Una cosa drammaticamente anormale, sulle nostre montagne

In un servizio dell’edizione di martedì 13 marzo scorso del telegiornale di “Bergamo TV” (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo, dal minuto 31:10), si è parlato della mancata destinazione dei fondi IMU relativi alle seconde case nelle casse dei piccoli comuni i quali, più di altri, ne avrebbero bisogno. Intervistato al riguardo, il sindaco di Piazzatorre, in alta Val Brembana, si è lamentato che, a fronte della presenza in paese di duecento prime case e di duemilacinquecento seconde case, al comune del milione e trecentomila Euro circa di gettito IMU giungano solo 420mila Euro.

Io, a udire tali parole, confesso di essere rimasto piuttosto basito, ma non per quei soldi mancanti. Voglio dire: la cosa anormale è che a Piazzatorre manchino 800mila e rotti Euro di entrate fiscali, o è che a Piazzatorre vi siano duemilacinquecento seconde case – 2.500! – a fronte di sole duecento prime case?

Cioè che più del 90% degli stabili che formano il comune e che ne occupano il suolo sono “letti freddi”, alloggi turistici abitati solo per pochi giorni all’anno e forse nemmeno per quelli, quando come spesso accade presentano sulla porta il cartello «VENDESI» o «AFFITTASI»?

[Seconde case a Piazzatorre. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sinceramente, a me questa pare una follia. Quantunque sappia benissimo che sia una follia estremamente diffusa nelle località turistiche delle montagne italiane. Ma ci rendiamo conto di come per un tempo troppo lungo abbiamo trattato, edificato, cementificato, rovinato i nostri territori montani e i loro paesi?

[Veduta panoramica di una parte del nucleo di Piazzatorre.]
In verità, i numerosi problemi di natura economica, demografica, sociologica che presentano i paesi della montagna italiana nascono in primis proprio da queste evidenze, cioè dalla imperdonabile trascuratezza alla quale i territori montani sono stati sottoposti a lungo da amministratori locali drammaticamente profittatori e alienati. Solo che questa è una cosa che non si può dire, nell’ambito politico-amministrativo, forse anche perché non si ha la competenza e la sensibilità per comprenderla al meglio. Piuttosto di pensare pur legittimamente a come incassare i gettiti fiscali derivanti dalla loro presenza, bisognerebbe capire come innumerevoli quegli edifici, case, casette, villette, condomini, chalet potrebbero essere eliminati dai paesi che ancora li ospitano.

Eliminati, già. Ma temo che sia un’ipotesi del tutto fantascientifica, questa mia, e non solo per mere ragioni tecniche.

P.S.: Piazzatorre è la località che si è vista destinare di recente ben 14 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia per rinnovare e ripristinare il proprio comprensorio sciistico, la cui quota massima sfiora appena i 1800 metri, in una zona peraltro ampiamente carente di servizi di base a sostegno della popolazione residente. Ne ho scritto al riguardo qui.

In Lombardia l’assistenza familiare alle persone malate vale quanto un paio di seggiovie?

Ditemi pure che quanto leggerete di seguito sia “populista” o qualcos’altro del genere, ma constatare che in Lombardia lo stanziamento di risorse pubbliche regionali per tutto l’anno 2024 a favore dei caregiver, cioè i familiari che accudiscono persone malate e non autosufficienti, corrisponda al singolo finanziamento per il rilancio di un comprensorio sciistico che per caratteristiche geografiche e in forza della realtà climatica non ha futuro, trovo che sia a dir poco sconcertante. Oltre che profondamente significativo riguardo la qualità e gli intenti della classe politica che ne è fautrice.

Non me ne voglia la comunità oggetto del finanziamento sciistico – che qui prendo ad esempio per la corrispondenza della cifra: il problema non è tanto questo (seppur da mio punto di vista, per come si vogliono investire in questi come in altri numerosi casi, siano soldi buttati via – l’ho già rimarcato qui) quanto il rapporto tra le due cose e, appunto, ciò che se ne ricava dal punto di vista politico, morale, civico. Cioè quanto se ne può dedurre rispetto al futuro del contesto lombardo e della sua società civile con un tale modus governandi regionale.

Evidentemente, in Lombardia, la politica persegue priorità sovente antitetiche alla quotidianità dei cittadini, i quali non avranno a disposizione risorse sufficienti per accudire i loro cari in difficoltà ma seggiovie e cannoni sparaneve sì, a iosa.

La fine dello sci, l’accanimento dell’industria turistica e la “sindrome di Stoccolma” di numerose località montane

«La stagione degli sport invernali, così come la conosciamo e continuiamo a immaginarla, non ha futuro. Bisogna prenderne atto. E agire di conseguenza. Già adesso, il periodo per sciare si è ridotto di un mese rispetto al recente passato; i costi per le imprese sono uguali se non maggiori, ma i profitti si sono inevitabilmente ridotti. Inoltre, domina l’imprevedibilità: una volta si programmava la settimana bianca con mesi di anticipo, oggi è impossibile farlo. E non inganni nemmeno il risveglio di interesse che pare esserci per il turismo invernale. È il colpo di coda di un animale ferito a morte.
Per chi studia le dinamiche del turismo, il quadro è molto chiaro. Qualcuno non sarà d’accordo, lo capisco, ma i numeri attuali non torneranno più. Serve una ritirata ordinata, sapendo, senza farsi soverchie illusioni, che si possono salvare in parte presenze e occupazione solo diversificando l’offerta e orientandosi sulle attività apprezzate dalle giovani e giovanissime generazioni: trekking, mountain bike, parapendio, zipline e così via.»

Parole del solito ecoambientalista antisistema o di un attivista di qualche gruppo radicale come Extinction Rebellion? No, di Claudio Visentin, storico del turismo di chiara fama, docente da anni al Master in International Tourism dell’Università della Svizzera Italiana (USI) di Lugano, riprese dal “Corriere del Ticino” in un articolo del 12 febbraio scorso significativamente intitolato L’ultimo turista sugli sci? «Arriverà nell’inverno 2040».

Non è che l’ennesima di una lunga serie di testimonianze scientifiche che attestano la realtà di fatto presente e futuro-prossima dell’industria turistica dello sci. Di contro non sarà certamente l’ultima, e che tali considerazioni giungano da un ambito accademico svizzero denota come la questione coinvolga l’intera catena alpina, non solo il suo versante sud inesorabilmente più esposto agli effetti del cambiamento climatico. Ovunque sulle Alpi, entro pochi anni al di sotto dei 2000 metri, non si potrà più sciare se non generando danni economici e ambientali insostenibili.

Eppure, sulle montagne italiane, alpine e appenniniche, continuano a fioccare non nevicate ma ingenti finanziamenti a favore di progetti di sviluppo dei comprensori turistici, addirittura di riattivazioni di stazioni in difficoltà o ferme da anni o alimentanti quello che da più parti di definisce un «accanimento terapeutico» atto a mantenere aperti impianti e piste sostanzialmente già fallite. Interventi quasi tutti concernenti località al di sotto della suddetta fatidica quota di 2000 m indicata dai report scientifici come quella che, potrà garantire qualche lustro in più di attività sciistica – sempre che l’evoluzione del cambiamento climatico non acceleri e peggiori i propri effetti ancor più di quanto stia avvenendo ora.

Ma c’è un’altra evidenza che, per diversi aspetti, lascia ancora più sconcertati. In molte delle comunità residenti nei territori montani nei quali giungono i suddetti finanziamenti con i quali tentare di mantenere attivi i comprensori sciistici, nonostante tutti i documenti redatti qualsiasi ambito scientifico e accademico in pratica sentenzino l’inutilità di tutto quel denaro e dunque lo spreco di così ingenti risorse – certamente ben più utili e necessarie per innumerevoli altri servizi, bisogni e necessità di cui le montagne avrebbero urgenza – una parte importante degli abitanti, a volte la maggioranza, si dichiara “favorevole” a queste iniziative. Come può essere possibile, a fronte appunto della realtà di fatto descritta e ormai innegabile, se non ammettendo il falso?

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Piazzatorre, alta Valle Brembana, 15 milioni di Euro per nuovi impianti sciistici a meno di 1800 metri di quota. È la cosa migliore da fare, lassù?

«Assessori, i montanari non hanno più pane da mangiare!»
«Se non hanno più pane, che mangino seggiovie

Cosa serve in effetti alle montagne e alle loro comunità per costruirsi nel presente attuale, con la realtà che lo contraddistingue, il miglior futuro possibile?

Servizi di base, ambulatori medici, trasporti pubblici efficienti, scuole, banche e uffici postali aperti, banda ultralarga, centri culturali, manutenzione della viabilità ordinaria, cura idrogeologica del territorio e delle risorse forestali, economie circolari, un turismo sostenibile e basato sulla coscienza del luogo, una progettualità di medio-lungo termine dotata d’una visione ben focalizzata sul luogo che tenga sempre al centro la comunità residente e la renda il perno anche decisionale del proprio sviluppo?

NO, SERVONO SEGGIOVIE!

Come a Piazzatorre, località in alta Valle Brembana (provincia di Bergamo), un tempo frequentata stazione sciistica con piste poste tra i 1100 e i 1800 m di quota (!) ma già da molti anni in grosse difficoltà per i soliti motivi – di contro per questo viepiù gettonata da sci alpinisti e ciaspolatori (quando ci sia la neve, quest’anno giunta in quantità considerabile solo qualche giorno fa) – nella quale la Giunta Regionale della Lombardia spenderà 14 milioni di Euro di soldi, naturalmente pubblici, più altri 1.5 milioni dal Comune (ugualmente pubblici, certo) in gran parte per «riattivare il comprensorio sciistico “Torcola Soliva” con la realizzazione della seggiovia CLF4 Monte Zuccone – Monte Torcola (sostituzione impianto esistente), l’acquisizione di terreni e fabbricati in località Piazzo per realizzazione di un campo scuola in Neveplast, la realizzazione seggiovia 2CLF “Piazzatorre centro – Monte Zuccone” in sostituzione dell’impianto esistente, la realizzazione di un nuovo impianto di innevamento».

Il tutto per «Un’importante e attesa opportunità di rilancio e sviluppo di questo comprensorio», «Promozione e sviluppo economico, ambientale e sociale per questi territori montani», «Contrastare lo spopolamento della montagna puntando su un grande investimento di rilancio. Un’occasione soprattutto indirizzata ai nostri giovani, che potranno così immaginare il loro futuro, a casa propria» eccetera eccetera – parole che immagino avrete già sentire proferire, in simili circostanze (cliccate sull’immagine lì sopra). Sono sempre quelle, in effetti.

Chissà se i giovani di Piazzatorre riusciranno a immaginare anche la neve che servirà per sostenere economicamente il comprensorio e non farne l’ennesimo spreco di denaro pubblico per alimentare un modello turistico tanto obsoleto quanto inesorabilmente destinato a fallire, come attestano tutti i report scientifico-climatici e le conseguenti analisi economiche!

Be’, alla peggio, quando di neve sulle Torcole (i monti sopra Piazzatorre dove si scia) non ne cadrà quasi più e farà pure troppo caldo per sparare quella artificiale, e se al contempo i servizi di base a sostegno dei residenti continueranno a venir limitati quando non eliminati e i residenti stessi se ne lamenteranno, effettivamente gli abitanti di Piazzatorre avranno a disposizione le seggiovie e la plastica del campo scuola. Non da mangiare, ovviamente, ma da vendere come rottami e rifiuti. Qualcosa ci potranno pur ricavare per “rilanciare” il loro territorio, no?

Chiedo scusa per il tono sarcastico ma lo ritengo inevitabile, per una questione di rispetto del buon senso che dovrebbe governare le azioni umane, soprattutto quando vi siano di mezzo i soldi di tutti. E a tal proposito al contempo mi chiedo: quante cose importanti e utili per il territorio e la comunità di Piazzatorre, a favore del presente e del futuro dei residenti, si potrebbero realizzare con 15 e più milioni di Euro? A meno che lassù abbiano giù tutto quello che serve. Be’, se è così beati loro, nemmeno a Montecarlo potrebbero affermarlo!