Qualche parola a quelli che vorrebbero ridimensionare (e magari poi dissolvere) il Parco dell’Adamello

È parecchio significativa la proposta della “Lega” della Valle Camonica (provincia di Brescia) che vorrebbe ridimensionare i confini del Parco Regionale dell’Adamello, una delle aree di tutela italiane che meglio funzionano in un territorio di straordinaria bellezza e valenza naturale (nonché raro caso di area di tutela controllata da una comunità montana e non da un consorzio specifico), perché «il Parco per come è costituito oggi non è sostenibile e negli anni è venuto meno al principio per il quale è nato: lo sviluppo socioeconomico del territorio.»

[Scorcio della Val Adamé, una delle zone più mirabili del Parco dell’Adamello.]
Posto che ciò che quanto di mio state per leggere non prende spunto da nessuna posizione politico-ideologica di alcuna parte (giammai!), innanzi tutto trovo necessario rimarcare a chi ha elaborato quella “proposta” che il principio vero per il quale è nato il Parco dell’Adamello è

La tutela e la corretta gestione di natura, ambiente e paesaggio costituiscono gli obiettivi fondamentali del PTC del Parco Adamello; tali obiettivi vanno perseguiti soprattutto attraverso il recupero di un corretto rapporto, culturale ed economico, dell’uomo con l’ambiente.
In coerenza ed a corollario di tale principale obiettivo, seguono quelli relativi alla ricerca e applicazione di forme di sviluppo economico, sociale e culturale delle comunità locali, compatibili e sostenibili con particolare riguardo alla fruizione didattica, ricreativa e sportiva dell’ambiente naturale. Tali obiettivi vanno perseguiti attraverso la costante ricerca di nuovi comportamenti umani, compatibili con la tutela delle risorse naturali.

È scritto nel piano del Parco, non lo sostengo io.

Inoltre, trovo parecchio bizzarro – o ridicolo, o grottesco, o tragicomico, vedete voi – che una formazione politica che dice di fare della tutela dell’identità locale uno dei suoi baluardi indiscutibili, con queste sue iniziative – ormai numerose un po’ ovunque – contro i territori rurali/montani, i loro paesaggi e il patrimonio naturale, non capisca che così agendo va a colpire la base fondamentale dell’identità dei luoghi, quella da cui nasce pure la loro identità culturale che poi viene assunta dalle comunità che abitano quei luoghi. Perché il paesaggio è fatto di elementi naturali, della componente umana e della cultura da essa elaborata e depositata nei luoghi: infatti il paesaggio è cultura, come sancisce la relativa Convenzione Europea. Probabilmente è una cosa troppo difficile da comprendere per certe persone: infatti lo stesso parametro contenuto nella proposta di ridimensionamento del Parco dell’Adamello, cioè di spostarne i confini al di sopra dei 1600 metri di quota, è frutto dell’incapacità di comprensione delle leggi vigenti in tema di vincoli paesaggistici nelle aree naturali, in particolar modo del Codice dei beni culturali e del paesaggio altrimenti detto “Legge Urbani”, dal nome del Ministro per i beni e le attività culturali (peraltro della stessa area politica dei soggetti sopra citati) che lo promulgò nel 2004.

[Cliccate sull’immagine per visitare il sito web del Parco.]
Posto ciò, e come rimarca il Piano del Parco, lo sviluppo socioeconomico del suo territorio è un aspetto sottostante la sua tutela ambientale, non viceversa. Se si sostiene il contrario i casi sono due: o non si sa bene cosa sia un “parco” oppure, più biecamente, si sta solo alimentando la sua potenziale distruzione istituzionale, parimenti a quella geografica e ambientale.

In fondo spero che sia più vera la prima ipotesi; la seconda sarebbe ben più inquietante, ma temo sia una speranza vana.

[Fioriture primaverili nel Parco dell’Adamello.]
In generale, da tempo e con frequenza crescente le aree italiane di tutela ambientale vengono continuamente attaccate, depotenziate, private di forza politica, di risorse finanziarie e umane e di contro trasformate negli ennesimi ambiti di strumentalizzazione ideologica, messe nella condizione di non poter operare al meglio oppure, come nel caso del Parco Nazionale dello Stelvio con la vicenda del Lago Bianco al Gavia, poste nelle mani di figure nominate dalla politica (vedi sopra) che fanno cose totalmente antitetiche a ciò che un parco dovrebbe fare e pericolose per i territori “tutelati” (virgolette necessarie). Si tratta di un’ennesima grave mancanza istituzionale del nostro paese, quanto mai ignominiosa oltre che, ed è peggio, pericolosa per la salvaguardia del paesaggio italiano. Che è un patrimonio inestimabile di tutti e non la proprietà di pochi, è bene ricordarlo.

Evviva il CAI della Valle di Scalve!

Un’altra “Bandiera Verde” che ho avuto il piacere di veder conferire, sabato 3 maggio scorso a Orta San Giulio durante il relativo Summit Nazionale di Legambiente, è stata quella assegnata alla sottosezione Valle di Scalve del Club Alpino Italiano, sezione di Bergamo.

La motivazione è legata alla creazione della “Via Decia – Il Cammino dei boschi di ferro”, a mio parere uno dei progetti escursionistici più belli e compiuti che oggi si possono trovare sulle Alpi italiane.

Un «filo di quiete» che si dipana in cinque tappe e novantacinque chilometri di sentiero ad annodare due valli, la Valle Camonica e la Valle di Scalve, sulle cui montagne inscrive un racconto che narra la grande bellezza di questa porzione montana lombarda e la storia della relazione intensa tra le montagne e gli uomini che le hanno vissute e ancora le abitano. Una “narrazione sentieristica” – o un sentiero narrativo – la cui “lettura”, da fare camminando, è quanto di più affascinante vi sia, appunto.

La “Via Decia” dimostra peraltro la relazione altrettanto intensa e profonda della sottosezione Valle di Scalve con le proprie montagne nonché la cura, la sensibilità e la passione verso la loro realtà: doti che sono state ancor più esaltate, se possibile, dalla decisione di schierarsi prontamente contro il progetto del collegamento tra i comprensori sciistici di Colere – in Valle di Scalve, appunto – e di Lizzola, la cui realizzazione devasterebbe alcune delle zone di maggior pregio paesaggistico e naturalistico del territorio scalvino. Una decisione tanto risoluta quanto entusiastica da aver rapidamente convinto delle stesse opinioni l’intera sezione di Bergamo con tutte le sottosezioni, che hanno poi emesso al riguardo una dichiarazione unitaria.

Dunque, lodi e gloria – e ancora complimenti per la “Bandiera Verde” – alla sottosezione del CAI Valle di Scalve, a dir poco esemplare: un prezioso “valore aggiunto umano” che a suo modo rende le montagne scalvine ancora più belle e attrattive.

Le montagne della Lombardia e il dissesto (della logica)

Leggo sulla stampa (qui ad esempio) che la Regione Lombardia ha approvato la graduatoria del bando “Dissesti 2024” allo scopo di finanziare interventi di difesa del suolo e contrasto al dissesto idrogeologico nei territori montani. Al bando sono stati destinati 7,7 milioni di Euro.

In pratica, la Lombardia investe per la salvaguardia idrogeologica di tutto il territorio regionale meno del costo di un singolo impianto di risalita per lo sci (una telecabina di medie dimensioni costa 10-12 milioni, una funivia anche 20 e più).

Secondo voi ha senso tutto ciò? E che conclusioni se ne possono derivare riguardo l’attenzione della Regione Lombardia verso il proprio territorio montano e chi lo vive quotidianamente?

Sono domande retoriche, lo so. Volutamente.

Leggo anche che al bando sono state presentate 267 domande, delle quali sono state 249 ritenute ammissibili ma, vista la scarsità di fondi, solo 23 progetti hanno potuto accedere al contributo.

Ribadisco: che senso ha tutto ciò?

Forse, di senso la cosa ne avrebbe un po’ di più se parte delle centinaia di milioni che la Lombardia destina ai nuovi impianti sciistici, sovente in zone dove la crisi climatica rende già oggi problematico sciare e entro pochi anni lo renderà impossibile, fosse destinata a rimpinguare interventi di ben altra importanza e utilità per le comunità di montagna, come quelli legati alla difesa del suolo e alla salvaguardia dal dissesto idrogeologico. No?

Alla Val Camonica milleduecentocinquanta di questi anni (almeno!)

[Veduta della media Val Camonica da Gorzone, frazione di Darfo Boario Terme. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La Val Camonica, una delle zone più belle, affascinanti e ricche di storia umana delle Alpi italiane, come entità geopolitica unitaria quest’anno ha compiuto 1250 anni. Infatti la prima attestazione documentaria del toponimo «Valle Camonica» comparve nel 774, nel testamento di un gasindio longobardo (un guerriero di basso rango legato al sovrano – il re Desiderio, nello specifico – da un rapporto inferiore a quello del vassallo) che rivendicava il possesso di alcune terre nella zona così identificando per la prima volta la valle come un territorio unitario definito e in tal modo riconosciuto. Quel testamento si può dunque considerare una sorta di atto di nascita storico-amministrativo vero e proprio, in pratica, peraltro elaborato nello stesso anno in cui la Val Camonica passò dal Regno Longobardo all’Impero carolingio, che immediatamente la cedette su ordine dello stesso Carlo Magno all’abbazia di Marmoutier, presso Tours, sotto la cui giurisdizione rimase fino al Sacro Romano Impero.

Per raccontare tutto questo affascinante periodo storico, e per continuare le celebrazioni del milleduecentocinquantesimo anniversario, la prestigiosa Società Storica e Antropologica di Valle Camonica venerdì prossimo 13 dicembre propone una conferenza che esplorerà le curiosità, documenti, storie e leggende legate al passaggio della valle e delle sue comunità dal regno dei Longobardi alla conquista dei Franchi, tenuta dallo storico medievista Luca Giarelli. È una bella occasione per conoscere l’identità storica di uno dei territori – ribadisco – più emblematici delle Alpi italiane: se siete in zona o vi potrete essere, certamente da non perdere.

Monte Pora, 5 milioni per rinnovare gli impianti di sci: giusto o sbagliato, la questione in realtà è un’altra

[Il comprensorio del Monte Pora dall’alto, in un’immagine tratta dalla pagina facebook.com/montepora.]
Al Monte Pora, località sciistica della Valle Seriana (paesaggisticamente forse la più bella della bergamasca) con quota massima a 1880 m, si spenderanno 5 milioni di Euro – di cui tre milioni pubblici, dal Ministero del Turismo – per rinnovare gli impianti e potenziare l’innevamento artificiale. Un intervento giusto oppure sbagliato? Be’, dal punto di vista della gestione turistica della località, quasi del tutto centrata sullo sci, è ovviamente giusto: si rinnovano gli impianti, si migliora l’attrattiva del comprensorio e si rende la località più al passo con i tempi. Dal punto di vista climatico è chiaramente sbagliato, visto che il Pora è una di quelle località che, data la quota, le peculiarità ambientali e l’andamento del clima, avrà sempre più difficoltà a innevare le proprie piste andando incontro a una prossima fine certa della propria storia sciistica. Fosse in Svizzera, il Monte Pora non riceverebbe alcun aiuto pubblico per i suoi impianti a quote troppo basse e verrebbe indirizzato verso un’offerta turistica post-sciistica; d’altro canto qui non si può certo pensare di chiudere da subito il comprensorio, essendo il Pora – come tante altre stazioni simili – in regime di sostanziale monocultura turistica.

È una contraddizione dalla quale è ben difficile uscire, se si ragiona solo in termini di “giusto” o “sbagliato”. La realtà in divenire e in particolar modo quella dei nostri territori montani, complessa per molti aspetti e già critica per alcuni di essi, impone piuttosto che si debba ragionare per logica e buon senso – una dote, questa, per la quale un tempo i montanari venivano ampiamente ammirati.

Posta la realtà dei fatti, dunque, e non potendo evitare gli effetti del cambiamento climatico che al Pora renderanno impraticabile lo sci entro qualche anno – facciamo una ventina? O forse anche meno? – di logica si dovrebbero giudicare soldi buttati quelli destinati al rinnovo degli impianti. Parimenti, ragionando in base al più ordinario buon senso, si può rilevare che se anche è comprensibile spendere oggi i soldi citati per il rinnovo degli impianti, si tratta inevitabilmente di un investimento pensato sul presente o poco oltre, non sul domani e tanto meno sul dopodomani, quando invece i territori montani abbisognano da sempre di visioni a lungo termine oltre che ecosistemiche e olistiche, in grado di progettare il futuro delle località su più fronti e sotto diversi aspetti, proprio in forza della complessità della realtà montana.

[Il monte Pora con pochissima neve a marzo 2023, qui sopra, e sotto lo scorso dicembre, in immagini tratte dalle webcam locali.]

Quindi, il buon senso esige un’attenta visione della realtà e un’approfondita riflessione, ponendo domande alle quali è necessario trovare altrettanto buone risposte: se oggi si può ritenere che abbia senso spendere milioni di Euro per rinnovare gli impianti sciistici del Pora, domani quel senso c’è ancora? Posta l’inesorabile realtà climatica in divenire, la località – ovvero chi ne governa la gestione – sta pensando a cosa fare se e quando lo sci non sarà più sostenibile? Ce l’ha un “piano B”, il Pora, per immaginare il proprio turismo post-sciistico? Ha elaborato, o sta elaborando, una visione progettuale territoriale complessiva che tenga conto di tutti gli altri aspetti economici e sociali che fanno vivere la località oggi e ancor più domani? La “destagionalizzazione”, termine che sempre si nomina in situazioni come quella del Pora, è solo una parola bella da pronunciare oppure a ciò stanno seguendo fatti concreti? Infine: la comunità locale è ben coinvolta nei processi decisionali relativi al suo presente e al suo futuro, o viene chiamata solo ad annuire o negare decisioni calate dall’alto, giuste o sbagliate che siano?

Ecco. Uno degli errori più grandi che si possono commettere, nell’avere a che fare con la realtà contemporanea dei territori montani, è rispondere alle problematiche complesse che presenta con risposte troppo semplici (ovvero semplicistiche) e facili, proprio perché non si vuole o non si è in grado di spingere la visione del territorio in questione oltre il presente, come spesso palesano – in senso generale – certi interventi sciistici che ragionano solo sull’oggi e rifiutano l’analisi del domani. Se sia giusto o sbagliato spendere soldi per rinnovare gli impianti del Monte Pora, ancor prima che una questione economica, politica, turistica, ambientale o climatica, è una questione di buon senso. Altrimenti, in un modo o nell’altro, in fin dei conti si sta solo disquisendo del vuoto, svuotando di conseguenza di valore e di futuro le montagne e chi le vive.