La letteratura, perversa come il diavolo (Andrzej Żuławski dixit #2)

Avevo una moglie, un letto caldo. Le donne gobbe, signore, hanno un temperamento duro, ma volevo Julia così tanto che mi distesi sul tappeto erboso bagnato e lo scavai col mio corpo. Solo l’uomo può essere così perverso, come il diavolo o la letteratura.

(Andrzej Żuławski, C’era un frutteto, Alpine Studio, 2013, pag.184. Traduzione di Marina Fabbri)

Se così è, se la letteratura perverte l’uomo come lo sa fare il diavolo attraverso la passione amorosa, beh… Mi auguro si diventi tutti quanti bramosamente, perversamente, diabolicamente lettori di libri.
QUI potete leggere la recensione al romanzo di Żuławski, ergo: buona lettura, in ogni senso.

Per una vera “Rivolta dei Libri”: alcuni punti (di tanti altri) messi nero su bianco, di getto, e qualche riflessione di contorno…

Qualche settimana fa ho pubblicato un post, qui nel blog, intitolato E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri?, per rimarcare come in Italia ci sia forse bisogno di una autentica e profonda rivolta culturale, soprattutto, prima che meramente politica – come quelle più o meno forconate che si sono manifestate nelle scorse settimane, che hanno avuto lo stesso effetto di uno starnuto durante un uragano.
Tra i vari commenti ricevuti a quel post, voglio citare quello di Guido Mura per come abbia ragione scrivendo: Tra regionalismi, elitarismi, rimasticature di fenomeni culturali della dominante cultura statunitense, la letteratura italiana non sa bene dove andare. Come potrebbero ribellarsi i nostri libri, se anche loro sono figli del sistema e della sottocultura in cui ci dibattiamo? Vogliamo proporre qualcosa di nuovo, facendolo nascere dalle nostre ceneri italiane e mitteleuropee? Bene. Ma troveremo imprenditori in grado di comprendere la forza rivoluzionaria e costruttiva di una tale operazione? Come ho sempre sostenuto, il problema di fondo del nostro paese è una classe dirigente e imprenditoriale inadeguata e timorosa, a sua volta non incoraggiata nel suo agire da una classe politica ottusa.
E’ vero, appunto: non è detto che una pur buona rivoluzione culturale – che per me è sinonimo di rivoluzione del pensiero anche per come i libri e la lettura siano la migliore palestra per la libertà e l’emancipazione di esso, sotto ogni punto di vista – non venga soffocata dal sistema di potere vigente talmente deviato e marcio da non poter essere nemmeno un poco raddrizzato e purificato. E’ un’osservazione concretamente realistica e pragmatica, quella di Guido. Tuttavia, forse ingenuamente, forse utopisticamente, forse ottusamente, resto convinto che solo nella cultura – e con la cultura – si possa costruire un vero cambiamento, dacché solo la cultura può possedere in sé l’impulso, la forza, il raziocinio e insieme la creatività politico-sociale (oltre che, bisogna dirlo, l’intelligenza) per metterlo in atto. Non vedo, altrimenti, quale altro settore della società e della vita pubblica possa ottenere ciò, senza nel caso creare forse ancora più danni di prima. Come osserva Guido, ciò significa anche che lo scrittore – ovvero il letterato e l’intellettuale in generale – deve sobbarcarsi un diritto/dovere fondamentale: quello di rivendicare la propria totale autonomia e libertà rispetto al sistema e alla sua sottocultura (nonché al potere politico che con essi domina: cosa sottintesa ma che è bene comunque precisare), e comprendere che un’opera letteraria deve – e ribadisco, deve – avere in sé e ottenere anche uno scopo culturale, dunque sociale e politico, non solo di intrattenimento. E ciò non vuol dire che non si debbano più scrivere libri leggeri, ci mancherebbe, non è questo il punto, ma semmai che la cultura, quella vera, deve tornare a rappresentare il primo mattone per la costruzione della società, ergo che chi produce cultura deve porsi tale responsabilità, dovere, diritto, fine – chiamatelo come volete – come imprescindibile.

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Posto ciò, ho pure provato a pensare come realizzare una rivolta dei libri partendo dal basso, da azioni – credetele necessarie, possibili, improbabili, folli, fate voi: ho solo appuntato, e di getto, pensieri che mi frullavano in testa – che chiunque potrebbe mettere in atto, individualmente o in gruppo, esattamente come si è visto in TV certi individui scendere nelle strade e bloccarle con un forcone in mano, ottenendo alla fine, lo ribadisco, meno di nulla – anzi, probabilmente danneggiando altri cittadini senza invece nemmeno sfiorare il potere, che dai suoi palazzoni dorati se la rideva e se la ride. Alla fine io credo, ne sono fermissimamente convinto, che un libro sia un’arma miliardi di volte più efficace di qualsiasi altra: per questo ho appuntato questo elenco…

– Facciamo capire in modo chiaro e inequivocabile al potere dominante che noi non siamo il popolo pecorone facilmente assoggettabile e dominabile che esso vuole, che noi la mente ce l’abbiamo attiva e funzionante, rifiutando le sue imposizioni, le sue ipocrisie, illuminando le sue falsità, mettendolo davanti alle sue responsabilità e colpe, in primis quelle etiche, civili e sociali!

Scendiamo nelle piazze e blocchiamole ma non commettendo atti di violenza, semmai leggendo libri seduti sull’asfalto, sui selciati, sui marciapiedi! E’ già stato fatto, ma sono state manifestazioni estemporanee di pochi: facciamole diventare di migliaia, decine di migliaia!

“Imprigioniamo” i politici dentro i loro palazzi del potere bloccando le uscite con muri di libri! Se ne dovranno uscire abbattendoli, dimostrando così anche materialmente come per essi la cultura non conti nulla!

Contrapponiamo alle parole vuote e inutili dei politici le parole piene di senso e di cultura dei più grandi letterati, degli scienziati, dei pensatori, degli intellettuali di pregio, traendole dalle loro opere e traendone per noi insegnamenti e riflessioni per nuove idee, nuove azioni!

– Combattiamo una volta per tutte la strategia di istupidimento mediatico che il potere porta avanti, rifiutando quanto ci viene propinato da TV e giornali ovvero da ogni altra cosa simile di così offensivo per la nostra intelligenza!

– Facciamo della cultura, in senso generale, il motore primario del paese, il propellente fondamentale per il pensiero comune e l’opinione pubblica! Il futuro si costruisce sulla cultura, sul buon senso civico, sull’intelligenza, la conoscenza e la consapevolezza diffusa, non sul denaro, non sul potere politico e finanziario, non sul consumo di beni inutili che arricchiscono pochi e inebetiscono tanti!

Riportiamo al centro della società l’essere pensante e che esiste in quanto tale, non quello che appare e pretende di esistere in modo imposto e artificioso. Sono le idee, le parole e le azioni individuali a determinare il valore di una persona, non l’immagine esteriore!

– E, ancor di più, riportiamo al centro di tutto il pensiero libero, ovvero la prima e più grande libertà che l’uomo possieda!

Sto soltanto vaneggiando, forse, credendo alla possibile realtà di una mera utopia. Eppure sono convinto che spesso l’utopia è soltanto una realtà che nessuno ha ancora avuto il coraggio di realizzare.

Effetti collaterali (da non-abuso di libri)

Ditemi pure che sono esagerato, troppo sprezzante, esageratamente caustico, catastrofista cosmico… – insomma, dite ciò che volete, ma a mio parere tra il fatto che sulle TV nazional-popolari vada ancora in onda lo spot del video sotto riprodotto, nonostante la sua palese e delirante dissennatezza, e tra l’evidenza che in Italia, nazione dove uno spot del genere va in onda, appunto, si leggano sempre meno libri – come sancisce l’ultimo rapporto ISTAT sulla lettura di libri, non ci può non essere una correlazione. E’ inevitabile.
E non sto certo dicendo, superficialmente, che chi consuma quelle pasticche si rimbambisce al punto da non provare la volontà di leggere libri… No, è una mera – ma assai profonda e grave, nella sostanza – questione di cultura. O di ignoranza diffusa, fate voi.

Leggete più libri – e buoni libri, s’intende, non libroidi da hard discount – e vedrete che di medicinali del genere farete certamente a meno. Se ne gioverà la vostra mente, e pure il vostro organismo!

Leggere per vivere (Gustave Flaubert dixit)

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere.

(Gustave Flaubert)

Da sempre sono convinto che la vita è (anche) un cammino culturale, perché genera cultura – le nostre azioni, i nostri pensieri, la nostra esistenza quotidiana generano cultura – e dunque, per questo, deve nutrirsi di cultura per potersi definire una vita veramente vissuta.
E – sono parimenti convinto – scrivendo quanto sopra ho pure descritto in modo indiretto cosa sia la libertà. Forse anche per questo la cultura è troppo spesso così bistrattata se non combattuta, da chi ci comanda.

Libro di carta contro ebook, sui media continua la diatriba. Ma è veramente su tale questione che si basa il futuro dei libri e dell’editoria?

Leggo su un periodico l’ennesimo (pseudo)dibattito sulla diatriba “libro di carta-libro digitale”, con i soliti due partiti ben schierati sulle loro posizioni, le solite idee sul futuro che è digitale e sul fascino immortale della carta, e in mezzo i soliti possibilisti della verità-che-sta-sempre-nel-mezzo ovvero che i due media possono convivere tranquillamente eccetera, eccetera, eccetera… E con il solito finale d’articolo evanescente, dacché a tale dibattito non c’è risposta alcuna essendo peraltro basato su ben pochi dati oggettivi e molto più su opinioni personali, interpretazioni soggettive, prese di posizione di parte, sensazioni, desideri, dichiarazioni ad effetto, eccetera, eccetera, eccetera (vedi sopra).
Beh, in tutta sincerità, con questa ennesima lettura sulla questione, devo dire che la stessa mi sta abbastanza stufando – anzi, non solo, a questo punto mi viene pure da temere che dietro si nasconda dell’altro… Sì, perché, riflettiamo un attimo: veramente è questo il nocciolo della questione concernente il futuro dei libri e dell’editoria? Io credo proprio di no. Voglio dire, lo può essere sotto certi aspetti tecnici e pratici, ovvio, dal momento che produrre un file per un ereader non è come produrre un libro con il classico processo tipografico – e non è nemmeno importante, alla fine, che ciò sia un bene o sia un male, se l’una o l’altra cosa comporti più vantaggi che svantaggi o viceversa.
No: molto più pragmaticamente – e banalmente a ben vedere, ma pure inevitabilmente – la questione fondamentale è sempre quella, la prima e originaria da che l’editoria è stata inventata: se l’opera letteraria è di valore, il libro, che sia di carta o sia un file per lettore digitale o qualsiasi altra cosa, avrà sempre un futuro, in ogni formato possibile e immaginabile e pure in modo duale. Se invece si continuerà sulla strada che molti editori pare abbiano intrapreso ovvero la quantità piuttosto che la qualità, nelle opere a grande diffusione, allora tranquilli, non ci sarà formato che terrà: il libro potrà pure essere olografico o scritto con inchiostro d’oro, ma la sua sorte sarà irrimediabilmente segnata.
Per questo mi viene da elaborare il timore a cui accennavo poco fa, cioè che per qualcuno la suddetta diatriba sia un buon sistema per fingere di parlare di libri e letteratura senza in realtà dire nulla, e così nascondendo dietro una simile cortina fumogena questioni ben più gravi per il futuro del libro, in primis proprio il costante scadimento della qualità letteraria delle opere imposte al grande pubblico, e del qual grande pubblico inesorabilmente (s)formano il gusto letterario. Perché a quella questione originaria se ne affianca un’altra, anche in tal caso da sempre ma con particolare evidenza negli ultimi tempi: lo scadimento della qualità ha provocato anche il decremento della quantità, dato che certi libroidi di gran successo usciti negli ultimi anni, piuttosto che aumentare il numero di lettori, alla fine l’ha contratto. Alla faccia delle pubblicità roboanti e delle fascette sulle copertine osannanti e proclamanti quantità di vendita tanto incredibili quanto in-credibili – ovvero non credibili e sparate per mera strategia commerciale, specchietto per lettori-allodole ingenui e culturalmente imbarbariti.
Cari editori, se pubblicherete bei libri – e con ciò intendo opere dotate di autentico valore letterario, non solo di facile appeal emozionale per un pubblico cresciuto a panem et circenses – vedrete che di essi venderete libri di carta e ebook a iosa e con costanza nel tempo. Non conseguirete le vendite mirabolanti (così almeno voi dite) di certi titoli, ma nel complesso venderete un numero totale di copie ben superiore a quello attuale, ne sono convinto. D’altro canto, non mi pare che quelle presunte vendite mirabolanti vi abbiano regalato bilanci aziendali floridi! Anzi, vi hanno oscurato l’orizzonte ancor più di prima, visto che a fronte di tali successi di vendita il mercato editoriale nazionale si contrae ogni anno di più. Ergo, piantatela con questa disputa tra libro cartaceo e libro digitale, ormai divenuta francamente noiosa e stucchevole, e tornate a fare il vostro mestiere originario: pubblicare (e promuovere adeguatamente) bei libri, non oggetti da supermercato. Il futuro della letteratura (e della cultura diffusa in generale) vi ringrazierà, su carta e in formato digitale!