Effetti collaterali (da non-abuso di libri)

Ditemi pure che sono esagerato, troppo sprezzante, esageratamente caustico, catastrofista cosmico… – insomma, dite ciò che volete, ma a mio parere tra il fatto che sulle TV nazional-popolari vada ancora in onda lo spot del video sotto riprodotto, nonostante la sua palese e delirante dissennatezza, e tra l’evidenza che in Italia, nazione dove uno spot del genere va in onda, appunto, si leggano sempre meno libri – come sancisce l’ultimo rapporto ISTAT sulla lettura di libri, non ci può non essere una correlazione. E’ inevitabile.
E non sto certo dicendo, superficialmente, che chi consuma quelle pasticche si rimbambisce al punto da non provare la volontà di leggere libri… No, è una mera – ma assai profonda e grave, nella sostanza – questione di cultura. O di ignoranza diffusa, fate voi.

Leggete più libri – e buoni libri, s’intende, non libroidi da hard discount – e vedrete che di medicinali del genere farete certamente a meno. Se ne gioverà la vostra mente, e pure il vostro organismo!

Leggere per vivere (Gustave Flaubert dixit)

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere.

(Gustave Flaubert)

Da sempre sono convinto che la vita è (anche) un cammino culturale, perché genera cultura – le nostre azioni, i nostri pensieri, la nostra esistenza quotidiana generano cultura – e dunque, per questo, deve nutrirsi di cultura per potersi definire una vita veramente vissuta.
E – sono parimenti convinto – scrivendo quanto sopra ho pure descritto in modo indiretto cosa sia la libertà. Forse anche per questo la cultura è troppo spesso così bistrattata se non combattuta, da chi ci comanda.

Libro di carta contro ebook, sui media continua la diatriba. Ma è veramente su tale questione che si basa il futuro dei libri e dell’editoria?

Leggo su un periodico l’ennesimo (pseudo)dibattito sulla diatriba “libro di carta-libro digitale”, con i soliti due partiti ben schierati sulle loro posizioni, le solite idee sul futuro che è digitale e sul fascino immortale della carta, e in mezzo i soliti possibilisti della verità-che-sta-sempre-nel-mezzo ovvero che i due media possono convivere tranquillamente eccetera, eccetera, eccetera… E con il solito finale d’articolo evanescente, dacché a tale dibattito non c’è risposta alcuna essendo peraltro basato su ben pochi dati oggettivi e molto più su opinioni personali, interpretazioni soggettive, prese di posizione di parte, sensazioni, desideri, dichiarazioni ad effetto, eccetera, eccetera, eccetera (vedi sopra).
Beh, in tutta sincerità, con questa ennesima lettura sulla questione, devo dire che la stessa mi sta abbastanza stufando – anzi, non solo, a questo punto mi viene pure da temere che dietro si nasconda dell’altro… Sì, perché, riflettiamo un attimo: veramente è questo il nocciolo della questione concernente il futuro dei libri e dell’editoria? Io credo proprio di no. Voglio dire, lo può essere sotto certi aspetti tecnici e pratici, ovvio, dal momento che produrre un file per un ereader non è come produrre un libro con il classico processo tipografico – e non è nemmeno importante, alla fine, che ciò sia un bene o sia un male, se l’una o l’altra cosa comporti più vantaggi che svantaggi o viceversa.
No: molto più pragmaticamente – e banalmente a ben vedere, ma pure inevitabilmente – la questione fondamentale è sempre quella, la prima e originaria da che l’editoria è stata inventata: se l’opera letteraria è di valore, il libro, che sia di carta o sia un file per lettore digitale o qualsiasi altra cosa, avrà sempre un futuro, in ogni formato possibile e immaginabile e pure in modo duale. Se invece si continuerà sulla strada che molti editori pare abbiano intrapreso ovvero la quantità piuttosto che la qualità, nelle opere a grande diffusione, allora tranquilli, non ci sarà formato che terrà: il libro potrà pure essere olografico o scritto con inchiostro d’oro, ma la sua sorte sarà irrimediabilmente segnata.
Per questo mi viene da elaborare il timore a cui accennavo poco fa, cioè che per qualcuno la suddetta diatriba sia un buon sistema per fingere di parlare di libri e letteratura senza in realtà dire nulla, e così nascondendo dietro una simile cortina fumogena questioni ben più gravi per il futuro del libro, in primis proprio il costante scadimento della qualità letteraria delle opere imposte al grande pubblico, e del qual grande pubblico inesorabilmente (s)formano il gusto letterario. Perché a quella questione originaria se ne affianca un’altra, anche in tal caso da sempre ma con particolare evidenza negli ultimi tempi: lo scadimento della qualità ha provocato anche il decremento della quantità, dato che certi libroidi di gran successo usciti negli ultimi anni, piuttosto che aumentare il numero di lettori, alla fine l’ha contratto. Alla faccia delle pubblicità roboanti e delle fascette sulle copertine osannanti e proclamanti quantità di vendita tanto incredibili quanto in-credibili – ovvero non credibili e sparate per mera strategia commerciale, specchietto per lettori-allodole ingenui e culturalmente imbarbariti.
Cari editori, se pubblicherete bei libri – e con ciò intendo opere dotate di autentico valore letterario, non solo di facile appeal emozionale per un pubblico cresciuto a panem et circenses – vedrete che di essi venderete libri di carta e ebook a iosa e con costanza nel tempo. Non conseguirete le vendite mirabolanti (così almeno voi dite) di certi titoli, ma nel complesso venderete un numero totale di copie ben superiore a quello attuale, ne sono convinto. D’altro canto, non mi pare che quelle presunte vendite mirabolanti vi abbiano regalato bilanci aziendali floridi! Anzi, vi hanno oscurato l’orizzonte ancor più di prima, visto che a fronte di tali successi di vendita il mercato editoriale nazionale si contrae ogni anno di più. Ergo, piantatela con questa disputa tra libro cartaceo e libro digitale, ormai divenuta francamente noiosa e stucchevole, e tornate a fare il vostro mestiere originario: pubblicare (e promuovere adeguatamente) bei libri, non oggetti da supermercato. Il futuro della letteratura (e della cultura diffusa in generale) vi ringrazierà, su carta e in formato digitale!

Una letteratura condannata all’irrilevanza. Stralci da un articolo di Martina Testa, di Minimum Fax

Stralci di un articolo di Martina Testa, direttore editoriale di Minimum Fax, pubblicato su Artribune nr.15, Settembre-Ottobre 2013. Lo rimetto alla vostra attenzione (nonostante il pezzo sia di qualche settimana fa, appunto) e li cito, tali stralci, perché in qualche modo confermano certe mie opinioni circa il panorama letterario/editoriale nostrano di oggi da una posizione interna al panorama stesso e peraltro di prestigio, vista la bontà del lavoro di Minimum Fax. Un buon lavoro, quello della casa editrice romana e di molte altre piccole, medie e indipendenti, che rischia di essere “infangato” e reso vano dalla situazione in corso, caratterizzata da (per semplificare al massimo) troppa quantità edita a fronte di sempre più scarsa qualità letteraria. Certo, gli italiani leggono poco e questa è una colpa gravissima e una questione non solo culturale ma pure sociale: tuttavia se l’editoria (che è un’industria culturale, è bene non dimenticarlo mai!), piuttosto che far di tutto per invertire tale tendenza la sfrutta biecamente per conseguire meri fini consumistici ovvero di guadagno – il che significa, nella logica industriale in cui pure i grandi editori sono finiti, elargire dividendi agli azionisti, e pace se nel frattempo il paese diventa sempre più ignorante… – allora non solo scivoliamo verso l’orlo del baratro ma veniamo pure brutalmente spinti in esso.
E, si noti, l’articolo pare scritto sull’onda della visione del “talent show” RAI per scrittori Masterpiece! Invece no, non era ancora in onda, all’epoca della pubblicazione, d’altro canto tale parvenza ne conferma la bontà: in fondo il programma di RAI 3 non è che una macroscopica prova di quanto asserito.
L’articolo completo di Martina Testa lo trovate QUI.

Da una dozzina d’anni lavoro per una casa editrice di Roma: prima come redattrice, poi anche come editor e ora come direttore editoriale. (…) La mia professione si svolge all’interno della cosiddetta “industria culturale”: un complesso di attività che comprende non solo la produzione di materiali culturali ma anche la loro diffusione, comunicazione, valutazione; un ambito in cui la letteratura e l’editoria convivono con la musica e le arti visive, ma anche con l’organizzazione di eventi e il giornalismo. Riflettendo sulle dinamiche di questo vasto settore, un fenomeno che negli ultimi anni mi sembra evidente è quello del sostituirsi della forza della personalità alla forza della competenza. Un ventennio di berlusconismo, televisivo e non, ha eroso alla base l’idea che lo studio, l’acquisizione di sapere, il possesso di un bagaglio di tecniche specifiche e di strumenti critici siano necessari per farsi strada professionalmente. Il biglietto da visita è diventato quello del carattere: simpatia, spigliatezza, voglia di fare; sensibilità, originalità, passione; capacità di farsi notare. Questo tipo di mentalità anti-intellettuale, la mentalità per cui chi “sa” è un pedante da sbeffeggiare, o un elitario da guardare con sospetto, ha trovato terreno fertile nella democrazia telematica da blog e da social network. Il preoccupante risultato è che, oggi, chiunque scriva si sente scrittore, chiunque faccia musica si sente musicista, chiunque abbia un’opinione su un libro si sente critico letterario, chiunque scatti una foto si sente fotografo. E spesso si ritiene che la passione per la lettura basti di per sé a dare accesso a una vita professionale nell’editoria. Non molti sembrano consapevoli del fatto che per lavorare nella redazione di una casa editrice è utile saper scrivere senza errori in un paio di lingue straniere, o saper usare uno scanner, o saper creare un file .epub, o conoscere il linguaggio HTML o anche solo la regola per la formazione del plurale dei sostantivi in –cia e –gia. (E il fatto che gran parte delle case editrici esternalizzino sempre più il lavoro, rinunciando a formare il proprio personale interno, non contribuisce certo a innalzare il livello di competenza generale nel settore.) (…) Ritenere la letteratura e l’arte – nonché il fare libri, e il curare mostre – questione di sentire più che di sapere fa gioco a chi vuole ridurle a passatempo o a puro mercato, e privarle di valore conoscitivo, critico e, in definitiva, politico. Se in nome di un generico rifiuto della “casta” (la casta dei critici, la casta dell’“editoria tradizionale” ecc.) la cultura si pensa fatta solo di gusto, estro creativo, intraprendenza personale, e non più di abilità tecnica, di patrimonio cognitivo condiviso da accrescere e trasmettere, la si condanna all’irrilevanza. Proprio come, nella vita politica, la progressiva sostituzione della personalità alla competenza e l’idea che voler fare equivalga tout court a saper fare hanno portato agli esiti desolanti degli ultimi mesi.

INTERVALLO – Città del Messico, Biblioteca Josè Vasconcelos

bibliomexico1
Un edificio particolarissimo, che all’apparenza ricorda un gigantesco magazzino industriale ricolmo di scaffalature ma che in verità cela un concetto architettonico-filosofico molto interessante: gli scaffali che accolgono la collezione di oltre 500.000 libri sono sospesi alla struttura di copertura e non poggiano sul pavimento – tanto che vi si può passeggiare sotto, realizzando in tal modo un paesaggio davvero metafisico nel quale la cultura è trasmessa ai fruitori della biblioteca dall’alto.
Cliccate sull’immagine per saperne di più…