La nostra paura di evolvere

Capisci che è la nostra sfiducia nel futuro che ci rende difficile il distacco dal passato. Non riusciamo ad abbandonare il concetto di quello che eravamo. Tutti quegli adulti che giocano a fare gli archeologi, cercando manufatti dell’infanzia, giochi da tavolo, il Paese dei Balocchi, il Twister, sono tutti terrorizzati. I rifiuti diventano sacre reliquie. Gli Hula Hoop. La Casa degli Orrori. La ragione per cui ogni volta che buttiamo via qualcosa ci assale la nostalgia è che abbiamo paura di evolvere. Di crescere, cambiare, perdere peso, reinventare noi stessi. Di adattarci.

(Chuck Palahniuk, Survivor, Mondadori, 1999, traduzione di Michele Monina e Giovanna Capogrossi, pag.149.)

[Foto di AlexRan, CC BY-SA 2.0; fonti qui e qui. Cliccateci sopra per leggere la recensione.]
In tale passaggio del suo Survivor, Palahniuk mette nero su bianco una gigantesca verità della nostra società contemporanea. Nel bene e nel male, ovvero come caratteristica ineludibile dell’odierno stare al mondo ma pure, di contro, come colpa e condanna inesorabile che, insieme ad altre cose, ci priva della naturale libertà di muoverci verso il futuro – un buon futuro, ben concepito e costruito – e ci imprigiona (lo sostenevo già qui, tempo fa) in un eterno presente, in un costante vivere-alla-giornata che in realtà di vitale ha ben poco. Già.

Chuck Palahniuk, “Soffocare”

Soffocare, di Chuck Palahniuk (traduzione di Matteo Colombo): storia particolare di un tizio – tale Victor Mancini – assolutamente medio se non che soffre di sessodipendenza, ha una madre hippie ora vecchia e pazza chiusa in un istituto, un amico, Danny, squinternato e mezzo folle anch’egli, un lavoro piuttosto umiliante… Storia dai toni ironici in superficie, surreale spesso e volentieri, tuttavia dal clima cupo, quasi antropologicamente catastrofico per come Palahniuk narra delle vite e delle vicende dei suoi personaggi, icone “normali” di una società d’intorno in massima parte non certo migliore, dunque in fondo drammatica nel suo nucleo narrativo, e con un finale abbastanza tragico ancorché venato di umorismo – il tutto tra flashback verso l’infanzia e l’adolescenza con la madre “sballata” che entra ed esce di prigione così come dalla vita di Victor, tra la sua confusione mentale ed esistenziale (odia la madre ma vorrebbe salvarla, si arrabbia col mondo e lo combatte pensando di compiere azioni che Gesù Cristo, paradigma della bontà/normalità umana, non farebbe mai ma poi addirittura comincia a credere di essere la sua reincarnazione)…

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