La ragione

[Photo credit: Mushki Brichta – CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0).]
P.S. (Pre Scriptum): siccome a fine anno si fa pulizia anche tra le innumerevoli cartelle di files accumulate nei mesi precedenti, e siccome nel fare ciò spesso saltano fuori altre cartelle delle quali nel mio caso mi sfugge il ricordo, nei giorni scorsi ne ho trovato una con i testi di quella che doveva essere una specie di scritto simil-filosofico, un dizionario dei cui termini fornivo significati “alternativi” e non ordinari, per così dire. Uno scritto di più di dieci anni fa, quando leggevo moltissima filosofia, mai terminato che tuttavia, per il solo fatto di essere messo lì, nero su bianco (digitalmente, certo), fissa un certo tempo, un momento della vita, i relativi moti della mente e dello spirito, una visione del mondo attorno e di quello dentro e la conseguente sensibilità di quei giorni.
Aveva anche un titolo provvisorio, “Il manuale del piccolo cinico”, già.
Ecco, questa ad esempio è la voce “Ragione”:

La “ragione” è quella cosa che, quando non la si possiede, fa credere di avere sempre ragione. Ora, ampliate questa semplicissima evidenza al nostro mondo e applicatela a tutti quelli che si riconoscono il diritto di imporvi la “verità”: constaterete quanta poca ragione vi sia in costoro che credono di avere per sé tutte le ragioni per pretendere di avere sempre ragione! Visto che chi crede di avere sempre ragione si ritiene depositario infallibile della “verità”, è diretta conseguenza a ciò il fatto che la stessa pretesa e indiscutibile verità scaturisce da una mancanza di fondo di ragione, e dunque è viziata fin dal principio dal potenziale errore, che in tale ambito si può definire in due modi: o falsità, o colpa – la prima forse anche frutto di inconsapevolezza (la buona fede dell’ignorante, che peraltro è spesso più nociva di altre dacché lascia ben poco spazio alla ritrattazione, nel piccolo e misero intelletto che la sostiene), la seconda sempre di malizia e malvagità – ma che entrambe, infine, per quella semplice evidenza posta all’inizio della presente disamina, dominano il nostro mondo con la violenza di un continuo, perenne scempio della verità effettiva. Qual è, dunque, la caustica e triste conclusione di ciò? Che avere la vera ragione diventa un torto, in questo mondo dove quelli che pretendono la “ragione” sono invero nel torto!

“Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola!” (cit.)

Negli anni trenta Hanns Johst, presidente della Camera della Cultura del Reich e delle organizzazioni degli scrittori tedeschi, aveva sintetizzato il concetto in questo verso della sua opera Schlageter: “Ogni volta che sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia pistola”

(Citazione tratta da quest’articolo in cui si dà conto dell’attuale situazione della cultura in Libia. Per saperne di più su Hanns Johst, cliccate qui.)

C’è solo da augurarsi che tempi tanto bui come quelli in cui Johst, da riferimento politico per la cultura del Terzo Reich (e, incidentalmente, da drammaturgo), si poteva permettere di scrivere cose simili – pur calandole in un ambito teatrale e facendole passare per un’esaltazione apologetica dell’eroismo guerresco nazista – non tornino mai più.

Tuttavia, la sensazione di un permanente contrasto, ovvero di una sostanziale antinomia tra produzione culturale e potere politico è sempre vivida: siano essi da ritenersi biecamente strategici, come certe evidenze potrebbero far ritenere, oppure il frutto di una mera ignoranza e dell’incapacità cronicizzata di comprendere la cultura come un volano fondamentale per ogni società avanzata, anche dal lato economico.

D’altro canto mi viene da pensare che il citato contrasto tra i due elementi è circostanza forse inevitabile e sostanzialmente irrisolvibile: ove la cultura è (quasi) sempre sinonimo di libertà – di pensiero e non solo – il potere politico si configura spesso come tale nel senso meno democratico: autorità, egemonia, predominio. Qualcosa che mai potrà trovare una qualsiasi forma di equilibrio armonizzazione con la libertà (della cultura) e la cultura (della libertà), che a loro volta nulla hanno a che fare con egemonia e predominio – nonostante siano il potere più autorevole e totale (dacché il meno egemonico) a disposizione dell’essere umano.

In buona sostanza, e come la storia dimostra bene, quanto più è forte e arrogante il potere politico, quanto più la cultura fatica a salvaguardarsi e proliferare; quando invece la cultura trova una condizione favorevole per manifestarsi e diffondersi, è dove l’egemonia politica è meno autoritaria e coercitiva.

Ora si tratterebbe solo di “stabilire” se possa avere maggior fortuna la società dell’un tipo o dell’altro, ma credo che pure su tale questione la storia ci abbia dato da tempo una risposta pressoché inequivocabile e continui a darcela, posta la solita incapacità dell’uomo di comprenderla e ricavarne le debite conseguenze. Una mancanza di cultura anche questa, in fondo.

Sulla profonda (e forse ormai insanabile) frattura tra politica e cultura

Da tempo sostengo con grande fermezza che qualsivoglia attività di natura “politica” (intendendo ciò nel suo senso contemporaneo più diffuso ovvero di gestione della cosa pubblica – anche se, a ben vedere: quale pubblica azione, in quanto tale, non assume sempre una valenza politica piccola o grande, quando attuata in un ambito sociale?) non può stare in piedi se non viene costruita su solide basi culturali – che “solide” diventano e si mantengono quando siano il più ampiamente condivise e comprese. In questo caso sì, il “gesto politico”, sia esso individuale o pubblico/istituzionale, gestisce veramente la polis e ne sviluppa concretamente la realtà; altrimenti resta un mero esercizio di stile oppure soltanto una sgarbata perdita di tempo. D’altro canto, posto proprio quanto ho denotato nella parentesi poco sopra, qualsiasi azione culturale anche più di tante altre è azione politica, anche perché “cosa pubblica” è sia il relativo patrimonio materiale (arti, mestieri, prodotti culturali nonché monumenti e opere di carattere affine) sia quello immateriale (saperi, conoscenze, nozioni, saggezze, dottrine di pensiero…), dunque ogni iniziativa che realizzi e/o attivi tali elementi con effetti diffusi, cioè pubblici/collettivi, è inevitabilmente (e fortunatamente, aggiungo) anche un’azione politica.

Sotto tali aspetti non posso dunque non imputare alla politica attuale altre gravi colpe (ennesime!), più di quanto si possano di contro imputare alla cultura (che non è senza peccato, senza dubbio, ma la cui storia non presenta certo la tremenda devianza che l’ambito politico ha subìto da parecchio tempo a questa parte). Due, le colpe suddette: la prima, di aver ormai scelto di non costruire più la propria iniziativa su basi culturali, preferendo invece la più bieca demagogia a meri fini oligarchici e/o sostanzialmente monocratici (nonché le “propagande” astratte ai fatti culturali concreti), come se l’azione politica non producesse (volente o nolente) cultura; la seconda, speculare alla prima, di aver negato qualsiasi proprio supporto “naturale” alle azioni culturali, come se la cultura non fosse una fondamenta imprescindibile di qualsiasi società civile ma, anzi, qualcosa di fastidioso, da togliere di mezzo il più rapidamente possibile.

C’è ormai, insomma, una profonda frattura tra cultura e politica: una cesura tanto netta quanto irrazionale e non so quanto sanabile, a tal punto, quale può essere quella di una madre con la propria figlia. La seconda rifiuta le saggezze e gli insegnamenti della prima per darsi alla “bella vita”, ma non capisce che la bellezza apparente è in verità profonda alienazione: di quelle che, superato un certo limite, divengono demenza definitiva.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La pianta è incolpevole!

vignetta-fumetto-incidente_01Avevo davanti un tizio in auto, oggi sulla statale, che in duecento metri o poco più di strada ha commesso più infrazioni di un difensore falloso e ubriaco in area di rigore: si è immesso sulla carreggiata senza indicatore di direzione procedendo poi a 30 km/h, non ha dato la precedenza a un pedone già sulle strisce, infine ha di nuovo svoltato senza indicatore di direzione. Beh, mi è venuto spontaneo di abbassare il finestrino e urlargli di andare a schiantarsi contro la prima pianta a lato della strada.

Poi però, me ne sono pentito. Mi sono detto che no, non era giusto, avevo esagerato. La pianta non aveva fatto nulla di male, che c’entrava lei con un incivile del genere?

Un palo, ecco. O un muro, bello resistente. Meglio.