“Rapporto #12KKGH673 – Pianeta: VLSS3 (“Terra”)…” (Un mini-racconto inedito)

Da un paio d’anni l’editore con cui collaboro organizza un particolare concorso (o forse più una sfida-gioco) riservato ai suoi autori, dal titolo 25 righe per una foto. In tale titolo vi è già tutto il senso della prova: data una certa foto, di soggetto il più possibile indeterminato e apparentemente “poco” letterario, bisogna ricavarne un mini-racconto di 25 righe, non una di più (in foglio Word con margini standard e carattere corpo 12). I tre migliori, giudicati dai gruppi di lettura che lavorano per l’editore, vengono premiati.
Da poco, senza dubbio insieme a tanti altri autori, ho inviato la mia proposta per l’edizione 2013, mentre lo scorso anno il racconto inviato, da ispirarsi alla foto che vedete qui sotto (cliccateci sopra per vederla in un formato più grande) è stato inserito tra i tre “vincitori” – ribadisco, tale terminologia è da intendersi in modo del tutto leggero, ma di certo, essendo mirato ad autori “attivi” e pubblicanti, il concorso rappresenta comunque una bella e stimolante sfida, appunto, il cui valore non è certo nella graduatoria finale ma, ben di più, nell’esercizio di creatività che richiede.
Questo, dunque, è il mini-racconto da 25 righe che scrissi per l’edizione, e la relativa foto sotto raffigurata, dello scorso anno…

Rapporto #12KKGH673 – Pianeta: VLSS3 (“Terra”) – Esploratore: Krwixz III°

25_RIGHE_PER_UNA_FOTO_2012_blogL’esplorazione del pianeta VLSS3, denominato in loco “Terra”, e lo studio delle creature dominanti che lo abitano, hanno raggiunto uno stato più che avanzato. Confermo le personali valutazioni già espresse in passato: il pianeta presenta caratteristiche naturali sovente notevoli, tuttavia aria, acqua e terreno risultano ammorbate da elementi tossico-nocivi in gran quantità. Primaria causa di ciò è l’attività dei suoi abitanti principali, i “terrestri” ovvero le creature dominanti suddette: una razza estremamente primitiva, selvatica, ignorante, e dotata di struttura psico-cerebrale di livello scadente. Essi si autoproclamano intelligenti più di ogni altra razza presente sul pianeta ma risolvono i conflitti interni con modi spesso brutali e distruttivi, che nessuna altra creatura di tipo non umano manifesta. Per metro di paragone, la razza vivente di tipo YTF0987 “Fagus Sylvatica”, in genere denominata dai terrestri “faggio”, contattata telepaticamente dallo scrivente e interpellata su domande di fisica interstellare, ha risposto molto meglio del miglior terrestre similmente interpellato. Risulta inoltre, la razza umana, oltremodo non autosufficiente, tanto da necessitare di ricevere continui ordini e direttive da un arcaico strumento elettronico che diffonde suoni e immagini, di fronte al quale i terrestri appaiono regolarmente imbambolati. Pare evidente che il controllo di esso alla fonte determini la detenzione del potere sociale maggiore, qui.
Posto ciò, dunque, il giudizio sulla razza terrestre risulterebbe ad ora sostanzialmente negativo, se non fosse che rimane un quesito dalla risoluzione al momento ancora oscura. Si rileva infatti uno strano culto, se così si può definire, diffuso in buona parte del pianeta ovvero in tutte le residenze di natura fissa nelle quali i terrestri vivono, nonché in talune abbandonate, legato a una sorta di piccolo altare solitamente ceramico con coperchio, scarico a sifone e serbatoio di acqua collegato, e ad un relativo rito forse religioso di tipo biologico/interattivo, più volte ripetuto durante il giorno locale, che consiste nell’offerta di sostanze organiche dal corpo, in certi casi legata ad altri vari gesti rituali come canti, parole o letture. Pare consistere in una specie di rito di purificazione, la cui frequenza ne segnala l’indubbia importanza per la vita del terrestre, ovvero l’unica certezza nell’esistenza di queste rozze creature, altrimenti destinate ad un futuro che pare francamente piuttosto incerto.

MIA Fair 2013, Milano: la fotografia tra buliMIA, metoniMIA e anoniMIA…

Si è chiusa ieri a Milano la terza edizione della MIA Fair, la miglior esplorazione possibile che si possa compiere nella fotografia moderna e (soprattutto) contemporanea: Oltre duecento gallerie, ciascuna presentante un solo artista/fotografo – formula tipica della fiera milanese, che personalmente trovo molto funzionale e gradevole – e inoltre una sezione dedicata alle proposte direttamente scelte dalla direzione artistica MIA, una bella presenza dell’editoria di settore, molti eventi di contorno, il tutto ben organizzato dal team guidato in prima persona da Fabio Castelli, l’inventore della fiera.
Visitare MIA Fair è veramente come compiere la migliore esplorazione possibile nella produzione d’arte fotografica odierna, come già dicevo poco sopra: si può capire piuttosto bene cosa si sta facendo, come lo si fa, le tendenze più in voga e, ovviamente, pure le “devianze” verso futilità e sciatterie più o meno accentuate. Ormai la fotografia, da figlia di un dio minore come è stata considerata dal mondo dell’arte fino a poco tempo fa, è diventata non solo membro effettivo di esso ma pure, per così dire, onorario – come ho potuto constatare anche al MiArt, per restare in ambito milanese, ovvero altrove in altri eventi artistici recenti. La fotografia tira parecchio, non c’è che dire, ed è forse oggi uno dei MIA_logo_photomedia artistici più in grado, potenzialmente, di fare onore a quelli che sono gli scopi stessi dell’arte in quanto espressione dell’umano intelletto; innegabilmente ciò è dovuto pure alla relativa facilità produttiva e alle infinite possibilità date dall’elaborazione digitale, che possono certo creare inaspettati capolavori ma pure mostruosità indicibili – l’onnipotenza della tecnologia mi pare che a volte faccia uscir di senno qualcuno fotografo, artista o che altro, nella falsissima e pericolosa convinzione che tutto possa essere considerato “arte” se dotato d’una qualche “elaborazione” (in senso generale) la quale, più o meno direttamente, possa giustificare un significato profondo e (pseudo)filosofico a immagini viceversa d’una banalità sconcertante…
Insomma: quei tre termini con i quali ho costruito il titolo di questo post – giocando come mio solito con le parole, le rime e i concetti – credo possano abbastanza ben riassumere le sensazione che ho ricavato dalla personale esplorazione della MIA Fair di quest’anno.
Partiamo con bulimia, ovvero “grande fame” – di fotografia, ovviamente: come dicevo, l’interesse attorno all’arte fotografica è costante se non sempre crescente, nonostante i tempi magri che stiamo vivendo. Molti prezzi di opere esposte sono certamente accessibili a tanta gente, e si è ormai creato un collezionismo e un mercato di genere sostanzialmente diverso rispetto a quello dell’arte visuale “classica” nonché piuttosto vasto, che giustifica una produzione di lavori imponente, con tutto quanto ciò comporta in termini di livellamento della qualità per eccesso di quantità, appunto. Ma se finché il “tiro” suddetto tiene ci può essere posto per tutti, non ho potuto non notare un po’ meno fremito del pubblico tra gli stand, rispetto allo scorso anno… Mi aspettavo un maggior affollamento interessato, insomma, nella giornata di apertura della mostra più nazionalpopolare quale è sempre la domenica: non so se questo sia un segno di calo della fame, o di dieta forzata per evidenti carenze finanziarie di sempre più persone oppure, più semplicemente, perchè la fotografia è un media che più di altri può essere apprezzato, valutato e magari pure acquistato, almeno a livello di trattative iniziali, sul web. L’interesse e il tiro ci sono, lo ribadisco e me lo confermano molti galleristi con cui ho chiacchierato: forse il problema è opposto, ovvero c’è fin troppo da mangiare, ora, rispetto alla capienza degli stomaci, e ogni tanto una insalata leggera ci sta anche bene!
Metonimia, ovvero il sostituire una parola con un’altra di significato correlato o correlabile. Cioè, in tal caso: fotografia per arte, e viceversa. Correlazione esistente ed evidente, in certi casi, del tutto ambigua in altri se non forzata o peggio fasulla in alcuni. Come affermavo prima, la fotografia è diventata ormai membro d’onore del mondo artistico contemporaneo, ma ciò non significa automaticamente che tutti i lavori fotografici presentino un considerabile valore artistico, dacché a volte tale valore mi pare più affermato da un certo apprezzamento interessato di chi vuole spingere il lavoro in oggetto piuttosto che dalle peculiarità dello stesso. Insomma, per intenderci, forse certa fotografia sta nelle gallerie d’arte come una bottiglia d’acqua sta in una enoteca: non è detto che siccome l’involucro è lo stesso, anche il contenuto sia assimilabile… Ma, sia chiaro, di fotografia creata con intento autenticamente artistico ce n’è e anche di alto livello: nella produzione imponente immessa sul mercato di oggi, si tende forse troppo a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece certe ben determinate distinzioni dovrebbero essere più fermamente mantenute, anche per non annacquare il valore complessivo della fotografia contemporanea e, indirettamente ma nemmeno troppo, dell’arte stessa.
Anonimia, infine, termine che è inutile spiegare, e il cui senso qui è facilmente intuibile. Come ha brillantemente affermato Pio Tarantini in uno scritto che ho ripreso tempo fa anche qui sul blog, che la fotografia, con tutte le sue enormi potenzialità digitali, ancora oggi tenda a riprodurre (e/o a imitare) quanto già fatto dalle altre arti visive e in particolare dalla pittura, è una cosa parecchio discutibile. Sarebbe come avere tra le mani un computer potentissimo e utilizzarlo a mo’ di calcolatrice… In questa edizione della MIA mi è parso di vedere ben poca sperimentazione, poco coraggio e intraprendenza, mentre ho notato una certa standardizzazione di molta produzione su immagini che, evidentemente, sono ritenute quelle di maggior impatto, ergo di miglior apprezzamento da parte del pubblico – con relative buone ricadute commerciali, ovvio. Ugualmente, molta produzione rinnova con forme odierne ma sostanza “classica” cose già fatte in passato – anni ’50 e ’60 del Novecento, soprattutto – mentre non è ancora molto diffuso un approccio di matrice artistica alla creazione dell’immagine fotografica, la quale vive ancora molto, io credo anche troppo, di tecnica. Il che non significa certamente che tali immagini non siano belle – anzi, di brutte opere alla MIA ce n’erano assolutamente poche – ma di contro significa che esse, andando oltre la loro valenza estetica, alla fine non offrono granché.
Per finire, due nomi a mio parere rimarcabili tra i fotografi presentati in fiera: uno, Gian Paolo Tomasi (con Galleria Elleni di Bergamo), tra i pochi che ha veramente reso la propria fotografia un media del tutto artistico, capace di colpire l’occhio tanto quanto la mente e l’animo, illuminando e parimenti confondendo tutti ovvero instillando quello stato di estatico smarrimento che è sovente una delle fonti primarie della ricerca di conoscenza e consapevolezza sulla realtà d’intorno. Due, Piero Leonardi (proposta MIA), con la sua serie Purgatory, tutta giocata su variazioni del bianco in paesaggi apparentemente invernali ma che potrebbero benissimo essere altro ovvero ambientazioni indeterminate, metafisiche, ultra-minimaliste al punto da poter/dover essere colmate dalla percezioni e dalle visioni mentali del visitatore.
Per concludere: fiera bellissima, evento che resta imprescindibile, tempi grami anche per lo sfavillante sistema dell’arte del quale la fotografia è parte ormai integrante, con conseguente vago eppure percepibile momento di attesa, di stiamo-sul-chi-va-là-più-di-prima, di assestamento d’un mercato ancora piuttosto nuovo e probabilmente per questo non del tutto definito e definibile.
A Ottobre MIA Fair raddoppierà, e debutterà a Singapore: un format italiano di successo da esportare, o una fuga verso mercati più ricchi e intraprendenti? Vedremo, vedremo…

(P.S.: la foto in testa al post è di M.Tarantini)

Nel Museo delle meravigliose Utopie

Utopia_museum_blog
Nel Museo delle meravigliose Utopie dovremmo andarci più spesso, per renderci conto di quante buone occasioni l’umanità abbia messo in un angolo a prendere polvere soltanto per non essere stata capace di crederci veramente.
Tanto, state tranquilli, di coda all’ingresso non se ne troverà.
(L.)

Tra i selciati e i cornicioni di Lucerna

P.S. (Pre Scriptum! – come sempre, in questi casi): il seguente è un brano di anteprima d’un nuovo “scritto di viaggio” che ho voluto dedicare alla città svizzera di Lucerna. Le virgolette sono necessarie, dacché non è un semplice diario di viaggio, nemmeno un resoconto, e certo per nulla una guida turistica. E’ qualcosa invece di… Particolare, ecco, come mi auguro questo brano possa adeguatamente dimostrare.
Buona lettura!

“L’empire des étoiles”, elaborazione fotografica digitale (dal blog lucarotaimages.wordpress.com)
Quando ho l’occasione di visitare una città – anzi, dico meglio: ogni volta che il tempo mi permette di osservare una città, con l’acutezza visiva che spesso il mordi-e-fuggi più tipicamente turistico non consente di fare, è mia abitudine scorrere lo sguardo con una certa attenzione sui selciati e sui cornicioni cittadini. Sì: non solo su facciate, archi, finestrature, torri e quant’altro di classicamente architettonico – come già prima rimarcavo – ma pure ai margini, inferiore e superiore, dell’osservazione ordinaria della città. Perché, se il limite “orizzontale” della città è dato dai margini dell’estensione urbana, dal centro verso la parte di periferia oltre la quale i manufatti antropici non sono più prevalenti rispetto al terreno libero, il limite verticale è proprio quello, selciati e cornicioni. E’ tra di essi che la città è racchiusa, e sono essi che tracciano le linee fondamentali che identificano il corpo cittadino rispetto al territorio tridimensionale in cui è inserito. In alto, il susseguirsi più o meno continuo di falde, gronde, cornicioni, doccioni, ritaglia continue porzioni di cielo, determina la luminosità diffusa nelle vie, pone in dialogo l’opera architettonica, la sua forza oggettiva, la solidità – e il limite del fare umano – con l’aereo vuoto infinito, oltre a donare allo sguardo di chi voglia eventualmente sfuggire dall’abbraccio a volte opprimente delle mura cittadine una fuga, un sollievo, una nota di colore sovente più vivo di quello dei palazzi d’intorno. In basso, la superficie sulla quale si muove la vita – e scorre la vitalità, della città: selciati, marciapiedi, acciottolati, lastrici, fino a che non sia stato reso dominatore assoluto il manto d’asfalto per il traffico motorizzato – perché sia chiaro, che in una città sia preponderante lo scorrere degli autoveicoli rispetto a quello pedonale, è il frutto di una bella e buona stortura della nostra insensata era moderna, e una gran sconfitta dell’urbanistica residenziale, ovvero del buon vivere.
Per fortuna Lucerna non vive una così grave situazione di traffico, e il centro della città è semmai reso trafficato dal viavai dei mezzi pubblici e dei bus turistici più che dai veicoli privati, comunque senza mai divenire realmente caotico. Posso tranquillamente vagare per le vie esclusivamente pedonali, o con accesso agli autoveicoli regimentato, facendo scorrere lo sguardo sui selciati oppure sulle linee di gronda, facendomi guidare da esse come da un filo rosso urbano, un percorso ignorato dai più e tuttavia così tracciante, appunto, così rappresentativo e identificante. E’ l’epidermide cittadina che scorre sotto i miei passi, con le sue rugosità, le ruvidità o le parti più lisce, caratterizzata qui è là da tanti segni, piccoli nei più o meno evidenti – avete mai notato come anche degli ordinari tombini, dei banali e del tutto ignorati chiusini stradali, a volte presentino delle forme e delle armonie quasi artistiche? E come pure possano tracciare una storia minima ma significativa della città nella quale sono sparsi?
Poi prendo la scusa dell’incoccio visivo con un pluviale, che sull’angolo di un edificio si immerge in quel selciato, per alzare gli occhi lungo quel canale verso l’alto, e ricominciare a seguire le linee irregolari delle grondaie, dei cornicioni, con lo sguardo illuminato dal frattale celeste da quelle formato. In fondo, è come osservare una sorta di proiezione su un piano ortogonale della skyline cittadina, vista da dentro e per tutta la sua estensione, ovvero da terra fino al punto oltre il quale vi è il vuoto – solo aria, solo cielo.
Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.
Per questo – anche per questo – mi perdo a osservare la città pure dove a nessun altro verrebbe di ammirarla, se non per motivi funzionali in nessun modo estetici. Personale pungolo visivo bizzarro, forse, eppure a suo modo interessante, illuminante e, come detto, identificativo.
E certo, se a ciò si aggiunge la proverbiale (ed effettiva, non leggendaria) pulizia elvetica del suolo pubblico, tanto meglio. Sui selciati la vita cittadina deve scorrere senza lasciare traccia alcuna; un’epidermide urbana ricca di imperfezioni è indubitabile sintomo di malattia (sociale)…