Il dolce piacere della scelta di un libro da leggere

Tutti potremmo però concordare che il mezzo di diffusione culturale per eccellenza è stato ed è tutt’ora, nonostante internet e e-book vari, il libro. Niente più dell’opera scritta, credo, possa rappresentare la cultura. Il “lettore di professione” non può stare troppo tempo senza un libro nelle immediate vicinanze dei suoi occhi e quando si sta avviando a concluderne uno spesso sta già pregustando il successivo. Lo spazio temporale interposto tra la lettura di due libri non può che essere minimo, quanto basta per il respiro necessario prima di una lunga immersione.
La libreria è il posto dove si acquistano i libri, ma parlarne solo in questi termini è riduttivo. Chi va a comprare le sue letture sa bene che l’arrivo alla cassa è solo la fase finale e materiale di un processo che si avvia ben prima e che di materiale ha ben poco. Scegliere un libro per il proprio piacere può essere un lungo ed inestimabile processo mentale che può avere avuto luogo già prima di entrare in libreria oppure può avvalersi del classico ed incomparabile girovagare tra gli scaffali in cerca di non si sa bene cosa e, anche quando lo si scopre, non sempre diventa un buon motivo per rinunciare all’esplorazione. Il prendere in mano un volume e toccarne la sua consistenza dà quasi l’idea di possedere la cultura, idea innocentemente falsa, ma potentemente simbolica.

Mario De Maglie, su Il Fatto Quotidiano del 20/10/2012.

DeMaglie_fotoInoltre – mi permetto di aggiungere a quanto scritto da De Maglie (con cui concordo al mille-per-cento: serve rimarcarlo?!?) – gli occhi, lo sguardo, le mani e i pensieri che scorrono sugli scaffali della libreria e sulle spalle dei libri ricercando un impulso anche minimo che faccia scattare l’interesse e, poi, la volontà di far proprio uno o più di quei volumi, è come un’esplorazione a volo d’uccello su un mondo intero e anche più, ovvero in tutto quello di reale e di fantastico che vi può stare tra un libro e l’altro e tra le pagine di ciascuno di essi… Non so, ma quando mi ritrovo a deliziarmi di tali momenti, mi sento veramente come fossi un esploratore che, per un inopinato e meraviglioso prodigio, avesse mondi interi davanti a sé, li potesse vedere tutti quanti insieme e scoprire in pochi e intensi attimi, per decidere poi da quale partire con l’esplorazione, appunto.
Anche per questo le librerie sono luoghi unici – mi ricollego all’articolo pubblicato lo scorso martedì 5 Marzo sulla desolante estinzione delle librerie indipendenti, e in effetti la stessa citazione di De Maglie la traggo da un articolo nel quale ha raccontato della chiusura di una storica libreria di Firenze, la Edison… E luoghi unici lo sono ancora di più, lo ribadisco, quelle librerie in cui il libro è ancora custodito per ciò che è, un piccolo/grande tesoro, e non come un mero “bene” di consumo, un oggetto di valenza pari a quella di qualsiasi altra che si possa trovare in un ipermercato, e venduto con pari mentalità. Un tesoro il cui valore non si smarrirà mai, soprattutto se sapremo sempre riconoscerlo e apprezzarlo.

La Provincia di Bergamo e le sue biblioteche: una realtà della quale ci si può (quasi sempre) vantare

Come forse già saprete, collaboro da tempo con il mensile on line di cultura e informazione InfoBergamo, il primo e più letto periodico di tal genere della città lombarda, occupandomi di argomenti legati al mondo della letteratura e dell’editoria. Stante la “genetica” bergamasca del mensile, e nonostante la sua vocazione sia tutt’altro che “localista”, ogni tanto dedico il mio spazio e focalizzo l’attenzione sul panorama locale, analizzandone le realtà anche in veste di più prossimo “campione statistico” facilmente assimilabile a tante altre realtà locali di simile scala ma nell’essenza di quanto trattato anche, più in generale, all’intero panorama nazionale.
Posto ciò, nell’ultimo numero disponibile di InfoBergamo ovvero il nr.104 di Gennaio 2013 il mio contributo/sguardo sul mondo letterario, che di seguito qui vi presento, si intitola “La Provincia di Bergamo e le sue biblioteche: una realtà della quale ci si può (quasi sempre) vantare“, e da subito credo ne risulti evidente il tema trattato: un’analisi tanto rapida quanto illuminante sul sistema bibliotecario bergamasco basata sui dati ottenibili dall’Anagrafe delle biblioteche lombarde, il servizio offerto dalla Direzione Generale per l’istruzione, la formazione e la cultura della Regione Lombardia. Un focus di interesse locale, certamente, ma io credo assai significativo pure per chi non sia residente nella provincia bergamasca, appunto, per il notevole valore statistico e dunque – anzi, ancor più – indicativo su cosa, quanto e come la gente legge i libri. Inoltre, indirettamente ma non troppo, questo articolo vuole pure essere una sorta di omaggio e una luce accesa ad illuminare una realtà culturale fondamentale per qualsiasi luogo, comunità, paese, città piccola o grande: la biblioteca, un piccolo/grande scrigno di cultura e conoscenza di nostra proprietà e disponibile per chiunque, la cui conservazione e prosperità è anche nelle mani di tutti noi.
Naturalmente l’articolo originale è consultabile e scaricabile nel sito web di InfoBergamo: cliccate QUI o sull’immagine sottostante per raggiungerlo.

Biblioteca_Nembro(La biblioteca di Nembro, certamente tra le più “ammirate” della provincia di Bergamo)

Chiunque coltivi una sana passione per i libri e la lettura, non può non avere a cuore i principali (e spesso unici) presidi pubblici che del meraviglioso mondo letterario sono le “ambasciate” nelle nostre città e nei nostri paesi: le biblioteche. Credo che persino il più disinteressato alla lettura almeno una volta nella sua vita abbia messo piede in una biblioteca e ne abbia percepito, anche solo per un attimo, il fascino di un tal scrigno di libri, di cultura, di conoscenza: è in effetti inutile rimarcare il valore culturale e sociale insostituibile che le biblioteche rappresentano, e come spesso una biblioteca ben curata, fuori e dentro, sia segno di un Comune ben condotto e attento al benessere della propria cittadinanza. Posto ciò, e pure nell’ottica della citata e significativa rappresentatività, può essere parecchio interessante capire un poco più a fondo quale sia la realtà effettiva, a Bergamo e provincia, della rete bibliotecaria – realtà certamente indicativa, anche in senso più generale, del rapporto che intercorre tra i bergamaschi e il mondo dei libri.
Ci può aiutare in questo intento la Direzione Generale per l’istruzione, la formazione e la cultura della Regione Lombardia, che offre sulle sue pagine web l’Anagrafe delle biblioteche lombarde, una serie di dati statistici, tabelle e grafici su scala regionale e, più spesso, con una suddivisione provinciale delle informazioni, che compendia e illustra lo stato della rete bibliotecaria lombarda: una realtà composta da 1300 biblioteche pubbliche, alle quali vanno aggiunte ulteriori 800 biblioteche “di altra titolarità”, non conteggiate nel censimento. L’Anagrafe delle biblioteche lombarde (ABiL) ha avuto inizio nel 1973 e la prima pubblicazione dei dati risale al 1974, per cui la serie storica è composta da oltre 30 annualità; l’ultima serie disponibile non è invero così aggiornata – i dati fanno infatti riferimento all’anno 2010! – ma è comunque in grado di fornire una buona e rappresentativa idea dello stato del sistema bibliotecario regionale e, cosa per questo articolo più interessante, di quello della provincia di Bergamo.
Si può subito notare, fin da una prima lettura generale dei dati, come emerga che la situazione del sistema bibliotecario bergamasco sia senza dubbio piuttosto buona. In ambito regionale Bergamo possiede in assoluto il maggior numero di biblioteche, ben 228; la popolosa provincia di Milano, per raffronto, ne presenta 180. In buona sostanza, considerando una popolazione provinciale di 1.098.740 abitanti (al 2010, ricordate sempre questa “costante” temporale), in bergamasca vi è una biblioteca ogni 4.819 abitanti, mentre le vicine Brescia e Lecco (territori provinciali limitrofi e geopoliticamente assimilabili, per così dire) ne hanno rispettivamente una ogni 5.761 abitanti e una ogni 5.233 abitanti. Ugualmente prima Bergamo lo è nel numero di documenti per abitante, 4,08 pari a un patrimonio di 4.482.952 documenti (ovvero libri, manoscritti, testi editi vari ed altro di simile; solo Milano ne possiede di più, avendo però biblioteche ben più grandi, come facilmente intuibile), e questi buoni dati sono confermati anche dal numero di documenti acquistati nel corso dell’anno, 181.762 pari a 165,43 documenti ogni 1.000 abitanti (altro primato regionale), dal totale dei prestiti, 2.300.730, e dal rapporto prestiti per 1.000 abitanti, pari a 2.094 – una media di poco più di due testi chiesti in biblioteca per ogni bergamasco, in pratica. Il che, considerando la parte di popolazione che non si dedica alla lettura e dunque, presumibilmente, non si reca mai in biblioteca a chiedere il prestito di libri, è un buon dato (quarto a livello regionale dietro Monza e Brianza, Lecco e Sondrio).
Interessanti anche i dati di natura economica relativi alla gestione della rete bibliotecaria provinciale. Nel 2010 Bergamo ha speso per le proprie biblioteche 18.858.934 Euro, terza dopo Milano e Brescia. Tuttavia, solo il 9,70% di tale somma è stata investita per l’acquisto di nuovi documenti: poca cosa, indubbiamente, ma assolutamente in linea con le altre provincie lombarde – Cremona, che per l’acquisto di nuovi documenti è quella che ha speso di più, arriva solo al 11,99% il che, più in generale, può dare l’idea di quanto le altre voci di spesa incidano sull’investimento (pubblico) complessivo, ovvero personale, ristrutturazioni, acquisto arredi, acquisto software e altre voci di gestione ordinaria. Voci peraltro indispensabili perché, come si accennava all’inizio, una biblioteca non deve solo fornire un’abbondante messe di libri ma pure un buon servizio generale alla cittadinanza che ne usufruisce. Ma indubbiamente, che solo il 10% circa del bilancio di una biblioteca possa essere speso per acquistare libri, ovvero per il proprio fine “naturale” e primario, è segnale di un sistema economico non esattamente virtuoso, ovvero di costi e spese eccessive che persino un ente di grande valore sociale come una biblioteca deve sostenere – come d’altro canto tocca a tutti constatare, nel nostro vivere quotidiano: si tenga conto che le biblioteche bergamasche, per il proprio mero funzionamento, nel 2010 hanno speso quasi 16 milioni di Euro, ovvero più dell’85% del proprio bilancio!
Tornando nuovamente ad analizzare la voce relativa all’acquisto di testi e documenti, è rilevabile la sua “criticità” anche in relazione a come rappresenti l’elemento più intrinseco di un luogo deputato alla conservazione dei libri e alla diffusione della lettura, e non a caso da tale analisi emergono le note meno liete di questa nostra piccola indagine. L’acquisto documenti, infatti, con la sola eccezione delle biblioteche della provincia di Varese, ha subito ovunque in Lombardia un calo, presumibilmente dovuto ai tagli ai bilanci di gestione della rete bibliotecaria: nel 2010, rispetto al 2009, Bergamo ha acquistato il 2,67% in meno di documenti (ma, ad esempio, è andata peggio a Brescia, con il 14,84% in meno!), e la stessa quota percentuale delle spese di funzionamento (ovvero di gestione annua ordinaria, che non comprendono i costi straordinari quali, per fare un esempio, la ristrutturazione dei locali) delle biblioteche bergamasche relativa all’acquisto di documenti è passata dal 12,42% al 11,5%. D’altro canto è l’intera spesa procapite destinata alla rete bibliotecaria provinciale ad essere diminuita, passando dal 2009 al 2010 da 20,31 euro a 17,16 euro per abitante, rappresentando il dato peggiore a livello regionale a fronte invece di un aumento che quasi tutte le altre provincie possono vantare (uniche a “far compagnia” a Bergamo sono Pavia e Varese).
Infine, per porre di nuovo sugli scudi Bergamo e far da contraltare ai dati non troppo positivi appena citati, è rimarchevole il fatto che la nostra provincia ha la più alta percentuale di iscritti ai servizi di prestito bibliotecario: ben il 20,02% della popolazione, pari a 219.990 bergamaschi che usufruiscono con regolarità più o meno frequente di questo servizio. Nel 2010 le biblioteche della provincia hanno prestato 2.300.730 documenti (secondi in Lombardia soltanto dietro Milano e la sua popolazione tripla rispetto a Bergamo!), dei quali 214.532 multimediali, il che significa 10,46 prestiti per ogni iscritto al servizio: dei lettori piuttosto forti i bergamaschi, dunque!
Insomma: al di là dell’apparente freddezza dei numeri, delle percentuali e dei calcoli relativi, di sicuro i dati presentati dall’Anagrafe delle biblioteche lombarde tratteggia in relazione alla provincia di Bergamo una situazione piuttosto serena, come detto – cosa del tutto ragguardevole, sia chiaro, in un ambito nazionale che – come tutti sanno bene – non brilla certo di troppa passione verso i libri e la lettura, e per giunta in una situazione socioeconomica difficile come quella degli ultimi anni. Si diceva, in principio a questo articolo, che una particolare cura verso la biblioteca di una località, piccola o grande che sia, ne denota l’altrettanto particolare attenzione verso la sua comunità, i suoi abitanti e il loro benessere civico. Bene, se assimiliamo l’intera rete bibliotecaria provinciale ad una sorta di unico grande “edificio” e ne constatiamo lo stato, possiamo essere piuttosto fieri della cura che Bergamo ripone in esso, in questo elemento sociale e culturale così importante della (e per la) propria identità provinciale. Indubbiamente si può fare di più, probabilmente molto di più, ma si può affermare che i bergamaschi hanno a disposizione, nei propri paesi e nelle città, un piccolo/grande tesoro culturale di cui possono essere orgogliosi tanto quanto consapevoli che la sua conservazione e prosperità è anche nelle loro mani. Nella speranza che una tale consapevolezza non venga mai meno ed anzi possa costantemente crescere, e la passione per i libri e la lettura farsi sempre più solida nonostante la società liquida (per dirla con Zygmunt Bauman) che la nostra bizzarra epoca contemporanea ci presenta.

Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche…

Qualche giorno fa, a chiudere il post intitolato Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale, accennavo ad una questione ormai parecchio evidente in ambito letterario, anche (o soprattutto) al caso editoriale del libro a cui il titolo del post si riferisce, ovvero a come sempre più la grande editoria si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Ma, ancora prima, mi ero letto e appuntato un bell’articolo pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:
Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)
In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.
Considerando il tutto da un punto di vista letterario, come detto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano… – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, sorge spontanea: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro? (Sia chiaro, ora sto parlando in senso generale, non mi sto direttamente riferendo a quel testo preso ad esempio poco fa e che non ho letto, dunque non potrei certo permettermi di definire “nefandezza”. Leggo la critica, semmai, e sul merito ne ricavo certe considerazioni personali, non di più.)
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

“La mia ragazza quasi perfetta” sul quotidiano web gonews.it

Forse io non lo rimarco (colpevolmente) molto spesso, quando disquisisco sul mio ultimo romanzo, ma se esiste Cercasi la mia ragazza disperatamente è perchè esiste La mia ragazza quasi perfetta, il romanzo “predecessore”!
Difatti, a quasi due anni dall’uscita, viene ancora segnalato e recensito: questa volta sul quotidiano web gonews.it, grazie a un bell’articolo a cura di Sara Nonni, che ringrazio di tutto cuore per l’attenzione verso il libro e per le belle parole spese.
Cliccate sulla citazione in testa al post per leggere l’articolo completo nel sito di gonews.it, oppure cliccate sulla copertina qui accanto per sapere tutto quanto su La mia ragazza quasi perfetta (e QUI per il suo successore, Cercasi la mia ragazza disperatamente!)
Buone letture!

Ecco perchè, se il mondo non fosse sferico bensì ovale, forse ci si vivrebbe meglio…

L’altra sera accendo per errore la TV e resto allibito. Oohmamma, ma il calcio esiste ancora? Accidenti… Voglio dire, in una società che si proclama civile, emancipata, evoluta, credevo proprio che… Insomma, con tutta l’inciviltà e la bassezza tipica dell’ambiente, la violenza sugli spalti, le follie finanziarie delle squadre, gli scandali, le partite truccate e tutto il resto, pensavo – dovrei forse dire speravo – l’avessero abolito, o almeno ripulito da tutte le sue sconcezze e dai personaggi eccezionalmente idioti che lo frequentano! E ovvio, non ce l’ho con il calcio in sé, con lo sport in quanto tale, ma con tutto il marciume che gli si è costruito dentro e intorno, e che l’ha reso una delle zone più oscure e sporche della società contemporanea…

Eppoi, quasi contemporaneamente, mi ritrovo a leggere un articolo che parla di tutt’altro sport, nel quale basta prendere una palla e renderla ovale per far che ci si ritrovi come su un altro lontanissimo pianeta…:
(…) Nel rugby sono regole imprescindibili il rispetto per l’avversario, la solidarietà di gruppo, il ridimensionamento dell’individualismo a favore di una visione collettivistica del gioco, l’educazione alla pazienza, l’educazione al rispetto delle regole e soprattutto dell’arbitro, l’educazione alla fatica, al sudore, alla dovuta considerazione per il lavoro proprio e degli altri, la fiducia nei propri mezzi che non deve mai sfociare in spocchia. Ora, se pensiamo al triste periodo storico che ci è toccato in sorte, nel quale il successo arride a pupazzi senza arte né parte, a squallidi individui che hanno diffuso la peste del disimpegno, della scorciatoia, del risultato senza fatica, una disciplina che in totale controtendenza predica la dedizione, l’elogio del sacrificio, il rispetto per l’altro, la riuscita collettiva contrapposta al successo individuale, è un tonico massaggio cerebrale e un balsamo rigenerante per i cuori avviliti dei tanti che non hanno voluto piegarsi alla logica perversa della società dello spettacolo (indegno). Per non parlare di un concetto del tutto sconosciuto ai più, oggi, quale è quello del rispetto delle regole e soprattutto di chi quelle regole è tenuto a far adempiere. Su un campo di rugby non si vedrà mai un giocatore inveire contro l’arbitro o contestarne le decisioni, anche quando quelle decisioni sono dubbie o quantomeno non condivise. La buona fede dell’arbitro e la sua imparzialità, nel rugby sono fuori discussione. (…)
Non v’è dubbio che gli altri sport, in primis il calcio, sono più in linea con l’attuale posizione politico/governativa e quindi con il conseguente comportamento di un intero popolo: indifferenza nei confronti delle leggi, per aggirare le quali ogni mezzo o mezzuccio è buono, critica feroce verso chi impone il rispetto della legalità (i giudici nella vita della nazione, l’arbitro nel gioco).

L’articolo in questione si intitola moooolto significativamente Il rugby e l’arte della manutenzione delle società civili, è firmato da Giuseppe Ciarallo ed è uscito sul n.24, Ottobre/Novembre 2011, della bella rivista Paginauno, bimestrale di analisi e di critica letteraria, culturale, politica, artistica e molto altro, e tutto stando per bene “fuori dal coro” dei tanti(ssimi) media proni ai sistemi di potere che regolano la nostra società di oggi – quegli stessi che hanno corrotto e rovinato lo sport del calcio, e poi l’hanno imposto come “modello sociale” a noi tutti, con i deleteri effetti ben visibili.
Leggetelo, l’articolo, cliccando qui o sull’immagine sopra inserita nel brano citato: è assai illuminante. E cliccando sulla copertina a fianco potrete anche conoscere Paginauno: è da poco uscito il nr.26, Febbraio/Marzo 2012, e credo vi potrete trovare spesso interessanti spunti di riflessione sul nostro tempo presente.