“Inopinatamente” (stiamo immiserendo la lingua italiana…)

peter-griffinEro in un ufficio pubblico a discutere d’una certa questione da ufficio pubblico e, nel dibattere con il funzionario lì presente, m’è venuto da dire inopinatamente, che è un lemma che chissà com’è mai da sempre mi viene da usare – un probabile retaggio di passate letture classiche, credo. «La pratica è stata gestita in maniera inopinatamente sbagliata», ho detto.
E, per qualche attimo, ho visto il terrore negli occhi di quel funzionario.
«Sì, nel senso che nessuno avrebbe mai pensato che venisse gestita così… non era prevedibile, ecco» ho precisato.
Ovvio, la questione per la quale ero lì mica l’ho risolta, ci mancherebbe. Però, almeno per quegli attimi, mi sono divertito parecchio. Ma non perché mi compiaccia dell’uso di termini che qualcuno potrebbe considerare aulici, colti (sarebbe una roba da idioti, questa, non certo da persone “colte”), semmai perché, nel generale impoverimento contemporaneo del lessico diffuso, parole che non avrebbero in sé nulla di pindarico diventano sempre più spesso sconcertanti, quasi. Come se la fretta totalitaria che governa il vivere odierno debba pure imporre un parlato il più possibile striminzito, per dire più cose in minor tempo (supponendo poi che qualcosa da dire, di importante intendo, vi sia) persino in ambiti dove la verbalità lessicalmente ben strutturata non solo è piacevole da ascoltare, ma è pure utile all’armonia della discussione e, nel caso, alla concordanza d’opinioni. Sia chiaro: la lingua quando è viva si trasforma ed evolve nel tempo, e per fortuna che è così; tuttavia non dovrebbe assolutamente impoverirsi nel corso di tali trasformazioni, questo è il problema fondamentale, e ancor più non dovrebbe subire ciò per mano di chi la possiede – cioè di coloro per i quali è lingua madre.
Magari è giusto così, non sono nessuno per confutare questa cosa. Però penso sia un gran peccato che la lingua italiana, così ricca di parole meravigliose (già Leopardi lo rimarcava, a modo suo), debba immiserire tanto e per ragioni francamente insulse ovvero prive d’alcuna necessità o convenienza. E’ una situazione a dir poco inopinata, ecco.

P.S.: in altri termini, ho parlato della questione anche qui e qui.

L’essenza linguistica dell’uomo è di nominare le cose (Walter Benjamin dixit)

L’essenza linguistica delle cose è la loro lingua; questa proposizione, applicata all’uomo, suona: l’essenza linguistica dell’uomo è la sua lingua. Vale a dire che l’uomo comunica la propria essenza spirituale nella sua lingua. Ma la lingua dell’uomo parla in parole. L’uomo comunica quindi la propria essenza spirituale (in quanto essa è comunicabile) nominando tutte le altre cose. Ma conosciamo noi altre lingue che nominano le cose? Non si obietti che non conosciamo altra lingua al di fuori di quella dell’uomo: che non è vero. Solo, nessuna lingua denominante conosciamo oltre quella dell’uomo: identificando lingua denominante con lingua in generale la teoria linguistica si priva delle sue nozioni più profonde. L’essenza linguistica dell’uomo è quindi di nominare le cose.

(Walter Benjamin, Angelus Novus – Scritti e frammenti, Einaudi Editore, 1a ed.1962. Citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.73.)

Walter-Benjamin…Dunque, se “L’essenza linguistica dell’uomo è di nominare le cose“, il significato primario dell’uomo stesso è nel significato delle cose. Il che riporta al senso stesso della parola, anche di quella scritta, e ne illumina un valore congenito tanto fondamentale quanto ignorato, eppure basilare anche per la pratica letteraria, le cui parole devono essere sempre significanti. Altrimenti qualsiasi contenuto che vorrebbero trasmettere resterà evanescente – certo, sempre che un contenuto esse abbiano e vogliano trasmetterlo. Ma se così non è, non siamo in presenza di letteratura, sia chiaro.

Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…

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Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.

Magnanimità. Quantunque. Facezia.

astruso1Inopinatamente.
Obsolescenza.
Concupiscenza.
Crocchio.
Voluttà.
Arrovellarsi.
Mercede.
Marmaglia.
Ordunque.
Pindarico.
Inane.
Inetto.
Peripatetica.
Obnubilare.
Cupidigia.
Ameno.
Virente.
Dacché.
Avvenente.

E potrei andare avanti ancora per ore, se non giorni (ovvio, magari con l’aiuto d’un buon dizionario) a citare innumerevoli bellissime parole in lingua italiana che oggi non si usano più, o quasi.
Il problema, io credo, non è tanto quello dell’invasione di lemmi esteri, in qualche modo inevitabile e per certi aspetti anche comprensibile, semmai è che siamo noi i primi a lasciar impoverire la nostra lingua, a debilitarla eliminando da essa tantissime parole – molte delle quali affascinanti e capaci di dire molto, spesso più di quelle parole contemporanee che le hanno sostituite, logicamente o meno (sempre che ve ne siano in sostituzione!) – e a ridurla ad un corpus di poche parole, frequentemente vuote di senso semantico e di relativa espressività pratica e a volte usate a sproposito, con in più, infilati quei e là, termini stranieri a loro volta non di rado del tutto inutili. Inutile dirlo: non si tratta di continuare a parlare (e scrivere) come ai tempi di Manzoni o D’Annunzio, ma nemmeno di esprimerci come peggio non farebbe nemmeno un bambino di seconda elementare!
Di questo passo, non solo si perde la propria (identificante) ricchezza lessicale, ma di contro si smarrisce anche la comprensibilità linguistica reciproca. Provate a dire a una ragazza – ovviamente scrivo dal mio punto di vista maschile – “Sei molto avvenente!” o “Quanta voluttà mi susciti!” piuttosto che i soliti “bella f**a!” o altro del genere (scusate se uso questo esempio, ma lo faccio per restare ad un livello massimamente quotidiano del parlato comune), e rischierete non solo di non essere capiti, ma pure di beccarvi una sberla perché quella crederà che le avete detto chissà quale insulto.
Peccato. In fondo, basterebbe dire a quella ragazza “Sei una f**a voluttuosa!” per prendere due piccioni con una fava ed essere cool (eh eh!) senza diventare sempre più an-alfabeti. Cioè senza più un “alfabeto linguistico” identificante, appunto, caratterizzante e supportante al meglio qualsiasi nostra volontà espressiva.
Ah, a proposito: prendere due piccioni con una fava. Chi la usa più ‘sta espressione così simpatica e (apparentemente) strana?

P.S.: le parole che ho elencato lì sopra sono tra quelle che io, nelle cose che scrivo, cerco ancora – con orgoglio ostinato e forse un po’ ottuso – di utilizzare comunemente. A costo di essere considerato anacronistico, già.