Excelsior!

cop_libro_CAI-1Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. nello specifico, è l’introduzione all’ultimo capitolo, quello che disquisisce degli itinerari che raggiungono la vetta massima del Resegone, una delle montagne più celebri delle Alpi – sì, quello citato dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”! “Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

0-COPERTINA_1-1Excelsior!

Bada agl’aridi pini, alla foresta | Già dirotta dal turbine, ti sia | Custode il ciel dalla valanga.” È questa | La buona notte che il villan gli invia. | Lontano in sulla cima | Una parola intìma: | Excelsior!

E’ parte del testo d’un componimento di Henry Wadsworth Longfellow [1], poeta americano dell’Ottocento tra i primi a dedicare i propri versi al paesaggio della sua terra con occhio quasi “ecologista” e spirito ispirato da quel Romanticismo che nel frattempo, qui in Europa, contribuiva a stimolare i primi alpinisti alla conquista delle vette alpine. E’ da lì che viene il motto del Club Alpino Italiano, quel “Excelsior!”, appunto, che letteralmente significa “più in alto!” e che rappresenta efficacemente l’anelito materiale e spirituale dell’uomo a salire fin dove la Terra, con le cime delle montagne, si avvicina maggiormente al cielo, ovvero verso dove la dimensione quotidiana e terrena può entrare in contatto con quella metafisica – qualsiasi cosa ciò possa significare. Una sfida di ardimento, di coraggio, di tecnica, di cuore, mente, polmoni, per affermare fondamentalmente la forza della propria vita, in primis a sé stessi: in su e in sé, per citare il titolo di un libro dedicato al rapporto tra alpinismo e psicologia di qualche tempo fa [2].

Ora, senza esagerare in sofismi cattedratici che apparirebbero probabilmente fuori luogo, è innegabile che per ogni appassionato di montagna la vetta rappresenta qualcosa di simbolicamente potente: il punto massimo raggiungibile, un apice assoluto sul quale si è al di sopra di ogni altra cosa nelle vicinanze, oltre che, ovviamente, pure un risultato “sportivo” – più o meno alpinistico che sia – del quale si può essere giustificatamente orgogliosi. Certo, i movimenti alpinistici alternativi di fine anni ’60, nati parallelamente ai fremiti studenteschi di protesta di quel tempo, cercarono di sancire la fine della cultura della vetta a tutti i costi considerando tale “sovversione” un anelito di libertà [3]; tuttavia, prima o poi quell’impulso a salire verso l’alto tipico di ogni appassionato di montagna non potrà non contemplare la vetta come coronamento della propria ascesa – tecnica e non solo, appunto – dacché solo in vetta, alla quota massima di un monte, l’ascensione si può dire veramente completata. Ma, lo si ribadisce, non si vuole qui esagerare con concetti e visioni troppo elucubrate: il Resegone non è certo montagna assimilabile a chissà quale gigante alpino dal prestigio alpinistico ben maggiore, e la sua quota a ben vedere modesta non è che possa ispirare chissà quale elevazione metafisica a toccare sfere celesti altrimenti irraggiungibili! Però, è comunque una montagna dal grande fascino, senza dubbio: la sua vicinanza alla pianura milanese e ai laghi, la sua morfologia, la spettacolarità dei suoi versanti, l’offerta di itinerari escursionistici e alpinistici per tutti i gusti, la rendono meta comunque apprezzata e ambita da molti, e crediamo sarebbe stato così anche senza il dono della notorietà letteraria conferitogli dal Manzoni. Poi, appunto, non è che ci si possa vantare della vetta del Resegone come del Monte Bianco o di chissà quale altra prestigiosa cima – anche se, come vedremo, per raggiungere la vetta non mancano certo sentieri di cui poter andare fieri: tuttavia, lo ribadiamo, ogni montagna con la propria sommità è un vertice assoluto, un punto supremo oltre cui vi è solo il cielo, che sia alta meno di duemila metri o più di ottomila, e per questo ciascun monte è certamente buon compimento di quell’anelito al salire verso l’alto che lo stesso CAI, sull’onda dei versi di Longfellow, ha reso proprio motto: excelsior!

[1] Henry Wadsworth Longfellow, poeta, traduttore ed educatore statunitense (1807-1882). Scrisse  diverse raccolte di poesia ispirate dal Romanticismo europeo, tra le quali “Voci nella notte” e “Ballate ed altre poesie”: è appunto in quest’ultima raccolta che è contenuta la poesia “Excelsior!”, nella quale il termine è ripetuto come un leitmotiv.

[2] Giuseppe Saglio, Cinzia Zola, “In su e in sé. Alpinismo e psicologia”, Priuli e Verlucca Editori, 2007.

[3] Ovviamente il pensiero va soprattutto al “Nuovo Mattino”, movimento nato agli inizi degli anni ’70 e ispirato da uno scritto di Gian Pietro Motti, che ne fu tra i principali “ideologi”, per il quale la “libertà” dal concetto della vetta a tutti i costi era soprattutto legato alla scoperta di nuovi luoghi sui quali arrampicare e superare i limiti di difficoltà a quel tempo raggiunti: l’arrampicata sulle falesie di fondovalle nacque così, ad esempio, la quale a sua volta fu la culla del contemporaneo free climbing.

“Racconti dal Lago”, la nuova raccolta di Historica dedicata al Lago di Como

Domenica prossima 8 maggio, alle ore 11.00, nell’ambito di Piccoli Editori in Fiera – la rassegna dedicata all’editoria indipendente che si svolge a Bellano, sulle rive del Lago di Como – verrà presentata per la prima volta in pubblico Racconti dal Lago, la raccolta che è il frutto dell’omonimo concorso letterario organizzato da Historica Edizioni (che ovviamente ne è l’editrice) in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, e della quale ho avuto l’onore di essere il curatore.
Su Racconti dal Lago, e sul lavoro di curatela che ho compiuto – del quale fa parte il piacere derivante dalla lettura dei venti racconti scelti e la relativa meditazione sulle storie, le narrazioni e le invenzioni letterarie in essi presentate – ho voluto mettere nero su bianco alcune personali considerazioni: ve le propongo nel testo a seguire, il quale mi auguro sia non solo una buona e intrigante presentazione della raccolta e dei suoi contenuti letterari, ma anche una riflessione più ampia e generale (ma non meno intensa e approfondita) sul rapporto che può intercorrere tra un ambito naturale così peculiare, come quello del Lago di Como, il suo genius loci e le genti che ne abitano le rive e le terre limitrofe. Un rapporto per certi aspetti speciale, indagando il quale risulta ancor più piacevole, densa e intrigante la lettura dei racconti.

doppia-cop-ombra-racconti-lagoIntroduzione – tre parole significative

Nella lettura dei racconti scelti poi per formare questa bellissima e molto intensa raccolta di Historica Edizioni, mi sono ritrovato non solo a giudicare la qualità letteraria degli stessi, ma ho cercato pure di coglierne gli elementi di fondo, per così dire, quelli che dei racconti formano non tanto la mera struttura sintattica, espressiva e narrativa quanto quella più profondamente culturale – e intendo con ciò riferirmi all’identità elementale dei testi più legata alla cultura stessa del territorio del Lago di Como e alla sua gente, della quale gli autori qui presenti sono un campione del tutto autorevole proprio perché in grado di raccontare e di raccontarsi – raccontare una storia per raccontare anche un mondo, quello dove vivono cioè quello che rendono vivo con la loro presenza vitale quotidiana.
Tra le tante impressioni in tal senso, ritengo di poter compendiare buona parte di esse in tre parole – o elementi o fattori o entità… insomma, fate voi – che mi sembrano più di altre significative e rappresentative dei testi che compongono la raccolta. Tre parole all’apparenza banali o forse pure ovvie, ma che credo lo siano molto meno di quanto si creda e, anzi, che nella loro semplicità apparente celino in verità molti e variegati significati assolutamente profondi e intriganti, che di seguito vi voglio raccontare dacché costituiscono importanti valori aggiunti alla qualità letteraria dei testi presenti in Racconti del lago.
Le tre parole sono: lago, malinconia, amore.

Lago

Se oggi i laghi, in qualità di elementi del paesaggio naturale e della relativa idromorfologia, assumono soprattutto una valenza estetica e di rimando culturale, dunque sostanzialmente positiva e legata alle più piacevoli emozioni e sensazioni, secondo certe antiche raffigurazioni simboliche i laghi erano visti come palazzi sotterranei di diamante o di cristallo da dove emergevano fate, streghe, ninfe e sirene, creature che sovente attiravano gli uomini verso la morte. Assumevano dunque la temibile valenza di paradisi illusori e rappresentavano creazioni dell’esaltazione dell’immaginazione[1]. Immaginazione, dunque fantasia, ovvero creatività: una contiguità di termini niente affatto casuale, e il volume che sto presentando ne è una prova piuttosto lampante, direi.
Ma al di là dell’interpretazione simbolica più antica del “lago” in qualità di elemento naturale, che peraltro verrà utile a breve, è interessante notare in che modo il lago – di Como, ora – ovvero con quale parte da protagonista, entri nei racconti che compongono la raccolta. Perché sì, il lago è un protagonista dei testi presenti nel volume ed è inevitabile che sia così, ma la sua presenza non è affatto solo scenografica oppure meramente ispirante in senso ambientale ed emozionale. Leggendo i racconti, più volte sono tornato alle considerazione che sugli elementi naturali, e sul bosco in particolare – “entità” sotto molti aspetti paragonabile al lago -, si possono fare nel leggere e studiare una produzione letteraria contemporanea che personalmente ritengo tra le più interessanti e particolari, quella della Scandinavia. In essa la Natura e il bosco, appunto, sono veri e propri personaggi che entrano nelle narrazioni non solo e non semplicemente come sfondi delle stesse ma né più né meno come attori, elementi realmente attivi, presenze che influenzano i protagonisti umani, ne caratterizzano gli spiriti, ne influenzano le azioni e plasmano i caratteri anche se, gioco forza, in maniera mediata. La loro presenza, così evidente e per certi versi ingombrante, così ineluttabile e dinamica sia in senso spirituale e metafisico che pratico, contribuisce al carattere generale delle storie narrate, che indubbiamente senza di essa avrebbero tutt’altra valenza, letteraria e non solo.
Ecco, ho trovato che per i racconti presenti nella raccolta possono valere le stesse considerazioni: il Lago di Como non fa da semplice scenografia, pur bellissima, spettacolare, romantica, intensa, alle storie narrate ma è spesso un personaggio attivo in esse, una specie di attore non protagonista – o dal protagonismo “mediato” – la cui presenza è tuttavia fondamentale per il senso e la profondità narrativa di esse, oltre che per le potenziali peculiarità emozionali scaturenti.
Trovo molto interessante e significativa questa impressione, perché denota un legame di natura antropologica, oltre che meramente estetica e culturale, del lago con le genti che vivono in sua prossimità. Anzi: seppur la bellezza del lago sia sempre e comunque presente in chiunque, che sia abitante sulle sue rive o forestiero in visita e in transito lungo le sue sponde, mi viene da pensare che proprio l’abitudine a tale bellezza da parte di chi abita in zona agevoli la riscoperta, magari anche solo in modo inconscio, di quel legame antropologico con l’entità lacustre, col suo peculiare genius loci. Una sorta di imprimatur metagenetico nell’animo e nell’io più profondo e autentico delle persone – dei laghée, come vengono definiti nel dialetto locale coloro che abitano sulle rive del Lago di Como – che ne determina poco o tanto la vita e l’esistenza quotidiana oltre che i pensieri, la fantasia, la creatività (sia essa artistica o d’altra specie). Anche nel caso in cui essi stessi non se ne rendano nemmeno conto, come ribadisco; ma credo che, in buona parte dei casi, questa influenza sappia rendersi ben percepibile, determinando la relativa consapevolezza.

Malinconia

Fermi tutti, preciso subito! Non dovete intendere la parola “malinconia” nel suo senso originario, quello che trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (“nero”), e cholé (“bile”), quindi “bile nera”[2] – una delle condizioni umane più tristi in assoluto, insomma!
In verità uso tale termine ma ho riflettuto molto su quale fosse più consono utilizzare riguardo ciò che vi dirò a breve. Probabilmente sarebbe un po’ più adatto il termine struggimento inteso come traduzione italiana del più letterario Sehnsucht[3], ma a sua volta ha una connotazione fin troppo cupa, oppure il “baudelaireano” spleen[4], pure non poco tetro a meno che lo si intenda come lo stesso Baudelaire lo volle intendere non tanto nei celeberrimi I Fiori del male[5] quanto in Lo spleen di Parigi[6], ovvero: «Con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira»[7] – con meno tetraggine e più leggerezza, in pratica.
A dire il vero quanto vorrei intendere io si trova per certi versi a metà di tutto ciò e, ribadisco, su un versante ben più luminoso che oscuro. Ma al di là del termine più corretto per compendiarne il senso, certamente in tutti i racconti, anche in quelli più allegri, divertenti, leggeri, mi è parso di cogliere almeno un pizzico di questo “stato d’animo” – o di pensiero, o di spirito – pseudo-malinconico, come una sorta di costante percezione anche del lato in ombra di tutte le cose, oltre che di quello in luce e più piacevole, più gradevole e proficuo.
Un’impressione che, a ben vedere, ritrovo nella sostanza del concetto in un passo sul Lago di Como scritto da Hermann Hesse:
Non ho mai saputo amare veramente questo lago, forse addirittura troppo bello e scintillante, e che troppo volentieri si prodiga per esibire la propria ricchezza, mancandogli invece la cosa più bella che un lago possa avere: una sponda dolce e ampia. I monti si ergono con aria inquietante e scendono giù spietatamente, in alto selvaggi e brulli, in basso sovraccarichi di paesi, giardini, residenze estive e locande: tutto qui è rigoglioso, è una realtà di vivido splendore, è tutto uno squillare e scintillare di magnificenza e opulenza; non è rimasto un solo angolo per il sogno e l’immaginazione, non una palude coperta di canne o un pascolo addormentato, non un umido prato rivierasco o una seducente macchia di vegetazione selvaggia.
Tuttavia anche questa volta l’intensa bellezza esercitò la sua potente attrazione su di me con il romanticismo rupestre di borghi erti, la fierezza rigorosa delle ville aristocratiche con giardini, parchi e porticcioli, l’amena coesistenza di terreni e costruzioni.[8]
Una inquietudine – o struggimento, appunto – che si genera dalla visione del paesaggio lacustre, in parte troppo spietato e in parte così esageratamente opulento e rigoglioso da risultare impossibile da “comprendere” totalmente negli occhi e nel cuore, al punto da tarpare qualsiasi ulteriore immaginazione riguardo esso, e che da quella visione paesaggistica sembra derivare pure una similare inquietudine d’animo e di spirito – che però nulla può, lo precisa subito Hesse, nell’impedirgli (ovvero impedire a chi come lui si ritrovi al cospetto del Lago di Como e del suo paesaggio, sia un residente o un viaggiatore) l’attrazione verso la sua romantica bellezza.
L’autore che dunque si ritrovi a scrivere, raccontare, narrare del e sul Lago di Como non potrà dunque non lasciar fluire nel proprio scritto entrambi questi stati d’animo, ed è infatti quanto posso riscontrare nei racconti di questa raccolta, ma con una differenza non da poco rispetto a quanto asserito da Hermann Hesse: gli autori di Racconti dal lago, forse proprio perché fatti della stessa sostanza del loro bacino lacustre ovvero discepoli dello stesso genius loci ancestrale, sanno ben superare quel limite al sogno e all’immaginazione riscontrato dal celebre scrittore tedesco[9] per inventare e narrare nuove storie, le quali tuttavia, andando oltre il suddetto limite, non possono non portarsi appresso un poco (o un tanto) di ciò che spiritualmente lo determina, quel leggero eppur concreto struggimento che rende le narrazioni mai superficiali, mai leggere o futili e invece sempre piene, dense di emozionalità, ben distese lungo un ampio spettro di sensazioni, sensi e percezioni, dalle più intime e sfuggenti alle più aperte e partecipate.
Nulla di triste e oscuro insomma, lo ribadisco di nuovo, ma un’espressività letteraria e  narrativa completa e intensa, fatta per restare oltre la lettura, oltre le mere parole che la compongono, per lasciare una traccia evidente e altrettanto densa nell’animo dello stesso lettore.

Amore

Anche in questo caso, siamo lontanissimi da qualsivoglia concezione sdolcinata e superficialmente romantica del termine “amore”, che non a caso – volendo tornare ai più antichi simbolismi dai quali peraltro derivano tutte le accezioni moderne delle cose del nostro mondo – faceva riferimento a nozioni tutt’altro che sdolcinate! Basti pensare solo alla cosmogonia orfica, che racconta della genesi di Amore dalle tenebre notturne, che partoriscono un uovo dal quale, appunto, esce Amore, mentre le due metà spezzate del guscio formano la Terra e il cielo: un elemento, dunque, che non rimanda al mero piacere legato all’innamoramento (concetto che si legherà al termine solo dopo, questo) ma che rappresenta e assicura la coesione interna del Cosmo[10]. D’altro canto, Platone lega pure in modo indissolubile il concetto di amore a quello di bellezza, sia nel senso di bellezza sensibile che di bellezza della sapienza, considerata il più alto possibile.[11]
Insomma, per non farla troppo lunga e “professorale”: c’è molto “amore”, nei racconti presenti nella raccolta, ma quasi sempre è un amore “alto”, scevro da mere e dozzinali passionalità le quali, quando vi siano, sono sempre in qualche modo meditate e afferenti ad un concetto di amore che mi viene da riportare a quelli “aulici” sopra citati.
Credo, anche in tal caso, che il lago c’entri molto. E c’entri in modo diverso, e appunto più profondo nonché aulico, rispetto a quanto verrebbe facilmente – e in fondo non erroneamente – da pensare circa la carica romantica (nel senso più ovvio del termine), sentimentale e languida del paesaggio lacustre verso gli “innamorati”, o i potenziali tali (e quelli a loro affini). In qualche modo il lago rende l’amore vissuto sulle sue rive un qualcosa di meno banale del solito e più intenso, più intimo, più spirituale – senza contare che, inutile dirlo, non è “amore” solo quello legato alla passione amorosa che può nascere in due persone vicendevolmente attratte, dacché l’amore vive in forme e sostanze molteplici che in certi casi tornano direttamente a riferirsi a quell’antico concetto orfico di coesioni cosmica, nel quale vi si possono comprendere infinite cose ed elementi.
È un po’ come se il lago con la sua vitalità – i venti, il moto delle onde, le correnti, lo sciabordio continuo dell’acqua sulle rive… – mantenesse in costante movimento anche il sentimento amoroso che si vive sulle sponde stesse, lo tenesse sempre fremente e vivace e ciò nel bene ma pure nel male, nei suoi aspetti più perturbanti e agitanti. Il paesaggio lacustre anima e influenza l’amore, insomma, lo porta oltre qualsivoglia banalità e ovvietà, lo rende specchio di quello stesso sentimento che provano le persone di fronte alla sua bellezza, che può essere di totale ammirazione e venerazione nei momenti più placidi ma anche di sgomenta meraviglia, se non di attraente inquietudine, quando le acque si gonfiano di onde violente che sferzano le rive e i venti soffiano impetuosi e irati contro tutto e tutti – anche in tali situazioni agitate, ribadisco, non ci si può non fare attrarre dalla bellezza inquieta e turbante del lago, esattamente come a volte l’amore genera passioni verso persone – o verso circostanze – per le quali saranno più sofferenza e tormento ad esserne peculiarità, piuttosto di felicità, beatitudine e piacere.

Per concludere

Ecco: lago, malinconia, amore. Certo, potrebbero essere ben di più le parole emblematiche e significanti per i testi di Racconti dal lago, e mi auguro che sia effettivamente così, che tante altre parole potranno scaturire nella mente e nell’animo di chi leggerà la raccolta – così come, ugualmente, siano ulteriori e differenti le impressioni che ciascun lettore potrà ricavare dal volume e dai suoi testi. Perché il lago è un piccolo/grande universo ricolmo di infinite cose, in primis della storia della sua gente e delle storie che la sua gente può ricordare, pensare, inventare, elaborare e dunque narrare. Finché ciò accadrà, finché la gente potrà e saprà raccontare, anche il lago raccontare infinite storie. In fondo, un po’ come Walter Bonatti (il quale guarda caso abitava in vista del Lario, alle porte della Valtellina) diceva delle montagne, lo stesso si può dire del lago: che non sarà mai soltanto un mero specchio d’acqua finché gli uomini lo vivranno – sulle acque e sulle rive – e lo sentiranno parte di sé stessi.

Note

[1] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, BUR, 1a ediz. 1986.
[2] Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, voce “Melanconia”.
[3] Parola-chiave dello spirito romantico tedesco ottocentesco, derivante dall’antico alto tedesco Sensuht, con significato di “malattia del doloroso bramare”.
[4] Altro termine assai in uso nel decadentismo dell’Ottocento – ma esistente già nello stesso Romanticismo – e reso celeberrimo da Baudelaire, il cui concetto viene direttamente dall’antica medicina ellenica degli umori. Deriva dal greco splēn; in inglese significa “milza”.
[5] Charles Baudelaire, I fiori del male, 1a ediz. 1857 (orig. Les Fleurs du mal).
[6] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa, 1a ediz. 1869 (orig. Petits poèmes en prose. Le spleen de Paris).
[7] Charles Baudelaire, Lettera a Troubat, Parigi, 1866.
[8] Hermann Hesse, Vedere l’Italia, Guanda, Parma, 1995.
[9] Il quale peraltro, non bisogna dimenticarlo, visse a lungo e morì a Montagnola, sopra il Lago di Lugano, dunque in pratica nello stesso paesaggio naturale che accomuna il bacino lacustre svizzero con il vicino Lario.
[10] Pierre Grimal, Dictionnaire de la mythologie grecque et romaine, 3a ediz. Parigi, 1963. Citato in Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, op.cit.
[11] Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, 1a ediz. UTET 1971.

P.S.: potete scaricare la versione pdf di questo articolo qui.

Ancora 20 giorni per partecipare al primo concorso letterario “Racconti dal Lago”, firmato Historica Edizioni e Cultora!

Lago-di-Como-2-bnHistorica Edizioni, in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, ha indetto la prima edizione del Concorso Letterario Racconti dal Lago.
Avete ancora 20 giorni di tempo, oggi incluso, per partecipare! E, ve lo assicuro, è un’occasione da non perdere!

Il concorso vuole esplorare il talento letterario e portare alla luce gli autori che risiedono nel territorio affacciato sulle rive del Lago di Como, la cui grande bellezza genera da sempre, oggi come in passato, un grande influsso culturale, artistico ed espressivo, offrendo la possibilità ai partecipanti di far parte d’una pubblicazione prestigiosa curata da un’altrettanto prestigiosa casa editrice, tra le più brillanti e in crescita dell’intero panorama nazionale. Dunque non un classico concorso con classifica e premi finali (magari graditi ma obiettivamente poco utili per chi voglia emergere nell’affollato e caotico panorama letterario nazionale) ma la concreta possibilità di una preziosa e fruttuosa visibilità editoriale, per di più autorevolmente firmata – da Historica, appunto.
I racconti che verranno selezionati – dallo scrivente, è (anche) per questo che ve ne parlo, qui – formeranno infatti una raccolta pubblicata da Historica e presentata in prima assoluta con la presenza degli autori vincenti in occasione di Piccoli Editori in Fiera, la fiera del libro di Bellano che si terrà il 7-8 maggio 2016, oltre che nell’ambito degli altri eventi letterari nazionali ai quali la casa editrice parteciperà ovvero in occasioni specifiche sul territorio locale.

Bando Racconti dal LagoIL BANDO

Historica Edizioni, in collaborazione con il sito Cultora, indice la prima edizione del Concorso letterario Racconti dal Lago.
UNICA SEZIONE: NARRATIVA – Si accettano racconti a tema libero che non superino le 8 cartelle dattiloscritte (1 cartella = 30 righe di 60 battute). Ogni autore può inviare al massimo un racconto.
TESTI – I testi devono essere in lingua italiana e inediti. Possono partecipare autori italiani e stranieri. Possono partecipare testi già premiati in altri concorsi.
COME INVIARE I RACCONTI – I concorrenti devono inviare il racconto in formato word, con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e con oggetto “Racconti dal Lago”, al seguente indirizzo mail: scrivendovolo@gmail.com
CONDIZIONI DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione è gratuita e aperta a tutte le persone residenti o domiciliate nelle province di Como e Lecco.
TERMINI DI INVIO – Inviare gli elaborati via mail entro e non oltre il 31 marzo 2016.
DESIGNAZIONE DEI VINCITORI – Agli autori selezionati verrà inviata una mail con il responso.
PREMI – I racconti vincitori verranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà presentato alla Fiera del libro di Bellano il 7-8 maggio dove il testo sarà in vendita presso lo stand di Historica. Il libro sarà successivamente ordinabile online e in libreria e disponibile alle principali fiere del libro a cui partecipa la casa editrice.
DIRITTI D’AUTORE – I diritti dei racconti rimangono di proprietà dei singoli Autori.
INFORMAZIONI – Per qualsiasi informazioni sul concorso scrivere a: scrivendovolo@gmail.com

P.S.: cliccando sull’immagine della locandina lì sopra, la potrete scaricare in formato pdf.

“Fracia”: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. E’ la storia di una parete non certo blasonata come tante cop_libro_CAI-1altre alpine, secondaria, discosta dalle zone di frequentazione alpinistica più note e dunque dall’interesse di tanti arrampicatori, eppure dotata d’un suo grandissimo fascino, un’attrattiva particolare che è anche aura temuta e famigerata, sotto certi aspetti – e nonostante in altri settori la parete sia molto meno “problematica”. Ed è la storia di questa parete, il testo qui sotto, narrata attraverso la storia, le emozioni e le sensazioni di alcuni degli uomini che hanno trovato il coraggio di sfidarla e vincerla, e che nel racconto si incrociano nello stesso luogo in epoche differenti. Un’invenzione narrativa spaziotemporale che, mi auguro, sappia rendere vivide le sensazioni dei suoi protagonisti a chiunque, anche a chi se ne resterà comodamente seduto in poltrona a leggere, ben lontano dalla “Fracia” e dalla sua rabbrividente aura…Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

Fracia1Fracia: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Fracia: basta il nome! – verrebbe da dire. Una denominazione dialettale che richiama espressamente la peculiarità principale di questa altrimenti splendida parete che dalla costa di Sopracorna, sul versante Sud Ovest del Monte Spedone, precipita verso la Valle del Gallavesa: la sua roccia in molti tratti friabile, dunque il rischio aggiunto che deve essere sostenuto da chi vi si avventuri. E’ bastato spesso quel nome per tenere lontano molti arrampicatori, affascinanti da una parete così spettacolare, posta in bella vista al cospetto dell’intera Valle San Martino e dotata di potenzialità alpinistiche rare in zona, ma che non se la sono sentita di affrontarla, scoraggiati anche dalle relazioni di chi invece vi è salito. Una parete da affrontare con la testa, con parecchia forza ma altrettanta delicatezza, e a cui non dare mai troppa confidenza: non è un caso che le linee di salita tracciate su di essa, e l’elenco dei ripetitori, portino le firme di alcuni tra i migliori e più titolati alpinisti locali, autori di belle imprese anche su altre più celebrate pareti alpine. Il “duri” del titolo di questo capitoletto, al di là della metaforica ironia, sta per coraggiosi, intraprendenti, audaci, ma altrettanto consapevoli del proprio agire e delle sensazioni da esso scaturenti, che una parete “dura” come la Sud Ovest del Monte Spedone sa generare.
Per la cronaca, le vie tracciate sulla pala principale occidentale – ovvero “la” parete per eccellenza dello Spedone, quella verso cui si volge lo sguardo quando si ode il nome “Fracia” – sono: la Cattaneo-Corti del 1933, la Longoni-Corti del 1936, la “Pietro Fiocchi” o “Ruchin” – Esposito-Colombo – del 1942, la Papini-Nava del 1948, la variante Burini-Mozzanica alla “Pietro Fiocchi” del 1960, la Burini-Locatelli o “Direttissima” del 1963, la via “dei Soci” ad opera di A.Papini, P.Salvadori, C.Longhi, B.Milesi, S.Corti del 1975. Tutte vie sovente oltre il VI grado, ardite, tecniche e assai fornite di passaggi da cardiopalma. (Citiamo pure le altre vie della bastionata, che salgono sugli speroni a destra – osservando da valle – della “Fracia” propriamente detta: la via “delle Formiche” di A.Colombo-G.Valsecchi, la “G.Valsecchi” di M.Burini-M.Stucchi del 1960, la via “Iosca” di D.Berizzi-A.Rota del 1976, e la via del “Naso di Carenno” di D.Berizzi-A.Papini-P.Villa del 1975.)
La fama della Fracia, nel bene e nel male, ci ha però fatto sorgere l’idea di celebrare gli uomini che l’hanno affrontata non con le solite relazioni di salita delle sopra elencate vie, le quali peraltro sono in gran parte facilmente rintracciabili sul web o su alcune pubblicazioni CAI, ma attraverso le emozioni e le sensazioni di essi, idealmente percorrendo la parete con il cuore e l’animo, più che con mani e piedi, di quattro degli alpinisti che l’hanno vinta, ovviamente tutti soci del CAI di Calolziocorte: Mario Burini, Alessandro “Ninotta” Locatelli, Giuseppe Ravasio e Giuseppe Rocchi. Le parti in corsivo nel testo sono tratte dalle testimonianze dirette, orali o scritte, dei quattro nostri protagonisti.

Fracia2Non si può non cominciare da Mario Burini, Accademico CAAI, che la Fracia la conosce forse meglio di chiunque altro per averla salita e superata più di chiunque altro, tanto da essere denominato da qualcuno “Re dello Spedone” oppure “Fraciologo” (!). La sua “Direttissima” del 1963 è probabilmente la più bella via sulla parete, e Burini la inizia con diversi compagni e conclude in cordata con “Ninotta” Locatelli, Ragno di Lecco prematuramente scomparso nel 1972 per un male incurabile, che di essa lascia una bella relazione. Locatelli si fa convincere da Burini a fargli da secondo nonostante le cose poco rassicuranti che si raccontano sulla parete e su alcuni che l’avevano tentata: cita tal signor Carletto, vecchio alpinista, che gli racconta delle difficoltà, i bivacchi e i voli fatti dai vari Mauri, Rusconi, Corti, Papini, e altri. Ha pure sentito delle ritirate dalla parete di Burini e compagni nei primi tentativi di apertura della via, con acrobazie varie e assortite compiute pure sul “famoso cordino del Mario”, una corda di nylon intrecciata di 8 millimetri che aveva la proprietà di allungarsi come un elastico! – ricorda Locatelli con evidente sconcerto. Per non parlare del bivacco in parete di Burini sulla via “Ruchin” con tanto di fari puntati ad illuminare la zona, provocando le ire tremebonde dell’accademico calolziese che per tutta risposta intima a quelli di andarsene a casa, che egli voleva solo dormire!
La via “Ruchin”, appunto – la cui denominazione ufficiale è via “Pietro Fiocchi” ma che tutti conoscono e identificano col soprannome di Ercole Esposito, il celebre accademico calolziese (peraltro tra i soci fondatori della sezione CAI di Calolziocorte) che ne fu l’artefice, e il cui “record” di ripetizioni spetta proprio a Mario Burini: la affrontano nel 1991 Ravasio e Rocchi, con quest’ultimo a istigare l’impresa: già altre volte avevo pensato a quella via – ricorda Rocchi – ma leggendo le impressioni rilasciate dalle poche cordate che ne avevano effettuato le ripetizioni (6 in 50 anni) mi ero ormai convinto che non valeva la pena di rischiare la vita per tentare di salire quella via. Ma dentro di me ormai è scattato qualcosa che mi spinge a tentare, non mi resta che cercare qualcuno abbastanza folle da seguirmi in quest’impresa. “Bepi” Ravasio, appunto. Le impressioni che cita Rocchi suscitano ben poca tranquillità – ai due come, molto probabilmente, a Locatelli per la sua salita con Burini: via allucinante che conta pochissime ripetizioni di cui due con caduta, che confermano le estreme difficoltà, con molto artificiale su chiodi malsicuri e su roccia friabilissima. C’è da ritenere poi che tutti e quattro i nostri scalatori sappiano quanto successo nel 1951 a Bruno Papini durante il tentativo di prima ripetizione della via “Ruchin”: l’improvvisa fuoriuscita di un chiodo lo sorprende al termine del celebre traverso, e il risultato è un volo di venti metri nel vuoto, nove chiodi strappati, due incisivi superiori avulsi e uno strappo tremendo alla cassa toracica. Ora capirete senza più dubbi perché fior di scalatori se ne sono stati e continuano a stare ben distanti dalla Fracia e dalle sue rocce!
Così, mentre Ravasio passa una notte travagliata e insonne e ugualmente Rocchi non fa che rigirarsi nel letto cercando di cancellare le parole lette nelle relazioni, quasi trent’anni prima “Ninotta” attacca con Burini la sua via, per denotarne a sua volta subito la particolarità della roccia, stratificata ed estremamente friabile. Di contro ha quanto meno la sicurezza di salire con un compagno che la parete, nella sua prima parte, la conosce come le proprie tasche; sicurezza di cui Ravasio e Rocchi non possono godere, anzi: quando il secondo avvisa la moglie delle loro intenzioni, la donna monta su tutte le furie e sentenzia: “voi due siete matti da legare!” Ma ci pensa Ravasio a dare un po’ di “fiducia” al compagno: tutti gli incidenti capitati sulla parete si sono risolti con ferite più o meno gravi, ma non è mai morto nessuno!Bella consolazione! – gli ribatte Rocchi.

Burini e Locatelli intanto cominciano a salire: il secondo fa sicura al primo, e solo le schegge di roccia che cadono e il lento scorrere della corda mi segnalano la sua progressiva salita. In effetti sulla Fracia cadono ben più rocce che acqua, intesa come pioggia: lo ricorda Burini, che la parete è così strapiombante che durante uno dei primi tentativi di apertura della via scoppiò un temporale che durò un’ora e mezza, e non prendemmo nemmeno una goccia di pioggia!
Anche Rocchi è alle prese con la tremenda roccia della parete: sono in difficoltà – dice – la roccia è talmente friabile che non so più dove aggrapparmi, i vecchi chiodi sono inutilizzabili – d’altronde lo dice pure Burini, che di tutto il materiale che si può trovare in parete non c’è affatto da fidarsi: primo perché in molti casi è vecchio di cinquant’anni e più, e poi perché rappresenta più una speranza che una certezza di tenuta d’una eventuale caduta – e infatti, continua Rocchi, quei chiodi come mi attacco fuoriescono con estrema facilità. La situazione è drammatica, cerco di arrampicare in opposizione, impegnato allo spasimo, al limite della sopportazione. Anche Ravasio, il suo compagno, è nella stessa situazione: la paura di aver sbagliato mi tormenta, ritorno a fatica sui miei passi, sudando freddo per l’estrema tensione, e cerco di non guardare la strada per Erve che sta sotto. Tale visione spaventa pure “Ninotta”, nel 1963: sotto i nostri piedi si snoda il nastro asfaltato della strada che da Calolzio sale ad Erve, e la vista sprofonda nel nero baratro del “paradiso dei cani”. La tensione aumenta, il che fa tirare a Ravasio certe imprecazioni irripetibili: è assicurato ad un solo, misero nut, e ai dubbi di Rocchi egli risponde tra mille coloriti improperi che non sa più cosa fare, perciò bisogna per forza di cose fidarsi di quel nut. Ma il “volo”, in Fracia, è cosa pressoché certa, ed è Rocchi a comprovare suo malgrado tale certezza: il chiodo a cui è assicurato esce, cade per diversi metri, una delle due corde si trancia e nella caduta le ginocchia sbattono violentemente contro la roccia. Nel suo volo si arresta proprio in corrispondenza dell’uscita della variante alla via “Ruchin” aperta da Burini insieme con Dario Mozzanica (del CAI di Merate): nuovamente il caso fa idealmente incrociare le avventure arrampicatorie delle due cordate di cui stiamo narrando. Anche “Ninotta”, quasi trent’anni prima, è alle prese con un chiodo parecchio allarmante: ho le braccia morte – confessa – e prego il Signore che il chiodo tenga, lasciandomi andare su di esso. Ma fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: egli risolve dubbi e timori con il secondo dei chiodi a pressione che utilizzerà sulla via, in disaccordo con Burini al quale tali sistemi non sono mai piaciuti e ritiene invece che si sarebbe potuti passare anche senza.
Ormai entrambe le cordate sono quasi in cima alla parete. Burini, da quel crapone che è, lascia salire da primo Locatelli anche sul tiro finale, per risparmiare tempo ed evitare di bivaccare. Tiro finale che invece, sulla “Ruchin”, Ravasio giudica un vero incubo. La roccia si sfalda, continuo a salire aggrappandomi a massi assai instabili e riesco ad evitare il volo per il rotto della cuffia. Ma ormai il bosco al termine della parete è raggiunto, finalmente. Ravasio si sente come un naufrago che tocca terra dopo una spaventosa tempesta, profondamente commosso, mentre per Rocchi lo stress cede il posto ad un’allegria incontenibile, stringendo la mano a Bepi e congratulandomi a lungo con lui perché nonostante le ammaccature (dato che pure Ravasio ha un polpaccio che brucia e una mano dolente) ha saputo reagire e condurre la salita fino al termine, in mezzo a mille difficoltà e su un terreno così infido.
Però i due non sono d’accordo sul giudizio circa l’impresa compiuta: per Ravasio è uno dei giorni più belli e gratificanti della sua vita, per Rocchi l’aggettivo “avvincente” affibbiato dal compagno alla salita io lo cambierei con “allucinante” – confessa, e aggiunge poi, una volta a riposo sul divano di casa, che pensando alla giornata intensa trascorsa in Fracia, mi chiedo se ne sia valsa la pena, ed anche se tutto si è risolto per il meglio o quasi, sinceramente non lo so. Tutto posso dire all’infuori di essermi divertito, anzi, l’arrampicata su quella roccia da brivido, in alcune circostanze, ha evocato in me sentimenti prossimi alla disperazione.
Nel 1963, invece, Mario Burini e “Ninotta” Locatelli escono dalla nuova via in condizioni migliori: li aspetta uno dei premi più “classici” per degli alpinisti di ritorno da una salita, a Rossino – il sobborgo calolziese ai piedi della Fracia – dove ci fermiamo a bere birra e gazzosa.

Fracia4Qui termina il nostro “racconto emozionale incrociato”, un omaggio ai nostri scalatori che la Fracia l’hanno vissuta così intensamente, al loro coraggio e all’intraprendenza, alla loro forza d’animo e di volontà – virtù proprie di tutti i più forti alpinisti – e parimenti un omaggio a questa parete calolziese così affascinante e al contempo così inquietante.
Ma la storia della Fracia, invece, non è certamente finita: c’è tutt’oggi qualcuno che vi si avventura, che si decide a vincere i propri timori e ad affrontare le sue friabili trappole rocciose. Anche a questi nuovi intraprendenti sfidanti è dedicato questo pezzo, nella certezza che pure loro, lassù, si troveranno a vivere emozioni e generarsi nell’animo sensazioni altrettanto forti e indimenticabili.

Il primo concorso letterario “Racconti dal Lago”, firmato Historica Edizioni e Cultora

Lago-di-Como-2-bnHistorica Edizioni, in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, indice la prima edizione del Concorso Letterario Racconti dal Lago.

Il concorso vuole esplorare il talento letterario e portare alla luce gli autori che risiedono nel territorio affacciato sulle rive del Lago di Como, la cui grande bellezza genera da sempre, oggi come in passato, un grande influsso culturale, artistico ed espressivo, offrendo la possibilità ai partecipanti di far parte d’una pubblicazione prestigiosa curata da un’altrettanto prestigiosa casa editrice, tra le più brillanti e in crescita dell’intero panorama nazionale. Dunque non un classico concorso con classifica e premi finali (magari graditi ma obiettivamente poco utili per chi voglia emergere nell’affollato e caotico panorama letterario nazionale) ma la concreta possibilità di una preziosa e fruttuosa visibilità editoriale, per di più autorevolmente firmata – da Historica, appunto.
I racconti che verranno selezionati – dallo scrivente, è (anche) per questo che ve ne parlo, qui – formeranno infatti una raccolta pubblicata da Historica e presentata in prima assoluta con la presenza degli autori vincenti in occasione di Piccoli Editori in Fiera, la fiera del libro di Bellano che si terrà il 7-8 maggio 2016, oltre che nell’ambito degli altri eventi letterari nazionali ai quali la casa editrice parteciperà ovvero in occasioni specifiche sul territorio locale.

Bando Racconti dal LagoIL BANDO

Historica Edizioni, in collaborazione con il sito Cultora, indice la prima edizione del Concorso letterario Racconti dal Lago.
UNICA SEZIONE: NARRATIVA – Si accettano racconti a tema libero che non superino le 8 cartelle dattiloscritte (1 cartella = 30 righe di 60 battute). Ogni autore può inviare al massimo un racconto.
TESTI – I testi devono essere in lingua italiana e inediti. Possono partecipare autori italiani e stranieri. Possono partecipare testi già premiati in altri concorsi.
COME INVIARE I RACCONTI – I concorrenti devono inviare il racconto in formato word, con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e con oggetto “Racconti dal Lago”, al seguente indirizzo mail: scrivendovolo@gmail.com
CONDIZIONI DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione è gratuita e aperta a tutte le persone residenti o domiciliate nelle province di Como e Lecco.
TERMINI DI INVIO – Inviare gli elaborati via mail entro e non oltre il 31 marzo 2016.
DESIGNAZIONE DEI VINCITORI – Agli autori selezionati verrà inviata una mail con il responso.
PREMI – I racconti vincitori verranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà presentato alla Fiera del libro di Bellano il 7-8 maggio dove il testo sarà in vendita presso lo stand di Historica. Il libro sarà successivamente ordinabile online e in libreria e disponibile alle principali fiere del libro a cui partecipa la casa editrice.
DIRITTI D’AUTORE – I diritti dei racconti rimangono di proprietà dei singoli Autori.
INFORMAZIONI – Per qualsiasi informazioni sul concorso scrivere a: scrivendovolo@gmail.com

P.S.: cliccando sull’immagine della locandina lì sopra, la potrete scaricare in formato pdf.