I parcheggi sul Pian Grande di Castelluccio

La vicenda dei parcheggi sul Pian Grande di Castelluccio, efficacemente riassunta in questo articolo (del 9 maggio 2021) di sherpa-gate.com, mi sembra rappresenti un esempio assolutamente emblematico della diffusa ignoranza istituzionale nei confronti del patrimonio naturale, storico, ambientale, culturale nonché della bellezza sovente insuperabile che possiede l’Italia.

Ma dico: come si può consentire l’invasione alle autovetture private, che ovviamente e inevitabilmente danno luogo a un megaparcheggio selvaggio, in un ambiente così bello, così palesemente prezioso e delicato, per giunta variamente tutelato da vincoli paesaggistici e ambientali dacché parte del Parco Nazionale dei Monti Sibillini? Come lo potete permettete e addirittura pretendere, voi istituzioni pubbliche locali?

Posto che la sentenza della Corte d’Appello di Roma del marzo 2021 abbia risolto (speriamo definitivamente) la vicenda, appare comunque evidente che si è di fronte a un caso di ignoranza reiterata e dunque genetica, non frutto d’un abbaglio, visto che le istituzioni in questione non solo hanno commesso un abuso ma hanno pure proposto appello in suo sostegno e contro la prima sentenza del Commissario preposto.

Bene: quanti altri casi simili la cronaca italiana ci presenta, da anni e senza interruzioni? Vogliamo andare avanti così, lasciare che questi abusi istituzionali alla bellezza del paese continuino imperterritamente fino a che i loro promotori politici troveranno qualche giudice compiacente che li sentenzierà come “giusti”, aprendo la strada a chissà quale ulteriore oltraggio?

Formaggio fa rima con paesaggio

[Formaggi della Val di Fassa, Trentino. Immagine tratta da qui.]
Sapete che a mangiare del buon formaggio di montagna non solo fate parecchio felice la vostra pancia ma contribuite a salvaguardare il prezioso valore culturale dei territori alpini e dei loro meravigliosi paesaggi – un patrimonio ovvero un bene comune di tutti noi e che chiunque ha la responsabilità di salvaguardare?

In effetti pochi prodotti dell’uomo come i formaggi di montagna portano “dentro” e offrono, oltre a una gran bontà, un bagaglio di cultura e saperi storico-geografici sovente considerevoli e che rappresentano un esempio emblematico di “bene comune” di natura sia materiale che immateriale. E dentro questo bene comune cultural-caseario ce n’è un altro al quale a nessuno o quasi, suppongo, verrebbe di pensare ma che a ben vedere è la base stessa dell’esistenza dei formaggi: i microbi presenti in essi, ciò che conferisce loro il sapore così gustoso.

L’antropologa culturale Roberta Raffaetà ha analizzato questo common – per usare il termine anglosassone abituale nelle discipline scientifico-umanistiche a indicare i beni comuni – tanto particolare quanto fondamentale per l’economia dei territori alpini: «La biodiversità microbica rende i formaggi di ogni malga unici e diversi da tutti gli altri», spiega l’antropologa, citata sul numero 107 di “Alpinscena”, il magazine di CIPRA International. Nel dopoguerra si è verificato un vero e proprio processo di abbandono delle malghe e molte conoscenze, pratiche e colture di batteri sono andate perdute. Queste, negli ultimi anni, sono state recuperate ma al tempo stesso reinventate da alcune organizzazioni, enti di ricerca e giovani, nel tentativo di valorizzare la loro importanza culturale ed economica. Le metodologie di produzione e le pratiche economiche messe in campo sono molteplici, quindi vanno discusse in maniera democratica in modo da conciliare diversi punti di vista e per tutelare il patrimonio collettivo microbico che si esprime nelle esperienze gustative del formaggio, capaci di collegare i microbi lattici al paesaggio naturale e culturale.

Ovvero, per farla breve, assaporando e gustando i formaggi alpini mettiamo in pratica e valorizziamo non solo il legame tra essi e i territori nei quali nascono e vengono prodotti, ma la nostra stessa relazione con quei territori e con i loro paesaggi – in senso generale e in quanto “paesaggi gustativi e emozionali” in grado di trasformare il gusto e la bontà del formaggio in esperienze di conoscenza culturale dei luoghi di origine.

Il tutto, ribadisco, facendo felice e appagata la vostra pancia. Cosa si potrebbe desiderare di meglio?