Qualche giorno fa ho linkato sulla mia pagina facebook un articolo tratto da Controverso dall’eloquente titolo Addio alla scienza, nel quale si annuncia l’avvenuta (o prossima) morte della scienza per mano dei tanti, troppi ciarlatani e cretini che dominano il mondo e la mente di sempre più gente.
In effetti, osservando, constatando, valutando il mondo che ci ritroviamo intorno e riflettendo sulle sue cose, piccole e grandi, d’ogni sorta, ho veramente l’impressione che i cretini stiano vincendo. Sì, che il mondo stia finendo sempre più in mano a loro, che stia sempre più affondando nell’ignoranza e nella barbarie culturale, prima che di qualsiasi altra (il campionario in merito è assai ampio e assortito). O meglio: ho la netta impressione che questo nostro mondo contemporaneo rifiuti e aborrisca sempre più l’uso della ragione. Tutto viene confuso, reso informe, incompreso, travisato e poi radicalizzato, estremizzato, portato all’eccesso, dogmatizzato, e senza più che si usi la capacità di rifletterci un attimo sopra per capire se ciò che si vuole sostenete sia effettivamente sostenibile, e con adeguate motivazioni.
Non c’è più la capacità, e forse prima la volontà, di comprendere la realtà, di discernervi l’effettiva verità, se vi sia, oppure di individuare e valutare le più logiche e razionali possibilità. Semmai accade il contrario: si prende ciò che immediatamente e superficialmente appaga la propria pancia, per così dire, i propri istinti e impulsi più grezzi, lo si eleva al rango di indubitabile certezza e lo si spara addosso agli altri come fossero colpi di artiglieria pesante. E quando vi sia qualcuno o qualcosa in grado di mettere in discussione, se non di confutare, le convinzioni manifestate, beh, peggio ancora: non solo si rifiuta il dialogo, ma ci si estremizza ancora di più, in una escalation manichea che alla fine, inesorabilmente, porta pure a conseguenze di natura sociale e culturale.
La ragione, appunto – l’intelletto, la razionalità, il metodo, l’obiettività dei fatti… niente, tutte cose che sono peggio di fumo negli occhi di tanti. Come se il fermarsi un attimo, solo qualche attimo, a riflettere, a ponderare le nozioni che si posseggono, a considerare le opzioni derivanti, a generarsi una propria opinione genuina, libera, indipendente – magari poi condivisa da tanti altri ma ciò viene solo successivamente – e ancor più a capire le conseguenze delle opinioni espresse e sostenute… Come se compiere tali semplici atti sia soltanto una perdita di tempo. Atti che, sarebbe inutile dirlo, sono propri di creature intelligenti e senzienti – ed è proprio questa considerazione che rende tutto ciò realmente inquietante, e potenzialmente devastante.
Sarà pure colpa dell’Effetto Dunning-Kruger, in base al quale il cretino non è in grado di rendersi conto di esserlo dacché privo di metacognizione, ovvero della capacità di riuscire a valutare ciò che si sa fare in senso generale, dunque dalle parole alle idee fino alle azioni… Fatto sta che la cosa pare essere sempre più dilagante. Un’epidemia di cretinaggine e di cialtroneria intellettuale – o una morte di massa dei neuroni nella testa di tante persone.
Cosa fare, per porre rimedio a tale deleteria situazione? Beh, personalmente mi viene da rispondere in un solo modo: resistere, resistere, resistere! Perché idealisticamente, o forse ingenuamente, fors’anche ottusamente, resto convinto che alla fine la ragione debba vincere, e ciò per un semplice motivo: perché è nella ragione, e ovviamente nell’uso e con l’uso di essa, che si può trovare la verità delle cose, quando ci sia, ovvero che la si possa cercare con successo o, se è il caso, che si possa confutare le presunte verità imposte e credute – “La fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità finora credute”, Nietzsche docet! E credo anche che il cretino, di fronte alla verità, alla fine non possa che soccombere, fosse solo per il fatto che non capendola si metta a pestare la testa contro un muro finendosi da sé.
Ribadisco: forse la mia è solo una vana speranza, forse i cretini hanno già vinto ed è solo questione di tempo affinché ottengano il dominio assoluto del mondo. Ma forse no, e darla loro vinta senza nemmeno reagire sarebbe a sua volta un atto di gigantesca e irrazionale cretinaggine.
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Intelligenti e incretiniti. I ragazzi di oggi, la società di domani e il destino di noi tutti.
Tra gennaio e aprile scorsi ho tenuto numerose “lezioni” di un modulo didattico proposto da alcuni enti culturali alle scuole secondarie delle provincie di Lecco e Bergamo – un modulo, per la cronaca, dedicato a “L’evoluzione tecnica dell’arrampicata e dei materiali” e di interesse prettamente locale, visto come la pratica alpinistica sui monti della zona sia consueta e diffusa nonché ricaduta poi in vari modi nella storia industriale delle suddette provincie, quella lecchese soprattutto. Ma, al di là dei temi trattati, voglio piuttosto disquisire delle impressioni scaturite da questa mia esperienza riguardo i ragazzi – facenti parte di un’età scolare compresa tra la seconda media e la seconda superiore – e maturate attraverso non il punto di vista di un docente, dunque di una persona assuefatta all’ambiente in questione e alle sue dinamiche sociologiche, ma di me come persona esterna all’ambito scolastico e a quella parte di società da esso rappresentata, soprattutto in senso anagrafico, tuttavia attenta ad ogni minimo aspetto dell’interrelazione creatasi nelle classi e con gli studenti nonché a qualsiasi loro reazione, anche e forse soprattutto a quelle slegate dal contesto tematico ad essi esposto.
Bene, partirò dall’impressione finale: la nostra società temo stia perdendo una grossa occasione per essere migliore, in futuro. Ho maturato tale convinzione per essermi trovato di fronte, in maniera piuttosto uniforme nelle varie classi, dei ragazzi estremamente aperti e pronti all’assimilazione di nuove nozioni e informazioni tanto quanto assolutamente distratti, anzi, disturbati dalla caotica valanga di stimoli, molti dei quali insulsi se non deleteri, che il modus vivendi contemporaneo rovescia loro addosso. Spesso si sente dire che i ragazzi di oggi siano più tonti, ingenui, immaturi, viziati, puerili di quelli di qualche generazione fa, che ingenui in altro e più evidente modo lo erano ma molti più dotati di quelle semplici nozioni per affrontare la vita quotidiana (sovente maturate dal fatto che la stessa fosse di certo meno agiata di quella odierna), più indipendenti ovvero meno viziati e capricciosi, appunto. In certi casi è vero, senza dubbio, ma – mi è sembrato di percepire – lo è in quanto i ragazzi di oggi non sono preparati a vivere un mondo che inopinatamente corre più di loro, e che non si fa problemi nel trascinarli anche con una certa veemenza (quando non violenza) in ambiti che difficilmente un adulto comprenderebbe, figuriamoci un adolescente. Eppure essi dimostrano in mille modi, da quelli più evidenti ad altri minimi ma definiti, di avere la volontà di capire, di comprendere, di farsi ancora incuriosire da cose che non siano il mero frutto di devianze consumistiche ideate da adulti idioti: ma è come se dovessero riconoscere i propri migliori amici sparsi nella folla in una grande e rumorosa piazza.
Voglio dire: ho trovato ragazzi irrequieti, apparentemente disattenti, svagati, mai annoiati ma a volte deconcentrati, come se faticassero a seguirmi nonostante cercassi di portare i temi trattati ad un livello assolutamente consono alla loro età, e con un linguaggio di conseguenza, ma poi capaci di propormi quasi sempre domande mai banali, spesso argute e partecipi tanto che non di rado mi è capitato di sentirmi proporre da persone adulte, in altri contesti ed eventi, cose infinitamente più futili e insensate. Sono ragazzi, insomma, che non sono affatto più tonti di quelli d’un tempo, anzi, credo siano ben più intelligenti e intellettualmente vivaci dei loro genitori (causa frequente, essi, del loro stato amebico o sdraiato, per dirla con Michele Serra, nonché di certa maleducazione – non rilevata da me nelle classi frequentate ma certamente presente) e lo possono dimostrare, se messi nelle condizioni di farlo. Purtroppo, invece, non solo la nostra società contemporanea non offre loro tali condizioni, ma anzi pare impegnarsi a fondo per annullare ogni vivacità mentale, ogni curiosità naturale, qualsiasi volontà e desiderio di conoscenza e creare in essi una tabula rasa generale per fare posto alle innumerevoli stupidaggini oggi imposte, diffuse e spacciate per stili di vita cool – ovvero per generare dei perfetti, non-pensanti, docili e malleabili consumatori cronici, il tipo ideale e più gradito al sistema di potere che controlla il nostro mondo.
Per tale motivo temo che la nostra società stia perdendo una grossa occasione per costruirsi un futuro migliore. Loro, questi ragazzi, sono il futuro e lo sono già ora: con le loro capacità potenziali, se ben sviluppate, potrebbe veramente apportare grandi benefici alle nostre comunità sociali, invece si preferisce rincretinirli fin da subito, soffocando qualsiasi loro creatività, qualsiasi estro, per farli diventare già a quell’età degli adulti in miniatura. Provocando di contro, assai spesso, situazioni di disagio notevole, con tutti gli annessi e connessi – si notino ad esempio le statistiche sulla diffusione di alcol, droga o sui comportamenti antisociali e violenti…
Non tutto è perduto, però: si può ancora fare molto, ovvero recuperare e ricostruire quell’ambiente socioculturale ideale a far che un adolescente possa vedere con maggior chiarezza nel suo orizzonte futuro, evitando che si trovi di fronte la riproduzione di un confuso, ingannevole, violento, urlante, psichedelico (in senso negativo) e cacofonico schermo televisivo – ciò che spessissimo sembra il mondo in cui viviamo. Ma lo deve volere, la società, o meglio: deve dimostrare di voler riprodursi ancora, da domani nel futuro il più possibile lontano, in quanto struttura sociale, civica, culturale e antropologica, anziché soccombere ad un sistema che, da meramente politico, è divenuto col tempo economico, finanziario, sociale, (pseudo)culturale e sempre più in modo oppressivo e antiumano. Lo dobbiamo volere tutti, a partire da noi singoli cittadini, fino ovviamente alle gerarchie più alte.
Ecco, è proprio qui che, credo, vi sia l’origine di quel timore più volte rimarcato in questo articolo: in questa volontà, o nella vaghezza di essa, nell’astrattezza se non nell’assenza effettiva. Di contro, mai come stavolta non temo di sbagliare – ne andrei fiero d’essermi sbagliato, insomma. E l’unica speranza per ciò mi viene proprio da quei ragazzi, che mi auguro ancora abbastanza svegli da capire quale rischio viene loro fatto correre, quale trappola è loro tesa, e quanto lontano da essa debbano al più presto fuggire, per tornare a correre in direzione della loro stessa vita.
Se il medico è anche un drammaturgo, e viceversa (Oliver Sacks dixit)
Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse sono anche insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia.
(Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, Adelphi, 2008, p.11)
Ribaltando quanto scritto dal grande neurologo e scrittore britannico, scomparso la scorsa domenica, nella prefazione della sua opera più celebre, mi viene da pensare che pure il drammaturgo – e mi si passi l’accostamento di tale figura a quella del narratore letterario, ovvero dello scrittore – è e deve essere pure una sorta di medico dei personaggi di cui scrive, analizzandone la condizione umana con uno sguardo inevitabilmente clinico, se vuole veramente costruire e conseguire una narrazione completa e approfondita – in tutti i sensi. E se la malattia è la condizione umana per eccellenza – essendo “malattia” un termine derivante dal latino male habĭtus, “che sta male” – di frequente chi scrive storie letterarie narra di persone che stanno male, ovvero che non vivono nella loro migliore (o più ordinaria, tranquilla, agevole) condizione possibile – per colpa di amori lotte passioni sfortune coincidenze catastrofi sortilegi punizioni eccetera eccetera – capirete il perché, appunto, mi sia venuto da pensare tutto ciò leggendo quel passo sopra riportato.
Gli psicologi
Essere anormali spesso vuol dire essere grandi, essere normali spesso vuol dire essere stupidi. (Oscar Wilde)
Un tempo pensavo che quella degli psicologi fosse una categoria pressoché superflua, e disprezzavo molti di quelli che vi si affidavano – a mio parere inutilmente ovvero senza validi motivi – perché ritenevo che ognuno dovesse avere la forza intellettuale e di spirito per capire da solo cosa vi fosse in sé che non andasse, risolvendola.
Ho cambiato idea, lo ammetto. Oggi spero che gli psicologi siano in grado di intervenire nel modo più solerte, ampio e approfondito possibile su tanta parte della gente comune, delle “persone normali”, augurandomi che possano guarirle.
Sempre che sappiano come fare e ci riescano.
O che non sia troppo tardi.
