Il metodo Kilgore Trout, o come scrivere una sola storia scrivendone nel contempo tante…

Ogni scrittore dovrebbe avere un Kilgore Trout. Un Kilgore Trout è un personaggio, scrittore anch’egli, a cui regalare le trame dei romanzi che non si è riusciti a scrivere. Il vero (si fa per dire!) Kilgore Trout è un personaggio che ritorna spesso nei romanzi di Kurt Vonnegut, è squattrinato perché nessun editore ha mai accettato un suo romanzo ed è riuscito a pubblicare qualche racconto solo su riviste pornografiche. Eppure è il più grande scrittore di tutti i tempi e, naturalmente, scrive fantascienza. Insomma, quando Vonnegut si rendeva conto che non avrebbe mai sviluppato un’idea che aveva in testa, la spacciava per un’idea di Trout, creando romanzi potenziali per il lettore, ma reali, scritti davvero dentro la finzione letteraria.
Ogni scrittore dovrebbe inventare un metodo, un Kilgore Trout, che gli consenta di dare in qualche modo forma letteraria ai capolavori che non riesce a scrivere. Potrebbe essere un toccasana.

(Cristò, Il metodo Kilgore Trout, in Artribune #11, Gennaio/Febbraio 2013, pag.25)

Molto interessante, il metodo indicato da Kurt Vonnegut – e segnalato da Cristò su Artribune – vero? In effetti, si potrebbe collegare alla discussione avviata Kurt Vonnegut -glassofchocolate.deviantartqualche tempo fa qui sul blog circa il dover scrivere poco oppure tanto per scrivere bene: nel secondo caso, ovvero quando si scelga di praticare la scrittura in quantità abbondante al fine di porre meno limiti possibile al fluire inventivo della propria creatività e, dunque, per ottenere più facilmente, da tale massa produttiva, un qualcosa di valore superiore alla media, il costruirsi un alter ego letterario, uno a cui delegare il lavoro più sporco cioè quelle idee e quegli spunti che, una volta iniziato il loro sviluppo, si dimostrano meno proficui di quanto ci si poteva aspettare, potrebbe effettivamente essere un’ottima strategia di lavoro. Sfrondare insomma quelle parti letterarie che non sembrano buone come altre per portare avanti queste senza però abbandonare del tutto le prime, lasciandole nelle mani di quel nostro alter ego (personaggio più o meno protagonista d’una qualche storia, comparsa, invenzione pura o altro del genere) in modo che potrebbe pure succedere, più avanti, che un diverso momento, diversi predisposizione mentale e stato d’animo o ulteriori spunti nel frattempo coltivati non sappiano invece nuovamente illuminare e rinvigorire le parti suddette e, magari, trasformarle in ottimi spin-off proprio grazie al lavoro sporco di quell’alter ego che nel frattempo ha lavorato (ovvero abbiamo fatto lavorare) per noi.
Ciò, peraltro – come segnala lo stesso Cristò nell’articolo citato – potrebbe aprire una infinita e inopinata dimensione metaletteraria, la possibilità cioè di scrivere storie nelle storie, diversi piani narrativi più o meno intersecanti con notevoli potenzialità di sviluppo, in qualche modo venendo incontro ad entrambe quelle “scuole di pensiero” – scrivere poco o scrivere tanto – tra le quali si divide il senso della disquisizione su come ottenere la migliore qualità letteraria avviata in quel post di cui dicevo poco sopra: in buona sostanza, scrivere una sola storia e nel contempo scriverne in essa (e per essa) tante.
Un metodo assolutamente interessante, lo ribadisco. In fondo, avere un personale Kilgore Trout al proprio servizio potrebbe rivelarsi ben più utile di quanto si possa su due piedi credere…

La forza delle idee, la forza delle parole (Björn Larsson dixit #3)

Molti credevano che il difficile, nello scrivere, fosse avere qualcosa da dire, mentre in realtà era dirlo con forza, precisione ed eleganza che era problematico.
Nessuno scrive solo perché ha una vita interessante o ricca – anzi, in genere l’esistenza degli scrittori è piuttosto noiosa – ma semplicemente perché sa scrivere. Le esperienze personali non sono altro che una scorta di materiali tra cui scegliere – se si sa farlo, il che non è affatto garantito – quelli universalmente rilevanti, sempre che si sia in grado di metterli nero su bianco.

(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.256)

cop_Poeti-morti-non-scrivono-gialliE’ da quando ho letto questo passaggio di Larsson, ormai settimane fa, che vi rifletto sopra. Concordo, nel principio, con quanto affermato dallo scrittore svedese, ma è anche vero – a mio parere – che in certi (o in molti?) casi vi sono testi che non appaiono scritti con forza, precisione ed eleganza forse proprio perché, in fin dei conti, non hanno molto da dire. Ovvero, se fosse pur vero che l’esistenza di uno scrittore è piuttosto noiosa (beh, gente come Bukowski o Hemingway – giusto per fare due nomi – non credo la penserebbe così!), egli sa scrivere anche perché sa dire, e ricava da ciò l’energia necessaria per farlo bene. Ci dice e ci racconta di questa sua forza espressiva, insomma, della sua eleganza e dello stile: è in verità una grandissima forma di eloquenza letteraria, questa, che ci fa comprendere come (anche senza essere scrittori, in fondo) è necessario che si abbia l’energia, noi tutti, per dire. Cioè, per pensare, per avere ed esprimere la nostra idea, forte tanto da poter essere espressa con pari forza. Poi si può certo essere più o meno bravi nello scriverla, e magari tanto bravi da diventare scrittori dopo averla scritta ma, appunto, qualcosa da dire dobbiamo averla tutti. Cosa apparentemente ovvia eppure, io credo, sempre più rara. Se non già rarissima.

Una domanda a tutti gli autori letterari che leggono questo post – ma non solo…

Vorrei sottoporre una domanda a tutti gli autori di letteratura (in qualsiasi forma) che leggono le mie cose qui nel blog o che si trovano a passare da esso occasionalmente / incidentalmente, e pure a chi è lettore frequente – ma è in fondo una domanda aperta a chiunque voglia rispondervi…:

ritenete che la personale miglior qualità letteraria (in senso generale) sia raggiungibile scrivendo il più possibile – per non porre freno alcuno alla creatività – oppure scrivendo il meno possibile – per raffinare e rifinire al massimo quanto scritto?

La domanda in sé è banale e profonda – se così si può dire – allo stesso tempo. Tratteggia quelli che, sostanzialmente, sono i limiti “pratici” entro i quali si muove l’autore letterario, e che a modo loro Snoopy_writerrappresentano, con ovvie varianti, due “scuole di pensiero” sulle quali mi sono trovato spesso a disquisire con amici autori (del campo letterario in primis ma anche altrove: nell’ambito artistico, ad esempio…), di valore e accezione equivalenti (dacché prettamente legati al modus operandi personale) ma su cui, nonostante tutto, mi sono sempre trovato a riflettere, chiedendomi se tutto sommato non ve ne sia una che possa essere più “redditizia” (termine improprio, ma che uso qui per mera comodità e chiarezza) dell’altra…
Che ne pensate? In base alle vostre esperienze personali (che tali sono e restano comunque, senza alcuna pretesa di assolutezza, ovvio), ritenete che si possa, se non rispondere, dissertare su quella domanda? A quale delle due “scuole di pensiero” voi appartenete?
Potete rispondere commentando questo post oppure, se preferite, a luca@lucarota.it
Per la cronaca, io in principio appartenevo senza dubbio alla scuola “alta produzione”, ma poi col tempo ho preso a traslare sempre di più verso la parte opposta…
Grazie di cuore fin d’ora per i contributi che vorrete manifestarmi!

La scrittura è curiosità – per fortuna o purtroppo… (George Simenon dixit)

Sempre, in tutta la mia vita, ho avuto grande curiosità per ogni cosa, non solo per l’uomo, che ho guardato vivere ai quattro angoli della terra, o per la donna, che ho inseguito quasi dolorosamente tanto era forte, e spesso lancinante, il bisogno di fondermi con lei; ero curioso del mare e della terra, che rispetto come un credente rispetta e venera il suo dio, curioso degli alberi, dei più minuscoli insetti, della più piccola creatura vivente, ancora informe, che si trova nell’aria o nell’acqua.
(George Simenon, da Memorie intime, traduzione di Laura Frausin Guarino, Adelphi, 2003, p.51)

cop_memorie-intime-SimenonA volte si tende facilmente a pensare che la scrittura – o l’arte dello scrivere, dovrei dire – sia soprattutto figlia della fantasia, e senza dubbio ciò è vero. Ma, come denota bene Simenon, è forse (per me è certamente) ancor più figlia della curiosità, dell’interesse verso ogni cosa, dell’osservare tutto e tutti, della volontà di conoscere e sapere, di ammirare e capire, del domandarsi di tutto e cercare per tutto una buona risposta, del crescere e acquisire con l’età una certa saggezza eppur restando sempre come dei bambini curiosi verso ogni cosa, e come se ogni cosa intorno fosse nuova, mai vista, sconosciuta, anche quando fosse ciò di più ovvio, banale e quotidiano che ci sia.
In fondo, la fantasia è a sua volta figlia della curiosità, e in ogni cosa senza di questa la prima non può che finire, inevitabilmente, per inaridirsi, spegnersi, o alla meglio per arrotarsi su sé stessa.
Ergo, ha ragione quel grande scrittore che George Simenon fu: la letteratura sarà tanto più buona quanto più si nutrirà di una sconfinata e irrefrenabile curiosità.
Rovescio della medaglia, al proposito: se troppi a questo mondo continueranno a dimenticare – come già ora fanno – quanto sia inestimabilmente prezioso essere curiosi, la suddetta buona letteratura avrà certamente vita (sempre più) dura nel farsi notare, in mezzo a tanti libroidi che non richiedono curiosità ma, ben più spesso, indifferenza – soprattutto nei confronti del valore e del senso autentico della lettura – e apatia, nello scegliere cosa leggere… Ma questa, probabilmente, è un’altra storia. La solita storia.

Il “club” della letteratura italiana: sempre più privato, elitario, esclusivo! (praticamente un ghetto, ormai…)

solo_book_club
Dunque…
La realtà delle cose, e le verità che ne conseguono, devono basarsi su dati concreti per poter essere indicative, rivelatrici, eloquenti, giusto? Perché, come si usa dire, la matematica non è un’opinione, vero? Quindi, una somma è una somma e una sottrazione una sottrazione, non può certamente essere che sia viceversa, o no?
Bene. Due dati – o due gruppi di dati, per essere più precisi. Il primo: durante l’ultima edizione di Più libri più liberi, la fiera dell’editoria indipendente di Roma da poco conclusa, è stata presentata la più aggiornata indagine Nielsen sulla vendita dei libri in Italia, dalla quale si evince che Migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato. A fine ottobre si rileva infatti una piccolissima ripresa, dopo il consistente calo dei consumi del libro, che arriva a segnare un -7,5% a valore (pari a 82 milioni di euro di spesa in meno nei canali trade): un segno meno ancora importante, certo, che però indica un progressivo recupero se si considera che il mercato registrava un -11,7% a fine marzo e un -8,6% a inizio settembre. Si noti bene: migliora nella seconda parte dell’anno l’andamento del mercato perché lo stesso ha perso meno (!) dei trimestri precedenti, il che la dice lunga su come stiamo messi a libri e lettura, in Italia…
Il secondo: è appena uscito l’Annuario Statistico Italiano, redatto come sempre dall’ISTAT, il quale “fotografa”, per così dire, lo stato della società nelle sue evidenze più quotidiane. In esso, nel capitolo su spettacoli e cultura, si può ricavare che aumenta invece la produzione di libri. Nel 2010 ne sono stati pubblicati 63.800, rispetto ai 57.558 dell’anno precedente, per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie. Quasi quattro volumi per ogni abitante. La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (+10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).
Ok, questi i dati concreti. Quindi, in buona sostanza e per dirla in breve: in Italia si legge sempre meno e si comprano sempre meno libri ma se ne pubblicano sempre di più. Addirittura quattro per ogni abitante di una popolazione i cui due terzi in un anno non ne legge nemmeno uno, di libro.
Uh?!?
Ma… Sbaglio, o qui c’è qualcosa che non quadra?
Ri-sbaglio, o è come stare su una barca che ha una grossa falla nello scafo, e chi la governa di falle ne fa altre nella convinzione che così dalla prima entrerà meno acqua?
Dite che sono un pessimista, un malfidente, un disfattista o altro del genere se penso ciò?
O forse, si sta solo avverando quello che ritengo/temo (scherzandoci su, ma anche no) da parecchio tempo: essendo la categoria dei lettori prossima all’estinzione, i libri ce li venderemo tra di noi autori. Ce li scriveremo e ce li leggeremo internos, insomma! Certamente ce li stroncheremo pure (d’altronde si sa, siamo invidiosi e rivali l’un verso l’altro dacché ognuno pensa di essere migliore di chicchessia, ed è pure giusto che sia così – anzi! – se non fosse che, a volte, la vanagloria e la superbia fanno del più apprezzabile talento pur da alcuni palesato un ottimo motivo per sculaccioni alla vecchia maniera, come a bimbi prepotenti, villani e capricciosi), ovviamente nemmeno li compreremo più perché la cosa non avrà più senso (come se in un ristorante i piatti preparati se li mangiassero cuochi e camerieri, non essendoci più clienti da servire) e quindi, a nostra volta, andremo allegramente verso la dissoluzione del meraviglioso (un tempo) mondo dei libri e della letteratura…
Sto esagerando, certo! Ma, scherzi a parte, il pericolo c’è ed è pure molto serio, anche per come i dati suddetti palesano, una volta ancora, l’estrema insensatezza del comparto editoriale italiano (e di quei grandi gruppi che lo compongono per buona parte, controllando di rimando il mercato), ormai biecamente votato alla più gretta quantità a totale discapito di qualsivoglia considerabile qualità letteraria, a meri fini di cassa, guadagno nudo e crudo, denaro demonicamente stercoso, valori bassamente finanziari – altro che letterari, culturali e sociali! Hanno – sì, anche loro, gli editori e chi li padroneggia, non solo loro ma anche… – disabituato la gente alla lettura, l’hanno incollata davanti alla TV, l’hanno rincretinita con essa, e questi sono i risultati: una stortura assoluta e inopinata, così come è palesemente distorta quell’equazione tra lettori e libri sopra esposta. E, a ben vedere, se si hanno più libri a disposizione e si legge di meno, si potrebbe supporre che sia anche per la sempre più scarsa qualità di quanto viene pubblicato…
Insomma: non solo noi autori (dacché ci stiamo tutti quanti, in tale situazione) ci ritroveremo nel nostro privatissimo “club” a guardarci negli occhi, non avendo più lettori e quindi non sapendo che altro fare, ma vi resteremo chiusi dentro con le chiavi gettate chissà dove, e rischieremo pure che gli scaffali sovraccarichi di libri cedano, e ci seppelliscano… Solo che, nel caso, essere sepolto dal Dorian Gray mi potrebbe anche stare bene, ma dalle Cinquanta sfumature… Proprio no!