“Le” Parole – 2, LIBERTA’

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

Libertà(Cliccate sull’immagine per leggere il testo completo.)

Libertà. La parola che forse più d’ogni altra abbiamo in bocca e non abbiamo in mente, tanto meno in animo. Ma, evidentemente, ci accontentiamo d’essere liberi dall’obbligo di comprenderla veramente per poter credere di goderne, metterci il cuore in pace e amen.

La creatività è sempre rivoluzionaria! (Gianni Rodari dixit)

Creatività è sinonimo di “Pensiero divergente”, cioè capacità di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È “creativa” una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal professore e dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel processo creativo. E questo processo – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.

(Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Ed. Einaudi, p. 171)

GIANNI_RODARIGianni Rodari, grandissimo intellettuale, scrittore e autore celeberrimo di storie per bambini e ragazzi, lo sapeva bene e bene ce lo ha spiegato cosa significa essere creativi. Leggendo la sopra citata affermazione a pochi giorni dai tragici fatti alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, le sue parole mi sono sembrate ancora più importanti e illuminanti. La satira è grande esempio di creatività, e lo è pure ogni arte espressiva, che sia visiva, letteraria, filmica, musicale o che altro; ma lo sono, tutte queste arti, soprattutto (o forse solo se) quando riescono a dare risposte e parimenti instillare dubbi, a generarci curiosità su ogni cosa, a insegnare a pensare con la propria testa ovvero a rieducare alla riflessione, lo sono quando sanno svincolarsi da qualsiasi tentativo di addomesticamento e sanno tenersi distanti da ogni imposizione conformistica e perbenista. Quando sono sinonimo di pensiero divergente, appunto, ovvero di pensiero libero.
Per questo i poteri dominanti cercano sempre di assoggettare il creativo ai propri fini, quando non riescono a zittirlo e/o a soffocarne la creatività. Per questo essa è considerata di frequente pericolosa e viene attaccata, in modo più o meno forte e violento, ed è per questo che la creatività è tra le poche cose che può salvare il nostro mondo e farlo progredire, eliminando da esso in modo peraltro giocoso – come giustamente afferma Rodari – qualsiasi bieca decadenza illiberale.
Siate creativi, sempre, come bambini eternamente curiosi e intellettualmente irrequieti. Siatelo, e sarete vivi come in poche altre situazioni.

Un mondo di persone normali (e una fuga da esso…)

Ma non è che tu voglia fare l’alternativo, l’anticonformista, proprio come molti artisti?” – ecco, nemmeno gli avessi suggerito la domanda! Non sono un membro “regolare” della società? Allora sono obbligatoriamente un alternativo, un diverso – completa incapacità di pensare che la normalità non possa essere univoca, o che la normalità potrebbe essere anormalità
“Non sarei salito quassù, Alberto, a vivere solitario in vetta a questa montagna! Non noti come così tanti pretesi e presunti anticonformisti lo sono restando ben inseriti nel bel mezzo della società che tanto “contestano” e che vorrebbero “rivoluzionare”? Sono perfettamente funzionali ad essa, sono la giusta e auspicata eccezione per confermare la regola! Per essere anticonformisti hanno bisogno del conformismo, in effetti la loro protesta è una lode appassionata a quanto contestano! E per essere “anti” devono restare nel bel mezzo del conformismo, se no a cosa andrebbero contro? Tutti quegli alternativi alla moda, che tanto sbraitano contro “il sistema”: se questo non ci fosse e non fosse com’è, cosa farebbero quelli? Sono ben felici di esso, lo amano svisceratamente, e sai anche tu, le passioni così fervide fanno fare cose un po’ strane… No, Alberto, credo sinceramente di non essere tale, ne alternativo e ne tanto meno diverso, ne abbiamo già parlato prima; sono semplicemente io, dunque unico, esclusivo e per ciò atipico, come lo è ogni essere vivente su questo pianeta. In fondo è un puro caso che questa mia vita ti appaia come opposta a quella che viene vissuta giù nella civiltà, perché più semplicemente è un’altra vita, e questo è un altro mondo che io vivo: io sono qui, e voi siete qui, uno da una parte e gli altri dall’altra, senza opposizione effettiva, senza nessuna ricercata antitesi, che semmai nasce solo per immancabile e inevitabile comparazione. Non so se mi hai capito…”
Mi avrà capito?
“Anche tu, Alberto sei unico; anche tua moglie, e il tuo piccolo Matteo, e tutti quelli che abitano attorno a te, che lavorano attorno a te, che si muovono intorno… Eppure, tu ti sei mai compreso come unicità, nel mondo che vivi quotidianamente?”
“Nnn… No!” mi risponde, titubante.
“Perché il pensiero comune diffuso, quello che viene derivato direttamente e non casualmente dalla conformazione e dai meccanismi sociali dominanti, impone l’idea della società come istituzione, dell’ente fatto dagli individui al quale essi partecipano, di una cosa, insomma, dotata di una sua prerogativa dominante su tutte le altre che ne diventano componenti. Nessuno mai riesce a pensare che la verità è l’esatto opposto: sono tanti individui che formano una società, che è tale ora e sempre solo perché quegli individui la formano, e il suo valore è il compendio di ogni singolo valore che singoli individui vi portano nel parteciparvi. Da società come fine, al quale tende una comunità di individui che scelgano liberamente di correlare le loro vite e i loro rapporti, oggi voi avete una società come mezzo, per raggiungere un diverso fine – il potere tanto più assoluto a favore di chi può comandare la società stessa, che diventa quindi una sorta di strumento con cui controllare le masse, grazie al vecchio e sempre efficace metodo del panem et circences! E questo metodo funziona tanto più quanto gli individui smarriscono la propria consapevolezza di unicità e non si rendono più conto del valore sociale che possiedono, vengono accorpati e conformati in un insieme, assoggettati alle sue regole, e convinti che quelle siano quanto di meglio si possa desiderare, attraverso un fittizio benessere e una conseguentemente fittizia soddisfazione! Intanto, quelli che comandano fanno il bello e il cattivo tempo, spesso sulle spalle dei comuni e ignari individui, e nessuno ha i mezzi per poter confutargli le regole imposte. Se tutti noi sapessimo nuovamente e finalmente considerarci come unicità, e ritrovare il nostro valore esclusivo di esseri viventi, pensanti e agenti, credo proprio che tante storture della civiltà contemporanea si raddrizzerebbero in un attimo, con grande vantaggio per l’intero mondo!”
Mi guarda ancora perplesso, ogni tanto volta lo sguardo verso l’orizzonte, ogni tanto annuisce col capo – si è seduto su un sasso della vetta – ma in più ora mi pare che nei suoi occhi vi sia una maggiore luminosità rispetto a poc’anzi, e il volto è disteso.
Restiamo qualche secondo in silenzio, entrambi osservando la vastità del paesaggio verso occidente, verso l’inseguirsi di colli, di monti e di valli – nei solchi vallivi più ampi è facile intuire la presenza dei grandi laghi alpini – e in fondo, come un miraggio sublime sopra le foschie salenti dalla pianura, le scintillanti vette delle Alpi, limite ultimo di una illimitatezza emozionante che assume colori inopinati, sotto quel cielo un po’ bigio, un po’ sereno, tipicamente autunnale.

E’ un brano tratto dal mio romanzo Libero, uscito per Giraldi Editore, Bologna, nel 2009 (ISBN 978-88-6155-226-5 – lo trovare ad esempio qui). Libero è un romanzo, appunto, ma che per molti versi è anche LIBERO_libro_aperto_blog-1un saggio. E’ ben radicato nella più concreta realtà, ma conosce purissimi slanci verso la fantasia, verso l’utopia, e pagina dopo pagina i confini delle due dimensioni diventano sempre più rarefatti. E’ una storia assolutamente lineare, ma spesso assume nuove forme più sinuose e zigzaganti. E’ la storia di un protagonista, ma è anche un omaggio verso numerosi altri protagonisti, alcuni palesi, altri più sottintesi. E’ un personaggio, nella cui vicenda vi si possono ritrovare molti altri personaggi, e molte altre vicende. E’ un titolo programmatico, sicuramente, e un lungo, articolato ma sempre determinato inno alla più imprescindibile dote di cui un uomo può godere. Libero è uno scritto particolare, che riscopre e reinterpreta forme letterarie passate in un’ottica moderna e sovente avanguardista, assumendo forme e peculiarità proprie di generi diversi, e nel quale confluiscono le esperienze saggistiche dello scrivente così come, parimenti, da queste scaturiscono i più originali impulsi letterari. In tal modo, la lettura può avvenire contemporaneamente su entrambi i piani: quello del romanzo, più importante, e quello del saggio con fine assertivo che si palesa sempre più nel mentre che la lettura volge alla conclusione; ed entrambi godono di vitalità propria, pur continuamente intrecciandosi senza che il secondo sormonti il primo, com’è d’uopo per l’essenza letteraria che Libero manifesta. Ugualmente, dunque, anche la lettura diviene agevole e scorrevole e al contempo potenzialmente intensa e penetrante, seguendo le svariate vicende di cui Libero è protagonista attraverso le quali, pagina dopo pagina, ogni elemento della storia prende a convergere verso l’apice finale, un epilogo nel quale molte delle cose che nelle parti precedenti del romanzo parevano ormai delineate e assodate, non sembreranno più tali, anzi… Molti dei lettori si potranno ritrovare e riconoscere in Libero, perché Libero raccoglie e delinea in sé molto di quello che oggi è il nostro mondo, e di quanto esso contiene, come trait d’union, appunto, tra tutte le sue realtà e le sue utopie.
Per saperne ancora di più su
Libero, cliccate QUI.

Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche…

Qualche giorno fa, a chiudere il post intitolato Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale, accennavo ad una questione ormai parecchio evidente in ambito letterario, anche (o soprattutto) al caso editoriale del libro a cui il titolo del post si riferisce, ovvero a come sempre più la grande editoria si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Ma, ancora prima, mi ero letto e appuntato un bell’articolo pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:
Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)
In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.
Considerando il tutto da un punto di vista letterario, come detto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano… – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, sorge spontanea: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro? (Sia chiaro, ora sto parlando in senso generale, non mi sto direttamente riferendo a quel testo preso ad esempio poco fa e che non ho letto, dunque non potrei certo permettermi di definire “nefandezza”. Leggo la critica, semmai, e sul merito ne ricavo certe considerazioni personali, non di più.)
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

In difesa dei librai “d’una volta” – e del saper vendere buona letteratura!

Avrete certamente constatato come, negli ultimi anni, certe “leggi del libero mercato” (chiamiamole così) sostanzialmente imperanti nelle nostre società contemporanee abbiano esteso il proprio effetto anche nel mercato editoriale, variandone non poco il panorama di vendita. Dai libri venduti negli ipermercati all’assorbimento delle librerie di quartiere da parte delle catene (sovente in franchising) legate alle più importanti (e industrialmente rilevanti) case editrici, nelle città/cittadine e nei paesi italiani molte piccole librerie hanno dovuto gioco forza cedere il passo a chi nelle suddette “leggi del libero mercato” ci naviga meglio dacché dotato di “scafo” più grande e forte – e lasciamo stare tutte le altre considerazioni del caso, ovvero di come quelle stesse leggi, piuttosto che “liberare” il mercato (in generale) a tutto vantaggio dei cittadini lo hanno spesso imprigionato in oligarchie e potentati economici/industriali vari, a discapito dei consumatori e, inutile dirlo, con i risultati che dal crack Lehman Brothers in poi abbiamo tutti quanti sotto gli occhi…
Fatto sta che tale “globalizzazione” (o uniformazione) del mercato di vendita dei libri, tra le altre cose, ha comportato anche una circostanza all’apparenza secondaria, ma che nell’opinione di chi vi scrive così non lo è affatto: la scomparsa della figura del “libraio”, sostituita da quella del commesso in perfetto stile hard discount o poco meno, ovvero l’irrefrenabile eclisse di quella figura che da sempre faceva da tramite tra il lettore e il mondo dei libri, ne era riferimento e consigliere, era colui che, con la passione e l’esperienza, sapeva spesso affascinare il potenziale acquirente di un volume non tanto ai fini meramente commerciali, quanto a quelli culturali. Era la persona, insomma, alla quale si poteva tranquillamente chiedere una domanda pur vaga del genere “Vorrei leggere qualcosa, ma non so cosa…” con la certezza che egli, di professione libraio dacché lui per primo appassionato di libri e letteratura, dunque conoscitore diretto (e non solo interessato) di quanto vendeva, avrebbe saputo darci qualche dritta interessante e quel consiglio finale capace di convincerci all’acquisto, a volte anche di più libri.
Oggi invece, e molto spesso, nei punti vendita delle grosse catene di distribuzione editoriale (che, chissà perché, si chiamano ormai “book store” e non più librerie!) vi si trovano commessi magari eleganti dacché abbigliati con l’inappuntabile divisa del marchio, magari gentili perché ben istruiti sul come trattare con i potenziali acquirenti, ma assolutamente incapaci di rappresentare anche solo in parte quel riferimento prima menzionato tra i libri e i lettori. Sia chiaro, come sempre non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, d’altro canto quanto appena evidenziato rappresenta una inevitabile conseguenza del modus operandi commerciale tipico della nostra epoca, nel mondo delle librerie come in molti altri. E, comunque, spesso si dimentica che si ha a che fare con libri, con oggetti fondamentali da sempre per l’evoluzione dell’umanità e ancora oggi capaci di mettere in moto l’intelletto come forse nessun altra cosa, non con beni di consumo al pari di telefonini, scatole di cibo o bottiglie di birra! Sarò tradizionalista, romantico o che altro, ma personalmente il vedere negli ipermercati gli scaffali con la verdura, accanto quelli dei gadget elettronici e accanto ancora quelli con i libri – con attaccati sopra gli stessi cartellini di vendita delle altre cose e parimenti trattati – mi cagiona sempre un irrefrenabile disgusto
Comunque, dicevo: forse sembrerà una questione secondaria e trascurabile, quella esposta, e invece non lo è affatto. Ve lo spiego rapidamente: il libraio d’un tempo, oltre a saper creare un rapporto diretto di conoscenza con i propri clienti, sapendone i gusti e dunque comprendendo che se uno di essi gli avesse chiesto un testo di Joyce non presente sugli scaffali non gli avrebbe potuto proporre un libro di Faletti (nome a caso) ma avrebbe dovuto (e saputo) procurarglielo, era una figura in grado, appunto, di consigliare i propri clienti con dritte a 360° gradi nel panorama editoriale, e senza alcun secondo fine. Per lui, il grandissimo (e potentissimo) editore contava quanto quello della piccola e scalcagnata casa editrice, dal momento che, in primis, contava il titolo, il libro e il valore di esso: e, inutile dirlo, a volte tra i piccoli editori si trovano opere letterarie di valore assoluto ben più che tra i grandi, troppo impegnati a seguire le mode, inseguire le classifiche e pubblicare per ciò opere mainstream, fatte per vendere in quel momento (cioè scritte in base ai gusti del momento) e di valore letterario a volte discutibile, se non proprio deprecabile.
E, altra cosa inutile da dire, in un paese come il nostro nel quale 2/3 di popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, una figura come quella del libraio di quartiere sarebbe tutt’oggi fondamentale, per non far che quella quota di popolazione non aumenti sempre più! Quante volte mi è capitato di vedere entrare della gente nelle grandi e luccicanti librerie “di marca”, attratte credo più dal suddetto luccicore che da altro, e uscirsene senza aver acquistato nulla, anche perché lasciate vagare senza meta, ovvero senza un aiuto e una delucidazione capace di rendere una mezza idea un acquisto compiuto, e non una ennesima svaporata e accantonata intenzione uccisa dal “non so cosa prendere!”…
Conseguenza ulteriore: tali librerie legate ai grossi gruppi editoriali – anche per l’impreparazione letteraria di chi le gestisce – mireranno soprattutto alla vendita dei titoli di quei grossi gruppi, tralasciando invece i piccoli e medi editori: quelli, lo ribadisco, che sovente sanno fare (e pubblicare) ancora autentica letteratura proprio perché operanti al di fuori delle logiche di mercato dominanti e dalla relativa produzione mainstream. Quindi: il lettore potenziale che non sa cosa leggere, e nelle suddette librerie non trova chi possa fornirgli un buon consiglio, finirà per acquistare quel libro che avrà visto nella pubblicità in TV o sul grande quotidiano, facendo in pratica piovere sul bagnato e inconsciamente contribuendo a mantenere la letteratura mainstream (o industriale, come la definisco io, perché prodotta per fare quantità e non qualità), soffocando di contro quella autentica e/o di ricerca, che per essere tale non potrà certo seguire le mode del momento, appunto!
Lo ripeto ancora: non si deve fare di tutta l’erba un fascio – commessi che hanno passione per i libri che vendono ve ne sono, certamente! – e non è certo colpa di tali commessi se, spesso, non fanno altro che rispondere ad annunci di lavoro (quasi sempre a tempo determinato, visto l’andamento piuttosto altalenante del mercato editoriale) nei quali viene loro chiesta bella presenza più che esperienza libraria e relativa passione… Tuttavia, come ho già detto, i libri non sono oggetti qualunque. Non si possono trattare come beni di consumo, e sottoporre a quelle strategie commerciali imperanti nella nostra epoca consumistica. Che siano fatti di carta e inchiostro o che abbiano essenza digitale di ebook, quando di valore sono il primo elemento culturale che abbiamo a disposizione, il miglior propellente per la nostra mente e la miglior palestra per allenare il pensiero. Perdere delle figure come i librai d’una volta, così capaci di accompagnarci nel meraviglioso mondo dei libri, è un po’ come attraversare l’oceano a bordo di un magnifico e rilucente transatlantico governato da soli mozzi, piuttosto che su una barca piccola ma ben timonata da un esperto lupo di mare. Guarda caso, con il proliferare della vendita negli ipermercati e nelle catene di distribuzione editoriali (senza contare il mercato on line!), i libri si possono trovare e acquistare molto più facilmente oggi che venti o anche solo dieci anni fa, eppure di lettori ce ne sono sempre meno. Non è soltanto una coincidenza, questa.

P.S.: questo articolo è presente anche sul magazine on line InfoBergamo, nel numero di Agosto 2012.