INTERVALLO – Aarhus (Danimarca), “Dokk1” Public Library

Aarhus-new-culture-centre000Inaugurata lo scorso 20 giugno 2015, Dokk1 è la più grande biblioteca pubblica dell’intera Scandinavia. Si estende per 30.000 mq e fa parte del progetto Urban Mediaspace, attuato con lo scopo di riqualificare la (già bellissima – testimonianza personale diretta!) città di Aarhus e rendere le banchine del porto maggiormente vivibili per la popolazione. Non solo, Dokk1 si contraddistingue anche per essere una vera e propria centrale ad energia solare, rispondendo in pieno ai requisiti della Danish 2015 energy classification, grazie ai ben 3.000 mq di pannelli solari piazzati direttamente sul tetto. In tal modo la struttura è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico ed anzi produce più energia di quanta ne abbisogni, considerando che l’edificio è già di per sé ampiamente illuminato essendo quasi totalmente costituito da pareti di vetro.

Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più, oppure qui per visitare il sito web dello studio Schmidt Hammer Lassen Architects, che della biblioteca è il progettista.

Beatitudini librarie

bibliotecario

Ho scoperto, grazie a Stefano Bartezzaghi – a breve capirete perché (e non è solo per il fatto che sia un fine enigmista) – che il termine “bibliotecario” ha un meraviglioso anagramma:

bibliotecario = beato coi libri

Una professione – o una vocazione – che ha “dentro” di sé la propria sorte emozionale, in pratica.
Beh, la trovo una cosa meravigliosa, ribadisco. A prescindere che quello stato di beatitudine sia sovente inficiato da situazioni amministrative, riguardo le biblioteche, niente affatto positive – ma questo è un altro discorso, del quale peraltro mi (ri)occuperò presto.

Sulla richiesta di condanna per Erri De Luca

Erri De LucaHa ragione Roberto Saviano, quando sulla vicenda della richiesta di condanna a 8 mesi per Erri De Luca – definendola “inquisitoriale” – scrive che

“Il silenzio degli scrittori è assordante. (…) Questo Paese di scrittori melliflui, pronti ad avere parole dure e acide per ricevere l’obolo di una rubrica, pronti a candidarsi a qualsiasi cosa per lo scranno che gli darà pensione, pronti a scannarsi per qualche copia. Si possono non condividere idee e prassi, ma bisogna sempre stare dalla parte di chi rischia scrivendo. Di chi assume sulla pagina, e nelle parole, posizioni che possono fargli smarrire serenità, equilibro, libertà, credibilità.”

Dunque ribadisco qui ciò che ho pubblicato ieri sul mio profilo di facebook – peraltro prima che Saviano scrivesse e pubblicasse sul suo, di profilo, quanto sopra riportato. Ovvero che avrà pure sbagliato a dire pubblicamente (ma sinceramente) ciò che ha detto contro un’opera che magari, se fatta, servirà pure – nonostante tutti gli studi sul tema dimostrino il contrario – ma se devo considerare chi è Erri De Luca, cosa ha detto e cosa ha fatto (in generale, non solo in questo caso) e di contro considerare l’altra parte, quella di un coacervo di istituzioni che col suo solito dittatoriale modus operandi ha imposto un’opera colossale ad un territorio e alla sua gente senza nemmeno chiedere uno straccio di parere e/o di consenso (come invece è stato fatto dall’altra parte delle Alpi)… beh, non solo sto dalla parte di De Luca, ma devo constatare che il comportamento delle istituzioni fornisce un senso e una giustificazione alle sue parole.
Senza contare come tale vicenda dimostri per l’ennesima volta come la legge, troppo spesso, viene posta al servizio del potere e non dei cittadini – ma qui si aprirebbe un universo di considerazioni che non è il caso di esplorare e che poi, credo proprio, conoscete bene anche voi.

Arto Paasilinna, “La fattoria dei malfattori”

COP_lafattoriadeimalfattoriHo avuto la fortuna, qualche anno fa, di scorrazzare in lungo e in largo per la Finlandia, da Helsinki lungo la parte centrale, l’ovest del paese e le rive del Golfo di Botnia su fino alla Lapponia e oltre il Circolo Polare Artico, per poi ridiscendere dalla parte orientale, quella confinante con la Russia, oltrepassando la Carelia per tornare a Helsinki. Ho attraversato città e villaggi meravigliosi, un’infinità di laghi, fiumi impetuosi, montagne antichissime e soprattutto foreste, foreste, foreste, foreste. E, andando sempre più verso Nord e il Circolo Polare Artico, foreste, foreste e foreste. “Un po’ monotono!” penserete forse voi: beh, anch’io lo credevo, prima di andarci, e l’ho pensato nel primo paio di giorni che ci stavo in mezzo. Poi, ho cominciato a percepire vividamente una sorta di aura spirituale scaturente da quel paesaggio, difficile da spiegare ma assolutamente intensa, e l’unico modo per non sentirsi persi, in quelle estensioni forestali infinite, era proprio quello di intercettare quell’aura, quell’ordine naturale ancestrale, e armonizzarsi ad esso. D’altro canto, mi è servito pure osservare come vivessero quella condizione i finlandesi stessi, gli abitanti di cittadine e villaggi sparsi in quel nulla arboreo e distanti decine e decine di chilometri gli uni dagli altri: una Natura così soverchiante si può percepire come non ostile solamente inglobandola nel proprio dna, nella propria essenza antropologica e sociologica. Di nuovo, per poter capire e comprendere la visione delle cose quotidiane e la cultura di fondo dei finlandesi – oltre che, non posso non ammetterlo, per trovare così affascinante un paesaggio che altri apprezzano per i primi 5 minuti e poi dal quale non vedono l’ora di fuggire, sentendosi totalmente smarriti e lontani dalla cosiddetta “civiltà” – è stata per fondamentale la lettura dei romanzi di Arto Paasilinna.
Ecco: ho voluto annoiarvi con questa lunga introduzione perché, letto pure La fattoria dei malfattori (Iperborea, 2013, pag.352, traduzione di Francesco Felici; orig. Hirttämättömien lurjusten yrttitarha, 1998) e sui libri di Paasilinna – che considero in assoluto il “caposcuola” del peculiare stile letterario scandinavo – avendo già scritto molto, m’è sorto il dubbio che dovendone scrivere ancora avrei finito per risultare ripetitivo…

Arto-Paasilinna_fotoLeggete la recensione completa di La fattoria dei malfattori cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Intelligenti e incretiniti. I ragazzi di oggi, la società di domani e il destino di noi tutti.

filling-brainTra gennaio e aprile scorsi ho tenuto numerose “lezioni” di un modulo didattico proposto da alcuni enti culturali alle scuole secondarie delle provincie di Lecco e Bergamo – un modulo, per la cronaca, dedicato a “L’evoluzione tecnica dell’arrampicata e dei materiali” e di interesse prettamente locale, visto come la pratica alpinistica sui monti della zona sia consueta e diffusa nonché ricaduta poi in vari modi nella storia industriale delle suddette provincie, quella lecchese soprattutto. Ma, al di là dei temi trattati, voglio piuttosto disquisire delle impressioni scaturite da questa mia esperienza riguardo i ragazzi – facenti parte di un’età scolare compresa tra la seconda media e la seconda superiore – e maturate attraverso non il punto di vista di un docente, dunque di una persona assuefatta all’ambiente in questione e alle sue dinamiche sociologiche, ma di me come persona esterna all’ambito scolastico e a quella parte di società da esso rappresentata, soprattutto in senso anagrafico, tuttavia attenta ad ogni minimo aspetto dell’interrelazione creatasi nelle classi e con gli studenti nonché a qualsiasi loro reazione, anche e forse soprattutto a quelle slegate dal contesto tematico ad essi esposto.
Bene, partirò dall’impressione finale: la nostra società temo stia perdendo una grossa occasione per essere migliore, in futuro. Ho maturato tale convinzione per essermi trovato di fronte, in maniera piuttosto uniforme nelle varie classi, dei ragazzi estremamente aperti e pronti all’assimilazione di nuove nozioni e informazioni tanto quanto assolutamente distratti, anzi, disturbati dalla caotica valanga di stimoli, molti dei quali insulsi se non deleteri, che il modus vivendi contemporaneo rovescia loro addosso. Spesso si sente dire che i ragazzi di oggi siano più tonti, ingenui, immaturi, viziati, puerili di quelli di qualche generazione fa, che ingenui in altro e più evidente modo lo erano ma molti più dotati di quelle semplici nozioni per affrontare la vita quotidiana (sovente maturate dal fatto che la stessa fosse di certo meno agiata di quella odierna), più indipendenti ovvero meno viziati e capricciosi, appunto. In certi casi è vero, senza dubbio, ma – mi è sembrato di percepire – lo è in quanto i ragazzi di oggi non sono preparati a vivere un mondo che inopinatamente corre più di loro, e che non si fa problemi nel trascinarli anche con una certa veemenza (quando non violenza) in ambiti che difficilmente un adulto comprenderebbe, figuriamoci un adolescente. Eppure essi dimostrano in mille modi, da quelli più evidenti ad altri minimi ma definiti, di avere la volontà di capire, di comprendere, di farsi ancora incuriosire da cose che non siano il mero frutto di devianze consumistiche ideate da adulti idioti: ma è come se dovessero riconoscere i propri migliori amici sparsi nella folla in una grande e rumorosa piazza.
Voglio dire: ho trovato ragazzi irrequieti, apparentemente disattenti, svagati, mai annoiati ma a volte deconcentrati, come se faticassero a seguirmi nonostante cercassi di portare i temi trattati ad un livello assolutamente consono alla loro età, e con un linguaggio di conseguenza, ma poi capaci di propormi quasi sempre domande mai banali, spesso argute e partecipi tanto che non di rado mi è capitato di sentirmi proporre da persone adulte, in altri contesti ed eventi, cose infinitamente più futili e insensate. Sono ragazzi, insomma, che non sono affatto più tonti di quelli d’un tempo, anzi, credo siano ben più intelligenti e intellettualmente vivaci dei loro genitori (causa frequente, essi, del loro stato amebico o sdraiato, per dirla con Michele Serra, nonché di certa maleducazione – non rilevata da me nelle classi frequentate ma certamente presente) e lo possono dimostrare, se messi nelle condizioni di farlo. Purtroppo, invece, non solo la nostra società contemporanea non offre loro tali condizioni, ma anzi pare impegnarsi a fondo per annullare ogni vivacità mentale, ogni curiosità naturale, qualsiasi volontà e desiderio di conoscenza e creare in essi una tabula rasa generale per fare posto alle innumerevoli stupidaggini oggi imposte, diffuse e spacciate per stili di vita cool – ovvero per generare dei perfetti, non-pensanti, docili e malleabili consumatori cronici, il tipo ideale e più gradito al sistema di potere che controlla il nostro mondo.
Per tale motivo temo che la nostra società stia perdendo una grossa occasione per costruirsi un futuro migliore. Loro, questi ragazzi, sono il futuro e lo sono già ora: con le loro capacità potenziali, se ben sviluppate, potrebbe veramente apportare grandi benefici alle nostre comunità sociali, invece si preferisce rincretinirli fin da subito, soffocando qualsiasi loro creatività, qualsiasi estro, per farli diventare già a quell’età degli adulti in miniatura. Provocando di contro, assai spesso, situazioni di disagio notevole, con tutti gli annessi e connessi – si notino ad esempio le statistiche sulla diffusione di alcol, droga o sui comportamenti antisociali e violenti…
Non tutto è perduto, però: si può ancora fare molto, ovvero recuperare e ricostruire quell’ambiente socioculturale ideale a far che un adolescente possa vedere con maggior chiarezza nel suo orizzonte futuro, evitando che si trovi di fronte la riproduzione di un confuso, ingannevole, violento, urlante, psichedelico (in senso negativo) e cacofonico schermo televisivo – ciò che spessissimo sembra il mondo in cui viviamo. Ma lo deve volere, la società, o meglio: deve dimostrare di voler riprodursi ancora, da domani nel futuro il più possibile lontano, in quanto struttura sociale, civica, culturale e antropologica, anziché soccombere ad un sistema che, da meramente politico, è divenuto col tempo economico, finanziario, sociale, (pseudo)culturale e sempre più in modo oppressivo e antiumano. Lo dobbiamo volere tutti, a partire da noi singoli cittadini, fino ovviamente alle gerarchie più alte.
Ecco, è proprio qui che, credo, vi sia l’origine di quel timore più volte rimarcato in questo articolo: in questa volontà, o nella vaghezza di essa, nell’astrattezza se non nell’assenza effettiva. Di contro, mai come stavolta non temo di sbagliare – ne andrei fiero d’essermi sbagliato, insomma. E l’unica speranza per ciò mi viene proprio da quei ragazzi, che mi auguro ancora abbastanza svegli da capire quale rischio viene loro fatto correre, quale trappola è loro tesa, e quanto lontano da essa debbano al più presto fuggire, per tornare a correre in direzione della loro stessa vita.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.