Quali soluzioni per l’overtourism in montagna?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Il dibattito sul tema dell’overtourism nelle località montane si fa a ogni stagione sempre più ampio e articolato, evidenziando la criticità ormai innegabile del problema. Ora il dibattito si placherà, visto che l’estate è terminata, ma non sarà che la quiete dopo una tempesta e prima delle prossime, forse ancora più intense. Fatto sta che il problema, pur con tutti distinguo del caso, è ormai lampante, le soluzioni nel breve termine invece molto meno, nel senso che in buona sostanza non si capisce ancora bene quali potrebbero essere e quanto sarebbero efficaci, se applicate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Ovvio che qualcuno potrebbe denotare che la soluzione primaria da mettere in atto è la diffusione di una maggiore e più consapevole cultura del turismo sia tra gli ospiti e sia tra gli abitanti e gli operatori economici delle località coinvolte, con gli annessi e connessi di vario genere che ciò significa. Ma questo è un processo – comunque fondamentale da attuare, sia chiaro – che richiede tempo, mentre per certi versi la situazione impone il bisogno di elaborare provvedimenti che, se non già risolutivi, possano mitigare le conseguenze già riscontrate nell’attesa di porre in opera strategie più organiche e articolate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Dunque, a fronte di fenomeni di sovraffollamento turistico a volte così ingenti da generare problemi concreti ai territori che li subiscono e a chi ci vive, e fermo restando che la soluzione non possa logicamente essere l’aumentare i parcheggi, allargare le strade, costruire nuovi alloggi eccetera, come se lo spazio montano a disposizione fosse inesauribile e totalmente da asservire alle esigenze turistiche (seppur non pochi amministratori pubblici di montagna lo pensano, inauditamente!), che si può fare in concreto?

Aumentare le tasse di soggiorno e istituire ticket d’ingresso alle località per il turismo giornaliero (come stanno pensando di fare alcune località in Svizzera, ad esempio)? Contingentare i posti letto negli hotel e i coperti nei punto di ristoro? Elaborare la capacità di carico turistica di ogni località e farne una regola giuridica assunta come limite dal Comune locale? Fissare di conseguenza numeri chiusi da gestire con appositi “varchi” (dove sia possibile) all’ingresso delle località?

E, qualsiasi possa essere la soluzione, come poi si possono mettere in equilibrio le presenze turistiche, la libertà d’impresa, il benessere della comunità locale, la tutela ambientale e del paesaggio? Può essere possibile fare ciò oppure obiettivamente è pura utopia?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
In ogni caso, tra mille domande e dubbi una cosa è innegabilmente certa: qualche soluzione va trovata, e in fretta, se non si vuole rischiare situazioni come quelle delle immagini che vedete (sono opere di Alessandro Ghezzer, create con l’IA e tratte dalla sua pagina Facebook). Ne va della sorte delle nostre montagne e di chi le abita mantenendole vive.

«Benvenuti nell’era dell’overtourism!»

[Immagine proveniente dalla Val Badia, tratta dalla pagina Facebook di Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige.]

Non esiste più differenza tra mare, montagna o città. Quello che conta oggi è ostentare quello che si fa, purché sia un posto famoso da esibire come trofeo di viaggio. Nella testa delle persone questo dà un certo prestigio, che a volte viene esternato tramite le reti sociali. Il meccanismo psicologico è lo stesso, per questo si è appiattito tutto: non si riesce più a comunicare che la montagna, per tanti motivi, è diversa dal mare e dalla pianura.
Si tratta di un turismo che in sociologia si chiama “di performance”, di prestazione, che viene amplificato secondo diversi canali. Un turismo di consumo, che però non rappresenta una novità: saranno almeno trent’anni che è in atto, probabilmente anche molto di più andando indietro nella storia. Già in passato sono subentrate nel lessico comune frasi come “Ho fatto il Messico, ho fatto il Brasile”. C’era già il germe della prestazione, che in una società come la nostra, che assegna un enorme valore all’individualità, premia le imprese individuali. Il turismo non bisogna studiarlo solo dal punto di vista economico, delle ricadute, dell’indotto, dei guadagni, ma anche dal punto di vista delle scienze umane. Rispecchia gli orientamenti della nostra società, che non è messa molto bene, a mio parere.

Duccio Canestrini, docente universitario e antropologo culturale, in alcuni passaggi dell’intervista di Alessandro Michielli in Benvenuti nell’era dell’overtourism sul “Corriere delle Alpi” (corrierealpi.gelocal.it) del 15 agosto 2024, ripresa su “GognaBlog” di Alessandro Gogna il 5 settembre 2024, dove la potete leggere nella sua interezza.

Canestrini, uno che il turismo e le sue fenomenologie li conosce come pochi altri in Italia dato che li studia (e insegna) da decenni, offre una illuminante – seppur succinta, dato lo spazio concesso dal quotidiano – analisi del turismo montano contemporaneo e dell’impatto culturale, sociologico e psicologico che ormai sta cagionando alle zone coinvolte dai flussi turistici più ingenti.

La sua analisi mi fa pensare a come per le comunità di montagna, già alle prese con problemi diversi e a volte annosi (in Italia le montagne continuano a restare territorio al margine del “paese reale”) e per le quali il turismo è stato e potrebbe ancora rappresentare un elemento variamente benefico, lo stesso sia ormai diventato un ennesimo elemento di frizione quando non già di rottura. Da una parte chi con il turismo ci lavora, e vorrebbe lavorare (cioè guadagnare) sempre di più, e molte amministrazioni pubbliche che lo utilizzano come strumento di politica e di propaganda, dall’altra i residenti che invece non ci lavorano oltre a quelli che, a prescindere da interessi economici diretti, restano sensibili alla salvaguardia – non solo ambientale – dei luoghi e dei territori abitati.

È un contrasto per certi versi inevitabile, anche per come ancora poco si faccia in concreto per regolamentare realmente i flussi turistici troppo ingenti, per altri versi esacerbato strumentalmente, per altri ancora che sarebbe largamente scansabile se, appunto, le comunità in questione non fossero già tribolate da altre criticità minanti la coesione sociale e civica e riuscissero a convergere su un pensiero e una strategia comuni che consentano flussi turistici consoni ai luoghi al contempo salvaguardandone l’integrità materiale e immateriale, quella che poi contribuisce a definire l’identità stessa delle comunità coinvolte e dunque, guarda caso, agevolandone la coesione nonché, facilmente, la consonanza d’intenti.

In ogni caso, la cosa più certa di tutte è che tale situazione si è ormai fatta problema sempre più critico col passare delle stagioni turistiche, e che dunque diventa ormai urgente una sua gestione finalmente razionale, elaborata, approfondita, indipendente dai “desiderata” di questa o quella categoria e innanzi tutto attenta ai territori, ai paesaggi e alle geografie umane che li abitano. Attenta soprattutto alle montagne, insomma.

Alla faccia della siccità

Condivido pienamente e rilancio la denuncia che qualche giorno fa l’amico Michele Argenta ha diffuso, ad esempio sulla sua pagina Facebook dalla quale l’ho tratta.
Continuare a leggere o sentire sui media d’informazione gli allarmi, anche istituzionali, per la grave situazione di siccità che già si presenta in Nord Italia e lungo le Alpi scarsamente innevate e per quanto di ancora peggio potrebbe avvenire la prossima estate se non vi saranno precipitazioni abbondanti, e al contempo leggere che i comprensori sciistici continuano a consumare acqua per produrre neve artificiale come se nulla fosse, per di più annunciando di farlo con un tono che suona alquanto presuntuoso, non è definibile come “criminale” solo perché non esistono leggi che lo sanciscono. Ma dal punto di vista morale, ambientale, culturale, civico, un comportamento del genere dettato dalla mera volontà di salvare i propri tornaconti a dispetto di qualsiasi altra cosa e di chiunque altro che dall’industria sciistica non tragga benefici, è difficile non definirlo delinquenziale. Pur cercando (con sforzi immani) di comprendere le ragioni dei gestori delle piste da sci, ma senza per questo potersi alienare dalla realtà dei fatti o fregarsene del tutto come essi sembra facciano pervicacemente.

Ecco: ormai lo sci, per come spesso si manifesta, oggi pare sempre più un’alienazione rispetto alla realtà montana. Non altro di presumibilmente positivo, tutt’altro.