Avrete certamente letto sui media, o sentito/visto sulle radio-TV, della chiusura per qualche ora, ieri (e non solo ieri), dei siti archeologici vesuviani causa “assemblea sindacale” (QUI un elenco di notizie in merito), e converrete con me che di fronte a tale ennesimo episodio di genialità tutta italiana, c’è veramente poco da commentare.
Ovviamente, non sono in discussione ne i sacrosanti diritti dei lavoratori, ne quelli dei turisti che giungono lì da tutto il pianeta non certo per trovarsi davanti un cancello chiuso e una motivazione che a loro probabilmente parrà incomprensibile. Fatto sta che, non potendo discutere ne l’una ne l’altra cosa, ovvero non potendo mai discutere di nulla, in Italia, dacché salterà sempre fuori qualcosa che vanificherà in bene o in male l’efficacia della discussione, nel concreto finisce per essere perennemente in discussione il buon nome del paese – sempre che ce ne sia ancora uno e alla faccia di tutti quanti si riempiono la bocca, prima, ora e in futuro, di “patrimonio artistico”, di “tesori storici e culturali”, di “difendiamo al cultura” e tutto il resto. Parole che puntualmente, anche quando sono frutto di voci autorevoli, serie e volenterose, svaniscono rapidamente nel vuoto della realtà italica.
Pompei poi, lo sapete, bene, è “il” caso emblematico per eccellenza, sul merito. Ha ragione Christian Caliandro: “Pompei è l’autoritratto più efficace dell’identità collettiva italiana in questo momento: è lo specchio del nostro degrado, che riflette fedelmente quanto poco ci vogliamo bene. Ciò che potrebbe servire di più sarebbe forse proprio l’attuazione della (ventilata) procedura di cancellazione di Pompei dalla lista dei siti Unesco. Sarebbe uno shock salutare, l’occasione per rendersi finalmente e integralmente conto della gravità della situazione: un Paese che non riesce a garantire la minima conservazione, protezione e manutenzione del patrimonio ereditato dal proprio passato è un Paese che sta realmente mettendo in discussione il proprio futuro. Che si sta condannando all’impermanenza.” (Pompei, autoritratto italico, Artribune Magazine #16, novembre-dicembre 2013)
A ruota, mi viene da dare ragione pure a chi sostiene che sarebbe quasi il caso che Pompei tornasse a sparire sotto terra, come prima di essere scoperta e dissotterrata (gli scavi iniziarono nel 1748 per volere di Carlo III di Borbone) ovvero, paradossalmente, prima che venisse avviato il suo incubo, dacché in tal modo si conserverebbe molto meglio che ora, affidata a enti che dimostrano da decenni di non possedere alcuna buona capacità in tal senso.
Ancora una volta, a mio modo di vedere, il problema sta tutto nella totale mancanza di cultura pure in siti che sono cultura, e che cultura dovrebbero fare e trasmettere a chi li visita. Invece no: tutta la questione viene di nuovo ridotta su piani volgarmente materiali e bassamente politici, come se si avesse a che fare con la gestione di un grande supermercato o di un parco divertimenti nella cui conduzione prevalgano sempre e comunque diritti alquanto egoistici e grossolani, ancorché giusti e in parte condivisibili – ma, insomma, una cosa è e resta giusta quando non rende ingiuste altre cose con cui ha a che fare, no?
Da tutto ciò emerge l’impressione di un effettivo menefreghismo – ovvero, se devo essere più diplomatico, di una incapacità di comprensione del valore di ciò che si ha tra le mani – nei confronti del senso, del significato, del valore primario e dell’essenza culturale (senza citare poi il potenziale economico) di certe fortune che l’Italia si trova a possedere. Come se, appunto, Pompei fosse tale quale che un altro sito pubblico qualsiasi da aprire la mattina e chiudere la sera, e se qualcosa non funziona bene e va storto pazienza, c’è altro nella vita a cui pensare.
E’ e sarà sempre inutile istituire e mettere in atto “piani straordinari”, “strategie di rilancio” o altro del genere se verso ciò che va tutelato, rilanciato e sostenuto non ci sarà un autentico attaccamento, e altrettanta dedizione culturale – e intendo dire non legata a nozionismi e informazioni calate dall’alto (del tipo “Pompei va difesa perché così c’è scritto nella legge o nel decreto tot”), ma direttamente legata alla propria cultura, ovvero alla civiltà di cui si è parte e alla società che la anima: Pompei va difesa perché è la nostra storia ed è elemento formante la nostra identità nazionale, da mostrare con orgoglio ai turisti d’ogni dove. E’, in altri termini, ciò che ha affermato lo stesso Caliandro nel passo dell’articolo sopra citato, e tale dedizione deve esserci in ogni soggetto coinvolto, dalle istituzioni politiche (in primis) all’ultimo dei lavoratori come in ogni singolo cittadino, vero padrone del sito (se ce ne ricordassimo ogni tanto, eh!). Non è certo qualcosa che si possa ottenere da un giorno con l’altro, o in poche settimane o mesi. Ma è, credo e temo, l’unica via d’uscita, se non si vorrà finire come in altri ambiti italici nei quali i fantasmi più immondi del passato, che si credevano ormai dissolti, puntualmente tornano e pure più spaventosi di prima – Venezia e il suo Mose insegnano, giusto per restare in tema di tesori artistici e culturali italici gestiti in modo a dir poco opinabile.
Così bisogna agire, sperando di ottenere rapidamente buoni risultati ovvero augurandosi che il degrado e la conseguente rovina, materiale e morale, del nostro patrimonio culturale nazionale non risultino ancor più rapidi.
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Ancora sul rischio di estinzione dei piccoli librai: quando alcuni sono indipendenti sì, ma dalla coerenza e dall’onestà…
Voglio dare un rapido ma assai significativo seguito all’articolo pubblicato qui sul blog (e non solo qui) qualche giorno fa, e dedicato al sempre più grave pericolo di estinzione dei librai piccoli e indipendenti nel mercato contemporaneo dominati dalle oligarchie editoriali, dai grandi distributori, dagli ipermercati e – cosa correlata – dai titoli della pseudo-letteratura di consumo.
E’ un seguito che, facendo contro-eco al mio grido d’allarme sulla sopravvivenza delle piccole librerie e al relativo apprezzamento del loro valore culturale e sociale, vuole invece mettere in luce che – banale dirlo tanto quanto triste, e pure irritante – non tutti i librai indipendenti sono angeli, anzi… Ci sono pure quelli che, pur sbandierando la propria indipendenza da grossi gruppi industriali, leggi di mercato, consumismo editoriale e quant’altro, nella pratica non fanno che imitare, se non scimmiottare, quei grossi gruppi, divenendo complici della corruzione e della distruzione del mercato editoriale di qualità e della falcidia dei suddetti piccoli librai.
Ed è un seguito che mi viene direttamente “raccontato” da un collega scrittore, scaturito durante una chiacchierata on line sulla questione, e che trovo parecchio interessante da proporvi di seguito (dietro suo consenso, ovviamente, per il quale lo ringrazio molto):
Ecco, allora quando ho letto il bellissimo pezzo di Luca mi è venuta in mente una cosa che mi è successa e che vorrei dirvi. Ho frequentato per quasi due anni una libreria dove si tenevano corsi a cui partecipavo. Una libreria che si definiva e si definisce tuttora alternativa e indipendente. Una libreria che poi ho trovato anche nell’elenco delle librerie fiduciarie del mio editore. Una libreria dove alcuni amici hanno proposto a più riprese una presentazione del mio libro. Una libreria, alternativa, indipendente e ben lontana dalla grande distribuzione, dove mi hanno chiesto di portare una copia per valutarne la presentazione. Bene o meglio… mi eran già girati i co****ni. Comunque vado e mi chiedono se l’editore mi ha chiesto di comprarne delle copie. Visto che scrivere lo ritengo un bellissimo passatempo e come tale lo faccio per piacere, non mi va di dire balle. Ho risposto loro, ma avevo già capito, che sì, alcune copie le avevo comprate. Dopo oltre un mese li ho chiamati io, più che altro per avere indietro il mio libro che a saperlo in loro mani mi giravano ancor di più, mi hanno detto che non l’hanno nemmeno letto perché sono contrari all’editoria a pagamento, che con quei soldi me lo sarei potuto autoprodurre, che di sicuro sarebbe costato meno, che se farò successo, come mi augurano, saranno ben lieti di presentare i miei prossimi libri editi con altre case editrici.
Ecco allora a me vien da dire che di “queste” librerie alternative e indipendenti, forse un po’ troppo alternative e indipendenti per i miei gusti, non me ne frega niente.
Letta tale così significativa riflessione, la risposta che ho scritto al “collega” è stata questa:
“Sai, la situazione che hai vissuto con quella libreria “indipendente” l’ho conosciuta anch’io, e più volte, con altre librerie che si proclamavano tali – tirandosela anche parecchio – mentre nel concreto era ben peggiori delle altre di catena, dove quanto meno ti dicono di no perché “non siamo interessati ad autori di case editrici non trattate dai nostri distributori” e blablabla simili e, insomma, ti fan capire che o sei Fabio Volo o non ti si filano manco di striscio. Ma almeno lo sai, li insulti un po’ e amen.
Ovviamente il mio articolo concerne la realtà di tutti quei piccoli editori, tanti dei quali ho conosciuto personalmente, che ancora resistono all’assalto degli iperstore – il mio libraio di fiducia è così, ad esempio: un pazzo suicida (professionalmente) che resiste con la sua piccola libreria in un paese circondato da almeno 20 ipermercati nel raggio di 10 km… – e che vorrei facessero (o potessero fare) di più per contrastare le mutazioni del mercato, appunto. D’altro canto, le mele marce ci sono ovunque, il che per me significa che dobbiamo trovarle e quanto meno far vedere quanto sono marce, non certo meramente accettare che ci siano perché “tanto è così che vanno le cose…”.
No, e proprio per il senso di quell’articolo che ho scritto dovremmo – noi autori, editori e chi è coinvolto nel “giro” – in qualche modo far capire ai librai come quello che tu hai incontrato che non hanno capito nulla, e che in tale modo faranno crepare i piccoli autori ed editori ma loro pure appena dopo, e che – nel tuo caso – prendere peraltro a pretesto la storia dell’essere contro l’editoria a pagamento, con le folli strategie di mercato messe in atto dai “nobili” grandi editori, con libri di me**a (e scusate se uso il termine “libri”, che certi titoli nemmeno se lo meritano! L’altro termine sì’, invece, se lo meritano eccome!) venduti a 25 euro o più, ovvero ebook a 15 euro quando a loro costeranno 50 centesimi a esagerare, è veramente da ipocriti, oltre che da cretini.“
Appunto, preservare una realtà tanto fondamentale per la nostra società – attuale e certamente ancor più futura – come quella delle librerie piccole e indipendenti, dove il libro è ancora l’oggetto culturale per eccellenza e non un mero bene di consumo come un detersivo o un pacchetto di merendine, significa anche identificare chi gioca sporco, o chi ipocritamente tiene il piede in due scarpe, proclamandosi in un modo e palesandosi in un altro, e ciò solo per mero egoismo ovvero per correre dietro al presunto carro dei vincitori – che in verità, vista la situazione oggettiva del mercato editoriale, è forse più scalcagnato dei tricicli sui quali si muovono traballando l’editoria e la distribuzione indipendente.
Poi, per carità, ognuno è pure libero di fare ciò che vuole: ma allora che non si continui a piangere ipocrite lacrime di coccodrillo al capezzale del comatoso mercato editoriale italiano e, al capezzale accanto, della letteratura nostrana di qualità mentre nelle classifiche primeggiano sfumature grigie, fabivoli e ricettari televisivi!
Come piccoli Davide contro il grande Golia. Con i colossi della vendita di libri online sempre più dominanti, il destino delle piccole librerie di quartiere pare segnato. O forse no…
Una delle questione che più mi sta a cuore del panorama editoriale e letterario contemporaneo – e sulla quale dunque disserto ad ogni buona occasione, per come la ritenga tanto sintomatica quanto ineluttabile – è la costante falcidia delle librerie indipendenti (o di quartiere, come molti le definiscono per rimarcare la loro natura “popolare”), quegli autentici e importantissimi presidi culturali sovente a gestione familiare nei quali la vendita di libri è direttamente legata alla passione per essi dei proprietari piuttosto che a fredde logiche di mercato e di finanza, come quelle alla base dei grandi gruppi di distribuzione – legati a doppio filo ai più importanti editori – che stanno sempre più fagocitando il mercato stesso causando l’estinzione, appunto, delle piccole librerie. Ovunque il loro numero è in continua diminuzione sia nelle grandi città che nei piccoli centri (ad esempio a Bergamo e provincia, territorio di cui mi sono occupato di recente in tal senso, si è passati in circa vent’anni da 500 librerie a poco più d’un centinaio), con un trend di chiusure in drammatico aumento col passare del tempo anche perché la vendita online di libri, pure qui sempre più monopolizzata da pochi attori – uno su tutti: il colosso Amazon – si è intanto presa una fetta sempre maggiore di mercato così togliendo ancora più ossigeno ai piccoli librai, minuscole formichine che nemmeno riescono a fare il solletico ai giganteschi “elefanti” multinazionali della distribuzione editoriale. Una realtà parecchio triste, inutile dirlo, anche al di là delle essenziali considerazioni sull’importanza culturale, dunque anche sociale, delle librerie indipendenti e del loro lavoro di promozione dei libri e della lettura. Ma è una realtà che determina un destino inesorabilmente funesto, come verrebbe da ritenere, oppure i tanti piccoli librai-Davide possono ancora fare qualcosa, o quanto meno tentare di fare qualcosa, contro il vorace Golia?
Negli ultimi tempi due iniziative di diverso stampo ma con simili progetti e scopi possono fornire qualche interessante dritta nel merito. La prima che vi voglio presentare ha ormai già compiuto un anno
di vita: è italiana, più precisamente sarda, e si chiama Liberos, che in sardo logudorese significa sia “libri” che “liberi”. Liberos è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari, che – come si legge nella presentazione del progetto – “nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro. Si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.” Un progetto che in questo primo anno di vita ha già ottenuto ottimi riscontri e che trovo molto interessante anche per via della sua valenza locale: è certamente adattabile, con le ovvie e opportune varianti del caso, a qualsiasi altra realtà simile, geograficamente contestualizzata o meno.
La seconda iniziativa che vi presento è invece un progetto francese, più immediato nella forma ma pure più “aggressivo” nella sostanza, verso la mera realtà “commerciale” del mercato editoriale. Di esso ne ha parlato qualche settimana fa su La Stampa il corrispondente da Parigi Alberto Mattioli: “Strangolate da Amazon, devastate dalla grande distribuzione, minacciate dall’ebook. Le librerie indipendenti hanno perso molte battaglie, ma sperano ancora di vincere la guerra. O almeno di limitare i danni. Così 64 boutique del libro di Parigi si coalizzano per contrattaccare sul terreno del nemico: Internet. È in rete www.parislibrairies.fr perché, come racconta al Parisien Laura de Heredia, «sono quattro anni che noi librai sentiamo i clienti dire: non avete questo libro? Lo ordinerò su Amazon». (…) “Fra i 64 ci sono indirizzi storici, come «Delamain», di fronte alla Comédie-française, «Eyrolles» a Saint-Germain o la «Gallimard» in boulevard Raspail, posti dove talvolta si è fatta la storia o, più modestamente, ci si è fatti una cultura. L’idea è semplice: digiti il titolo e il sito ti dice dove è disponibile. Localizzi la libreria più vicina a te e l’acquisto è fatto. Oppure puoi ordinare il tuo volume on line. In entrambi i casi, però, devi andare a prendertelo «live»: la consegna per posta è lasciata alla «nemica» Amazon. «Vogliamo preservare – dice de Heredia – il nostro savoir-faire e il contatto umano».”
Faccio notare che tale progetto parigino di “web-alleanza” commerciale tra librai indipendenti viene da una realtà, quella francese appunto, di gran lunga migliore di quella italiana sotto ogni punto di vista: in Francia le librerie sono parecchio tutelate da apposite iniziative di legge – ad esempio fin dal 1981 è in vigore una legge (legge Lang) che regola il prezzo del libro e la scontistica relativa – e possono inoltre godere in molti casi di sovvenzioni governative, peraltro non solo nelle circostanze di accertata difficoltà. Di contro, nonostante tale situazione favorevole, anche i “cugini” transalpini librai soffrono e non poco la mutazione del mercato a favore della grande distribuzione e della vendita online, tant’è che nella sola Parigi – una metropoli con un bacino d’utenza letteraria ovviamente imparagonabile a qualsiasi piccola realtà locale nostrana – nel corso del 2012 hanno aperto 4 nuove librerie ma ne sono state chiuse ben 12: un saldo annuale negativo che non abbisogna certamente di commenti. Proprio da queste preoccupanti constatazioni matematiche nasce il progetto www.parislibrairies.fr il quale, nella sua efficace semplicità, sarebbe a sua volta facilmente riproducibile altrove, avendo i librai da esso e dalla sua idea di base ben poco da perderci e semmai soltanto da guadagnarci.
Posto ciò, dunque, e tornando alla difficile situazione italiana, è persino inutile affermare che una delle iniziative migliori che i librai superstiti nostrani potrebbero da subito realizzare è quella di mettersi in rete – cittadina, provinciale o che altro: il vecchio motto “l’unione fa la forza” è quanto mai valido in tale situazione, nella quale pensare di poter resistere con la realtà di mercato attuale e in vista delle sue presumibili trasformazioni future, inevitabilmente sempre più indirizzate alla generale digitalizzazione (oligarchica, pure) del comparto editoriale, è semplicemente folle. L’alleanza sarda di Liberos e il progetto di rete dei librai parigini sono, lo ribadisco, due idee preziose (nonché facilmente realizzabili) e due stimoli importanti per cercare di agire in tal senso, magari con un progetto di genesi e formazione locale ovvero adattato, com’è ovvio che sia, al mercato, al pubblico, ai gusti e alle preferenze del posto. Voglio inoltre nuovamente rimarcare una delle peculiarità sostanziali possedute dai librai indipendenti e di quartiere, che mai alcun colosso dell’editoria potrà offrire ai suoi clienti – citato peraltro anche nell’articolo sul progetto parigino: il contatto diretto con il pubblico, la presenza “umana” del libraio come referente, consigliere e contatto immediato per qualsiasi esigenza del lettore, oggi ancora più importante con l’arrivo sempre più frequente sugli scaffali delle librerie di libri di infimo valore letterario, imposti a suon di pubblicità mediatica e scalpori pseudo-scandalistici piuttosto che per la loro eventuale qualità (sovente inesistente, appunto). Iniziative come quella sarda e quella parigina hanno anche il pregio di preservare l’indipendenza dei soggetti che vi partecipano – cosa a volte molto sentita dai librai “storici” – nel frattempo unendo le varie singoli voci in un unico coro che, questa è la speranza, sappia farsi sentire, se non in modo preponderante, almeno in modo certamente distinguibile dai lettori, così che in nessun caso possano dimenticare che probabilmente quel tal libro che si vuole acquistare e che viene quasi automatico ricercare sul web magari lo si trova pure nella libreria sotto casa, davanti la quale si passa forse quotidianamente nell’andare a scuola o in ufficio.
E allora forse sì, i minuscoli librai-Davide – di qualsiasi zona essi siano – potranno non solo sopravvivere all’aggressione del colossale Golia, ma potranno pure tornare a essere una presenza culturale importante e una risorsa sociale preziosa in ogni nostra piccola e grande città.
L’emblematico fallimento di Dalai Editore, ovvero: il palazzo dell’editoria nostrana è sempre più pericolante…
Non solo intonaco e calcinacci: ora nel palazzo dell’editoria nostrana crollano pure i primi pilastri… Se una crisi economica a dir poco drammatica attanaglia la nostra società, è inutile rimarcare nuovamente che nell’editoria tale crisi è, se possibile, anche peggiore, sia dal punto di vista pratico e sia nel principio, per come qui si palesi tristemente bene l’assoggettamento della cultura diffusa al sistema finanziario che sta facendo vacillare il mondo – o almeno la nostra parte di esso.
Ma se fino ad oggi la crisi del mercato editoriale – ovvero, in soldoni, delle vendite di libri – ha colpito inevitabilmente e inesorabilmente le piccole case editrici – i suddetti “calcinacci” – logicamente troppo deboli per reggere il pur minimo dissesto economico, ora cominciano a crollare i primi pilastri portanti: nello specifico un nome glorioso dell’editoria italiana, Dalai – ex Baldini&Castoldi – che lo scorso giugno ha presentato “domanda prenotativa di concordato preventivo”, affittando a terzi l’azienda “a termini e condizioni che assicurino la continuità delle pubblicazioni, della distribuzione e dell’uso dello storico marchio”. Tuttavia pare che la domanda di concordato non sia stata accettata, per via delle disastrate condizioni economiche in cui versa l’azienda; per la casa editrice milanese si prospetta dunque il fallimento, con riapertura sotto il nome di “Baldini&Castoldi srl” e previa svendita dei diritti sui principali autori del catalogo al fine di fare il più possibile “cassa” – e in effetti Giorgio Faletti e Aldo Busi, per fare due nomi “importanti” del suddetto catalogo, sono già passati con Rizzoli.

Insomma, non siamo al collasso delle fondamenta (ovvero i quattro grandi gruppi editoriali che da soli controllano il 70% del mercato: nell’ordine Mondadori, Rizzoli, Mauri Spagnol e Feltrinelli), ma di certo Dalai era un bel pilastro dell’edificio editoriale italiano. Tuttavia il suo crollo non fa che palesare assai bene la debolezza dell’intero palazzo, e quanto pure le suddette fondamenta, che forse il grande pubblico crede solide e potenti, siano in realtà sempre più fragili: Rcs, per fare un esempio, ha messo nel bilancio 2012 debiti per mezzo miliardo di euro, cifra che nella situazione di mercato attuale potrebbe rappresentare una gran mazzata sulle tibie pure per il gigante più possente. Ma anche gli altri grandi, sappiatelo, non sono messi affatto bene, nonostante i propri mirabolanti best-sellers da (a sentir loro) milioni di copie vendute…
Ora, al di là del fatto specifico – nonché della solita analisi sullo stato deprimente della lettura in Italia – e analizzando invece la sua emblematicità, alcune considerazioni sorgono spontanee riguardo i possibili scenari del mercato editoriale futuro prossimo. In primis, il pericolo di accrescimento della già effettiva condizione oligopolistica del mercato, con i pesci grossi che via via mangiano quelli più piccoli (o meno grossi) e con le conseguenze facilmente immaginabili (cartello, controllo dei prezzi, imposizioni editoriali e commerciali…); inutile dire che – la storia economica insegna – il passo tra oligopolio e monopolio è sempre molto breve. Poi, l’evidente incapacità del sistema editoriale italiano di sfruttare al meglio (ovvero anche a proprio vantaggio) l’evoluzione tecnologica dell’ebook, troppo spesso soffocata da vendite di titoli digitali a prezzi assurdi, di solo pochi euro inferiori alle copie cartacee. Inoltre, se il caso Dalai fosse realmente e malauguratamente il primo di una più o meno lunga serie, non è nemmeno remoto il rischio di soffocamento dell’intero mercato, dacché non è detto che i giganti dell’editoria (quasi sempre rami d’azienda di gruppi industriali e finanziari “superiori”), eventualmente diventati ancora più grandi con l’assorbimento degli editori in crisi, restino immuni da ulteriori sconvolgimenti economici futuri o da altre “operazioni” finanziarie che ne minino alla base la naturale mission…
Ma, per finire, penso ad un altro scenario, tanto inopinato quanto, forse, non così fantascientifico, ovvero che dalla crisi dei grandi ne traggano un proficuo vantaggio i piccoli e medi editori indipendenti, quelli che dai grandi vengono fondamentalmente ignorati, considerati come innocui moscerini da spiaccicare solo quando osano infastidirli, quelli che non devono mantenere enormi strutture aziendali, che non hanno obblighi di dividendi da riconoscere ad affamati azionisti, quelli che, certamente, tirano a campare, spesso con difficoltà estrema, ma lo sanno fare anche meglio di altri grazie al semplice pragmatismo quotidiano della tipica artigianalità italiana – quelli che, soprattutto e alla faccia dei grandi e “nobili” editori e dei loro best-sellers da infinite copie che tuttavia – ma guarda, chissà come mai! – la buona editoria la stanno uccidendo, producono e diffondono ancora letteratura, quella autentica, pubblicando veri libri e non beni di consumo da ipermercato. Fanno ancora cultura, in poche parole, non mero merchandising consumistico.
Lo so bene, con questa devastante situazione di crisi e di sbando culturale tante piccole realtà editoriali ci hanno lasciato e ci lasceranno la pelle, tuttavia, ribadisco, non è detto che, proprio perché piccole e indipendenti, ovvero non legate ai distorti sistemi industriali e finanziari su cui si appoggiano i grandi editori, alla fine ne escano meglio. Sì, insomma, se un pilastro crolla è ben difficile sostituirlo, anzi, è facile che tutto il palazzo finisca per collassare; l’intonaco, invece, lo si può anche rinnovare e rabboccare, quando prende a sfaldarsi! D’altronde, se dobbiamo considerare la qualità letteraria generale di buona parte delle proposte dei grandi editori rispetto ai cataloghi di molti piccoli, beh, innegabilmente questi il confronto l’hanno vinto già da un bel pezzo.
Se chiude una libreria, chiude un pezzo della nostra civiltà. La costante falcidia delle librerie indipendenti, e le infauste conseguenze che ciò comporta
L’articolo a mia firma pubblicato sull’ultimo numero del mensile InfoBergamo – il 105 di Febbraio 2013 – è dedicato ad un fenomeno desolante tanto quanto estremamente grave, che già il titolo (che riprendo per questo post) credo esemplifichi in maniera chiara e netta: l’inesorabile “estinzione” delle librerie indipendenti, che comincia a coinvolgere non più solo il piccolo esercizio a gestione familiare ubicato nel piccolo paese ma anche realtà ben più importanti e prestigiose che da decenni operano nelle grandi città. Prendo spunto da un’analisi della situazione milanese, appunto – essendo Milano una città-campione molto interessante anche da questo punto di vista – e la rapporto a quella di Bergamo, città di piccola/media taglia a sua volta statisticamente significativa dacché senza dubbio correlabile a moltissime altre realtà cittadine simili sparse per la penisola – dunque, anche per questo, è un articolo che non ha certo una valenza meramente locale ma può ben interessare i lettori di tutto il territorio nazionale.
Ve lo propongo di seguito, mentre cliccando QUI potrete leggerlo nella sua versione “originale” nel sito di InfoBergamo (che potrete visitare cliccando invece sulla copertina dell’ultimo numero, lì sopra).
Buona lettura e, ancora di più, buona riflessione.
Lo scorso Agosto 2012, nell’articolo ospitato su queste pagine web e intitolato In difesa dei librai d’una volta, dissertavo su come l’attuale conformazione commerciale del panorama editoriale italiano stesse provocando – tra le altre cose – la nemmeno troppo lenta e inesorabile “estinzione” dei librai di quartiere ovvero delle librerie indipendenti, piccole e grandi, spesso presenti nelle nostre città come nei comuni più piccoli, simbolo di una passione professionale (e non solo) per i libri e la letteratura che le regole del consumismo contemporaneo, le quali hanno ormai intaccato anche il mercato editoriale, non contemplano più come elemento di valore.
Alcuni eventi accaduti nel frattempo hanno purtroppo confermato la mia esposizione, e in particolare uno dei più recenti è stato considerato da molti di particolare gravità: la storica libreria Hoepli di Milano (che è anche casa editrice), fondata nel 1870 e ad oggi condotta da Ulrico Hoepli – figura assai significativa della categoria dei librai d’una volta – è stata costretta dall’inizio di questo Gennaio a mettere in cassa integrazione ben sessanta dipendenti, per via di una situazione di mercato che negli ultimi mesi si è rivelata particolarmente difficile. Hoepli a Milano è “la” libreria per eccellenza, per storia, fama e per onestà editoriale, e la notizia delle sue difficoltà non è che l’ultima di una serie piuttosto lunga che ha coinvolto librerie indipendenti cittadine nel corso dell’anno appena concluso: dalle libreria Utopia e Mondo Offeso, costrette a cambiare sede per gli affitti divenuti insostenibili, alle librerie di Brera e Rovello le quali hanno chiuso – ma pure sul destino di Hoepli già gravano voci di una possibile chiusura, nonostante le smentite dell’editore, al punto da essere già stati organizzati sit in di solidarietà e di vicinanza contro una tale spiacevole ipotesi. Di contro, sono da denotare pure le difficoltà di simile genere di catene ben più grandi e “istituzionali” – la FNAC, ad esempio – che rivelano come la barca sulla quale tutti stanno è comunque la stessa, navigante in acque sempre meno buone e sempre più piena di buchi nello scafo; tuttavia è inutile dire che la grande catena legata ai grossi gruppi editoriali (e industriali/finanziari, e spesso politici) avrà sempre qualche utile salvagente in più per salvarsi in caso di affondamento imminente, mentre la libreria indipendente, forte soltanto delle proprie possibilità e dei propri ideali, facilmente vedrà il proprio destino inevitabilmente segnato.
Ci sarebbero a tal punto da evidenziare le solite circostanze: l’Italia è un paese sempre meno attento alla cultura e nella quale proprio non gli riesce di credere (paradossale, lo sapete bene, per quanta cultura d’ogni genere invece possieda il nostro paese!), la cui popolazione acquista e legge sempre meno libri anche perché, in questi tempi di crisi economica diffusa, non concepisce il libro come un acquisto “utile” ma come un oggetto superfluo e quindi eliminabile dalla lista spese quotidiana. Ma non si può non evidenziare pure come tale situazione è anche conseguenza delle “strategie” di mercato di quegli stessi grandi gruppi editoriali (proprietari spesso delle catene la cui invadenza commerciale soffoca le librerie indipendenti) e di come abbiano trasformato la propria attività editoriale, autentico presidio culturale per la società, in una mera produzione industriale, pubblicando sempre più spesso volumi di qualità letteraria scarsissima ma facilmente vendibili ad un pubblico sempre meno attento e preparato alla “buona” letteratura, in perfetta ottica consumistica contemporanea – ma anche di questa realtà ho già disquisito in articoli precedenti, qui su InfoBergamo.
Tornando alla suddetta situazione delle librerie milanesi, il fatto che anche in una grande città come Milano, ovvero in un così grande bacino d’utenza potenziale, nemmeno una libreria indipendente riesca a stare in piedi (e, nel caso di Hoepli, non certo piccola, visto che è invece la più grande del capoluogo lombardo) è con tutta evidenza una realtà sintomatica. La metropoli milanese è un campione statistico e sociologico assai rilevante, in grado di rivelare oggettività e tendenze che sono lo specchio, più grande e visibile, di analoghe situazioni presenti nei centri più piccoli per le quali purtroppo la stampa e i media si dimostrano molto meno sensibili, e ancor meno lo è, spesso, la politica locale. Vediamo dunque com’è la situazione a Bergamo e nella bergamasca – zona nella quale, peraltro, l’attenzione nei confronti dei libri e della lettura è migliore che altrove, come ho dimostrato nello scorso numero di InfoBergamo con l’articolo dedicato alla rete bibliotecaria provinciale.
Bene – anzi, male! – anche a Bergamo l’estinzione delle librerie indipendenti ha già raggiunto uno stato avanzato, e assolutamente preoccupante. Il dato generale che subito balza all’occhio è tremendo: vent’anni fa in città e provincia c’erano circa 500 librerie, oggi ne sono rimaste poco più d’un centinaio, e molte di queste faticano a stare aperte al punto da aver dovuto diversificare la propria offerta commerciale – solo con la vendita di libri, insomma, non avrebbero sopravvissuto a lungo. In pochi lustri in città hanno chiuso la libreria Rossi, la Seghezzi e la Conti, prima ancora la Lorenzelli e la Tarantola: tutte librerie indipendenti, con gestione familiare dunque lontane dalle logiche di freddo marketing che guida i book shop dei grandi gruppi editoriali, luoghi dove il libraio consigliava con passione e competenza il lettore, ne conosceva i gusti, vi chiacchierava più o meno amabilmente e lo assisteva negli acquisti. Luoghi dove la letteratura, ovvero la cultura, veniva coltivata e diffusa – e non sto dicendo di contro che ciò non possa avvenire anche nelle nuove, grandi e scintillanti librerie griffate, ma certo è che in queste l’assonanza anche visiva con un supermercato è innegabile, con tutto ciò che tale evidenza comporta…
A questo punto potrebbe esserci qualcuno che, pur sensibile ai fatti fin qui evidenziati e comprendendone la sostanza, potrebbe comunque affermare: va bene, chiude una libreria ed è un peccato, ma in fondo è un esercizio commerciale come un altro! E invece no, non è così. Quando chiude una libreria, non è come se chiudesse una profumeria o un negozio di scarpe – con tutto il rispetto per tali tipologie commerciali e per ogni altra, ovviamente! Una libreria, lo rimarco di nuovo, è un presidio culturale sul territorio, è uno scrigno di cultura a disposizione di chi abita nelle grandi città come nei piccoli paesi (al pari delle biblioteche, dal lato “pubblico”), perché il libro è, senza alcun dubbio, il mezzo di diffusione culturale per eccellenza, e niente più di un testo letterario rappresenta la cultura – quella autentica, di valore assoluto. Il rapporto con il librario, il girovagare tra gli scaffali e la ricerca di cosa acquistare, i processi mentali e le sensazioni nell’animo da ciò generate, il piacere dello scovare un testo sconosciuto eppure, nel tenerlo tra le mani e studiarselo, di ritenerlo interessante, non sono semplicemente cose che fanno parte di un iter commerciale di un mero rapporto acquisto/vendita d’un oggetto qualsiasi e di ordinaria utilità, ma innegabilmente sono gesti e azioni proprie del nostro essere individui culturali, fanno parte della comune antropologia, del nostro progresso intellettuale e sociale. E sono, pure, gesti di libertà, della prima e più grande libertà che noi possediamo; la libertà di pensiero, che fin dal principio i libri hanno saputo coltivare, difendere e accrescere forse più di ogni altra cosa.
Sono certo che persino in chi non ne legga mai il libro susciti un certo fascino, forse perché i libri, al pari di poche altre cose, rappresentano la “prova” e la certezza di essere creature evolute, per così dire. Anche per questo la triste e incessante falcidia delle librerie indipendenti, e di ciò che rappresentano in sé e per le nostre comunità, è una realtà il cui verso deve essere assolutamente invertito, e bisogna che sia una netta inversione di matrice sia culturale che politica. Come ribadisco, paradossalmente l’Italia è uno dei paesi nei quali la cultura (di ogni tipo) viene meno sostenuta e incentivata dallo stato, e dove di contro il relativo mercato – marcatamente quello editoriale – è divenuto una sorta di oligopolio consumistico in mano ai grandi gruppi industriali, anche in tal caso per una sostanziale mancanza d’azione da parte della politica.
Ma certamente, come in ogni cosa di matrice sociale, anche noi tutti possiamo nel nostro piccolo fare qualcosa, a cominciare dal (ri)comprendere l’importanza delle piccole librerie, e soprattutto di quelle che sopravvivono nei centri più piccoli, difendendo la loro preziosa presenza e il valore inestimabile che rappresentano. Perché, statene certi, quando chiude una libreria, è come se si “chiudesse” un pezzo di società ovvero una parte della nostra dimensione civile umana, che poco o nulla potrà realmente sostituire.