
Ad Aosta un bellissimo caffé-libreria, specializzato soprattutto (e inevitabilmente, mi verrebbe da dire, vista la vicinanza di grandi e celeberrime montagne alla città!) nei libri di montagna, con testi in lingua italiana e francese, che peraltro già dice molto di sé nel nome, in verità un quasi-acronimo: Culture Alpine et Francophonia…
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“Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi”. Quando la fotografia narra la letteratura, e i suoi protagonisti.
E’ un libro in circolazione già da qualche tempo, ma l’incontro che offre nelle sue pagine tra due arti così popolari – letteratura e fotografia – è quanto mai intenso e illuminante, oltre che certamente atemporale – visti anche i nomi che ne sono protagonisti. Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi, edito sul finire dello scorso anno da Contrasto, fissa negli scatti di alcuni grandi maestri della fotografia altrettanti grandi personaggi della letteratura del Novecento fino ai giorni nostri: ovvero permette di osservare con lo sguardo penetrante che l’obiettivo sa conseguire quegli individui solitamente impegnati nell’azione contraria, cioè nell’osservazione del mondo dalla quale trarre gli spunti per le proprie storie. Questa volta, appunto, la contro-narrazione è affidata all’immagine
fotografica, e alla capacità del fotografo di cogliere simili spunti visivi attraverso i quali la storia di cui lo scrittore è protagonista diventi ben leggibile e affascinante.
Scrive Goffredo Fofi (curatore principale dell’opera e autore della scelta dei 250 ritratti inclusi in essa) nella presentazione del libro:“Per Henri Cartier-Bresson ritrarre uno scrittore significa cogliere del soggetto che ha davanti il silenzio interiore, tradurre in fotografia “la personalità e non un’espressione”. Per altri, ritrarre un grande scrittore può voler dire riprendere un amico in una pausa di una battuta di caccia (Robert Capa con Ernest Hemigway) o al contrario, cogliere l’essenza trasgressiva di un giovane talento o la malinconia di un grande vecchio (Richard Avedon con Truman Capote e con W.H. Auden). In ogni caso, è sempre il risultato di un’alchimia complessa e affascinante in cui giocano attrazione, curiosità, capacità di introspezione psicologica, possibili affinità esistenziali.”
Per ogni ritratto, intenso, penetrante, spesso celebre o magari insolito, i testi relativi (i cui autori sono Maria Baiocchi, Guia Boni, Goffredo Fofi, Alessandra Mauro, Carlo Mazza Galanti, Isabella Pedicini, Alessia Tagliaventi, Anna Tagliavini) spiegano i perché della scelta, ricordano alcuni capolavori che hanno reso lo scrittore immortale e, quando possibile, raccontano la storia dell’immagine, di quell’incontro unico e irripetibile che è, appunto, il ritratto.
“Nei casi più belli,” continua Fofi nella presentazione, “è accaduto che gli scrittori – ma non solo loro, è ovvio – abbiano scoperto qualcosa di sé che ignoravano, o su cui non avevano abbastanza riflettuto, nell’immagine che di loro ha dato un fotografo che sapeva vedere. Per questo, molte delle fotografie del volume ci permettono di capire meglio e di più non solo chi era uno scrittore che ci è caro (o che detestiamo, perché no?) ma anche la misura delle sue opere, quanto dei suoi rovelli vi si è trasferito. Quanti grandi scrittori – o scrittori che hanno lasciato il segno! E quanti grandi fotografi – che hanno saputo guardarli, capirli, e consegnarli alla storia o, più semplicemente, alla nostra curiosità e al nostro ricordo.”
Un’opera molto interessante, che mette bene in luce in modo diretto ed eloquente quanto attigue siano (oggi ancora di più) letteratura e fotografia, e quanto inopinatamente simile possa essere la narrazione della realtà fatta da parole ovvero da immagini. Senza dimenticare che la grandezza degli autori ritratti non è nell’immagine stessa, ma resta sempre in ciò che sono stati capaci di fare (e scrivere), allo stesso modo per cui la bellezza degli scatti non è in chi li ha fatti o in cosa ritraggono, ma in ciò che sanno raccontare; e solo se dall’incontro tra letteratura e fotografia (o tra qualsiasi altra arte) la forza narrativa di entrambe si somma e si acuisce il risultato ottenuto sarà buono e interessante, e non un mero esercizio (auto)referenziale. Come invece sovente accade.
Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web di Contrastobooks e saperne di più.
P.S.: nella foto in testa all’articolo: Italo Calvino, Roma, 1984; immagine di Gianni Giansanti. Cliccando QUI potete vedere, dal sito di Panorama, una piccola galleria di immagini tratte dal libro.
Ismar Gennari, “Giallo e blu”
Da sempre sono un convinto sostenitore della forma letteraria del racconto, per i motivi che ho più volte espresso anche qui nel blog (in questo articolo, ad esempio): è un format letterario che può essere ben più potente e intrigante di quanto possa lasciar supporre la sua brevità più o meno accentuata, anzi, proprio grazie ad essa lo scrittore ha l’obbligo e la responsabilità – oltre che dover avere la dote, ovviamente – di condensare senso, sostanza, valore letterario e messaggio così che anche solo da poche righe il lettore possa ricavare dal testo una compiutezza piena e intensa, oltre che gradevole alla lettura.
Della forma-racconto ci offre la personale interpretazione Ismar Gennari in Giallo e Blu (Senso Inverso Edizioni), opera di debutto dell’autore bresciano che di brani (uso questo termine non a caso, visto che Gennari è anche musicista) ne contiene sedici, tutti piuttosto brevi (raramente superano le 5/6 pagine) e in tal modo definiti per una peculiarità che fin dalla lettura dei primi racconti risulta evidente: ognuno è infatti sostanzialmente dedicato a un singolo personaggio protagonista, a una particolare condizione di vita, ad uno stato d’animo, a una vicenda umana a volte più solare e positiva, altre volte assai cupa e amara…
Leggete la recensione completa di Giallo e blu cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Il caos, senza i libri (Fëdor Dostoevskij dixit)
Lasciateci soli, senza libri, e ci confonderemo subito, ci smarriremo: non sapremo dove far capo, a che cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare.
(Fëdor Dostoevskij, Memorie dal Sottosuolo. A proposito della neve bagnata, X, nota introduttiva di Leone Ginzburg, traduzione di Alfredo Polledro, Einaudi, Torino, 2002, p.132. Orig.: Zapiski iz podpol’ja, 1864)
L’avesse saputo, il buon Dostoevskij, che oltre a rischiare sul serio di lasciarci senza libri – o meglio, con libri senza lettori e al posto dei libri stessi – chi governa il mondo di contro non ci lascia mai senza la TV, quale “insegnante” sempre più presente e influente di ciò che si deve odiare, amare, rispettare o disprezzare. E il risultato di ciò è anche peggiore di quanto Dostoevskij suppose: perché il non sapere crea di certo smarrimento, ma il credere di sapere senza realmente sapere nulla crea una inesorabile schiavitù.
INTERVALLO – Aracataca (Colombia), o “Macondo”

Macondo, sì, ovvero il villaggio immaginato da Gabriel García Márquez per ambientarvi il suo capolavoro, Cent’anni di solitudine. In onore del grande scrittore colombiano, scomparso lo scorso 17 Aprile, la cittadina nella quale nacque, Aracataca, ha assunto qualche anno fa il nome ufficioso di Macondo: effettivamente, stando alle indicazioni ricavabili dal romanzo, il villaggio si troverebbe qualche centinaio di chilometri a sud di Riohacha, nei dintorni della Sierra Nevada de Santa Marta, dunque proprio nella zona di Aracataca. In fondo, un segno forte della vicinanza di García Márquez alle sue terre natìe e dunque, ora, un luogo reale nel quale onorarne la memoria.
Cliccate sulle immagini (nel dipinto di Hernando Nossa qui sopra, la Macondo immaginaria; nella foto qui sotto, la Macondo-Aracataca reale) per saperne di più.
