
Aveva anche un titolo provvisorio, “Il manuale del piccolo cinico”, già.
Ecco, questa ad esempio è la voce “Ragione”:
La “ragione” è quella cosa che, quando non la si possiede, fa credere di avere sempre ragione. Ora, ampliate questa semplicissima evidenza al nostro mondo e applicatela a tutti quelli che si riconoscono il diritto di imporvi la “verità”: constaterete quanta poca ragione vi sia in costoro che credono di avere per sé tutte le ragioni per pretendere di avere sempre ragione! Visto che chi crede di avere sempre ragione si ritiene depositario infallibile della “verità”, è diretta conseguenza a ciò il fatto che la stessa pretesa e indiscutibile verità scaturisce da una mancanza di fondo di ragione, e dunque è viziata fin dal principio dal potenziale errore, che in tale ambito si può definire in due modi: o falsità, o colpa – la prima forse anche frutto di inconsapevolezza (la buona fede dell’ignorante, che peraltro è spesso più nociva di altre dacché lascia ben poco spazio alla ritrattazione, nel piccolo e misero intelletto che la sostiene), la seconda sempre di malizia e malvagità – ma che entrambe, infine, per quella semplice evidenza posta all’inizio della presente disamina, dominano il nostro mondo con la violenza di un continuo, perenne scempio della verità effettiva. Qual è, dunque, la caustica e triste conclusione di ciò? Che avere la vera ragione diventa un torto, in questo mondo dove quelli che pretendono la “ragione” sono invero nel torto!

Da tempo sostengo con grande fermezza che qualsivoglia attività di natura “politica” (intendendo ciò nel suo senso contemporaneo più diffuso ovvero di gestione della cosa pubblica – anche se, a ben vedere: quale pubblica azione, in quanto tale, non assume sempre una valenza politica piccola o grande, quando attuata in un ambito sociale?) non può stare in piedi se non viene costruita su solide basi culturali – che “solide” diventano e si mantengono quando siano il più ampiamente condivise e comprese. In questo caso sì, il “gesto politico”, sia esso individuale o pubblico/istituzionale, gestisce veramente la polis e ne sviluppa concretamente la realtà; altrimenti resta un mero esercizio di stile oppure soltanto una sgarbata perdita di tempo. D’altro canto, posto proprio quanto ho denotato nella parentesi poco sopra, qualsiasi azione culturale anche più di tante altre è azione politica, anche perché “cosa pubblica” è sia il relativo patrimonio materiale (arti, mestieri, prodotti culturali nonché monumenti e opere di carattere affine) sia quello immateriale (saperi, conoscenze, nozioni, saggezze, dottrine di pensiero…), dunque ogni iniziativa che realizzi e/o attivi tali elementi con effetti diffusi, cioè pubblici/collettivi, è inevitabilmente (e fortunatamente, aggiungo) anche un’azione politica.