(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” venerdì 11 aprile: lo trovate qui.)



(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” venerdì 11 aprile: lo trovate qui.)




I votanti in queste elezioni, al netto delle schede bianche e nulle, sono stati 3.245.754; nel 2018 erano stati 5.762.469: significa che 2.516.715 lombardi non sono più andati a votare, ovvero che in totale più di 4,5 milioni di lombardi non hanno votato.
Analizziamo ora i due principali schieramenti. Quello che ha espresso il candidato vincente ha ottenuto 1.774.477 voti, nel 2018 ne aveva ottenuti 2.793.369: significa che ha perso 1.018.892 votanti. L’altro schieramento ha ottenuto 1.101.417 voti, nel 2018 ne aveva ottenuti 1.633.373: significa che ha perso 531.956 votanti – che diventano 1.506.939 se si considerano i votanti del movimento politico che nel 2023 ha sostenuto tale schieramento mentre nel 2018 partecipava alle elezioni in modo indipendente. In pratica, il candidato vincente ha ottenuto il consenso di meno di un lombardo su cinque. (Fonti per i dati: 2018 qui, 2023 qui.)
Ecco. Tenete ben presente questi numeri quando in queste ore leggerete le dichiarazioni dei politici che hanno partecipato alle elezioni, di chi sostiene di aver «vinto alla grande» e di chi ritiene di «non aver perso troppo». E ricordate ciò che scrisse già a inizio Novecento il grande scrittore e storico statunitense Henry Adams:
La politica pratica consiste nell’ignorare i fatti.
Elezioni regionali in Lombardia: qualsiasi candidato/coalizione vincerà, lo farà innanzi tutto per la drammatica pochezza dei suoi avversari.
Sul tema questo è quanto ed è tutto, dal mio punto di vista di residente nella regione. Ecco.
Alla fine, sul serio, io gli italiani che vanno a votare – che ancora ci credono, che ancora scelgono di dare fiducia a quei candidati, che ancora scorgono buone idee politiche e amministrative, o la parvenza di esse, che pervicacemente confidano che da tutto ciò possa scaturirne un reale e autentico sviluppo generale per il paese… beh, li ammiro. Sinceramente, non sono ironico (be’, l’immagine in testa all’articolo lo è ma senza alcuna malizia, sia chiaro).
Il diritto di voto nella forma di governo di una comunità sociale a rappresentanza politica è pratica intangibile, in una democrazia classica. Semmai, meno intangibile è che in una democrazia classica il diritto di voto comporti che una rappresentanza politica non garantisca una forma di governo efficace e proficua per il paese oltre che veramente rappresentativa, ovvio. Ovvero, come sostengono ormai in parecchi, che le trasformazioni politiche manifestatesi nel tempo non abbiano svuotato di senso l’atto della trasmissione del potere attraverso la pratica del voto – oppure ancora, per dirla in modo ancor più diretto, che la democrazia attuale sia propriamente ancora tale. Il che, appunto, non lede l’essenza e il valore del voto, ma senza dubbio, evidenzia la compromissione del suo criterio originario e degli effetti politici, in un circolo vizioso della cui realtà tutti diventano complici, dunque inevitabilmente tutti colpevoli. Sia ciò per scelta consapevole, sia per mera passività civica.
Scorro i dati dell’ultimo “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” formulato dal Censis (del quale trovate un buon riassunto qui) e, per quanto riguarda il rapporto degli italiani con le istituzioni, leggo che l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni.
Dunque, mi viene da pensare, alle elezioni non dovrebbe recarsi più del 30% (al massimo) degli elettori, no?
Vado allora a cercare i numeri relativi. Nelle ultime elezioni politiche del 2013 (il cui dato è quello maggiormente correlabile alla statistica del Censis) votò più del 75% degli elettori. Per ancora maggior dovizia di cronaca, anche cronologica oltre che statistica, cerco pure gli ultimi dati delle elezioni amministrative: nel 2017 ha votato il 59% degli elettori (il 46% al secondo turno), nel 2016 il 62%, nel 2015 il 55% (i dati sono facilmente rintracciabili qui.) Considerate pure tutte le variabili che volete, materiali e immateriali, ma certamente i dati potrebbero subire delle variazioni di qualche unità in eccesso o in difetto, non di più – idem per quanto riguarda il valore effettivo dei numeri indicati dalla statistica del Censis.
Quindi?
Be’, quindi non può certo essere considerata troppo grossolana (né tanto meno “populista”) la considerazione per la quale, oggi come oggi, almeno un italiano su tre va a votare, ovvero elegge a “conduttori” della sua vita e del suo destino quotidiani, degli esponenti politici e i rispettivi partiti nei quali non ha fiducia.
Ok, mettiamola così: vi proponessero di affidare la vostra casa a un tot di personaggi che vi garantiscono che la custodiranno meglio di chiunque altro ma che, da lungo tempo, dimostrano invece di non esserne affatto capaci, che fareste? Dareste loro lo stesso le chiavi di casa? O cerchereste qualcun altro di più affidabile? Oppure, altrimenti, ci pensereste da soli a custodirvi casa?
Insomma: dov’è la logica, in tutto ciò? Dov’è la coerenza, e dove la consapevolezza civica?
Invece, dove siano i risultati concreti di tale atteggiamento tanto italiota (che ne ricorda molti altri simili, tipo l’”armiamoci e partite”, il “tengo famiglia”, il “chiagni e fotti” e così via, l’elenco è assai lungo) lo si può constatare ovunque, nel paese, giorno dopo giorno.
Ogni popolo ha i governanti che si merita, appunto.