Libertà significa responsabilità. Un interessante contributo di Italo Sciuto sul tema.

CAAI-Sciuto_DSC1688_resize-750x450Il seguente testo rappresenta l’intervento di Italo Sciuto, docente di filosofia morale presso l’Università di Verona, presso l’assemblea del CAAI – Club Alpino Accademico Italiano – a Caprino Veronese, lo scorso 11 ottobre, e disquisisce di libertà in prospettiva filosofica – argomento che di primo acchito potrà sembrare piuttosto strano, se non incongruente, in un ambito frequentato da alpinisti il cui scopo primario è salire vette spesso infilandosi su per pareti verticali e affrontando pericoli tremendi… Lo ricavo dal blog di Alessandro Gogna, altro mirabile uomo di cultura – di montagna ma non solo – e grande alpinista (qui anche il suo website).
Come forse già saprete (o avrete intuito in qualche modo), mi occupo spesso anche di cultura di montagna, e la frequentazione dei monti è in verità grande e profondo esercizio di libera volontà sia in senso pratico che teorico, intellettuale, tant’è che è un argomento di frequente discussione nell’ambiente e non mancano testi di analisi filosofica (ovvero antropologica e sociologica) della pratica alpinistica. In questo testo Italo Sciuto amplia la dissertazione sul merito rendendola assolutamente valida per qualsiasi pratica umana contemporanea, anche per quelle meno “atletiche” e più ordinarie, in un’epoca come quella attuale nella quale troppi si riempiono la bocca di quel termine, libertà, abusandone oltre ogni limite sopportabile nel frattempo che sempre più persone perdono la cognizione e la consapevolezza di cosa esso significhi, parimenti perdendola pure concretamente, la libertà. Ovviamente, inutile dirlo, senza rendersene conto – anzi, restando convinti di essere “liberi”, cosa sotto molti aspetti ancora più terribile.
L’articolo originale nel Gogna Blog lo potete leggere qui.
Buona lettura e, ancor di più, buona meditazione di quanto letto.

Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica
di Italo Sciuto

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta

(Purgatorio, I, 71-72)

Nel comune sentire e parlare degli alpinisti, sembra che la pratica dell’alpinismo si possa interpretare bene alla luce del Catone dantesco: il quale, appunto, pone la libertà come valore supremo, superiore addirittura alla propria vita. Per l’alpinista, come dice bene Alessandro Gogna nella sua ben nota lettera al procuratore di Torino circa la libertà in montagna, la libertà è un “diritto” che va garantito sempre, anche in presenza di un rischio inevitabile; anzi, il “diritto alla libertà” implica anche il “diritto al rischio”. D’altra parte, però, l’agonismo che in buona parte caratterizza l’alpinismo di cui maggiormente si parla con ammirazione (“conquistare” cime, “aprire” vie, compiere “prime” invernali etc.) fa anche pensare a un altro, grande e decisivo personaggio dantesco: Ulisse, che abbandona la comoda e sicura vita nella sua isola e affronta “l’alto mare aperto” per “divenir del mondo esperto”, cioè per compiere una “prima”, ossia superare le colonne d’Ercole per esplorare l’ignoto “mondo sanza gente” ove mai nessuno ha messo piede. La passione che muove l’Ulisse dantesco, dunque, non è soltanto l’aspirazione di chi vuole essere o si sente libero, ma anche l’hybris di chi vuole affermare la propria volontà di potenza. Tuttavia, la motivazione con la quale Ulisse convince i suoi compagni a seguirlo nel “folle volo” fa riferimento alla natura dell’uomo, alla sua essenza, che implica la responsabilità di compiere un dovere preciso:

Considerate la vostra semenza:
nati non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza

(Inferno, XXVI, 118-120).

Il nostro alpinista dantescamente atteggiato, dunque, si muove tra libertà e responsabilità. Ma come vanno intesi questi due termini, facili da pronunciare (i politici, in particolare, ne han piena la bocca benché ne sia vuota la mente) ma ben difficili da comprendere e spiegare?

1. La difficile e inafferrabile questione della libertà.
Nella sua storia millenaria, il concetto di libertà è stato analizzato infinite volte e secondo varie prospettive (metafisica, psicologica, politica), con fondamentali differenze nei vari contesti storici dall’antichità a oggi. Nella riflessione attuale, è largamente prevalente la prospettiva politico-sociale, che si è imposta in Occidente a partire dalla modernità. Possiamo sintetizzarla con le celebri ed efficaci formule di uno dei padri del pensiero politico moderno, Montesquieu: “la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere”; in breve, “la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” (Lo spirito delle leggi, libro XI, cap. III). Si tratta della libertà che viene detta “repubblicana”, per distinguerla dalle altre principali concezioni moderne su cui, per brevità, non possiamo soffermarci: quella “liberale”, quella “libertaria” e quella “comunitaria”. Si tratta, dunque, di una libertà nella e non dalla legge, che potremmo anche definire libertà positiva, mentre oggi è largamente prevalente una concezione liberale-libertaria che è essenzialmente negativa. Si tratta insomma di capire la difficile idea che si è liberi non già nonostante, ma grazie ai doveri.

Inoltre, va osservato che in questa concezione “repubblicana” della libertà l’aspetto fondamentale è posto nel fare (o meglio nell’agire) più che nel volere, con ulteriori precisazioni circa la libertà “da” e “di”, ossia “negativa” e “positiva”, su cui molti filosofi si sono acutamente impegnati con esiti sempre più complessi e raffinati. Ma, soprattutto, va rilevato che allora, in questo modo, la questione della libertà non viene svolta in ambito metafisico (in cui si tratta di affrontare il concetto di causalità e l’opposizione tra libertà e necessità), ma in quello morale o, meglio, etico. E in prospettiva etica sono due le concezioni che, a partire dalla celebre formulazione di Max Weber agli inizi del ‘900, vanno tenute presenti: l’etica della convinzione, secondo cui si deve agire seguendo princìpi fondamentali assoluti prescindendo dalle conseguenze che ne possono derivare (per esempio: “si deve sempre dire la verità” o, in negativo, “non si deve mai mentire”), e l’etica della responsabilità, secondo cui si deve certamente agire secondo princìpi, ma condizionati dal possibile esito della loro applicazione (se dire la verità mette in pericolo di vita una persona, si deve mentire). Le due concezioni etiche, naturalmente, non si escludono reciprocamente e, di fatto, in qualsiasi forma di agire eticamente valido si usano entrambe. Per il nostro discorso, tuttavia, dobbiamo insistere specialmente sull’etica della responsabilità (su cui rimane fondamentale Hans Jonas, Il principio responsabilità, scritto negli anni ’70 del secolo scorso).

2. L’arduo impegno della responsabilità.
Come il concetto di “libertà”, e forse ancor più, oggi si deve radicalmente ripensare il concetto di responsabilità, perché il “fare” e l’”agire” in cui siamo coinvolti (come agenti e/o pazienti) sono condizionati sostanzialmente da un fatto nuovo, sconosciuto ai secoli passati: l’onnipotenza della tecnica, in virtù della quale non siamo più in grado di prevedere gli effetti, le conseguenze del nostro fare. Oggi, per lo sviluppo enorme e dominante della ragione strumentale e cioè della semplice capacità di realizzare scopi, al massimo del poter fare corrisponde il minimo del saper prevedere: più aumenta e si velocizza la capacità di realizzare scopi (secondo il fatale principio da tutti a parole negato ma in realtà universalmente applicato “si può, quindi si deve”), più diminuisce la possibilità di prevedere l’esito cui potrà portare la loro realizzazione, ma questa capacità di previsione è essenziale, se il fine del nostro fare e agire dev’essere il bene comune, o l’utilità generale: il maggior benessere per il maggior numero. In tale contesto, va sostenuto il principio di cautela ma va anche radicalmente ripensato il concetto di responsabilità in tutti i suoi principali significati: giuridico, politico, etico.

Per limitarci a quest’ultimo significato, che per il nostro discorso è certamente il più importante, dobbiamo rilevare che parlando di libertà non possiamo limitarci a distinguere, come si diceva, libertà “da” e “di”, “negativa” e “positiva”. Dobbiamo inserire anche il concetto della libertà “per”, ossia l’idea del fine cui tende o dovrebbe tendere l’agire libero; e anche il concetto di libertà “verso”, cioè l’idea dei soggetti altri cui essa va diretta. In particolare, e in sintesi, nell’attuale situazione dobbiamo tener presente, in tutte le nostre azioni, l’effetto che esse potranno avere sulle condizioni di vita delle generazioni future, di cui siamo appunto responsabili. E non è il caso di conferire troppo valore alla celebre battuta di Groucho Marx ripresa da Woody Allen (“ma in fondo, cos’hanno fatto per me le generazioni future perché io mi debba occupare di loro?”), appunto perché non hanno fatto nulla di male e quindi non meritano di essere danneggiate dai nostri comportamenti. Inoltre, e soprattutto, il principio di cautela impone di porre, di fronte a ogni pregevole innovazione tecnica, la decisiva domanda: quale sarà il peggiore uso che di questa positiva innovazione si potrebbe fare, e quindi si farà?

In tale contesto, diventa difficile ma essenziale trovare un principio d’azione adeguato (l’agire umano è dotato di senso e valore soltanto se è guidato da princìpi che, per quanto possibile, tendano all’universalità), non essendo più sufficiente il pur venerabile imperativo categorico kantiano (“agisci in modo che la massima della tua azione possa valere in termini universali”), appunto perché limitato al presente. Seguendo Jonas, possiamo adottare questo nuovo imperativo adeguato alla situazione attuale: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra” (H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1993, p. 16). In altri termini, si può dire che un’azione è responsabile se corrisponde al relativo dovere, e che dunque sarà irresponsabile ogni “esercizio del potere senza l’adempimento del dovere” (ivi, p. 119). Ma questo adempimento, nella presente età dominata dal “Prometeo scatenato” della tecnica, dev’essere guidato da ciò che Jonas chiama “euristica della paura”, in virtù della quale, quando progettiamo una qualsiasi impresa, dobbiamo interrogare i timori prima dei desideri e prestare ascolto alle profezie di sventura più che a quelle di salvezza, più alla minaccia che alla speranza e alla promessa; dobbiamo agire per scongiurare il male supremo più che per conseguire il bene sommo: in sintesi, dobbiamo praticare un sano scetticismo per evitare il rischio di uno spietato ottimismo che potrebbe condurci sull’orlo dell’abisso.

Mutatis mutandis, e cioè con gli opportuni adattamenti, direi che un simile principio dovrebbe guidare anche l’attività dell’alpinista che voglia essere libera e responsabile: essendo forse la più adatta per capire che la vera libertà, per l’attuale agire umano che aspiri a realizzare un’autentica auto-nomia, è la responsabilità.

L’unico italiano a non aver mai scritto un libro…

Una bellissima notizia!
Finalmente, e ben gli sta! Ma dico, chi si credeva di essere costui? Come si permetteva di rifiutarsi di fare ciò che TUTTI quanti ormai fanno, eh? Per di più, col suo abietto comportamento, tenendo in vita la folle speranza che potesse finire diversamente rispetto alla realtà dei fatti!
Se lo è meritato, ecco.

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(P.S.: massì, ridiamoci sopra su ‘sta situazione che di risate ne offre molto poche, dacché ormai il momento in cui dalle nostre parti vi saranno più “scrittori” che lettori in circolazione è sempre più prossimo.
Nel frattempo, appunto, facciamoci una risata con le notizie di Lercio, un sito molto più divertente di quanto sembri a prima vista e molto meno ridicolo di quanto lo siano innumerevoli altri. Per conoscere meglio cosa è Lercio, leggete QUI, oppure cliccate sull’immagine per entrare nel sito.
)

INTERVALLO – Aosta, CAFè Librairie

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Ad Aosta un bellissimo caffé-libreria, specializzato soprattutto (e inevitabilmente, mi verrebbe da dire, vista la vicinanza di grandi e celeberrime montagne alla città!) nei libri di montagna, con testi in lingua italiana e francese, che peraltro già dice molto di sé nel nome, in verità un quasi-acronimo: Culture Alpine et Francophonia…
Cliccate sull’immagine per visitare la pagina facebook del CAFè Librairie e saperne di più.

Dello scrivere “ha” senza h e molto altro, ovvero dell’Italia che s’è fatta ma s’è “sfatto” l’italiano…

Vi avrebbero dato la patente se non aveste saputo dove fosse la leva delle frecce sull’auto? E al corso di sci, vi avrebbero promosso se aveste curvato bene verso destra ma male verso sinistra? Oppure – giusto per fare un altro esempio random – al corso di pasticceria, se nel provare a fare la pasta frolla vi fosse venuta una schifezza?
Sì, forse sì. In fondo, non sarebbe stata del tutto colpa vostra se chi vi doveva insegnare come fare bene certe cose magari non l’ha saputo fare, ma è anche vero che le eventuali evidenti lacune potrebbero essere adeguatamente colmate in autonomia, con solo un poco di impegno e applicazione. A meno che tali lacune vi siano invisibili e/o vengano ignorate, convinti viceversa di essere pressoché perfetti nel fare ciò che fate, e di poterlo tranquillamente presentare al prossimo, magari pure con un certo vanto, ricavandone di contro delle figuracce terribili che probabilmente pochi avranno il coraggio di rimarcarvi per mera cortesia e/o commiserazione, però lasciandovi così crogiolare in quel suddetto ingiustificato vanto.
Sia chiaro, mi sto riferendo a un soggetto indefinito, non certo a voi che state leggendo questo post! – beh, “indefinito” forse sì, però assai diffuso…
Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani” sostenne Massimo D’Azeglio ne I miei ricordi. Beh, a ‘sto punto, vedendo e leggendo un po’ ovunque in giro come scrivono molti, anzi, troppi italiani – soprattutto sul web, il quale temo abbia indirettamente peggiorato la situazione – sovente in posizioni e mansioni che invece richiederebbero una più che buona conoscenza della propria lingua madre e a volte seppur dotati di un grado di istruzione superiore, bisognerebbe mutare quel celebre motto del D’Azeglio in s’è fatta l’Italia, ma non s’è fatto l’italiano – ovvero, versione alternativa, s’è fatta l’Italia ma s’è sfatto l’italiano!
Ecco: detto ciò, ritengo sia ormai indispensabile istituire con urgenza un comitato di difesa e H-Rescuesalvaguardia strenua per ciascuno di quei tanti diseredati elementi, oggi e sempre di più, della nostra lingua. In primis, quella poveraccia della lettera “H”, credo la più bistrattata del nostro alfabeto, eppoi il congiuntivo, della cui drammatica realtà ho disquisito qui sul blog poco tempo fa, oppure la punteggiatura, altra reietta maltrattata troppo di frequente in modo inaccettabile, o ancora gli accenti, l’apostrofo e molti altri – inutile rimarcarlo, tanti piccoli/grandi esempi di una questione assai più grande e, sotto molti aspetti, grave, come è da tempo cosa lampante.
Voglio dire: meglio uno che non scriva correttamente “ha fatto” dimenticando l’h piuttosto che dimentichi l’onestà, la lealtà, il senso civico o altri valori necessari al buon vivere sociale (affermazione populista, forse, ma pragmatica); tuttavia, sarà che, per ciò che faccio e dunque essendo quotidianamente a contatto con la lingua e la scrittura nonché occupandomi di frequente negli ultimi tempi di tematiche linguistiche, sono particolarmente sensibile a tale questione – che poco o tanto coinvolge tutti, sia chiaro, perché purtroppo di una certa incuria verso la nostra lingua, parlata e scritta, ben pochi non sono colpevoli! – ma d’altronde sono convinto che effettivamente, se si è fatta l’Italia ma gli italiani ancora no, è anche perché non s’è mai del tutto fatto ovvero, appunto, si è troppe volte sfatto l’italiano: e se un popolo non è in grado di padroneggiare per bene la propria lingua, non sarà di sicuro mai in grado di generare quegli alti e forti caratteri nazionali invocati dal D’Azeglio (e da un naturale buon senso, a ben vedere) che fanno il popolo stesso. E se non c’è questo, nemmeno ci può realmente essere l’Italia, qualsiasi cosa essa sia.

A proposito di congiuntivo: imparate a usarlo, o f…!!!

Visto che ne ho parlato giusto qualche giorno/post fa riprendendo un articolo sul merito di Gian Luigi Beccaria, ecco un altro di quei “pittoreschi” quadri linguistici della serie Impara… o fottiti, dedicato impara-a-usare-il-congiuntivo-o-fottitiproprio al famigerato modo congiuntivo.
Scommetto che in tanti prenderanno questi risoluti ausili linguistici come cose simpatiche, divertenti o forse superflue, ma anche per questo ne apprezzo la risolutezza, dacché un popolo che non conosca e, peggio, sappia parlare bene la propria lingua è veramente quanto di più assurdo vi possa essere. Sarebbe come assistere a una gara di automobilismo nella quale i piloti partecipanti non avessero la patente e sapessero guidare le proprie auto in modo del tutto dozzinale!
Ma certo – e lo si sostiene pure nel quadro – se molta gente leggesse più libri, forse il tanto bistrattato congiuntivo se la passerebbe un poco meglio…
Cliccate sull’immagine nell’articolo per ingrandire il quadro, mentre qui trovate il post di qualche tempo fa nel quale avevo presentato altri due quadri della suddetta serie. Sarebbe bene diffonderne qualche milione di copie in giro, io credo…