Elegia Inutile (la razionalità fa’ schivare i colpi di fulmine…)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

Francesco De Girolamo, “Colpo di fulmine a ciel sereno”, 1999.
Quando la vide, da lontano entrando dalla porta, laggiù dietro il bancone, fu come entrare nella sala d’un museo che custodisce la più grande opera d’arte del mondo – e la si vede laggiù, in fondo, lontana ancora e ancora vaga, indeterminata, sì che l’impressione derivante sia quasi di indifferenza… Poi prese ad avvicinarsi, lei sistemava qualcosa dal bancone nei ripiani sottostanti, la figura che si piegava e si distendeva, movimenti limitati e fluidi, non lo guardava ancora, la capigliatura d’un tono così particolare – i colori che si fanno più nitidi e luminosi ad ogni passo, le forme, i tratti, e una certa sensazione d’armonia sembra cominciare a venire da quell’arte, dolce, sublime, ad aprire la mente e il cuore verso quel dono di bellezza imminente. Levò gli occhi, quasi nascosti sotto la frangetta cadente dalla chioma ne rossa e ne arancione, così particolare appunto, si distese, sorrise luminosamente, uscì dal banco – azzurrissimi, quegli occhi – si fece incontro d’un passo o due, sembrò portarsi appresso tutto il mondo che aveva intorno ponendosi in centro ad esso come elemento armonizzante – un’armonia che egli recepì come un qualcosa di enigmatico, ovvero di enigmaticamente dolce, sublime. Le fu davanti, chiese, lei rispose, si dissero ciò che l’occasione imponeva, vicini – lui a lei, lei a lui – ora come unico elemento del mondo, compendiatosi nella visuale fissata sulla sua figura e su quanto di essa, e tutto il resto evanescente intorno, come se un’unica luce illuminasse lei e solo lei, e ne svelasse finalmente il segreto meraviglioso – l’opera d’arte assoluta come unico elemento in quella sala, in modo che ogni cosa tendesse ad essa e dunque si annullasse in essa, in quel luogo e in quel momento unica cosa esistente e importante, e niente altro a poter confrontarsi: tutto il mondo lì, in sostanza, e nulla più.

Aveva le gambe fasciate in jeans attillati, lunghi fino in terra, dal cui orlo sfilacciato sbucava la punta di scarpe dal tacco verosimilmente vertiginoso, che le stagliavano la figura in un paradiso estetico per il quale ogni settimo cielo non era che un basso, lontano e gretto secondo regno – e il sedere piccolo e sodo che reggeva un busto esemplare, quale metro di paragone anatomico d’una nuova razza esteticamente superiore, nel quale la vita minuta pareva esaltare oltre ogni pensabile limite di voluttà la forma del seno rendendolo persino esuberante, con quella maglietta leggera che riprendeva il colore della capigliatura, stretta, aderente, aperta senza indecenza alcuna sul decolleté ma ancor più sulla schiena, a scoprire una pelle di velluto roseo mossa appena dalle scapole, fin dove il contegno e la galanteria speravano fortemente vi fosse l’elastico del reggiseno, appena sotto il punto dal quale la stoffa della maglietta riprendeva a coprire quell’epidermide, e a mantenere vive e attive quelle virtù di cavalleria altrimenti in pericolo di svanire e mutare in pura concupiscenza… Ma il suo viso, peraltro, così dolce, tranquillo, delicato nei tratti, così illuminato da quel sorriso rifulgente e sereno incorniciato da labbra sensuali perché lussuriosamente pudiche, da quegli occhi ad ogni istante più azzurri, profondi ed espressivi, faceva di ogni possibile concupiscenza un desiderio di sublimità, plasmato dalle sue mani, dalle affusolate dita, dalle unghie curate e colorate d’avorio, dalle movenze sinuose, delicate, euritmiche alla sensualità più elevata, come leggiadri movimenti d’una danza ammaliante che il suo corpo eseguiva con la naturalezza d’un angelo che avesse rubato l’arte dell’incanto al diavolo più tentatore elevandola, al sommo apice di fascino e seduzione. Un’opera d’arte totale, definitiva, insuperabile, assoluta, per quel luogo, per quel momento, per quel contesto: la bellezza nella sua forma più pura e inauditamente perfetta.

Ed improvvisamente egli sentì il bisogno indispensabile di essere illuminato dalla sua luce, come se d’un tratto il suo corpo fosse mutato in penombra bisognosa di quel bagliore per non lasciare che la tenebra vincesse sulla luminosità vitale; e sentì che la luce da lei emanata era purissima energia, ne sentì la vibrazione provenire dalla sua meravigliosa figura come se ne sfolgorassero scintille infinite che lo avvolgessero e lo penetrassero nel loro fascio voluttuoso inebriandone i sensi, e scuotendone il corpo come se colpito da una scarica di immensa potenza sessuale…

Il colpo del fulmine d’amore? E cos’è, il cosiddetto e così bramato da tanti colpo di fulmine, se non un singolo istante di totale irrazionalità che storce improvvisamente l’intera vita fino ad avvilupparla attorno ad esso, ovvero causando l’opposto di ciò che dovrebbe essere? Ed esiste veramente, in fondo, o è soltanto l’abbacinamento d’un solo, unico attimo dell’intelletto che perde la propria ordinaria razionalità il tempo sufficiente a credere in ciò che mai avrebbe creduto senza quel lapsus? Un varco rabbrividente si spalanca all’improvviso, come se dal proprio punto vitale, da un istante all’altro, comparisse attorno a sé l’Universo intero in una forma che non potrebbe che apparire incredibile, impossibile, e parimenti ammaliante, irretente; e ogni varco invita al transito immediato, o all’arretramento altrettanto immediato, dacché aperto nell’istante presente e forse già svanito in quello appena successivo: è nel punto di giunzione e separazione tra quella irrazionalità che gode dell’abbacinamento e la razionalità che lo rifugge per mantenere la migliore visuale in fronte a sé, che si decide il transito o l’arretramento, e in cui si genera la voluttà o il dolore, la delizia o il rimpianto, la follia o il senno, un nuovo orizzonte vitale o un velo scuro che ne limiterà una parte e inviterà a voltarsi altrove…

La salutò, privo d’ogni altra parola e altro pensiero; lei gli rispose, illuminò nuovamente il suo viso con quello splendido sorriso, coi suoi denti bianchi e perfetti, coi suoi occhi iridescenti, piegando leggermente in avanti il corpo e incrociando le mani davanti all’inguine, così stringendo inconsapevolmente con le braccia convergenti il seno, che gli parve per un attimo aumentarsi in modo inconcepibile, tremando per un attimo la frangetta di quel colore indefinibilmente unico davanti agli occhi e poi, come in un ultimo fremito di voluttà, tutta la sublime figura, come per avviare l’ultimo, definitivo incantesimo. E gli sguardi, fissi l’uno all’altro, si scambiarono un’estrema, languida lusinga.
Uscì quasi affrettando il passo, dicendosi che era meglio così, e rispondendosi subito di quanto fosse stupido a pensarlo, e di come la razionalità, a volte, sia la cosa più irrazionale possibile…

Jonathan Lethem, “L’Inferno comincia nel giardino”

Ho cominciato la lettura di Jonathan Lethem convinto di avere (un po’ ottusamente, lo ammetto) a che fare con uno scrittore alla Tom Robbins o alla Tom Sharpe, e invece… L’Inferno comincia nel giardino è una raccolta di racconti (edita da Minimum Fax, con la traduzione di Martina Testa) che appartengono al periodo d’esordio dello scrittore americano, per le cui narrazioni Lethem utilizza l’espediente dell’inserire, in una storia sostanzialmente normale, ovvero realistica e quotidiana, un elemento assurdo, surreale e irrazionale, che distorce quella sensazione di “normalità” altrimenti scaturente dalla lettura per porla in balìa di una dimensione piuttosto inquietante, tanto più perchè, appunto, presente in un ambito assolutamente quotidiano…

Leggete la recensione completa di L’inferno comincia nel giardino cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Scrivere romanzi è come impilare gattini esausti (Haruki Murakami docet)

Cosa significa scrivere romanzi? – e, in modo ancor più assoluto: cosa significa scrivere?
E’ una domanda che chiunque scriva, credo, per mestiere o per diletto, dovrebbe porsi di continuo. Forse alcuni se la sono posta troppe poche volte, magari certi nemmeno una. Personalmente, temo di pormela fin troppo…
Ed è una domanda che ha infinite risposte: le più istintive può darsi siano banali, tante altre assai più profonde, radicate nell’essenza più intima dello scrittore e da essa scaturenti con un processo non certo facile, forse anche ostico e tribolato ma, appunto, assolutamente fondamentale da attuare.
Ecco cosa scrive al proposito Haruki Murakami, il più importante scrittore giapponese contemporaneo, certo con visione parecchio orientale ma anche per questo curiosa e interessante.

La memoria è qualcosa di simile a un romanzo, o forse un romanzo è qualcosa di simile alla memoria.
Da quando ho incominciato a scrivere, provo veramente questa sensazione, che tra memoria e romanzo vi sia una somiglianza. In entrambi i casi, ci si sforza di mettere tutto in ordine, ogni cosa al suo posto, ma il contesto tende a sfuggire, e alla fine si dilegua. Come mettere quattro gattini esausti uno sull’altro. Caldi di vita, e tremendamente instabili. Ogni tanto mi dico che è imbarazzante considerare un tale materiale alla stregua di merce – merce, vi rendete conto? A volte mi capita davvero di arrossire. E se divento rosso io, lo diventano tutti.
Tuttavia, se si prende l’esistenza umana come una condotta stupida basata su motivi relativamente puri, il problema di cosa sia giusto o sbagliato perde drammaticità. E da lì nasce la memoria, nasce il romanzo. Un meccanismo di moto perpetuo che nessuno può arrestare. Percorre rumorosamente il mondo intero, tracciando sul suolo una linea ininterrotta.
Speriamo che vada tutto bene, dice uno. Ma non c’è motivo che vada bene. E neanche nessuna prova che sia andata bene.
Allora cosa bisogna fare?
Allora io cerco di radunare di nuovo i gattini e di metterli uno sull’altro. Sono stanchi morti e mollissimi. Cosa penserebbero se si svegliassero e scoprissero di essere stati messi in pila come della legna per un fuoco da campo? “Oh, c’è qualcosa di strano”, si direbbero forse. In quel caso – se la reazione fosse tutta lì – io ne ricaverei un piccolo aiuto.
E’ questo che volevo dire.

Haruki Murakami, L’elefante scomparso e altri racconti, Einaudi 2009, pag.93.

L’apparenza inganna…

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e ne saprete di più, a breve…)

Il Boss picchiettava nervosamente le dita della mano sul grande tavolo di legno grezzo, nascondendo occhi certamente torvi dietro i soliti occhiali neri. Quando la porta si spalancò e il sicario vi comparì, le dita si contrassero in modo che ricordassero degli artigli pronti a ghermire. Parlò seccamente.
“E’ ora di dare a quelli una lezione che non possano mai più scordare! Non devono ficcare più il naso nei nostri affari… E’ un lavoro sporco, ed è per questo che ho fatto venire te. Ti hanno già detto cosa fare: fallo, e torna qui. Troverai la tua ricompensa!”.
Senza dir nulla, e soltanto piegando le labbra in un ghigno di estrema baldanza, il killer uscì dal buio magazzino sul molo del porto. Niente di più semplice – ripeté tra sé: ammazzare una ragazzina di quindici o sedici anni, la figlia del capo dei rivali… Lavoro sporco perchè la vittima era una “semplice, candida scolaretta”? Beh, in quelle cose non ci doveva essere posto per i sentimenti e le suggestioni, nel bene e nel male; aveva ragione il Boss, egli per questi “lavori” era una garanzia…
La mattina successiva si appostò poco fuori il cancello della villa del capo dei rivali; questi ne era appena uscito, nella propria lussuosa auto nera: meglio così, il campo era ancora più sgombro… Di lì a breve il cancello elettrico si aprì nuovamente: ora doveva essere la figlia, che usciva per recarsi a scuola… Sbloccò la sicura della pistola impugnandola, pronto ad agire.
E fu proprio lei, ad apparire, la figlia del capo avversario… Il killer trasalì: la “bambina” doveva avere sì sedici anni, ma quale differenza con la media della sua età!… Alta, i capelli lunghi biondi, la pelle diafana, un fisico da donna adulta, armoniosa, formosa – e che donna, con tanto di minigonna scoprente gambe perfette e… Insomma, roba da non poter restare insensibili, tanto che il killer quasi istintivamente uscì dall’auto entro cui si era appostato, per osservare meglio quella gran bellezza, tanto giovane quanto già così attraente… Inevitabilmente lei lo notò; lo guardò un istante con espressione prima perplessa e quindi in un certo senso conscia, poi sorridendo gli venne incontro di qualche passo. Il sicario reagì come ogni uomo di fronte ad una bella donna, con impettito compiacimento; la ragazza, giunta a qualche metro da lui, fulmineamente estrasse un piccolo revolver dalla borsa a tracolla e lo freddò, un solo preciso colpo in mezzo agli occhi. Poi tranquilla si rincamminò, notando lo scuolabus spuntare sul viale.

Marte su Marte

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto inedito che farà parte di una raccolta mooooolto particolare, di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e ne saprete di più, a breve. Peraltro, cade pure a fagiolo, visto che oggi, 6 Agosto, con una difficile manovra di atterraggio perfettamente riuscita, il robot NASA Curiosity è atterrato su Marte: ennesimo piccolo passo verso la conquista umana del Pianeta Rosso.)

Un primato, quella missione, lo stava già ottenendo, e ancor prima di giungere al proprio clou: quello del silenzio più diffuso mai avuto nel mondo, nonché – se possibile – quello della comunanza d’attenzione, di concentrazione e di sguardi – ovunque, in ogni continente, qualsiasi ora fosse, in qualsiasi luogo – fissi davanti alle TV che rimandavano live le immagini da Marte – un piatto deserto rosso con dune rosate sullo sfondo e un cielo che pareva un tramonto terrestre a cui mancassero alcuni colori e ve ne fossero altri più marcati, e con l’argenteo, luccicante modulo di atterraggio già posato su quel suolo alieno come unico elemento divergente da quel cromatismo così uniforme. Si stava riproducendo lo stesso possente pathos di decenni addietro, all’epoca del primo uomo sulla Luna, ma se possibile ora assai più intenso, per mezzo del maggiore realismo tecnologico che quelle immagini televisive sapevano offrire; e se allora lo sfocato bianco e nero che giungeva dalla Luna rendeva evidente la distanza di quell’evento, ora pareva che Marte fosse appena dietro le case di ogni uomo davanti alla TV: ciò non faceva che incrementare l’acme delle emozioni nel quale l’intera umanità si stava riconoscendo, e dal quale riceveva un orgoglio veramente interplanetario, ovvero smisurato come mai prima era avvenuto. Tutti si sentirono idealmente al fianco di quegli eroi che stavano per compiere un’impresa nuovamente più grande di qualsiasi altra prima realizzata, sovrastante la realtà e i sogni di un intero pianeta; tutti palpitarono quando il portello del modulo spaziale baluginò nei teleschermi – segno che stava per essere aperto sì da consentire l’uscita del primo uomo su Marte! – tutti tripudiarono in spirito per quella nuova conquista dell’umanità, per quanto ancora una volta l’uomo aveva saputo fare, per quanto grande egli stava ancora una volta dimostrando di essere…
E tutti ovunque nel mondo allibirono quando le TV mostrarono capitombolare giù dalla scaletta del modulo spaziale due astronauti avvinghiati tra loro in una lotta visibilmente violenta seppur goffa e ridicola, per quelle grosse tute indosso, e cadere sul suolo marziano fortunatamente salvati dalla bassa gravità del pianeta… I loro insulti furono eloquenti: stavano azzuffandosi perché l’uno, di fronte alla gloria imminente, non aveva più accettato di essere il secondo uomo su Marte. La diretta venne sospesa e partì un rullo pubblicitario, ma molti se ne andarono dalle TV. “E così Marte non è che una Terra tinta di rosso!” chiosarono sdegnati alcuni di essi.