Alberto Giacometti: l’artista da 100 e più milioni di dollari per un’opera, e dall’atelier che nessuno considera…

Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, Homme qui marche.
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Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.
Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di giacometti_100_frSankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e/o i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – beh, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro! Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!


Cliccate QUI per visitare il sito web del Centro Giacometti, che gestisce l’atelier di Borgonovo di Stampa e il relativo retaggio della famiglia.

P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte.

I ritratti troppo normali di Alessandra Ariatti: quando c’è molto più “senso” ove non pare che invece ci sia…

Guardate l’immagine qui sotto:

Alessandra-Ariatti-Silvia-Monica-e-Giorgio.-“La-Provvidenza-nascerà-prima-del-sole”-Lacordaire-2010-2013-©-the-Artist-Courtesy-the-Artist-and-Collezione-Maramotti-Ph.-C.-Dario-Lasagni
Beh! – suppongo direte, probabilmente, – una fotografia ordinarissima come milioni d’altre!
Vero, anzi no. Perché in realtà è un dipinto.
Già, una delle opere iperrealistiche – ma proprio iper! – di Alessandra Ariatti, artista reggiana della quale trovate un’esposizione (fino al prossimo Febbraio) presso la Colleziona Maramotti (i signori Max Mara, per capirci), proprio a Reggio Emilia.
Un iperrealismo talmente curato che per lunghi istanti viene difficile da distinguere rispetto alla fotografia, il quale rivela una notevole tecnica pittorica ma che, ho notato, viene parecchio criticato sui vari social nei quali gli articoli sulla suddetta mostra sono stati pubblicati. Sostanzialmente, l’accusa principale che viene mossa ad Alessandra Ariatti è quella di produrre qualcosa che, appunto, la fotografia sta facendo ormai quasi da due secoli, rendendo “inutile” una tale forma pittorica: un’arte “scarica”, priva di “contenuti espressione vissuto” (cito quanto ho letto tra i “critici”) proprio perché riproducente pari pari la piattezza della fotografia ordinaria, quella prodotta da chiunque con qualsiasi macchina digitale da pochi euro se non con qualsivoglia telefono cellulare.
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Invece, a mio parere, le opere di Ariatti un senso ce l’hanno. Ove la fotografia ha inseguito la pittura fino a raggiungerla e superarla, non solo in termini di quantità ma pure di qualità e di valore artistico tanto da essere ormai considerata “arte” al pari di ciò che tale è sempre stato nobilmente considerato, forse ora la pittura non può che fare lo stesso al contrario, visto come il resto dell’arte pittorica in circolazione, d’altro canto, sia parecchio comatosa e sostanzialmente priva di sviluppi interessanti – proprio in tema di “senso artistico”, peraltro – a parte rare eccezioni e al punto che amici galleristi particolarmente drastici la considerino ormai morta, o quasi. Si osserva che opere così iperrealiste sono vuote, prive di “contenuti espressione vissuto”: e se lo scopo di Alessandra Ariatti fosse proprio quello di cogliere, attraverso un tale esasperato iperrealismo, la mancanza di contenuti-espressione-vissuto ormai assolutamente tipica della vita quotidiana di tanta “gente comune”, illuminandone la sostanza attraverso l’uso del media “classico” della pittura e così evitando la quasi inesorabile banalizzazione invece generata dalla fotografia nazional-popolare (quella disponibile a tutti, come dicevo poco fa), ormai cosa divenuta tanto normale da essere per così dire conformistica?
Alessandra-Ariatti-Vilma-e-Gianfranca.-“Gratuitamente-avete-ricevuto-gratuitamente-date”-Vangelo-di-Matteo-108-2010-2013-©-the-Artist-Courtesy-the-Artist-and-Collezione-Maramotti.-Ph.-C.-Dario
Personalmente, da puro appassionato d’arte che gira per musei e mostre soprattutto per diletto e non per interesse e/o obbligo professionale, concordo con la visione alquanto pessimistica di quegli amici galleristi sulla pittura contemporanea. Ergo, ritengo che una proposta come quella di Alessandra Ariatti sia ben più originale – dal punto di vista concettuale – di tanta altra produzione pittorica ormai avviluppata su sé stessa e priva di qualsiasi effettiva vitalità espressiva. Certo, non è la prima che si impegna con l’arte iperrealista e non sarà l’ultima, eppure lo fa in un modo quanto meno più genuino, sincero e logico di tanti altri artisti. “E’ vero, vengo dal mondo della campagna, ma non dipingo nella stalla con la stufa a legna per scaldarmi, come ha scritto qualcuno, cercando di creare la mitologia di una ‘donna-scimmia’… sono una ragazza normale che ha la passione della pittura e dipinge quando ha tempo, non più di una dozzina di quadri l’anno.” (cit.)

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Collezione Maramotti e conoscere più dettagli su Alessandra Ariatti e sulla sua mostra.

Il “Reliquiario” dell’inconscio di Emanuele Puzziello, alla Piscina Comunale di Milano

"Spoliazione", acrilico su tela, cm.20x20, 2011
“Spoliazione”, acrilico su tela, cm.20×20, 2011

Vi ho già parlato qualche tempo fa della Piscina Comunale di Milano, e vi ho invitato a tuffarvi nelle sue meravigliose tanto quanto autentiche acque artistiche
La personale di Emanuele Puzziello (nato a Maglie, Lecce, nel 1982; vive e lavora fra Modena e Lecce), che s’inaugura venerdì 31 Ottobre in Piscina, è un ennesimo motivo per portarsi il costume – al contrario di tanti altri che, per starsene a mollo nell’arte di oggi, devono invece indossare una maschera. E non intendo quella con boccaglio annesso!
Cliccate sulla locandina qui sotto per visitare la pagina facebook della Piscina Comunale ed avere ulteriori informazioni…
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Il bianco “pieno” tra le parole di Sabrina Mezzaqui

Che tu sia per me il coltello, 2014. Libro intagliato: David Grossman, "Che tu sia per me il coltello", ritagli arrotolati e infilati, colla, filo, dimensioni variabili. «Ho tagliato tutto il bianco tra le righe di questo romanzo, per sottolineare l’intensità, la densità, a volte quasi insopportabile, della scrittura…»
Che tu sia per me il coltello, 2014. Libro intagliato: David Grossman, “Che tu sia per me il
coltello”, ritagli arrotolati e infilati, colla, filo, dimensioni variabili. «Ho tagliato tutto il bianco tra
le righe di questo romanzo, per sottolineare l’intensità, la densità, a volte quasi insopportabile, della
scrittura. Ho poi arrotolato le striscioline del bianco tra le righe, ne ho fatto delle perline che ho infilato in una lunga collanina…»

Sono sempre molto attento a quelle ricerche artistiche che riescono ad unire arti visive e letteratura non solo con suggestione estetica ma anche, e soprattutto, con efficacia tematica, convinto che la letteratura debba recuperare quel titolo di arte a tutti gli effetti che invece i tempi moderni e le storture dell’editoria le hanno troppo spesso strappato via a forza, degradandola a mero bene di consumo e di intrattenimento “leggero”. Di contro, anche l’arte dovrebbe rivendicare il diritto di utilizzare la letteratura come proprio media – in forma e sostanza – naturale, così da intessere nuovamente e solidamente un legame imprescindibile e dal valore fondamentale.
Gli scrittori di frequente sembrano non capire quanto sopra, gli artisti invece pare lo comprendano maggiormente. Ad esempio Sabrina Mezzaqui, in mostra a Cesena fino al 2 Novembre con 4 opere parecchio significative di quanto ho sopra affermato, frutto peraltro di una ricerca artistica nella quale da sempre la letteratura è elemento privilegiato, sia come mezzo che come messaggio, ed il libro oggetto iconico e presenza visiva sovente necessaria – si vedano ad esempio molti dei suoi lavori, QUI (ed eccone uno, di seguito).
Sentinella, 2009, embroidered fabric book, 22x16x8 cm
Sentinella, 2009, embroidered fabric book, 22x16x8 cm

Se siete in zona Cesena entro il 02/11, passate a visitare l’esposizione: cliccate QUI per conoscere ogni dettaglio. Credo ne potrete rimanere facilmente affascinati.

CIVICO 103. Aggratis!

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La Galleria Civica di Modena produce e distribuisce un magazine veramente allettante, che devo (purtroppo) ammettere di aver scoperto da poco – ma ora recupererò tale mancanza, di certo. Si chiama CIVICO 103, ed è nato nel 2010 in occasione del FestivalFilosofia, dedicato quell’anno alla fortuna, con lo scopo di annunciare e diffondere le iniziative della galleria. Era, quella, una prima, timida apparizione, con il medesimo formato di oggi ma una foliazione minima, e con tutta la provvisorietà e la sperimentazione che un numero 0 porta(va) necessariamente con sé. Oggi è arrivato a 13 numeri pubblicati 70.000 copie cartacee distribuite e trovo abbia una vena letteraria assolutamente intrigante, alimentata in ogni numero da speciali contributi (di ampio respiro, come si dice in tali casi) di scrittori e illustratori, in particolare per l’appuntamento fisso del racconto di apertura. Un articolato connubio tra arte visiva (nelle sue varie forme) e letteratura, messo nero su bianco: allettante, appunto, senza alcun dubbio!
Last but non least – anzi! – CIVICO 103 è FREE. Sì, è aggratis: e per quanto offre, credo sia una lettura da non perdere!

Cliccate sull’immagine delle copertine per saperne di più, mentre QUI potete scaricare i vari in numeri in formato pdf, oppure QUI potete consultare il magazine grazie alla nuova web app civico103.net.