolgere uno smisurato grazie di cuore a tutti gli altri viaggiatori e ai ragazzi della redazione di OROBIE che con la loro presenza hanno reso questo trekking, per lo scrivente, uno dei ricordi più belli e DOLci in assoluto.
Ecco, undici!

P.S.#1: potete godervi una ampissima galleria fotografica sul trekking di In Viaggio sulle Orobie 2017 lungo la DOL nel sito di Orobie, qui.

P.S.#2: le foto nell’articolo sono di Massimo Sonzogni.

BUK Festival 2014, a bocce ferme: sempre un bel vestito ma con qualche piccolo buKo…

Passato qualche giorno e avendo dunque ben assimilato e metabolizzato le impressioni raccolte, medito sulla IX Edizione di BUK Festival, la rassegna dedicata alla piccola e media editoria di Modena svoltasi lo scorso fine settimana nella consueta sede del Foro Boario – nemmeno 5 minuti dal centro pedonale della città – che si era presentata con un’immagine sotto molti aspetti rinnovata e non poche aspettative, palesando chiaramente la volontà di diventare ancor più di quanto lo sia ora un punto di riferimento imprescindibile nel panorama degli eventi pubblici dedicati all’editoria indipendente italiana – aspettative delle quali avevo già disquisito nei giorni precedenti l’apertura della rassegna.
A mio modo di vedere gli eventi come questo, che per mere ragioni di budget difficilmente possono contare sull’attrattiva di nomi importanti del settore letterario e/o culturale in generale (per quanto spesso questi si facciano (stra)pagare!), hanno nella precipua natura la loro maggior fortuna e al contempo la maggior sfortuna: chi li visita nutre certamente un più elevato interesse particolare verso quanto proposto tra gli stand rispetto al visitatore della grande kermesse generalista (certo, sto pensando in primis a Torino), dunque avendo a sua disposizione un logo-BUK2pubblico potenzialmente ben disposto all’esplorazione e alla scoperta delle nuove proposte delle editrici indipendenti e sapendo d’altro canto, appunto, che qui non troverà il best seller da milioni di copie i cui poster giganteggiano nelle suddette kermesse nazional-popolari e il cui autore (ovviamente celebre e celebrato, quasi sicuramente volto televisivo ergo (stra)pagato, vedi sopra) probabilmente attirerebbe folle composte pure da chi un libro non lo leggerebbe nemmeno sotto tortura. Di contro, un evento del genere trova senza dubbio maggiori difficoltà ad attrarre tra i suoi stand quella gran massa di lettori deboli e debolissimi che compongono il grosso della relativa categoria nostrana i quali, se leggono un libro all’anno (e non di più, vedi statistiche) è inevitabilmente quello dell’autore della TV e/o di cui s’è parlato nell’uno o nell’altro talk show: insomma, gente che – lo dico con tutto il rispetto del caso – ha poca dimestichezza con la letteratura propriamente detta.
Il BUK Festival, al pari delle altre due o tre rassegne italiane di simile forma, sostanza e importanza, rappresenta un momento a dir poco fondamentale per far incontrare il pubblico “medio” con l’editoria indipendente e così generare quel necessario circolo virtuoso che può permettere alla stessa di non restare perennemente rinchiusa nel minuscolo recinto nel quale viene costretta anche (forse soprattutto) dall’oligopolio commerciale delle grandi case editrici. In soldoni, scopo primario di un evento come BUK è certamente quello di portare la gente comune davanti agli stand egli editori, anche più che viceversa – e in effetti una delle aspettative che la stessa organizzazione del festival modenese annunciava nei giorni precedenti l’apertura era proprio quello di superare il record di affluenza dello scorso anno. Le premesse non sono state certo delle migliori, soprattutto per quel valzer di date ballato nelle settimane precedenti (BUK doveva svolgersi verso metà Aprile, poi a Febbraio, poi a Marzo e infine di nuovo a Febbraio) che ha ingenerato un certo sconcerto tra alcuni editori, tant’è che era evidente un calo della presenza degli stessi rispetto allo scorso anno e un certo relativo turnover con altri editori per la prima volta presenti a Modena. Per quanto riguarda l’affluenza di pubblico, al momento in cui scrivo il presente articolo non sono stati ancora resi noti dati ufficiali, ma l’impressione è che anche qui una pur lieve flessione ci si sia stata, nonostante poi tra gli editori con cui ho potuto conferire ho riscontrato uno stato d’animo da “poteva andar meglio, ma anche peggio” che di questi tempi è cosa quasi da festeggiare con lo spumante, magari non proprio quello più costoso…
Di contro, l’organizzazione nelle giornate di apertura al pubblico si è confermata buona, come lo è sempre stata gli scorsi anni. Ma proprio riguardo l’organizzazione mi viene da denotare quella che – personalmente, certo – ho trovato essere la pecca più evidente del BUK di quest’anno: una sostanziale mancanza di promozione in città, atta a far che la tantissima gente che ci passeggiava – complice il bel tempo, appunto – venisse informata e invogliata a fare nemmeno cinque minuti in più di strada oltre il centro storico per raggiungere il Foro Boario e visitare il festival. Ecco, tale mancanza – se così posso definirla, nell’ottica di quanto affermato poco sopra sulla necessità di conseguire lo scopo del portare nuovi lettori agli stand degli editori indipendenti, l’ho trovata piuttosto importante, e assolutamente da evitare gli anni prossimi. La fortuna di avere il centro di una città importante (che non sarà Londra o Parigi, certo, ma nemmeno un minuscolo borgo di provincia!) a pochi passi è un’opportunità che deve necessariamente essere sfruttata meglio, magari anche ampliando le varie sinergie già esistenti tra il festival e le location esterne ad esso, conferendovi la massima visibilità possibile e senza dunque limitarsi ad eventi inevitabilmente attraenti solo un pubblico ristretto e specificatamente interessato all’evento stesso.
Anche la collaborazione con le istituzioni francesi per gli eventi legati alla cultura transalpina e basca in particolare – una delle novità dell’edizione appena conclusa –  mi è parsa un po’ troppo evanescente: l’idea è senza dubbio buona, dato che nessuno vieta a una rassegna dedicata alla piccola e media editoria che la stessa non possa vestirsi di “abiti internazionali” come fanno quelle maggiori con gran pompe magne, anzi: c’è forse più affinità editorial-letteraria tra i piccoli editori italiani e quelli esteri che tra questi e la grande editoria nostrana, così inopinatamente “industrializzata” da essere in troppi casi ormai lontana da eccellenze europee di ben altro tenore – e proprio la citata Francia certamente sul tema ha qualcosa da insegnare. Ma, appunto, l’idea è buona e mi auguro si sviluppi meglio nelle prossime edizioni, a condizione di non togliere risorse (soprattutto economiche) alle iniziative direttamente legate alla realtà italiana e così da portare il buon nome della rassegna modenese anche su mercati forestieri di pregio, con possibilità di interscambi indubbiamente molto interessanti anche per gli stessi editori presenti in rassegna.
Lo ribadisco: una manifestazione come BUK Festival deve essere sostenuta con tutte le forze – ineluttabilmente sostenuta, mi verrebbe da dire! – per l’enorme importanza potenziale che possiede e non solo relativamente al comparto editoriale piccolo, medio e indipendente, in questo nostro paese sempre così poco attento al proprio sviluppo culturale, ancor più nel caso di buona cultura come è questo. C’è solo da augurarsi che le mancanze di quest’anno – nulla di grave, ribadisco, a patto che non diventino croniche al punto da avviare una qualche involuzione nello sviluppo futuro del festival – possano essere eliminate così da focalizzare gli sforzi organizzativi con ancora maggiore intensità ed energia verso quel fine di rappresentare un ineluttabile faro pubblico per l’intera editoria indipendente italiana, primo, e secondo un’attrattiva veramente intrigante e immancabile per un pubblico sempre più vasto e sempre più consapevole che è in questi eventi che si può trovare la vera buona letteratura italiana, quella di alta qualità, e non certo in altri luccicanti tanto quanto opachi in quel senso.

P.S.: foto in testa all’articolo © Isabella Colucci

Rassegna della MicroEditoria 2013: nonostante la “tempesta”, la voce degli editori indipendenti è ancora forte e CHIARI!

Si è chiusa ieri, domenica 10 Novembre, l’11a edizione della Rassegna della MicroEditoria di Chiari, una delle manifestazioni più importanti e interessanti tra quelle dedicate alla piccola e media editoria ovvero, come a me piace definirli, agli editori indipendenti. Niente grandi editori qui, insomma, ma spazio solo alle piccole realtà editoriali provenienti da tutta Italia, quelle che negli eventi più celebrati e affollati (sì, sto pensando proprio a Torino) o trovano spazio ma non se li fila nessuno, o lo spazio non se lo possono nemmeno permettere, visti i costi di certi eventi…
Chiari invece, con Pisa, Roma e Modena, rappresenta senza dubbio un’ottima vetrina potenziale per gli editori indipendenti, che in questi tempi di tempesta economica la quale, inutile dirlo, nel comparto culturale in generale e in quello del mercato dei libri in particolare sta facendo non pochi danni, hanno bisogno di emergere e porsi il più possibile all’attenzione del pubblico. logo_chiari_2012_bello_bordiFar sentire la propria voce forte e chiara, insomma – ecco, al di là dell’ameno (?!) e ironico titolo dell’articolo! – unitamente alla voce dei propri autori e delle produzioni offerte, molte delle quali è ben difficile che possano trovare adeguato spazio sugli scaffali delle librerie, tanto più se “griffate” e controllate dai suddetti grandi gruppi editoriali.
Eventi come quello di Chiari rappresentano dunque anche un ottimo “controllo del polso” dell’editoria indipendente nazionale ovvero della produzione letteraria corrente: qui gli editori e gli autori si confrontano direttamente col pubblico senza alcuna intermediazione e senza gli scintillii, a volte fin troppo abbaglianti, delle pubblicità mediatiche. Alla Rassegna della MicroEditoria, così come negli eventi simili, i libri si acquistano perché attirano l’attenzione e l’interesse dei lettori, non certo perché l’autore lo si vede sempre in TV o perché la copertina del libro occupava un’intera pagina d’un qualche quotidiano nazionale! Anche per questo – ribadisco un’evidenza già più volte espressa altrove – è proprio l’editoria indipendente, oggi, a produrre la migliore “nuova” letteratura sul mercato, a fare ricerca letteraria e autentico talent scouting, a sperimentare nuovi linguaggi espressivi. Svincolata da azionariati, politiche di marketing, bilanci, strategie finanziarie e quant’altro di matrice biecamente industrial-politico-consumistica che ha ormai corrotto la grande editoria – con il risultato che poi è riscontrabile nelle librerie, i cui scaffali proibiti (o quasi) alle opere dei piccoli editori sono occupati da libri di valore letterario infimo! – l’editoria indipendente può ancora permettersi, peraltro a proprio totale rischio e pericolo, di pubblicare autori non alla moda, creatori di testi troppo originali per il grande pubblico o di libri d’avanguardia, che magari tra dieci anni saranno considerati precursori di nuovi stili e nuovi linguaggi ma che oggi la grande editoria rifiuta, puntando tutto sulla quantità piuttosto che sulla qualità. Tutto ciò, appunto, comporta molto coraggio, parecchi pericoli e infiniti bastoni tra le ruote del proprio minuscolo carro, spesso infilati da un sistema “istituzionale” che protegge ben poco tali realtà imprenditoriali nonostante la situazione generale del mondo editoriale nazionale sia, come detto, abbastanza tragica nonché – tocca ribadire pure ciò, ahinoi – dalla triste realtà della scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Detto tutto questo, anche questa undicesima edizione della Rassegna di Chiari – alla quale ho partecipato sia sabato che domenica, ovviamente i giorni più importanti per essa – si è confermata un evento ottimo sotto tutti gli aspetti, ben partecipato dagli editori e parecchio affollato: una sorta di piccolo prodigio, considerando che la cittadina bresciana non è certo una metropoli e dunque che, eccetto i residenti, il pubblico affluito nella bellissima Villa Mazzotti (altro punto forte della Rassegna, con la sua meravigliosa e sontuosa architettura liberty) ci deve venire apposta, lì – e vi ci trova solo libri, peraltro, nient’altro di più nazional-popolarmente attraente come a volte accade in altre manifestazioni (sì, sto pensando ancora a Torino!). Ma gli stessi editori, con parecchi dei quali ho potuto conferire, mi pare si siano detti discretamente soddisfatti del riscontro ottenuto, sia in termini di vendite che di diffusione della propria conoscenza presso il pubblico. Ripeto, i tempi grami che viviamo non possono far sperare di ottenere vendite e fatturati da bottiglie di champagne stappate a raffica, ma in fondo anche per questo ciò che gli editori riescono a ottenere è tutto oro colato, ovvero ossigeno fondamentale per la loro sopravvivenza economica e per la prosecuzione della loro così meritoria attività editoriale.
Riguardo l’evento, auspicherei solo un maggior interesse da parte dei media nazionali – e non solo quello ovvio dei media locali: la Rassegna lo merita, e credo si impegni pure a fare che ciò avvenga (ogni anni viene invitato qualche ospite di grido che possa attrarre attenzione mediatica e accrescere l’immagine di essa: quest’anno i “big” erano Philippe Daverio, Giulio Giorello e Andrea De Carlo. Tutti personaggi che comportano un costo non indifferente per le casse della Rassegna, al quale deve necessariamente corrispondere un ritorno di vario genere, in primis di pubblico tra gli stand), ma temo di dover ricadere nel discorso prima accennato su certe “strategie” che ben poco hanno a che fare con i libri, la letteratura e la cultura in genere, alle quali – sapete bene – i media nazionali sono assai affini… Forse è anche meglio così (si potrebbe sarcasticamente pensare), visti i contenuti tipici che essi abitualmente diffondono, ma in fondo la Rassegna di Chiari è un evento di portata nazionale, dedicarvi uno spazio degno non sarebbe piaggeria, ma informazione.
(Come? Dite che “cultura” e “informazione” oggi in Italia sono cose antitetiche? Beh, non avete tutti i torti, credo.)
Insomma, al di là dell’inevitabile piglio caustico che mi si genera spesso, intorno a tali questioni, è assolutamente importante che il pubblico dei lettori abbia ben presente l’evidenza che, in Italia, nei cataloghi dei piccoli editori si può trovare letteratura di gran qualità, sovente anche più che tra i grandi e certamente molto di più rispetto a certi blockbusters da ipermercato e battage mediatici milionari a gogò. Per questo il successo reiterato, anno dopo anno, di un evento come quello di Chiari è un segnale veramente incoraggiante e non per l’evento in sé – il quale personalmente mi auguro possa crescere sempre più in termini di popolarità e rinomanza – ma per l’intera produzione editoriale nazionale. Finché la Rassegna della MicroEditoria saprà dimostrarsi viva e vitale, credo potremo – noi tutti amanti della letteratura, qualsiasi sia la posizione occupata – sperare in un buon futuro per il libro e la lettura, anche con la tempesta in corso contro la quale, tenetelo ben presente, la cultura e libri rappresentano un’ottima salvaguardia. Sempre.