Presidential Apprentice: il nuovo reality USA

trump-apprenticeLa notizia che il neo-eletto presidente degli USA Donald Trump resterà produttore esecutivo del celebre (in America) reality show The Apprentice – nella forma Celebrity: cliccate sull’articolo qui sopra riportato per leggerlo e saperne di più – ha solo all’apparenza una semplice connotazione politica che peraltro facilmente molti riterranno secondaria – legata al poliedrico conflitto d’interessi di The Donald con la conseguita carica istituzionale. In verità, la notizia risulterà oltre modo emblematica per qualsiasi studioso, cultore o appassionato di scienze sociali, per come riveli in maniera palese quel processo di correlazione, fusione – quando non confusione – tra realtà/verità e finzione/invenzione, già in atto da tempo un po’ ovunque nel mondo (e ovviamente in quello maggiormente mediatizzato, in particolare) ma che al solito l’America, nel suo essere incubatrice e sviluppatrice primaria delle “realtà” (nel senso più ampio del termine e senza delimitazione tra accezione positiva e negativa) del mondo contemporaneo, disvela in maniera lapalissiana nonché sempre più conforme – ribadisco quanto già espresso più volte, in precedenza (qui, ad esempio) – a certe opere letterarie distopiche del secolo scorso.

Insomma: al di là di qualsivoglia considerazione attuale e/o futura sull’operato politico del nuovo Presidente, senza alcun dubbio ne vedremo delle belle. E capire quanto, oltre ad essere “belle”, saranno vere oppure finte sarà un esercizio assolutamente frequente, nei mesi a venire.

Trumpology

14992076_10210697569536457_545931070250001023_nC’è qualcosa di veramente straordinario in questa foto della famiglia del nuovo presidente degli USA Donald Trump che ho scovato casualmente sul web. Anzi, di extraordinary – in inglese il concetto si esprime meglio: extra ovvero fuori dall’ordinario, sotto molti aspetti.
A partire dal fatto che no, non è come probabilmente state pensando e come ho creduto io appena l’ho vista: non è un fake, è verissima. Circola sui social media dallo scorso mese di agosto ma fa parte di una serie del 2010 realizzata dalla fotografa Regine Mahaux (ne potete sapere di più qui).

Posto ciò, l’immagine è delle più emblematiche che vi siano. È palesemente costruita e posata eppure è assolutamente vera, realistica, obiettiva. Deborda di kitsch in modo esagerato, eppure quello è uno degli studi di lavoro del miliardario, ora Presidente USA, nella Trump Tower di New York – qualcosa che dunque, di logica, dovrebbe essere la più seriosa e meno pacchiana possibile (con quegli stucchi dorati e quei lampadari che, mammamia, sarebbero bburini pure in una balera di quart’ordine d’una periferia malfamata. Eppoi la faccia di lui, con espressione “Io sono io e sono miliardario e voi siete solo merda”, quella di lei in posa da ciò che fu – una modella – con tanto di vestito in preda a inopinato e sublime colpo di vento, quella del di loro figlio in sella a quella specie di mega-Trudi leonino il quale – vien da pensare – avrà appena udito dal padre la solita frase di (tale) circostanza «Figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo!» ovvero il “tutto questo” che l’orizzonte sconfinato visibile dalle vetrate alle spalle dei soggetti esemplifica in modo perfetto…
Eppoi ancora i modellini di auto di lusso sul tappeto ai piedi del First Son, le foto di tutti gli altri figli avuti dai precedenti matrimoni del neo-presidente sul tavolino là dietro – perché, sia chiaro, per un cristiano osservante come lui la famiglia è importante, che sia quella del primo, del secondo o dell’ennesimo matrimonio! – il colore della cravatta (la quale tuttavia solo l’anno prima sarebbe stata blu e solo l’anno dopo d’un colore neutro, visto il suo frequente rimbalzello politico.)
Non solo: in quest’immagine vi si possono “vedere” chiaramente Disneyland, Las Vegas, Hollywood e le soap anni ’80 ma anche gli show TV (più o meno reality) contemporanei, il generale Custer che sconfigge i maledetti indiani così come Joseph Mc Carthy che gigioneggia amabilmente con il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, il turbocapitalismo yankee e i fast food nonché quel tipicissimo atteggiamento dei benestanti (arricchiti, generalmente) WASP (del genere “io non sono razzista ma stammi lontano, sporco negro!”) il quale nella pancia dell’America tutt’oggi si autoalimenta e si mantiene più in forma che mai – e che, con diverse accezioni ma equivalenti risultati, è rintracciabile nelle figure similari un po’ ovunque (vedere un po’ questa foto d’un noto “leader” politico europeo – ora decaduto – e poi ditemi se non ha lo stesso identico mood!)

Insomma: c’è buona parte di ciò che è l’America oggi, che inevitabilmente avrebbe finito (e ha finito) per votare Donald Trump come proprio Presidente. In fondo, il suo senso peculiare l’ho già indicato in principio di questo articolo: il fatto che sembri tanto un fake, un fotomontaggio o altro del genere e che invece sia autentica. L’apparente verità che si palesa falsità e viceversa, sempre più legge fondamentale della contemporanea società liquida. In fondo quanti prima dello scorso 8 novembre avrebbero creduto che uno come Trump sarebbe diventato il Presidente della maggiore superpotenza mondiale? Ecco: tutto torna, dunque.

Sex Bomb Star (Un racconto inedito – per ora)

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…

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Sex Bomb Star

Notevole com’era, a dir poco, non ci volle molto tempo affinché le sue apparizioni, soprattutto televisive, divennero frequentissime: varietà serali, talk show, reality, trasmissioni sportive, e innumerevoli servizi nei TG… Sembrava che mai come prima, e prima di lei, il video si potesse così efficacemente “riempire” con la sua figura, forse anche per la gran quantità di primi piani che la sua esplosiva, concupiscente carnalità attirava inesorabilmente, e ai quali offriva una voluttà immediata, tanto poco era ciò che veniva lasciato all’immaginazione. Una sensualità debordante, una procacità che andava oltre il mero erotismo scaturente e che ne fece una femme fatale assoluta, al punto che quel suo rapido, strepitoso e irrefrenabile successo, seppur costruito soltanto sul corpo, la rese un personaggio influente molto più di tanti altri, di doti e pregi assai più elevati che però – purtroppo per loro – non avevano da sfruttare un’arma così potente, ovvero un simile, folgorante e travolgente appeal.
Lei non poté che adeguarsi a tutto ciò: avendo moltitudini adoranti ai suoi piedi, sopra di esse si erse con tutta la propria appariscenza, come la più potente e amata regina sopra l’intero popolo d’un enorme impero; e veramente come una tale sovrana, il suo moto si trascinava appresso un lungo codazzo di “vassalli” pronti ad esaudire ogni suo ordine, un’affollata corte di lacché il cui fine supremo non era altro che assicurarle la costante e insuperabile lusinga, cosicché tutti gli adulanti sudditi ne venissero incessantemente e totalmente ammaliati.
Ma fu proprio all’apice del suo successo, all’ingresso degli studi televisivi di un grande network, tra due ali di folla osannante che salutava – come si confà ad una vera imperatrice – con minimi cenni della mano e con adeguata protervia, che lei improvvisamente esplose, si disintegrò, si polverizzò sotto gli occhi e nello stupore generale dei presenti e dei media che seguivano ogni istante della sua vita di successo. Stupore che, tuttavia, mutò velocemente specie ed essenza divenendo confusa incertezza, quando ci si rese conto che di lei, sullo spiazzo transennato all’ingresso degli studi, non era rimasto nulla, nulla di nulla, nemmeno un minimo pezzetto, un brandello, del pulviscolo…
No, invece, niente di niente.

La “questione Masterpiece” parte 2a: ma c’è poi tutto questo bisogno di nuovi scrittori? O ci sarebbe ben più bisogno di…

…Nuovi lettori?
Il precedente articolo pubblicato sulla “questione Masterpiece” (se avete un attimo di tempo per leggerlo, capirete meglio certe cose che esprimerò di seguito), il prossimo talent show della RAI dedicato agli aspiranti scrittori, lo chiudevo con questa domanda: ma c’è poi tutto questo bisogno di trovare un nuovo scrittore se qui sempre meno gente legge libri? Ecco, nel rapido incipit di questo secondo articolo sul tema c’è già tutto il senso della questione e non ci sarebbe granché da aggiungere, se non fosse che la citata rapidità argomentativa non appare per nulla proporzionale alla soluzione della questione stessa.
Già, perché nonostante il sempre più asfittico mercato editoriale italiano, le cui statistiche periodiche su vendite e lettura sono quasi più deprimenti d’una seduta del Parlamento italiano e nel quale ultimamente persino i protagonisti dalle (credute) spalle grosse cominciano a crollare a terra, sui media e sul web è tutto un gran florilegio di “DIVENTA ANCHE TU SCRITTORE!”, “PUBBLICA IL TUO ROMANZO SUBITO!” e cose del genere, ovvero di iniziative varie e assortite dedicate agli aspiranti scrittori nostrani con Donna-Moderna-34la promessa, più o meno velata e/o strombazzata, di vedere il proprio manoscritto non solo pubblicato da questo e quell’altro editore, ma pure la porta d’accesso alla scala del sicuro successo bell’e spalancata (vedi un esempio lampante – e casuale, sia chiaro – qui a lato). Così, tra consigli di scrittori già celebri, vademecum per trasformare il proprio romanzo in un best seller, offerte di consulenza e di aiuto pratico per stamparlo e promuoverlo – in aggiunta agli immancabili concorsi letterari ai quali ora si aggiunge pure il suddetto Masterpiece, e di contro tralasciando quella sorta di enorme pentolone anarchico del self publishing, cartaceo e digitale – pare proprio che tutti gli aspiranti scrittori d’Italia potranno trovare in un modo o nell’altro la possibilità di pubblicare il proprio testo, e così di fregiarsi di quel titolo – “scrittore”, appunto – che a quanto sembra dalle nostre parti è più ambito di quello di Presidente della Repubblica… Già, perché pare proprio che di aspiranti scrittori l’Italia sia veramente piena: una cosa di principio positiva, sia chiaro – mille volte meglio un popolo di letterati piuttosto che, ad esempio, di sbraitanti e rozzi tifosi pallonari, opinione personale – tuttavia è pressoché inevitabile chiedersi se effettivamente ci sia tutto questo bisogno di nuovi scrittori, in un paese nel quale – lo accennavo poco fa – battute che solo pochi anni fa si scambiavano ridendo tra addetti ai lavori, del genere “tra un po’ ci saranno più scrittori che lettori” oppure “finiremo per comprarci i libri tra di noi!”, sono ormai quasi diventate realtà di fatto, e tutto fuorché divertenti!
La letteratura, si sa, è l’arte espressiva più immediata e di facile realizzazione, ma è inutile dire che non basta saper scrivere bene per comporre una storia di buon valore letterario; non parliamo poi del talento, cosa assai rara, e ancor meno parliamo della preparazione che ogni aspirante scrittore dovrebbe acquisire e fare propria in maniera profonda prima di cominciare a scrivere con fini editoriali: fa parecchio specie il constatare (frequente) che tanti prolifici “scrittori” (o aspiranti tali) sono spesso mediocri lettori, soprattutto di quella letteratura “classica” (aggettivo che fa rabbrividire molti) che rappresenta la base indispensabile per voler costruire un qualche apprezzabile “castello” letterario. Eccolo, il punto della questione, la lettura: non sarebbe finalmente il caso, prima di produrre nuovi scrittori, fare qualcosa per produrre (e su scala industriale) nuovi lettori? Aspiranti lettori: di questo ci sarebbe realmente bisogno, in Italia! Che poi, a ben vedere, di talentuosi scrittori ce ne sono già tanti in circolazione: basta girare per le rassegne letterarie dedicate alla piccola e media editoria e notare, lì ben più che nei cataloghi delle nuove uscite dei grandi editori, quanta ottima produzione letteraria vi sia ovvero come l’editoria indipendente faccia effettivamente ancora una preziosa opera di talent scouting, i cui benefici effetti vanno però puntualmente a sbattere contro il muro di gomma dell’oligarchia editoriale nostrana, dei suoi indispensabili dividendi azionari e del processo di trasformazione del libro da opera culturale in oggetto di consumo, in bene da scaffale di ipermercato, a meri fini di cassa e a totale scapito della autentico valore letterario (inutile fare nomi, titoli, sfumature o che altro: capirete bene a chi mi sto riferendo…)
Perché, accidenti, non si mette lo stesso “spettacolare” e mediatico impegno nel creare lettori, piuttosto che nuovi scrittori? Perché non mettere in atto una buona volta un reale e fondamentale investimento culturale ed economico promuovendo in maniera intensa e martellante la lettura? Forse perché veramente chi ci comanda teme che leggere libri sviluppi troppo l’intelligenza, quando invece il popolo più è ignorante più è facilmente comandabile? Può essere, senza dubbio, vista la realtà dei fatti… Eppure, basterebbe che anche solo una parte degli italiani che non leggono nemmeno un libro all’anno – e, lo sapete, sono circa i 2/3 del totale – ne leggesse almeno uno, possibilmente di buona qualità, che il mercato editoriale nostrano tornerebbe a respirare a pieni polmoni, e probabilmente ci sarebbe pure posto per tutta quella messe di aspiranti scrittori coi cassetti di casa ricolmi di manoscritti magari in qualche caso pure di ottimo livello, che invece ora non sono altro che un’ennesima zavorra utile solo ad accelerare l’inesorabile affondamento della nave editoriale italiana – già bell’e piena di falle, peraltro!
Lo ribadisco: i bravi scrittori in Italia non mancano, i lettori invece sì, e in modo sempre più drammatico; ovvero, manca la volontà – da parte di un po’ tutto il sistema o “filiera”, se preferite – di cambiare il punto di vista sulla questione editoriale e la relativa strategia, che poi presuppone un indispensabile cambio di visione culturale generale, senza dubbio. Ma l’importante è cominciare, e ancor prima è capire – l’ho già scritto in altre occasione e tengo molto a sostenerlo nuovamente – che il mercato editoriale non è un mercato industriale/finanziario qualsiasi, con un produttore di beni “attivo” e un mercato di consumatori “passivo”: no, è assolutamente un circolo virtuoso nel quale ogni elemento ha pari importanza e contribuisce al “bene” comune. Possiamo pure diventare tutti quanti Wilde o Hemingway o Kafka, ma se nessuno compra più libri saremo come impeccabili sciatori su una spiaggia ad Agosto: inutili e fuori luogo. Occorre un fronte comune e unitario a favore innanzi tutto della lettura, occorre far capire a chiunque quanto il leggere libri sia un’attività meravigliosa – e farlo senza “guerre religiose” contro TV, web o che altro, occorre (ri)creare un senso letterario diffuso grazie al quale le case editrici comprendano quanto il pubblicare libri privi di valore per meri fini di guadagno rappresenti una palese zappata sui propri piedi (ormai è lapalissiana, ‘sta cosa: a fronte di tanti strombazzati best sellers, quanto è aumentata la vendita di libri? Zero, anzi, è calata appunto!) mentre la letteratura di qualità è sempre stata e sarà sempre un investimento proficuo sotto ogni aspetto. E scommettiamo che, se ciò accadrà, non ci sarà nemmeno bisogno di un talent show televisivo per trovare qualche nuovo grande e preparato scrittore? Da un campo ben coltivato non potranno che nascere bellissimi fiori, in un’arida steppa non cresceranno che arbusti rachitici…

La “questione Masterpiece” parte 1a: un talent show per aspiranti scrittori in TV, cui prodest?

Avrete sicuramente già e letto e sentito di Masterpiece, il prossimo talent (?!) show (!) della RAI per aspiranti scrittori (se no potete saperne di più QUI oppure QUI), e mi rendo perfettamente conto che disquisire ora di un qualcosa del quale si sa ancora poco o nulla e, soprattutto, non si è visto, può apparire di certo avventato ovvero prevenuto – sì, perché, rimarcando a mia volta ciò che già tanti hanno denotato, è veramente difficile pensare a due elementi più antitetici di TV e letteratura, soprattutto intesa come “arte della scrittura”, ergo la predisposizione iniziale verso un evento televisivo del genere da parte specialmente di chi la letteratura la vive sul campo (e la osserva e valuta nella sua reale essenza contemporanea) non può che essere facilmente negativa. D’altro canto, potrebbe pure essere che il dialogo impossibile tra televisione – ovvero tra linguaggio televisivo odierno, soprattutto di matrice “reality/talent” – e nuova letteratura si tramuti invece nel punto di forza del programma, e che dunque Masterpiece si riveli una buona occasione attraverso la quale il valore culturale (o meglio socio-culturale) dei libri e della scrittura letteraria venga illuminato da quelle luci della ribalta viceversa più volte accusate di oscurare totalmente il suddetto fondamentale valore nonché di spegnere nel pubblico la passione per la lettura.
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Tuttavia, a costo di risultare prevenuto, appunto, sul tema qualche inevitabile dubbio mi sorge, non tanto dettato da una posizione aprioristica quanto da una obiettiva e pragmatica analisi della realtà mediatica contemporanea la quale, sarete d’accordo anche voi, non è che negli ultimi anni ci abbia offerto dei mirabili vertici di apprezzabile diffusione culturale e artistica, anzi… Mi chiedo, ad esempio: un format televisivo come quello dei “talent”, dal quale nemmeno il più oculato e bendisposto autore non può sfuggire (se si decide di giocare a tennis mica si può scendere in campo con ai piedi gli sci!), quanto alla fine distorce – perché è inevitabile che ciò accada – l’esercizio della scrittura letteraria il quale, lo sapete bene, di tutto ha bisogno meno che di un palcoscenico e di luci di scena e di applausi a comando ovvero d’altro del genere? E poi – ribadendo un concetto a me assai caro e che ritengo fondamentale, nella letteratura: un “talent” televisivo per scrittori ricerca un nuovo gran bel libro da pubblicare oppure un nuovo attraente personaggio da inquadrare suggestivamente nelle telecamere, ben spendibile poi in varie successive ospitate fino a che il pubblico si sia rotto le scatole di lui o finché vi sia un suo sostituto? Inoltre – domanda relativa, il testo che uscirà vincitore e che quindi verrà pubblicato da Bompiani (peraltro con previsioni editoriali che mi sembrano quanto meno prive di qualsiasi fondamento logico…) venderà perché sarà effettivamente un libro di apprezzabile valore letterario o perché sarà il libro di quello/quella tanto carino/a e simpatico/a che ha vinto Masterpiece in TV? Starà in piedi, letterariamente, quando i riflettori si saranno spenti? Ancora: ma per trovare un nuovo bravo scrittore c’è effettivamente bisogno della TV e dei suoi canti di sirene mediatiche? Di più: anche a prescindere da libri e scrittori, cosa in sostanza hanno prodotto tutti i “talent shows” televisivi degli ultimi tempi? Grandi artisti? Oppure vacui personaggiucoli da rotocalchi gossipari e semmai (soprattutto!) grandi ascolti e relativi proficui merchandising? Ecco, appunto, gli ascolti: essendo programma televisivo e dunque inevitabilmente legato ad un certo riscontro di pubblico (generalmente determinato a priori anche in base a fattori economici), se in tal senso Masterpiece si rivelasse un flop?
Insomma: cui prodest? La Rai si accoda a tutta quella messe di soggetti (editori a pagamento, concorsi letterari, self publishing…) che sulle speranze e sui sogni di tanti aspiranti scrittori hanno creato un florido mercato (molto florido, sì, ma troppo spesso in senso univoco!), il pubblico televisivo potrà (forse) avere un nuovo personaggio del quale chiacchierare al bar la mattina, la Bompiani (Uhm… Perché proprio lei, poi?) avrà un testo edito che venderà un po’ più di altri grazie al supporto televisivo (senza poi rischiare troppo in termini d’immagine, visto quello che ormai anche i grandi e blasonati editori a volte pubblicano!)… Ma la letteratura? C’azzeccherà qualcosa in tutto ciò? Ecco, è forse questa la domanda che infine mi pongo con maggiore peso. Perché in effetti, ripeto ancora, le risposte a tutte le altre sopra indicate domande potrebbero essere pure positive e Masterpiece dimostrarsi un programma bello e utile – non c’è che augurarselo, a ben vedere: magari la tivvù italiota tornasse ad essere autentica elargitrice di buona cultura popolare! Però, ora come ora, e in considerazione di ciò che la TV contemporanea ha generato nei tempi recenti, il timore che in tali contesti la letteratura non possa che uscirne quanto meno sminuita nel suo valore artistico fondamentale (è e resterà un’arte, già, anche se ormai quasi più nessuno ci fa caso…), se non malamente vilipesa, resta vivo, pur con tutte le buone intenzioni del caso. E pure vivido, già.
Ah, un’ultima domanda: ma c’è poi tutto questo bisogno di trovare un nuovo scrittore se qui sempre meno gente legge libri? Beh, facciamo che di questa ulteriore faccenda ne parleremo prossimamente, ok?!