[La chiesa di San Peyre di Stroppo e l’alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]
Ci vuole molta saggezza da parte delle amministrazioni locali. Leggo continuamente che si vogliono fare impianti di risalita dove ormai non nevica più. Serve gestire il territorio in maniera diversa e fare scelte oculate. Porto sempre l’esempio della Valle Maira, dove ho ambientato un altro dei miei romanzi, “L’inventario delle nuvole”. Ecco, la Valle Maira è oggi un luogo affollato di turismo consapevole, che è riuscito a rimanere pressoché intatto dal punto di vista naturale grazie alla lungimiranza dei valligiani che, tra gli anni Sessanta e Settanta, non hanno voluto la costruzione degli impianti di risalita: qui non ci sono piloni, cavi di acciaio, cemento, piste, e neanche albergoni e seconde case. Non c’è stata l’invasione di quell’edilizia che deturpa il territorio e la vita degli abitanti e dopo pochi anni è già morta. È stata una decisione che oggi premia quel territorio, che vanta un flusso turistico importante, ma fatto di persone che sanno che nei rifugi non troveranno lo spritz o la pasta con le vongole e apprezzano quello che c’è. Un turismo educato, che rispetta la natura e si basa sulla piccola accoglienza locale.
In una bella intervista pubblicata il 19 febbraio su “L’AltraMontagna”, l’amico Franco Faggiani parla di sé e della propria letteratura, del suo narrare di montagne e montanari, dei libri pubblicati e di quelli prossimi nonché di altre cose molto interessanti da leggere tra le quali rimarca, nel passaggio sopra citato, l’emblematica esperienza turistica veramente sostenibile della Valle Maira, un territorio che Faggiani conosce bene e nel quale vi ha ambientato uno dei suoi libri più celebrati, L’inventario delle nuvole.
[Franco Faggiani e la copertina del suo ultimo libro Basta un filo di vento.]Ecco: siccome spesso i promotori del turismo montano massificato, quello legato all’industria dello sci e ai suoi modelli che vengono replicati tali e quali (e si vorrebbero replicare sempre, denominandoli assai ambiguamente “destagionalizzazione”) con similari variegati impatti sui territori coinvolti, a chi li contesta subito ribattono che non ci sarebbero alternative ai loro “modelli”, quei promotori (amministratori locali o imprenditori privati che siano) andrebbero portati a fare un giro in Valle Maira oppure nei numerosi altri territori montani che stanno portando avanti lo sviluppo di frequentazioni turistiche sostenibili, dolci e consapevoli con notevole successo. Iniziative che certo non possono vantare i numeri del turismo di massa ma distribuendoli nel tempo e nello spazio con un risultato finale molto più proficuo per i territori e le loro comunità nonché consolidato nel tempo, senza alcun patema legato alle variabili climatiche o ad altre criticità. Ovvero, in base alla miglior strategia turistica possibile per le montagne e il loro futuro: la qualità al posto della quantità, l’ecologia al posto dell’economia, l’accoglienza degli ospiti invece che l’invasione dei turisti. Una strategia ben più vincente, questa, di altre imposte a forza alle montagne pur di fare numeri e tornaconti ma destinate a implodere presto. Inevitabilmente.
P.S.: della Valle Maira e del suo lodevole turismo ho già scritto qui.
Walter Bonatti, figura che credo non abbia bisogno di presentazioni, affermò che «Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi»: una considerazione sovente declinata in chiave alpinistica – le grandi montagne le scalano i grandi alpinisti – ma che a ben vedere può essere assolutamente valida anche in termini più pragmatici, cioè rispetto al salire sui monti per viverli e abitarci. In tal senso, le montagne acquisiscono il valore umano e culturale di chi vi risiede stanzialmente, e non solo perché per poterci vivere l’abitante ne modifica il territorio elaborando un paesaggio diverso. Di contro, proprio perché paesaggio potente, la montagna che “concede” agli uomini di salirla ne influenza in vari modi anche il carattere, dunque quel citato valore umano e la cultura che ne deriva: un paesaggio come quello montano alla fine non può non imprimersi nell’animo di chi lo frequenta stabilmente. Ciò vale anche quello più rude delle alte quote, fatto di pietre imponenti e instabili, gande taglienti, ghiaccio perenne (speriamo ancora per molto), radure sterili sferzate da venti impetuosi, ma che l’uomo ha comunque saputo in qualche modo conquistare e antropizzare facendone elemento referenziale del proprio paesaggio, dunque – per quanto rimarcato sopra – del proprio carattere peculiare. Chi frequenta le alte quote è sovente individuo di fatti più che di parole, magari rude come le pietre o freddo come il ghiaccio ma anche per questo onesto e sincero oltre che necessariamente solidarista, risoluto ma non per ciò privo di emozioni, anzi, per molti versi più sensibile all’apertura d’animo e di spirito perché intriso della vastità delle visioni e dei panorami dell’alta montagna, anche se probabilmente tale spiccata sensibilità non sarà mai vantata ai quattro venti.
Paul, Jonas e Galel sono più o meno così: uomini di montagna, uno rifugista e gli altri due guide alpine, di poche parole ma con una sensibilità d’animo che appare profonda quanto di contro elevate sono le montagne sulle quali lavorano e vagano. Ogni tanto i rispettivi impegni alpestri consentono loro di ritrovarsi alla “Baita”, il rifugio gestito da Paul, e quando ciò accade è proprio come se l’intera geografia montana che li accoglie e circonda assuma il valore dei tre, delle loro narrazioni, dei pensieri espressi con poche parole ma dotati di grande sagacia, dell’umanità che manifestano, dell’amicizia profonda che li lega anche se giammai espressa con troppo gioiosi convenevoli – in perfetto stile montanaro, insomma.
Ma c’è anche un quarto personaggio che partecipa ai convivi dei tre amici, li osserva, li ascolta e intanto osserva pure la montagna che vi sta intorno e poi li segue quando i tre tornano a valle e sbrigano le faccende ordinarie della loro quotidianità. È un personaggio indefinito che in qualche modo impersona Fanny Desarzens facendogli narrare quanto accade intorno a Galel, figura centrale del trio che per ciò dà il titolo al suo ultimo romanzo (Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2024, traduzione di Carlotta Bernardini-Jaquinta; orig. Éditions Slatkine 2022) e così assumendo in sé anche il pensiero e le immagini che il lettore genera nella propria mente sfogliando le pagine del libro e scoprendone la storia.
Desarzens, che con Galel ha vinto il Premio Svizzero di Letteratura 2023, decide di raccontare le vicende dei tre amici scegliendo una scrittura che a sua volta, per certi aspetti, sembra assumere il carattere del territorio di alta montagna: uno stile essenziale, diretto al succo delle cose, apparentemente minimale, che sembra composto dalle didascalie di tante istantanee a fissare ogni singolo momento o quasi della storia narrata […]
(Potete leggere la recensione completa di Galel cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Mi fa piacere perché di Camenisch ho letto tutto ciò che è stato tradotto in italiano e fin da subito mi è sembrato uno degli autori che più di altri, forse meglio di chiunque altro, si possa autenticamente definire scrittore di montagna. Camenisch non è uno scrittore che parla di montagne, è uno che le montagne le fa parlare e poi sa mettere nero su bianco in modo mirabile le loro narrazioni, quand’esse coinvolgano donne e uomini che in montagna vivono le proprie esistenze. Ma, sempre e comunque, scritte e raccontate dal punto di vista delle montagne, come se ogni gesto, azione, parola, dialogo, atteggiamento dei protagonisti dei suoi libri fosse mediato, in un modo o nell’altro, dalla presenza e dall’essenza delle montagne.
Dunque, Gronds cumpliments Arno Camenisch! Un premio assolutamente meritato! E (nuovamente) complimenti a Keller Editore per l’altissima qualità delle sue proposte editoriali: un altro bell’esempio concreto di come fare ottima e costruttiva cultura letteraria e non solo, quanto mai necessaria in Italia. Chapeau!
Se volete saperne di più su tutti i libri di Camenisch editi in Italia, qui trovate le mie “recensioni”.
P.S. – Pre Scriptum: il racconto che potete leggere in questo post fa (farebbe? faceva?) parte di una raccolta dal titolo I racconti della Grande Montagna, scritta almeno 20 anni fa – forse anche di più – e mai pubblicata. A quei tempi leggevo ancora molti classici, componevo poesie, il mio immaginario “letterario” mi offriva paesaggi mentali ovviamente diversi da quelli odierni. Perché non provai a far pubblicare la raccolta? Forse perché, da allora, una cosa nella mia pratica di scrittura è rimasta pressoché immutata: scrivo per il piacere di farlo, per la gioia minima ma vibrante di condensare in parole scritte i paesaggi elaborati dalla mente, illudendomi che in questo modo le visioni mentali non svaniscano rapidamente nel nulla e, magari, possano inseminarsi tra i miei pensieri. Poi, in alcuni casi, provo a capire se quanto ho scritto sia interessante anche per altri: ma è già un passo ulteriore e laterale, rispetto alla scrittura. Ciò che mi fa decidere se lasciare un testo nel cassetto (ovvero in qualche vecchio hard disk) oppure proporlo a un editore è soprattutto legato alle percezioni d’animo del momento: che possono essere giuste o sbagliate ma sicuramente sono genuine, e tanto a me basta. Magari ho pubblicato dei libri orribili e ho lasciato in qualche scatolone il manoscritto di un capolavoro: a parte che non credo di essere in grado di comporne uno, va bene così. È un po’ come quando camminate in montagna, magari siete in una zona che richiede una certa attenzione e, d’improvviso, vi balza in testa un’idea che vi pare geniale. Però non avete niente per appuntarvela o non potete farlo, in quel frangente: allora vi dite sicuri che non c’è problema, ve la ricorderete di certo, senza dubbio. Tornate a casa e non vi ricordate più nulla. Be’, non vi resta che “resettare” il sistema, ripartire per una nuova camminata appena possibile e probabilmente qualcosa di simile accadrà nuovamente, magari con il supporto di una memoria più reattiva e un conseguente finale più fortunato.
Le imposte di legno inumidite dalla guazza antelucana rilasciavano lievissimamente un olezzo di bosco allorquando i primi caldi raggi di Sole superavano con il loro consueto ardore la linea delle alte montagne ad oriente per prendere ad illuminare le case del villaggio, prima quelle più alte sui versanti occidentali, poi via via le altre e l’intera vallata. E quel gentilissimo profumo, pur se quasi impercettibile, rappresentava per Jones una meravigliosa sveglia di fragranza, la quale poi – appunto – annunciava assai bene una nuova giornata dal cielo azzurro e sgombro di nubi. Ma non solo: il cinguettare allegro di mille uccelli sui pini appena fuori la casa; lo scampanio delle mandrie ormai ben distribuite per tutta l’ampiezza dei vasti alpeggi intorno; il vociare dei contadini e dei boscaioli e dei lavoratori della montagna intenti nelle proprie attività quotidiane: una nuova mattina!
La madre del giovane giungeva allora velocemente, ben ligia ad un incarico del quale il figlio da tanto tempo la aveva incaricata e di cui si sentiva doverosamente investita: l’apertura delle imposte della stanza da letto, quelle che davano direttamente sulla maestosa bellezza della Grande Montagna, sulle sue vette, sulle sue pareti e sui suoi ghiacciai, sì che i profili di legno scuro della finestra divenivano una favolosa cornice per un quadro che forse mai pur grande artista avrebbe potuto pienamente eguagliare con la sua arte.
La freschissima e frizzante aria della mattina di montagna penetrava allora nel piccolo locale, a guisa d’una dolcissima ma fremente scarica di energia, un’energia naturale, ancestrale, indescrivibile eppure capace di dar vigoria ad ogni cosa più di chissà qual altra forza. Penetrava a cavallo della purissima luce mattutina, resa ancor più preziosa nel suo fulgore dalle immacolate nevi della Grande Montagna, che parevano divenire specchio per ogni luminosità presente nell’Universo, pure di quella stellare oramai nascosta dalla chiarezza celestina del cielo diurno.
Sentiva Jones questo favoloso prodigio sulla propria pelle, quasi che i brividi causati dalla fresca temperatura fossero in realtà fremiti dovuti giusto alla misteriosa energia; sentiva tutta la bellezza del momento, tutta la maestosa gloria di un incantesimo rinnovato ogni giorno e ogni giorno diverso dal precedente; sentiva tutta l’incredibile eufonia verso cui ogni pur minima essenza presente in Natura tendeva e così aumentandola come un virtuale crescendo sinfonico, come se la Natura melodiasse la sua infinita bellezza in una possente ouverture la cui direzione spettasse, per meriti insindacabili, alla solennità della Grande Montagna. La mente annebbiata dal torpore del sonno notturno pareva aprirsi la corolla di un grande cardo all’apparire del Sole, pareva a quella luce agganciarsi come per il moto di un girasole, di quella nutrirsi come per un processo di fotosintesi clorofilliana nel quale unica e abbondante produzione fosse quella di emozioni, di fortissime e parimenti dolcissime sensazioni, di impressioni come di immagini che nella loro vaghezza riponevano tutta la indescrivibile bellezza.
Jones recepiva l’ingresso nella propria piccola stanza dall’esterno della più profonda essenza di ogni cosa e di ogni elemento: ognuno dei flebili bagliori la cui somma e compendio determinava ogni immagine di luce degli elementi del paesaggio esterno, ogni piccola, infinitesima parte olezzante dei profumi della legna, dell’erba umida di rugiada, dei fiori nei campi, del latte munto nelle vicine stalle e del burro conservato nelle cantine delle case e di ogni umana attività, ogni minimo soffio della brezza che allietava la mattina discendendo ben carica di freschezza dagli alti circhi ghiacciati della Grande Montagna. Ogni elemento raccontava la propria essenza, la esplicava con gli strumenti offerti dalla Natura, rivelando ognuno in quell’ancestrale discorso il proprio piccolo ma fondamentale segreto – come nello sfogliar le pagine d’un grimorio medievale, ricco di formule magiche che, nella loro interezza, fornivano la chiave d’accesso ad una dimensione superiore, una dimensione favolosa, mitica quale era per il giovane il mondo là fuori dalle mura domestiche, ed in particolare quel mondo al cui centro s’elevava imponente e maestosa la mole turrita e merlata del “castello” della Grande Montagna.
E quella montagna Jones sapeva di conoscere perfettamente, pur se mai v’era salito: essa si ricreava ogni mattina, ad ogni apertura delle imposte, nell’angusto spazio della propria camera da letto, meravigliosamente concentrata per l’effetto d’una misteriosa magia con tutta la propria bellezza, la propria grandezza, la propria raggiunta irraggiungibilità, come se i ghiacciai e i nevai, le pareti, le vette, i pascoli, gli alpeggi e i boschi, le vallate con i propri zampillanti corsi d’acqua, i pittoreschi villaggi ed i mille sentieri riflettessero la propria naturale avvenenza in quel piccolo spazio, ed unicamente in onore al giovane uomo per quei pochi, stupendi, prodigiosi istanti.
Forse sarebbe salito, un giorno, con l’aiuto di qualcuno, pure sulla vetta massima della Grande Montagna: e allora, chissà, forse la situazione si sarebbe ribaltata, nella constatazione che nessun muro in realtà chiudeva la piccola stanza da letto dalla quale egli per tanti anni aveva volto gli occhi quassù, nessun muro per un’anima capace di riconoscere l’essenza più profonda di ogni piccola grande emozione.
Poi Jones s’accostava alla sedia accanto al letto, si vestiva con la solita cura degli abiti quotidiani. Seguendo la parete a destra, sulla quale luccicava una stupenda piccozza da ghiaccio – regalo di amici alpinisti – andava in bagno per rinfrescarsi. Fatto ciò giungeva la madre, per accompagnarlo al piano inferiore per la colazione, poi porgeva al giovane il bastone bianco che ne agevolava il movimento nel mondo, fra tutte quelle cose di cui egli non discerneva la forma ma assai bene percepiva l’essenza – così che egli potesse uscire, camminare un poco, andare per i dolci prati adiacenti alla casa e respirare a pieni polmoni quella fresca aria discendente con la solita, meravigliosa briosità dalla sua tanto amata Grande Montagna.
Di recente sono usciti tre libri di altrettanti autori che ho la fortuna di conoscere personalmente e anche per questo, ma non solo per questo, ammiro molto: perché sono belle persone e perché questa loro preziosa dote la sanno ben dimostrare anche quando scrivono cose la cui lettura è, a mio modo di vedere, sempre affascinante e illuminante. Sono tutti libri che qui vi presento rapidamente (in ordine del tutto casuale) e leggerò al più presto, ça va sans dire!
Uno, Lost in translation. Se Maradona avesse “giocato” con le lingue invece che con un pallone da calcio, si sarebbe chiamato Luca Calvi. Poliglotta come pochi altri e apprezzatissimo traduttore in primis di personaggi del mondo dell’alpinismo (ma non solo), Luca racconta in Lost in translation, pubblicato dalle Edizioni del Gran Sasso, i suoi incontri ravvicinati con i grandi del mondo della Montagna. Aneddoti, racconti, storielle che regalano al lettore una prospettiva inusuale sui maggiori protagonisti dell’arrampicata, quella di chi li va a conoscere, condividendone a modo suo la passione, e aiuta altri ad entrare nel loro mondo, traducendoli. Un viaggio in compagnia di Simon Yates, Jim Bridwell, Mick Fowler, Dean Potter, Alex Honnold, Tommy Caldwell, Hansjörg Auer, Igor Koller, Reinhold Messner, Alex Txikon, Nirmal Purja e molti altri. Libro che si preannuncia tanto divertente quanto curioso e, in certe parti, credo anche commovente.
Due, L’inventario delle nuvole. Franco Faggiani è sempre più un autore di riferimento della letteratura di montagna italiana, ovvero di quella scrittura letteraria che appare più autenticamente consona a una definizione del genere (mentre molta altra che si presenta così non lo è granché – mia opinione personale). Nel suo nuovo romanzo, edito nuovamente da Fazi Editore, Franco ricostruisce con straordinaria cura dei dettagli un paesaggio particolare e un mestiere insolito che molti ancora ricordano: la raccolta dei pels, i capelli, che, accuratamente lavorati durante l’inverno dalle donne del luogo, saranno rivenduti in primavera agli atelier delle grandi città di confine per farne parrucche. Nel romanzo vengono ripercorsi gli itinerari segreti dei raccoglitori di capelli delle valli cuneesi, che, seguendo le vie di questo singolare commercio, scavalcavano le Alpi e arrivavano fino in Francia. Una storia avvincente ma anche commovente che conferma il grande talento di Franco nel descrivere gli ambienti montani attraverso storie sempre coinvolgenti e emozionanti anche per come – lo so bene – siano per molti aspetti parte della stessa vita montana dell’autore.
Tre, L’ attrazione dei passi. Intesi i valichi montani, che uniscono (non dividono!) geografie, versanti, genti, culture, storie… ma io interpreto il termine “passi” anche come quelli compiuti nel camminarci attraverso per superare i crinali e vedere cosa c’è al di là. In questo suo nuovo libro, che esce di nuovo per Ediciclo Editore, Tino Mantarro, un viaggiatore seriale dallo sguardo sul mondo sensibile come pochi altri, tesse un’apologia dei passi e del guardare oltre, per comprendere quelli che sulla carta sono degli spartiacque tra culture e invece sono finestre su altri mondi. Il desiderio di salire in cima per poter conquistare un pezzo di orizzonte e un’altra avventura. E una volta giunti in cima è umano, oltreché naturale, fermarsi un istante a tirare il fiato e osservare il mondo da un’altra prospettiva. Nietzsche, uno che le montagne amava frequentarle, parlava del pathos della distanza: guardate da lontano le cose appaiono migliori. Perché da lassù, se il tempo è clemente, si riesce davvero a guardare lontano. Libro assolutamente intrigante, proprio come lo è il giungere sul ciglio di un valico e finalmente scoprire cosa c’è dall’altra parte.
Per saperne di più, sui tre libri, potete anche cliccare sulle immagini delle copertine.
Ecco. Serve ora aggiungere che vi invito caldamente a leggerli?