Mario Rigoni Stern, “Stagioni”

cop_stagioni_rigoni-sternMario Rigoni Stern è uno di quei personaggi che rispetta perfettamente il pensiero che si potrebbe avere di uno come lui, prima di conoscerlo; poi lo vedi, lo conosci, e pensi: ecco, un grande scrittore è proprio così, con una tale figura, una tale solennità umana, una evidente profusione di saggezza, di esperienza, di sensibilità letteraria tratta anche con la forza dagli eventi della vita, quasi come se fosse, egli stesso, un personaggio di una sua opera trasformatosi da uomo di carta scritta a essere in carne e ossa – e così è veramente, per Rigoni Stern, il Sergente nella Neve cantore della tragica epopea di guerra degli Alpini in Russia, durante la seconda guerra mondiale.
Anche Stagioni (Einaudi, 2012; 1a edizione 2006), dunque, è un libro che tutto sommato ci si potrebbe aspettare dallo scrittore di Asiago: ma il bello è che ciò non toglie nulla al suo valore – letterario e non – anzi, forse in tal modo soddisfa ancora di più il lettore che abbia un minimo di conoscenza dell’autore, anche senza finora aver letto nulla di suo – come è nel mio caso – ugualmente come sorprende e affascina il neofita dello stesso…

Leggete la recensione completa di Stagioni cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

La grande letteratura non teme alcun oblio (Ezra Pound dixit)

Esiste una qualità che unisce tutti gli scrittori grandi e immortali: non servono scuole o università per tenerli in vita. Toglieteli dal programma, metteteli nella polvere della biblioteca. Sempre ci sarà un lettore occasionale che, senza esservi indotto, li libererà dall’oblio e li porterà alla luce senza chiedere alcun favore.

Ezra Pound

Discutibile (e discusso) sotto molti punti di vista, non si può non riconoscere al celebre autore americano la grande influenza (r)innovatrice sulla letteratura del Novecento – e sulla poesia in particolare – quale esponente di quella corrente modernista che tra le caratteristiche peculiari annoverava il distacco dell’artista dall’opera, che non doveva essere espressione dell’interiorità dell’artista, bensì creazione perfettamente oggettivata e autosufficiente. Una cosa che io trovo fondamentale tanto da sostenerla da tempo – veramente trovo sconcertante che uno scrittore possa godere di notorietà quando non si sappiano citare i titoli delle sue opere… ovvero che tale notorietà derivi dal personaggio e non da ciò che semmai lo rende (o lo dovrebbe rendere) tale! – e che, a ben vedere, prova in modo perfetto quanto affermato da Pound nella citazione sopra riportata, dimostrando peraltro come i libri siano uno strumento di potere imperituro, per chiunque sappia attingere alla loro forza.

In cammino

Ma il camminare di cui parlo non ha nulla a che vedere con l’esercizio fisico propriamente detto, simile alle medicine che il malato trangugia ad ore fisse, o al far roteare manubri o altri attrezzi; è, il camminare di cui parlo, l’impresa stessa, l’avventura della giornata. Se volete fare esercizio, andate in cerca delle sorgenti della vita. Come è possibile far roteare dei manubri per tenersi in salute, mentre quelle sorgenti sgorgano, inesplorate, in pascoli lontani!” (…) “I dintorni offrono ottime passeggiate; e sebbene per molti anni io abbia camminato quasi ogni giorno, e spesso per molti giorni consecutivi, non ne ho ancora esaurito tutte le possibilità. Una prospettiva assolutamente nuova rappresenta una grande felicità, che può venir colta in un qualsiasi pomeriggio. Due o tre ore di cammino mi possono condurre nel luogo più straordinario che mi sia mai accaduto di ammirare.” (…) “Ed effettivamente è possibile scoprire una sorta di armonia tra le risorse di un paesaggio entro un raggio di dieci miglia, o i limiti di una passeggiata pomeridiana, e i settant’anni della vita umana. Né gli uni né gli altri vi diverranno mai troppo familiari.

Henry David Thoreau

Con questo articolo introduttivo inauguro e dedico una nuova sezione del blog al camminare. Sì, il cammino, l’andare a piedi, una delle più solite e ovvie attività umane. La sezione si intitolerà In cammino.

“Ma che centra una sezione del genere in un blog dedicato fondamentalmente, nel senso e nella sostanza, alla letteratura e alla cultura in generale?” qualcuno potrebbe chiedersi. Apparentemente poco, a parte la consueta considerazione che anche l’andare a piedi può diventare uno strumento di scoperta culturale – camminare nel paesaggio naturale, nei luoghi d’arte… In verità, l’idea di fondo di questa sezione del blog vuole essere più articolata e approfondita, soprattutto dal punto di vista essenziale.
Innanzi tutto, come recita il titolo di un bel libro sul tema, camminare è una pratica estetica, un movimento – di nome e di fatto – di riscoperta di una condizione primitiva alla ridefinizione della condizione umana moderna, e ciò nell’ottica di un’altra fondamentale considerazione, a sua volta ovvia eppure non scontata: il camminare è una delle più forti e più accessibili espressioni della libertà individuale. Rappresenta il primo atto di scoperta – o di ri-scoperta – del mondo e della realtà che abbiamo intorno, e ci offre la condizione migliore in assoluto affinché di quella realtà noi si possa ricercare, indagare, cogliere e comprendere le insite verità. Non può essere considerata dunque soltanto alla stregua di una mera attività fisica – quantunque è ovvio che la “forma primaria” sia questa – dacché può senza dubbio diventare, per l’appunto, una pratica di natura ben più ampia: estetica, senza dubbio, per come attraverso il cammino noi tracciamo il nostro percorso spaziotemporale attraverso il paesaggio, il territorio e gli ambienti che attraversiamo, come una sorta di lunga scrittura composta da segni virtuali che, sotto molti aspetti, dicono di noi e di ciò che siamo. Inoltre è una pratica mentale – non serve dire che il cammino agevola forse come nessun altra cosa il pensiero (ulteriore forma assoluta di libertà!), la riflessione, la meditazione – e dunque filosofica, ricollegandomi a quanto detto poco sopra sulla comprensione della realtà e delle sue verità; non per ultimo, è una condizione che eleva la vita, intesa nel senso più ampio possibile, ad un livello superiore all’ordinario, legandola al proprio spazio e al proprio tempo – dimensioni principali che determinano la sostanza del movimento, come già accennato poco sopra – e alla presenza nel mondo, alla interazione totale con esso (il cammino prevede il totale controllo dell’azione, esteriore e interiore, da parte dell’individuo), dunque in qualche modo rendendola pienamente vissuta.
Nella sua semplicità, il camminare rappresenta un’attività ricolma di valori, di sensi, di significati e di potenziali possibilità. Personalmente ne ho prova ogni volta la metto in pratica – lentamente o più speditamente, attraverso la corsa di lunga distanza – per come durante lo stato di camminamento (passatemi ‘sta espressione un po’ forzata…) la mia mente è in grado di formulare idee e ispirazioni letterarie come non mai: credo sul serio che buona parte delle cose che potete leggere non solo nei miei libri ma in generale negli scritti di varia natura pubblicati su carta e sul web vengano proprio da “intuizioni camminatorie”. E’ come se – ribadendo in altro modo quanto espresso poco fa – il camminare metta la mente, l’animo e lo spirito in una condizione di maggiore illuminazione, maggiore lucidità intellettuale, migliorata perspicacia – nonostante la fatica che naturalmente dopo un po’ potrebbe sorgere.

Anche per questo ho deciso di realizzare questa sezione, qui sul blog. Trovo grandissime affinità tra l’attività del camminare e quella dello scrivere: la scrittura è un cammino lungo numerose pagine bianche che lascia delle tracce d’inchiostro, la camminata è una scrittura su pagine fatte dai paesaggi del mondo che lascia tracce sul terreno, in forma di orme e impronte, ma pure che tratteggia un passaggio, un transito ovvero il segno del nostro essere vivi e attivi.
Sono affinità che poi qui rendo concrete, effettive: in questa sezione del blog, infatti, vi presenterò (oltre ad altre cose) i testi letterari editi che hanno come tema il cammino, l’andare a piedi – senza un preciso ordine cronologico, ovvero non necessariamente scelti tra quelli appena pubblicati. Ve ne sono moltissimi, più o meno interessanti: ovviamente, per come potrò farlo, cercherò di presentarvi quelle opere, classiche o recenti, appunto, che ritengo più significative sul tema e dunque illuminanti il senso più pieno ed essenziale del camminare. Ciò servirà anche a creare, col tempo, una sorta di piccolo ed emblematico archivio di testi, ma pure di documenti, siti web, testimonianze varie e quant’altro relativo ai temi sopra indicati.

Perché lo faccio? Beh, per tanti motivi, ma forse in particolare per uno sostanziale: perché, come scrivevo all’inizio di questo pezzo, il camminare in quanto pratica tra le più ancestrali, quotidiane e ovvie, proprio in tale sua semplicità racchiude il segreto di un modus vivendi oggi quanto mai prezioso e necessario, attraverso il quale rinvigorire la nostra consapevolezza sociale e sociologica (ma pure civica) di esseri viventi senzienti, intelligenti e capaci di senso critico: col semplice andare a piedi, con una tale banale azione, istintiva e meccanica, forse noi realmente compendiamo e mettiamo in atto il più profondo e primario senso della vita.

Dunque, buone letture e, ovviamente, buone camminate!

P.S.: un doveroso ringraziamento va a Tiziano Milani, dalle cui reciproche chiacchierate sull’argomento è anche scaturita l’idea di questa sezione.

Possono delle opere di arte contemporanea stare in un fazzoletto? La risposta allo spazio d’arte “Piscina Comunale” di Milano!

Parecchio originale la nuova mostra presenta presso la Piscina Comunale – Spazio d’arte in Copisteria di Milano: una collettiva curata da Adriano Pasquali che presenta più di cento opere realizzate “in un fazzoletto” – letteralmente s’intende, ovvero create su altrettanti semplici fazzoletti. Non solo una mera reinterpretazione fuori dal comune del supporto artistico, ma pure una sorta di metafora del valore di esso e dell’arte stessa, in grado di offrire un certo valore – estetico, tematico, culturale, sociale persino – al fruitore anche quando “relegata” su di un supporto così apparentemente limitato e limitante… Ma, inutile dirlo, quando l’arte è di valore (e di nuovo intendo ciò in senso artistico, appunto, non certo “commerciale”!), qualsiasi pur ridotta quantità non sarà mai proporzionale alla qualità offerta! E in fondo, appunto, nemmeno al mero godimento estetico di essa…
Fino al prossimo Ottobre, alla Piscina Comunale di Milano, in via Campiglio 13 (zona Lambrate). Cliccate sull’immagine qui sotto per visitare la pagina facebook dello spazio d’arte e avere maggiori informazioni sulla mostra, oltre che per poterne vedere anche qualche interessante video.

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Manuela Medici: dal “sonno eterno” lo sguardo e lo stimolo dell’arte per avviare innumerevoli nuovi “risvegli”…

La nostra società, da sempre troppo impegnata a rincorrere quel falso e multiforme edonismo dietro il quale vorrebbe nascondere le necessità ineluttabili che ci tocca affrontare, ha fatto di tutto per rendere tabù cose che invece fanno parte della vita, nel bene e nel male, anche perché, viceversa, di “vita” non si potrebbe parlare. La morte è certamente una di queste – ed è inutile rimarcare come, al solo udire quel termine, ci venga una pelle d’oca che nemmeno se fossimo al polo Sud in costume da bagno… Ma, appunto, ignorarne il senso, dimenticarlo, fare finta che non sia affar nostro, se da un lato può essere comprensibile per come tale senso ci appare opposto ed avverso alla vita, da un altro lato di obbliga, magari anche solo inconsciamente, a tenere ben presente il valore della vita stessa – “Ed è il pensiero | della morte che, in fine, aiuta a vivere.”, scriveva Umberto Saba – e in qualche modo questo valore è come se trovasse un suo apice emozionale quando alla morte – alla dipartita di un nostro caro, soprattutto – ci tocca purtroppo di entrare in contatto. Come se un tale evento, pur in tutta la sua tristezza, ci consentisse (o ci obbligasse) a fermarci un attimo e riflettere, a rimettere le cose nel loro giusto ordine, e a cercare in noi stessi la forza e lo spirito giusti per metabolizzare il dolore, il lutto, il cordoglio, e quindi andare avanti. Forse è per questo che, fin dalla notte dei tempi, quando l’uomo/homo non era ancora (almeno ufficialmente) sapiens, la tumulazione e la commemorazione dei defunti è stata usanza consueta, secondo alcuni addirittura istintiva e comunque praticata in qualsiasi cultura, e ancora oggi i cimiteri sono luoghi il cui senso va oltre la mera funzione sepolcrale (e religiosa) di “ultima residenza terrena”, in grado di mettere in moto nel visitatore che si trova a camminare tra le tombe e i monumenti funebri quelle emozioni apicali di cui dicevo poco fa.
Mi viene da citare al proposito un altro grande poeta italiano, Giacomo Leopardi, il quale scrisse: “Due cose belle ha il mondo: amore e morte.” Ecco, sembra fatta apposta, questa affermazione leopardiana, per introdurre il progetto Awakenings / Risvegli dell’artista milanese Manuela_Medici_foto_220Manuela Medici: una sorta di viaggio per immagini digitali attraverso i viali e le sepolture del Cimitero Monumentale di Milano – il più grande e importante della città – che documenta la percezione, il sentimento e l’esternazione della morte attraverso ciò che in quel luogo così simbolico resta di concreto dei defunti, ovvero i monumenti funebri. A volte discreti e minimali, altre volte grandiosi e scenografici (tanto da diventare non di rado kitsch), spesso di qualità artistica non indifferente, sono le tombe nel bene e nel male a segnare concretamente l’ultima presenza tra i mortali di una persona che non c’è più: per questo motivo non solo servono a vivificare il ricordo di essa, ma sotto molti aspetti rappresentano il compendio dell’affetto e dell’amore dei parenti ovvero il “lascito spirituale” che in essi è rimasto del defunto.
Sia chiaro da subito: nelle opere create da Manuela Medici non vi è alcuna esaltazione della morte, o del “fascino” che in certi casi la nostra società ha generato attorno ad essa e ai luoghi che vi rimandano, quasi sempre in modo del tutto superficiale, vacuo e lontano dal senso filosofico dell’evento in sé. “I cimiteri sono l’arrivo, l’ultimo attracco e per me, le infinite distese di tombe, sono navi arenate destinate a non partire mai più” spiega l’artista. “Mi è sempre piaciuto visitarli, li trovo luoghi unici per la quiete e il silenzio che possiedono e che generosamente regalano a chi li visita. Li ho scelti perché mi piace osservare in che modo le persone che sono rimaste hanno scelto di commemorare chi se ne è andato, perché è una decisione irrevocabile, una decisione che, una volta presa, non lascia spazio ad alcun ripensamento. Il cimitero Monumentale di Milano è un luogo d’amore, dove la grandezza e il dolore si fondono per ergersi in monumenti meravigliosi, eterni, granitici. Fotografo le statue che sovrastano le tombe e cerco di raccontarne la storia, di risvegliare le emozioni imprigionate e calcificate dal tempo. Si può dire addio una volta sola e il “come farlo” è una scelta che, per me, merita particolare attenzione.” Sarà certamente più chiara, ora, quella correlazione che ho indicato poco fa tra la citazione del Leopardi e il progetto di Manuela Medici, il quale non è solo un progetto legato allo spazio e a ciò che di umano esso contiene, ma in qualche modo anche al tempo: molto spesso quei monumenti funebri, passati gli anni del cordoglio e del ricordo più intenso, vengono dimenticati e consunti dal tempo, appunto. Afferma al proposito l’artista milanese: “Non mi piace che le cose vadano dimenticate. Lo trovo sempre terribilmente ingiusto. Allora catturo i volti così, per poi riportarli in vita e raccontare storie di queste statue ricoperte ormai da edera e ragnatele.
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Particolare è anche lo stile attraverso il quale Manuela Medici crea le sue opere: scatti fotografici digitali poi sovrapposti e uniti ad altri segni grafici di vario genere, a ricercare una espressività figurativa che pare richiamare la stratificazione dei sentimenti e delle emozioni nelle persone coinvolte in un evento così importante e significativo come quello luttuoso. “La mia scelta rispetto all’utilizzo dell’arte digitale come tecnica espressiva è dovuta al fatto che, per quanto la fotografia sia di per sé uno dei mezzi di comunicazione più potenti e nitidi che abbiamo, non è però sufficiente a coprire totalmente lo spettro di emozioni di chi fotografa.” spiega Manuela. “L’arte digitale permette di avvolgere le immagini con sensazioni, colori, sfumature interiori che la sola fotografia, in quanto meramente oggettiva e specchio fedele del reale, non possiede. La sovrapposizione di fotografie con altre immagini, colori, schizzi artistici mi permette di dare una visione completa di quella che è la mia interiorità, rivestendo il mondo oggettivo con le mie visioni. Le mie immagini non sono leggere o “solari”, rappresentano molto spesso quelli che io chiamo “tagli dell’anima”, quelle ferite che non si vedono, e per questo forse gli altri non riescono mai a percepire nella loro esattezza ma sempre invece per approssimazione. Perché quando si parla, in fondo, il nostro interlocutore immagina ciò che noi raccontiamo attraverso un processo interiore che non sarà mai uguale al nostro e ciò che vediamo quindi sarà sempre differente. Credo che le mie immagini vogliano essere un ponte, la fotografia di uno stato d’animo e non di un oggetto. Il dialogo potrebbe essere proprio questo: avvicinarsi attraverso delle immagini a quelle parole che, in alcuni momenti, sembrano essere impossibili da trovare.
Mi viene da tornare alla prima citazione che ho richiamato, quel verso poetico di Umberto Saba sul pensiero della morte che può aiutare a vivere… In effetti, il miglior ricordo di una persona scomparsa scaturisce spesso da quanto di buoni i vivi sanno fare sulla scia e per l’ispirazione di essa, e il punto di partenza per ciò è sicuramente quello stato d’animo che Manuela Medici cerca di fissare nelle sue immagini in modo che da essa scaturisca il più proficuo dialogo, con sé stessi in primis e subito dopo con chi continua a condividere quella gran fortuna che noi tutti abbiamo a disposizione: la vita. Forse le immagini di Manuela Medici non sono così solari e leggere, come ammette lei stessa, tuttavia io credo che la loro scarsa “solarità” non possa che essere ottimo impulso e stimolo per partire da esse e ricercare la migliore e più confortevole luminosità che la vita può regalarci – anche e soprattutto attraverso lo sguardo dell’arte, da sempre uno dei più intensi e profondi che abbiamo a disposizione per osservare qualsiasi cosa, reale o ideale, ci ritroviamo intorno.

QUI potete ammirare alcune opere del ciclo Awakenings / Risvegli, oppure potete visitare il blog di Manuela Medici per saperne di più sull’artista e sui suoi lavori – che sono anche di natura letteraria, peraltro, in una assai interessante “collaborazione” tra parole e immagini che è ambito sempre affascinante da esplorare e col quale esprimersi…