“Non possiamo non dirci naturalisti”. Un illuminante e pragmatico scritto di Carlo Rovelli sul pensiero contemporaneo.

Vi propongo questo illuminante articolo di Carlo Rovelli, uno tra i migliori scienziati italiani contemporanei (tale anche, a mio parere, per la capacità di compendiare nel proprio pensiero gli assunti di diverse discipline del sapere contemporaneo, e non solo), che fa il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante pressoché in tutto il mondo ma avversata in Italia. Trovo lo scritto interessante – e, appunto, illuminante, pure per chi non sia esattamente addentro alle questioni in esso trattate (anche se potrebbe sembrare un poco difficile) – perché riesce anche a tratteggiare con chiarezza lo stato della cultura contemporanea italiana ovvero certe sue alquanto opinabili peculiarità, nelle quali inevitabilmente si possono rintracciare le cause del generale degrado di esso – degrado che poi si riverbera sulla società intera, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi.
Nella necessaria riflessione sul perché l’Italia presenti problemi socio-culturali ben più gravi rispetto a buona parte delle altre nazioni occidentali ovvero della parte di mondo più avanzata, e su come essi si siano generati, questo scritto di Rovelli – anche se, lo ribadisco, non direttamente dedicato a tali questioni – rappresenta a mio modo di vedere un contributo assolutamente considerabile tanto quanto pragmatico.

Carlo Rovelli (e se cliccate sull'immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)
Carlo Rovelli (e se cliccate sull’immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)

Non possiamo non dirci naturalisti
Il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante nel mondo ma avversata in Italia. Anche da chi si autodefinisce realista.

“Naturalismo senza specchi” è un libro complesso, dove uno dei più brillanti filosofi contemporanei, Huw Price, che detiene la cattedra Bertrand Russell a Cambridge, discute una versione di quella che non è forse esagerato chiamare la filosofia dominante del nostro tempo: il naturalismo. È una versione che risponde implicitamente a molte posizioni anti-naturalistiche di casa nostra.
Il naturalismo, scrive Federico Laudisa in un recente volume intitolato appunto ‘Naturalismo’, “è diventato un quadro di riferimento generale per molte questioni filosofiche al centro dei dibattiti dell’ultimo mezzo secolo”. Come tutte le vaste tendenze di pensiero, il naturalismo non ha una definizione precisa e si declina in una varietà di forme; lo si può forse caratterizzare come l’atteggiamento filosofico di chi ritiene che tutti i fatti che esistono possano essere indagati dalle scienze naturali, e noi esseri umani siamo parte della natura, non entità distinte e separate da essa. Non è naturalista chi assume realtà trascendenti che possiamo conoscere solo attraverso forme non indagabili dal pensiero scientifico. Non è naturalista chi pensa che esistano due realtà: una natura che può essere studiata dalla scienza, e un’altra impermeabile alla scienza. Il naturalismo nasce nel pensiero classico greco, dispiegato per esempio in Democrito, rinasce dopo lungo silenzio nel Rinascimento italiano e si rafforza con i trionfi della scienza moderna. Diventa forte nel diciannovesimo secolo e oggi permea una parte vastissima della cultura mondiale. Tesi molto marcatamente naturalistiche sono state difese per esempio da Willard Quine, uno dei maggiori filosofi del ventesimo secolo. Una delle sue tesi più note ed estreme, in questo senso, riguarda la “naturalizzazione dell’epistemologia”: lo sforzo di ricondurre alle scienze naturali anche le questioni sulla natura stessa della conoscenza.
L’Italia, dopo il Rinascimento, è diventata singolarmente refrattaria al naturalismo, e lo è ancora. Nell’enciclica “Quanta Cura” di Pio IX, si condannava ferocemente “l’empio ed assurdo principio del naturalismo”. Non siamo più a questi eccessi, ma resta diffusa nel nostro paese, sia fra il pubblico che fra gli intellettuali, l’opinione magari vaga ma prettamente anti-naturalistica che “ci dev’essere ‘qualcosa’ al di là di ciò che si può studiare scientificamente”. La refrattarietà al naturalismo nel nostro paese si riflette in tutto ciò che ci distingue dalla maggior parte degli altri paesi sia occidentali sia in via di sviluppo. La nostra scuola è strutturata dall’idealismo crociano, i nostri filosofi adorano Heidegger, che non amava la conoscenza scientifica, la nostra stampa e televisione, con poche eccezioni, fanno la peggior la divulgazione scientifica del pianeta — basti pensare a “Voyager” —, il nostro parlamento non eccelle per cultura scientifica. Siamo l’unico paese del mondo dove scuole e tribunali espongono simboli religiosi, e l’unico paese, oltre forse all’Iran, dove i telegiornali raccontano ogni giorno cosa ha detto il leader religioso locale. Di naturalismo in Italia abbiamo sentito parlare quasi solo quando a scuola ci raccontavano quanto esso avesse fatto soffrire Leopardi…
In questo clima non stupisce che anche i nostri migliori intellettuali si tengano a una certa distanza dal naturalismo. Nel suo libro che al naturalismo è dedicato, Laudisa si affretta a scrivere: “non condivido il grande entusiasmo che manifesta per il naturalismo la stragrande maggioranza dei miei colleghi” —evidentemente stranieri. Laudisa rimprovera al naturalismo sopratutto di non essere in grado di rendere conto degli aspetti normativi (ed estetici) del pensiero. Più marcatamente, forse per il retaggio della tradizione culturale da cui proviene, Maurizio Ferraris, nella sua pur benemerita crociata illuminista contro le degenerazioni del pensiero che vuole leggere tutto come sola “costruzione sociale”, si affretta ad aggiungere nel suo ‘Manifesto’: “Non si tratta affatto di dire che tutte le verità sono in mano alla scienza”. Ferraris distingue realtà “naturali”, come montagne alberi e stelle, da realtà “sociali”, come contratti, valori, e matrimoni, che sono realtà, ma costruite socialmente. Pur provenendo da tradizioni di pensiero lontane, Laudisa e Ferraris vedono entrambi i limiti del naturalismo là dove inizia il pensiero umano.
Questa è esattamente la questione da cui parte Huw Price. Price lo chiama il “problema della collocazione” (‘placement’), e lo formula come la domanda di dove “collocare” nel mondo dalle scienze naturali entità come i valori morali, la bellezza, la conoscenza, la coscienza, la verità, i numeri, i mondi ipotetici, le leggi, eccetera: tutte quelle entità che sembrano meno compatibili, per esempio, con il mondo descritto dalla fisica. La risposta di Price si articola in due passi. Il primo è l’osservazione che il nostro linguaggio e il nostro pensiero non sono necessariamente rappresentazioni di qualcosa di esterno. L’osservazione è il cuore della filosofia della seconda fase di Wittgenstein: contrariamente a quanto ipotizzato dalla più diffusa teoria del linguaggio (caratteristica per esempio di Gottlob Frege, il padre della logica moderna), il nostro linguaggio e il nostro pensiero fanno ben altro che designare oggetti e proprietà di oggetti. Se guardo il tramonto e dico “che meraviglia!” alla compagna che ho accanto, non sto designando una ipotetica entità “meraviglia” che sia là, vicina al sole che tramonta. Sto esprimendo l’effetto del tramonto su di me, sto rafforzando quel legame di vicinanza con la mia compagna che viene dall’essere insieme a gioire dello spettacolo, oppure sto cercando di mostrarle qualcosa della mia intimità, o forse mille altre cose ancora, nessuna delle quali ha a che vedere con un oggetto esterno “meraviglia”. Interpretare il linguaggio come qualcosa che si riferisce necessariamente a qualcosa di esterno è creare dei falsi problemi di metafisica. Interpretare le nostre sofisticate e complesse attività linguistiche come affermazioni su una realtà esterna è l’errore che, secondo Price, genera il falso problema del “collocamento”.
Il secondo passo di Price è un sottile slittamento dell’idea centrale del naturalismo: porre l’accento sul fatto che noi, esseri umani, siamo parti della natura. E noi possiamo essere studiati dalle scienze naturali. Price lo chiama “naturalismo del soggetto”. Valori morali, bellezza, conoscenza, coscienza, la nozione di verità, i numeri, i mondi ipotetici, eccetera, non vanno compresi come arredamento metafisico del mondo, e neppure dichiarati “illusori”: vanno compresi come aspetti del comportamento di noi stessi, esseri naturali complessi in un mondo naturale complesso. Questo non toglie la possibilità di studiarli anche in forma autonoma: un matematico studia i numeri, un filosofo dell’etica studia i valori morali, e così via. Diritto, estetica, morale, logica, psicologia… sono scienze autonome. Ma i presupposti di queste discipline, e le realtà di cui si occupano non contraddicono il naturalismo, perché sono riconducibili alla coerenza generale del mondo naturale, come la chimica è compatibile con la fisica: il nostro pensiero e la nostra vita interiore sono fenomeni reali, generati da noi, creature naturali in un mondo naturale.
Molti campi vivacissimi della scienza contemporanea si concentrano oggi nello sforzo di riempire di contenuto questa intuizione: scienze del cervello, scienze cognitive, etologia, antropologia, linguistica, psicologia… Una sterminata letteratura sta crescendo, dedicata a comprendere noi stessi in termini naturali. Un testo che riassume lo sforzi per comprendere in termini evolutivi la nostra capacità di conoscere, per esempio, è “Teoria evoluzionaria della conoscenza” del filosofo tedesco Gerhard Vollmer, da poco pubblicato in Italia. C’è moltissimo che ancora che non capiamo, perché, come sempre, quello che non sappiamo è immensamente di più di quello che sappiamo, ma stiamo imparando moltissimo.
Forse curiosamente, riportare noi stessi alla nostra realtà naturale, che per Price ha radici nel pragmatismo e nel rispetto per ciò che abbiamo imparato sulla realtà grazie alla razionalità scientifica, finisce per riallacciarsi proprio alle intuizioni di Nietzsche, che per altra via sono sfociate negli eccessi del postmoderno: prima di essere animale razionale l’uomo è animale vitale (“Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo… Ogni istinto ha la sua sete di dominio.”); vero, ma anche la nostra ragione nasce da questo magma, e ne emerge come la nostra arma di gran lunga più efficace. Su questo intreccio segnalo anche un libretto di diversi anni fa proveniente da tutt’altro mondo: “Gli istinti dell’uomo” di Antonio Balestrieri. Come presidente della Società Italiana di Psichiatria, Balestrieri giocò un ruolo centrale per l’approvazione della grande riforma della legge 180, vanto dell’Italia, la legge che ha chiuso i manicomi liberando l’umanità da una grandissima sofferenza, e ha fatto scuola in tutto il mondo. Con la semplicità di chi con la mente umana, la sua forza e la sua debolezza, ci deve lavorare, Balestrieri delinea un quadro per comprendere la rete di relazioni fra istinti e ragione, e tratteggia il percorso evolutivo naturale che ci può aver portato ad essere quello che siamo, esseri di emozioni ed esseri pensanti.
In favore di questo naturalismo umile e completo il libro di Price argomenta con forza e rigore: siamo creature naturali in un mondo naturale, e questi termini ci danno il miglior quadro concettuale per comprendere noi stessi e il mondo. Siamo parte di questa natura splendida e ricchissima, di cui sappiamo ancora così poco, ma abbastanza per capire che essa è sufficientemente complessa per dare luogo a tutto ciò che siamo, compresa la nostra etica, la nostra possibilità di conoscere, il nostro sentire la bellezza, e la nostra capacità di emozionarci. Fuori di essa non c’è nulla. Per un fisico teorico come sono io, per un astronomo abituato a pensare la sterminata distesa di più di cento miliardi galassie, ciascuna formata da più di cento miliardi di stelle, ciascuna con la sua ghirlanda di pianeti, su uno dei quali noi non siamo che un fenomeno breve e fugace, granelli infinitesimi di polvere persi nel cosmo sterminato, questa non può essere che un’ovvietà. Ogni uomo-centrismo impallidisce di fronte a questa immensità. Questo è il naturalismo.

Fonti citate:
– Huw Price, “Naturalism without mirrors” (Oxford University Press, Oxford 2010)
– Federico Laudisa, “Naturalismo” (Laterza, Roma 2014)
– Maurizio Ferraris, “Manifesto del nuovo realismo” (Laterza, Bari 2012)
– Gerhard Vollmer, “Teoria evoluzionaria della conoscenza” (Ipoc, Milano 2012)
– Antonio Balestrieri, “Gli istinti dell’uomo” (La Garangola, Padova 1998).

In cammino – A Bolzano il “Festival del Camminare”, dal 23 al 25 Maggio

Per uno spazio come questo che nel blog ho voluto dedicare al camminare, ovvero alla filosofia che sta alla base di questa attività così apparentemente banale eppure, di contro, così profonda e ricca di molteplici significati (come ho spiegato nella pagina introduttiva alla sezione stessa) e pure così affine, sotto molti aspetti, alla creazione letteraria, è inevitabile segnalare un evento che proprio al camminare in ogni senso è dedicato: Il Festival del Camminare (appunto!), che si svolgerà a Bolzano (non a caso, mi viene da dire) dal 23 al 25 Maggio.

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Nella presentazione dell’evento si può leggere:

virgoletteUn festival interamente dedicato al camminare, come strumento di benessere e di conoscenza. Tre giorni di riflessioni, passeggiate, spettacoli, incontri con autori, testimonianze di camminatori e tanto altro ancora. Il tutto il più possibile itinerante. (…) Proponiamo un festival in cammino. Per scoprire che esistono tanti modi diversi di camminare. L’andare in montagna con stile alpino, cioè con escursioni per vette e per rifugi, è solo uno dei tanti.
I filosofi lo sapevano bene, che il camminare aiuta a pensare, aiuta a stare bene e a vivere in armonia. Diceva Nietzsche: “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento”; scriveva Kierkegaard a un’amica: “Soprattutto non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo”; e Rousseau invece: “Il camminare ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito”.
Il festival del camminare di Bolzano si rivolge ai cittadini di Bolzano, di lingua italiana e tedesca, con lo scopo di far loro conoscere differenti aspetti del camminare, e invogliare anche chi cammina poco a praticare questa attività; ma aspettiamo a Bolzano i camminatori di tutto il mondo, appassionati, viandanti, trekker e pellegrini provenienti da tutta Italia e dagli Stati confinanti, persone curiose, che vogliano capire di più dei meccanismi che fanno del camminare un gesto rivoluzionario, che ci scombussola e ci fa star bene, che ci cambia dentro e non sappiamo perché.
Ne parleranno psicologi, psicoterapeuti, scrittori, filosofi, artisti, guide, semplici appassionati, tutti accomunati da un fatto: camminare gli ha cambiato la vita.

Un Festival parecchio interessante, insomma, credo pure per chi non si possa o debba definire un “camminatore”. Ma, inutile dirlo, per camminare non servono patenti, permessi speciali, corsi o gavette o quant’altro. Probabilmente – e lo affermo anche per diretta esperienza personale – bisogna innanzi tutto essere spiriti liberi. Proprio come il sopra citato Nietzsche definiva gli individui di valore: in fondo, se la libertà di pensiero è la prima e più preziosa libertà a nostra disposizione, la libertà di movimento attraverso il cammino – immediatamente disponibile, appunto – è la sua più analoga e ideale “sorella”!

Cliccate sul logo del Festival per visitare il sito web e conoscere ogni dettaglio in merito.
Buon cammino verso Bolzano, dunque, oppure ovunque vogliate camminare!

Le “parole” sono le ancelle d’una Circe bagasciona (Carlo Emilio Gadda dixit)

Una difficilissima elaborazione e costruzione morale fatta di incredibili sforzi e autoinibizioni individuali e puri e leganti entusiasmi, darà una più perfetta socialità di quella in che siamo oggi immersi. […] Una lentissima costruzione morale, una grande cultura, una chiara visione di infiniti problemi tecnici, sociali, igienici, economici, morali, fisiologici, ecc., una calda passione per l’ordine e per il benessere generale e soprattutto una volontà tenace ed eroica potrà avviarci a una migliore socialità. Le parole non bastano e sdraiarsi nel comodo letto della vanità ciarliera è come farsi smidollare da una cupa e sonnolenta meretrice. Le ‘parole’ sono le ancelle d’una Circe bagasciona, e tramutano in bestia chi si lascia affascinare dal loro tintinno.

(Carlo Emilio Gadda, Meditazione milanese, 1a ed. a cura di G.C. Roscioni, Torino, Einaudi, 1974.)

Gadda, il quale – inutile dirlo – fu uno dei maggiori geni letterari del Novecento italiano, cercò anche di fornire alla propria scrittura e alla lettura di essa una base di natura filosofico-teoretica, la quale tuttavia ebbe una genesi piuttosto travagliata, con diverse versioni mai portate a termine. Quello che poi è divenuto il testo reperibile (con difficoltà, a dire il vero) in libreria uscì postumo, e non è altro che la messa su carta stampata delle annotazioni appuntate nei suoi quaderni circa i temi sui quali rifletteva nel mentre che scriveva i suoi romanzi. Una Meditazione milanese che non è di sicuro il primo testo di Gadda che viene in mente di leggere, ma nella sua particolarità è senza dubbio un’opera che aiuta molto a comprendere come scriveva il grande autore milanese, cosa scriveva e perché scriveva in quel modo.

In cammino – Francesco Careri, “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”

P.S. (Pre Scriptum!): per avere informazioni su questa sezione del blog, cliccate QUI.

Quello di Francesco Careri è un altro dei testi (Einaudi, 2006) a mio parere fondamentali per definire in maniera consona oltre che scientifica un concetto contemporaneo della pratica del camminare.
Camminare che, in tal caso, è pratica in primis urbana – e già qui appare la particolarità del testo di Careri, per come ordinariamente il cammino sia un’attività che viene spontaneo associare a territori non urbanizzati e antropizzati, piuttosto che ai paesaggi supermotorizzati delle città. Ma il principio di base (di matrice archeologica) della riflessione di Careri viene comunque dal transito nel territorio dell’uomo, dal suo lasciare tracce riconoscibili, che permettono la relativa riconoscibilità (e l’identificazione) del territorio stesso: cosa che l’autore ritiene assolutamente indispensabile anche nella città postmoderna contemporanea, ove si direbbe che gli elementi identificativi siano già in (sovr)abbondanza, interrogandosi “sulla possibilità di ripensare la vita nelle metropoli contemporanee come una vita strutturalmente nomade, dove anzi il nomadismo è l’unica possibile alternativa a quello che alcuni definiscono (e lo stesso Careri non sembra del tutto estraneo a quest’impostazione) un governo biopolitico della popolazione.
Vi presento Walkscapes, Camminare come pratica estetica attraverso il bell’articolo scritto da Dario Cecchi e pubblicato nel “Giornale di Filosofia“: cliccate sul link appena superato oppure sulla copertina del volume per leggere l’originale.

virgoletteFrancesco Careri è architetto ed insegna Arte civica (così ha preferito ribattezzare la public art) all’Università di Roma Tre. Ma non si tratta di un architetto qualsiasi: sarei tentato di dire che Careri non costruisce né progetta alcunché. Si può essere architetti senza costruire? È precisamente la sfida che Careri porta avanti, non da solo, ma con il collettivo Stalker/Osservatorio Nomade, che da diversi anni opera a Roma e non solo. Alcuni di voi conosceranno già sicuramente Stalker. Il gruppo comunque, è bene ricordarlo, nasce ispirandosi al movimento studentesco della Pantera e a quella pantera imprendibile, che terrorizzava la metropoli di Roma apparendo ora qui ora lì senza che si riuscisse a catturarla, continua in qualche modo ad ispirarsi Stalker. E qui veniamo all’argomento del libro, Walkscapes. Camminare come pratica estetica. Gli Stalker camminano, ma non si limitano a passeggiare per la città dei monumenti, delle piazze, dei grandi viali, dei parchi. La loro pratica è “estrema”, è un tentativo di “mappare” la città dal di dentro, di scoprire com’è possibile vivere la città – in particolare le sue periferie – al di fuori degli spazi progettati dagli architetti, che troppo spesso sono diventati i simboli di cop_walkscapesun’invivibilità delle grandi metropoli. È possibile raggiungere Roma da Tivoli a piedi, passando per dei percorsi alternativi alla strada che inevitabilmente dovremmo percorrere in auto? Per gli Stalker è possibile, è questione di sperimentazione sul campo e di scoperta di spazi sconosciuti, che sono però, forse, gli spazi dell’autentico incontro nei quartieri ai margini delle grandi città.
In questo testo Careri vuole dar conto delle premesse storiche e concettuali di questo approccio alla conoscenza della città. L’autore parte dal racconto biblico di Caino e Abele. Caino è l’agricoltore, lo stanziale (il termine ebraico kanah significa “possedere” o “governare”, ricorda Careri, e, aggiungo io, ha un essenziale riferimento alla manipolazione tecnica); Abele è il pastore, il nomade ancora in contatto con le cose quali esse si mostrano all’uomo (hebel vuol dire “fiato”, “vapore”). Caino è, potremmo dire, il bravo ragazzo, ma le sue povere offerte sono sgradite a Dio in confronto ai ricchi sacrifici di animali di Abele. Di qui l’invidia, l’uccisione del fratello e, per Francesco Careri, l’originario dissidio tra “nomadi” e sedentari. Si sente in queste pagine l’eco di un debito verso Deleuze; tuttavia il libro conserva sempre un’impronta agile e fresca, senza lasciarsi irretire nel gioco della citazione colta.
Il nomadismo diventa perciò un’istanza di re-visione dello spazio urbano che non passi attraverso l’aggiunta di nuove costruzioni. Non si può parlare per questo di architettura in senso stretto per Stalker e l’ibridazione (di pratiche, di stili, proposte e ricerche teoriche) diventa la cifra della sua azione sul territorio. In questo senso Careri individua una precisa generalogia nella storia dell’arte nell’ultimo secolo. Il 14 aprile 1921 Dada organizza la prima visita ad un luogo banale della città: la chiesa di Saint-Julien-le-Pauvre, a Parigi, che sarà il primo gesto per scardinare un’idea “auratica” di arte. Tre anni dopo i surrealisti, nati dall’esperienza di Dada, danno vita alla “deambulazione”, che sarà sia urbana che extra-urbana. L’idea di fondo di Breton, che guida il gruppo, è quella di dar voce alla “città inconscia”. Saranno i lettristi negli anni ’50 a dare per la prima volta importanza all’aspetto di una pratica artistica che non lascia tracce visibili, mentre i situazionisti si allontaneranno dai lettristi, dando vita di nuovo a delle “psicogeografie”.
Particolarmente interessante è l’esperimento di New Babylon, che l’Internazionale situazionista portò avanti ad Alba nel 1956: si trattava di una città-labirinto predisposta per accogliere ed ospitare una comunità zingara che una volta l’anno, per un certo periodo, sostava ad Alba. Città perciò nomade nella sua stessa costituzione ed aperta all’accoglienza di chi non si plasma sulla forma del luogo che gli è stato assegnato come abitazione, ma che al contrario chiede uno spazio aperto da “disegnare” con la propria presenza. È quello che in chiave artistica porterà poi avanti, e con questa esperienza si conclude la carrellata genealogica di Careri nella storia dell’arte, la cosiddetta land art, in particolare americana (di cui facciamo almeno un nome: Richard Long), che fa assurgere il passaggio in un luogo ad opera d’arte. Nella sua forma più avanzata questa pratica (a questo punto, liberi dalla pretesa rivoluzionaria che avevano ancora i situazionisti, possiamo parlare di pratica) non lascia più nemmeno una traccia effimera sul terreno e tutto viene affidato ad una documentazione, perlopiù fotografica, che già non è più l’opera d’arte. Qui posso riallacciarmi ad alcune considerazioni iniziali dell’autore per trarre alcune conclusioni. La pratica del camminare viene letta da Careri alla luce dell’archeologia, ricollegandola all’elevazioni di menhir da parte di molte antiche civiltà. Il menhir viene visto come il segno di un passaggio, che necessariamente incidiamo nella memoria (e Derrida ci ha insegnato che non c’è memoria se non nella protesi di memoria). Questo significa, aggiungo io, che non si può pensare la percezione se non come sempre insieme riconoscimento. Riconoscimento di un luogo che è già stato visitato, ma anche riconoscimento della presenza di un altro (e perciò riconoscimento dell’altro), secondo la modulazione che Careri dà del menhir da luogo di passaggio a luogo di culto o luogo d’incontro dei differenti gruppi umani in movimento. I walkscapes sono perciò landscapes, paesaggi, letteralmente “pezzi di terra” non posseduta, ma vista, attraversata: i walkscapes sono, potremmo dire, pezzi di cammino che ci servono a ricostruire la geografia di un luogo, la metropoli, altrimenti inimmaginabile (nel senso del sublime matematico kantiano, come già Stefano Catucci in un volume in collaborazione con Stalker sottolineava).
Il libro di Francesco Careri va letto perciò lasciandosi sollecitare e un po’ affascinare da questi continui rimandi alle avanguardie, all’archeologia, all’architettura, secondo una schema che è facilmente individuabile ormai come un classico, il movimento cioè dalla riscoperta di una condizione primitiva alla ridefinizione della condizione umana moderna. Questo volume dev’essere per questo letto come un tentativo di articolare una lunga esperienza sul campo, dandole un più forte fondamento teorico. Questo libro è sicuramente un invito a conoscere meglio e magari partecipare, visto che è possibile, ad una delle “azioni” sul campo di Stalker, ma anche soprattutto ad interrogarsi sulla possibilità di ripensare la vita nelle metropoli contemporanee come una vita strutturalmente nomade, dove anzi il nomadismo è l’unica possibile alternativa a quello che alcuni definiscono (e lo stesso Careri non sembra del tutto estraneo a quest’impostazione) un governo biopolitico della popolazione.
(Dario Cecchi, Giornale di Filosofia, 18/07/2006)

In cammino – Henry David Thoreau, “Camminare”

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E’ praticamente inevitabile iniziare l’analisi delle opere letterarie dedicate all’andare a piedi con Thoreau, e con la sua opera più programmatica – fin dal titolo – sul tema: Camminare (orig. Walking, 1863; l’edizione italiana più recente sul mercato è di Mondadori).
Ve la presento attraverso l’articolo di Angelo Franchitto tratto dal sito thoerau.it – potete leggere la versione originale QUI – limitandomi ad aggiungere che della conoscenza del fondamentale pensiero di Thoreau, e non solo riguardo al camminare, c’è sempre più un gran bisogno, oggi…

cop_Thoreau-CamminareCAMMINARE: “Viaggio alla scoperta della natura e di sé”
Camminare è una raccolta di pensieri elaborati da Thoreau durante le sue lunghe escursioni solitarie nella natura selvaggia, che l’autore registra a mo’ di diario, come esperienze di vita, e che trascrive in un libro del 1862 poco prima di morire.
Si tratta di uno splendido resoconto, in cui emerge nell’autore l’influenza positiva della Natura, considerata “guaritrice” di tutti i mali dell’animo umano.
Quest’opera trasmette, al lettore, il desiderio, proprio di Thoreau, di inoltrarsi nella foresta per allontanarsi da tutto ciò che caratterizza la vita in società, e arrivare là dove non c’è nulla di contaminato dall’uomo, solo la foresta (la Natura) e il proprio sé; dove non esiste la fretta, la lotta, i ritmi frenetici, ma solo armonia.
Ci troviamo di fronte ad un libro che ci mostra la vita come uno stato selvaggio.
Il libro e lo stesso pensiero di Thoreau “vivono” in un mondo in cui la natura rievoca i grandi spazi vergini delle terre degli Stati Uniti. Spazi in cui non vi è ancora avanzata la società civile, e di conseguenza non sono stati corrotti dalle città e dagli uomini.
Camminare diventa la possibilità di stare nella natura, e rinnovare il contatto con essa, e riconoscere che noi (intendendo il genere umano) apparteniamo alla natura.
Ma questo significa anche che contemporaneamente l’uomo, tornando al contatto originario e selvaggio con la natura, prende una posizione di disubbidienza nei confronti delle norme e delle costrizioni che la società consolida intorno all’individuo.
Thoreau, nel libro, che idealmente può essere suddiviso in quattro parti, dedica una sezione all’arte del camminare. Una pratica affinata pian piano, nel corso delle escursioni compiute da solo o in compagnia di Hawthorne, Channing ed Emerson.
Camminare è, secondo Thoreau, una dimensione, che riguarda la tensione pura e selvaggia, che manca alla letteratura inglese; riferendosi ad autori come Chaucer, Spenser, Milton e anche Shakespeare. La tensione di Thoreau è più vicina alla mitologia, è prossima al trascendimento dell’ordine sociale e culturale.
Dopo che nel 1845 ebbe costruto con le sue mani una capanna di legno in una località isolata presso il lago Walden, al fine di sperimentare le importanti evoluzioni psico-fisiche cui porta il contatto con la natura selvaggia, Thoreau capì che non basta vivere in mezzo agli alberi e alle paludi, ma bisogna, anche e soprattutto, camminare. Iniziò così, ogni giorno, a camminare dalla sua capanna nei boschi, dirigendosi ogni volta in una direzione diversa per almeno quattro ore, ritenendo una giornata persa quella in cui non avesse camminato.
Per Thoreau, camminare non significa mettere passivamente un passo dietro l’altro. Non è importante neppure vedere il semplice aspetto salutista, anche se sono da prendere in considerazione le conseguenze benefiche che la pratica del camminare ha sul corpo e sull’inquietudine nervosa.
Secondo il pensiero di Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dai propri pensieri quotidiani (ritenuti banali), e arriva invece a guardare dentro di sé, a cancellare tutti i suoi pensieri, e diventare una sorta di tabula rasa che gli permetta di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali intorno a lui. Insomma il “camminatore è colui che riesce a realizzare un legame simbiotico con la natura tutta nel suo essere incontaminata e selvaggia”, e che sia quindi in grado di collegare l’individuo con la parte vera di sé.