La Speranza è l’ultima a morire. Forse. (Una poesia)

Carme Funebre alla Speranza

Oh come bella, terribilmente bella,
Fu la morte della Speranza!
Lividi petali di defunte rose a galla
Fluivan sulle lacrime con mestizia
De l’incessante pianto della Tristezza,
Ed offriva l’icona ultima la Bellezza
Prima di celarsi dietro un fosco velo.
Nimbiche armate nel basso cielo
S’ammassavan forte ruggendo,
Ma sulla Terra assai scemando
Andava pure il vento, ultima forza.
Giungeva come sì irriverente sferza
Di dietro adusti fusti l’empio ghigno
De la Superbia, e del Sussiego degno
Compare; e con veemenza la Stoltezza
Le man batteva sozze di sconcezza,
Nel mentre che Barbarie e Ignoranza
Ballavan un’iniqua e dissonante danza
Menando le lor ammorbate membra.
Intanto il lugubre corteo nell’ombra
Andava, su le spine mestamente
Il passo grave nel buio terrificante:
E d’una notte senza stelle il terrore
Ponea sul mondo un drappo di dolore.

Versi_Irregolari_blogComponimento tratto dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80).
Versi d’amore, di Passione, di Dolore, di Morte, così recita la copertina interna del volume: 88 componimenti poetici divisi equamente nelle quattro sezioni sopra citate, una evoluzione stilistica che dagli stilemi classici punta lontano, finanche a forme poetiche avanguardistiche e innovative, attraverso le quali sfuggire alla “regolare” ordinarietà del mondo lasciando che l’occhio estetico che la poesia offre possa scovare e analizzare nuovi punti di vista sulla vita umana, rivelandone l’essenza più profonda, più vera e pura, scevra da qualsiasi conformismo e convenzionalismo che oscura la bellezza della vita stessa, la prima e più preziosa arte.
Cliccate sull’immagine del libro qui sopra per averne ogni informazione utile e per sapere dove/come acquistarlo. Buona lettura, e lunga vita alla poesia!

P.S.: no, per carità! Non pensatemi affetto da pessimismo cosmico! Giammai! Però nemmeno da pervicace e cieco (dunque pure ottuso) ottimismo, questo sì!

Robin HooDead

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che probabilmente farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

Robin_Hood_dead-2La falce di Luna calante, così bassa sull’orizzonte, strappava l’oscuro velo celeste con una opalescente fessura curva che gettava la sua luce radente sulla valle, allungando e incupendo le ombre dei crinali boscosi che circondavano il sontuoso maniero di Lord Watson – una massa scura e indefinita, ora, immersa nella tenebra notturna. La condizione ideale per entrare in azione! – pensò l’abile benefattore fuorilegge, che agognava da tempo il colpo al bieco signorotto di Blacktree, tiranno tanto ambiguo quanto scaltro di quelle terre e dei suoi abitanti, dei quali egli credeva di poter disporre liberamente in forza di qualsivoglia proprio capriccio: una condizione insopportabile, che necessitava di una giusta rivalsa.
Aveva deciso di mettere a segno un colpo “diversivo”, poco prima di mezzanotte presso una stazione di posta a qualche miglio di distanza, e sviare laggiù l’attenzione delle guardie. Ora, nel pieno della notte, era pronto ad agire contro Lord Watson, e restituire al popolo una bella fetta della sua iniqua ricchezza. Prese con sé il fedele arco, legò il cavallo presso le mura del castello e vi si arrampicò lesto, mentre una leggera brezza manteneva il cielo pulito dalla nuvolaglia assicurandogli la particolare luminosità lunare, ricca di ombre nelle quali celarsi e osservare senza essere visti.
Penetrò senza troppe difficoltà all’interno e si diresse silenzioso verso le stanze di Lord Watson: un’abilità maturata in lustri di furti a tali ricchi signori, tanto boriosi da non pensare nemmeno di poter essere sfidati, essi e gli sgherri armati a difesa dei loro soldi, da un uomo solo. Individuò il forziere con il denaro e vi fu sopra con una rapidità quasi insuperabile… Quasi, già, perché ancora più rapida fu la lama della spada di Lord Watson, che con un secco fendente lo decapitò seduta stante. D’altro canto non poteva sapere, il fu ladro filantropo, che più che la boria, la scaltrezza o la tirannia, dote massima di Lord Watson era un fiuto infallibile! E quella brezza notturna, pur leggera, gli aveva inevitabilmente portato al naso un odore sconosciuto, forse quello d’un estraneo penetrato nella sua dimora. E magari proprio quel ladro maledetto di cui gli avevano parlato, che rubava ai ricchi per dare ai poveri in base a chissà quali sovversivi ideali…
Il tiranno dall’olfatto insuperabile strappò dalla cintura del ladro una sacca piena di denari, probabile bottino di un colpo precedente (quello alla stazione di posta), fece gettare il cadavere nel pozzo del castello e, l’indomani, distribuì quei soldi ai contadini della valle, che di fronte a tal dono inatteso scordarono in breve tutti i tormenti patiti e presero a inneggiarlo come il più generoso e magnanimo dei signori.
“Per un popolo ingenuo il vero benefattore non è colui che dispensa libertà e verità, ma lusinghe e illusioni”, pensò sprezzante tra sé di fronte alla massa che lo acclamava.

Ecumænicheismo

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che probabilmente farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

wars-of-religion-1

I rappresentanti delle varie delegazioni si disposero lungo il palco semicircolare antistante la facciata della grande cattedrale e prospiciente la piazza ricolma di fedeli, per l’ormai imminente inizio della funzione celebrativa comune. La giornata era splendida, con il cielo terso come non mai e un’aria leggera e fresca che allietava l’intero paesaggio: un clima che tutti i presenti convennero di ritenere un dono divino, la prova di come “dio” – in qualsiasi modo le religioni presenti a quell’incontro ecumenico lo potessero a loro modo intendere, chiamare, pregare – offrisse il proprio consenso al grande convegno in corso. Tutte insieme, esse elevarono una sorta di orazione condivisa, che nella diversità dei culti riconosceva la natura originaria univoca di “dio”, il solo e giusto punto di incontro di tutte le confessioni religiose lì riunite, e ora pronte a dare inizio alla funzione comune.
La brezza mattutina si fece ancora più frizzante, e sembrò spargere un brivido, un fremito leggero e piacevole non solo nei presenti ma nell’intera piazza e ovunque intorno. Per questo le prime concitate urla non ruppero ancora la mistica atmosfera che pareva aleggiare sul luogo, la quale però svanì totalmente un istante dopo, quando i grossi frammenti di sassi e marmo si schiantarono sul palco, seminando il panico generale. Scossa sismica, cedimento strutturale, qualcuno ipotizzò perfino un attentato: in ogni caso la sostanza degli eventi fu che la parte superiore del campanile della cattedrale crollò, schiantandosi al suolo in enormi cocci e investendo alcune delle delegazioni religiose presenti sul palco. I soccorsi furono immediati ed efficaci, tuttavia si dovettero registrare dei morti, ed alcuni feriti gravi. Ma al peggio di quel peggio i presenti poterono assistere di lì a poco, quando una certa calma tornò nella piazza portandosi però appresso tutta la reale irrazionalità in quei frangenti latente: mentre le delegazioni illese presero a pregare e ringraziare il proprio “dio” per averli preservati quali figli prediletti e non altri, al contrario puniti dall’appena manifestata “volontà divina”, viceversa quelle colpite gridavano tutto il loro dolore e lo sconcerto dacché essi, ugualmente figli prediletti di “dio”, erano stati strappati dalla propria missione evangelica terrena. Come poteva un “dio” unico e univocamente pregato mostrarsi buono con alcuni e crudele con altri? Ben presto le mutue invocazioni divennero biasimi, accuse, poi insulti, finché il cordiale e consacrato incontro ecumenico si trasformò in una violenta, feroce e blasfema rissa tra legittimi e illegittimi “figli di dio”…

L’invenzione

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che probabilmente farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di futura pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)


Di tutte le invenzione mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure, in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse, ma come spesso succede per ogni novità, quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita! Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto inopinate, insomma!
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale “frutto di tecnologia sfrenata”, “spregiudicato orpello da bislacca fantascienza” o simili definizioni biasimevoli… Ma, come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza, ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto – quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali) – trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari – gioielli tecnologici di colpo divenuti obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino, rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

Haruki Murakami, “L’elefante scomparso e altri racconti”

Certamente ora sto per scrivere una banalità, o per altri versi una ovvietà che è tale ogni qual volta venga espressa per qualcosa di artistico, letterario, culturale o altro di “non superficiale” che venga dall’Oriente, d’altro canto non saprei come meglio e più rapidamente esprimere ciò che voglio esprimere, ovvero che Haruki Murakami – o, per meglio dire, la scrittura di Haruki Murakami, è assolutamente Zen. E una sorta di breviario di quotidiani esercizi di disciplina zen postmoderna, materializzati nella forma letteraria, mi sembra L’elefante scomparso e altri racconti, opera “secondaria”, per così dire, del grande autore nipponico (Einaudi, con traduzione di Antonietta Pastore) del quale si ricorda di più, appunto, la produzione più prettamente romanzesca…

Leggete la recensione completa di L’elefante scomparso e altri racconti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!