Una cartolina dal Breuil e una dal Braulio (summer rewind)

Un amico che sa della mia malsana passione per la toponomastica mi chiede se vi sia qualche attinenza etimologica tra i toponimi di forma e suono molto simili relativi a due località alpine parecchio distanti tra di loro: Breuil, ovvero il villaggio “sul” quale è sorta Cervinia, in Valle d’Aosta, e Braulio, monte e valle (con torrente) tra Bormio e il Passo dello Stelvio in Lombardia.

La domanda è legittima perché accade spesso che toponimi di luoghi anche molto lontani tra di loro, aventi forme lessicali simili oppure differenti dacché adattate agli idiomi locali ma con antiche radici comuni, risultino parimenti dotati dello stesso significato. Nel caso specifico però la risposta è no: il valdostano Breuil è un toponimo derivato dalla voce franco-provenzale breuil o braoulé, che indica i piani paludosi di montagna, cioè l’aspetto che probabilmente un tempo aveva il fondovalle della conca alla testata della Valtournenche ove oggi sorge Cervinia; il lombardo Braulio, invece, un tempo scritto anche nelle forme Braulii o Mombragli e la cui radice è la stessa di un’altra montagna della zona, il Piz Umbrail (a volte italianizzato in Ombraglio), è un toponimo il quale sembra richiamare l’ombra che caratterizza la media e bassa valle omonima, un canyon incassato e profondo più di 800 metri rispetto alle creste delle cime circostanti. Il “Monte dell’Ombra”, insomma.

In ogni caso, che abbiano origini e significati comuni o differenti, fateci caso a quanto siano affascinanti i toponimi, specialmente quelli di luoghi così carichi di storie, bellezze, fascini, narrazioni, peculiarità geografiche, ambientali e paesaggistiche come quelli di montagna. Come sostengo spesso al riguardo, il toponimo è un piccolo e immateriale scrigno che sa custodire un sacco di tesori culturali sempre pronti da scoprire, leggere, conoscere e dai quali farsi illuminare nonché, come ha scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, è una garanzia affinché ci siano sempre i luoghi, cioè quegli ambiti che sono il frutto della relazione tra il territorio, le sue caratteristiche e le genti che nel tempo lo hanno attraversato, vissuto, abitato, modificato. Per questo conoscere i toponimi e ciò che custodiscono è un po’ conoscere i luoghi che identificano in un modo tanto immediato quanto inaspettatamente profondo. Abbiatene sempre cura, dunque: il loro valore è realmente inestimabile!

(Cartolina in alto: il Breuil intorno al 1900; fonte www.comune.valtournenche.ao.it. Cartolina in basso: la valle del Braulio con la strada che da Bormio sale al Passo dello Stelvio; foto di Philip Pikart, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Una grande montagna italiana che molti non considerano una “montagna”

(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)

[Foto di Piermanuele Sberni su Unsplash.]
Parlando di grandi montagne italiane, ce n’è una che può e deve assolutamente essere annoverata tale in tutti i sensi ma della quale ci si dimentica spesso, forse perché non viene ritenuta una “montagna” nel senso classico del termine. È l’Etna, che in effetti è un vulcano (uno stratovulcano complesso, per l’esattezza), e i vulcani sono montagne, solo che non hanno (ancora) un “tappo” sulla loro sommità: lo spiega bene Montagne, l’atlante geomontano pubblicato di recente che ho curato per l’editore Topipittori.

D’altro canto l’Etna svetta a 3357 metri di quota, di gran lunga la sommità italiana più elevata a sud delle Alpi. È persino cresciuta in altitudine, negli ultimi decenni: rispetto all’inizio del Novecento la sua quota è variata più volte e addirittura dai primi rilievi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia relativi alle eruzioni dello scorso giugno la sua altitudine sarebbe aumentata di 107 metri in meno di un mese, anche grazie a una nuova vetta massima creatasi dai recenti accumuli di lava. Inoltre l’Etna ha una prominenza ben maggiore di moltissime grandi (e alte) vette alpine: elevandosi il corpo della montagna direttamente dal livello del mare, è pari alla sua altezza, dunque 3357 metri – che per il momento resta la quota “ufficiale”. Fate conto che il Cervino, la vetta apparentemente più slanciata delle Alpi (e non solo), ha una prominenza di “soli” 1040 metri.

[L’Etna troneggia alle spalle di Catania. Foto di Samir Kharrat su Unsplash.]
Che l’Etna sia una montagna vera lo sanno per primi i siciliani stessi, che infatti la chiamano semplicemente ‘a muntagna, “la montagna” per antonomasia della loro terra. Lo sapevano pure i loro antenati, che coniarono l’altro nome in uso Mongibello (Mons Gibel), oronimo che deriverebbe dall’unione del latino Mons e dell’arabo Jebel, termini che significano entrambi “monte” (gli arabi lo chiamavano Jabal al-burkān o Jabal Aṭma Ṣiqilliyya, che significa “montagna somma della Sicilia”): come a voler rimarcare che l’Etna non è solo una “vera” montagna ma è due volte monte, alla “doppia potenza”, per segnalarne l’imponenza e la maestosità ben maggiori di una vetta “normale”. Peraltro questa interpretazione curiosamente trova una conferma anche nella geologia dell’Etna, che effettivamente è una “doppia montagna”, composta da un vulcano a scudo sul quale si è sovrapposto uno stratovulcano. Di contro c’è da denotare che secondo altri studiosi il nome Mongibello deriva da Mulciber (qui ignem mulcet), uno degli epiteti con cui i latini chiamavano il dio Vulcano.

[Scorci etnei che sembrano alpini – se non fosse per la lava!]
Invece “Etna”, il suo nome principale, che origine ha? Be’, anche per il grande vulcano siciliano l’origine del toponimo aleggia nell’incertezza. L’ipotesi più citata è che il nome Etna risalga alla pronuncia del toponimo greco antico Aitna (Aἴτνα-ας), nome che fu anche attribuito alle città di Katane (antico nome di Catania) e Inessa, scomparsa e tutt’oggi di localizzazione sconosciuta; in effetti “aitna”, deriva dalla parola greca aitho (bruciare) o dalla quella fenicia attano (fornace), comunque qualcosa che ha a che fare con il fuoco. In età romana il nome greco Aitna divenne Aetna, formalizzandosi sostanzialmente nel toponimo attuale.

Che l’Etna sia una montagna vera e importante, peraltro, non lo si deduce solo dalla geografia o dalla toponomastica locale, ma anche dalla sua influenza su quelle di altri luoghi sparsi nel mondo. Ad esempio negli Stati Uniti esistono ben 32 località denominate “Etna” o “Aetna” in 28 stati diversi: una diffusione di certo dovuta anche alla cospicua immigrazione siciliana negli USA. Di contro una città chiamata Etna c’è anche in Australia, nel Queensland, inoltre non mancano altre montagne alle quali è stato dato lo stesso toponimo: nello stesso Queensland così come in California e in Nevada. C’è pure un’isola di Etna al largo della Penisola Antartica, così denominata perché agli scopritori ricordò la forma del monte, e il nome è presente persino nello spazio grazie all’asteroide 11249 Etna, posto nella fascia principale tra le orbite di Marte e Giove.

[Scialpinismo sull’Etna lungo la Valle del Bove. Foto di Ruggero Arena, tratta da www.outdoortest.com.]
Insomma, l’Etna è un vulcano che è montagna come e per certi versi più di molte altre. Anche se in verità, bisogna precisarlo, non esistono montagne di serie “A” e montagne di serie “B”, e anche una piccola sommità può rappresentare la vetta più importante per chi vi si senta particolarmente legato. Come disse Walter Bonatti, «Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi» e ciò vale che siano alte poche centinaia di metri oppure migliaia, come parimenti il valore di chi le sale non è tanto e non solo quello alpinistico ma, innanzitutto, quello umano. Non solo l’altezza, la prominenza, l’imponenza dà sostanza alla definizione di “montagna” ma anche la relazione culturale che noi possiamo intessere con essa. Dunque, da questo punto di vista e per quanto avete letto fino a qui, l’Etna è assolutamente montagna, una grande montagna da considerare, conoscere, amare.

P.S.: alcune delle informazioni sull’Etna che avete letto le ho tratte dal sito web https://ilvulcanico.it.

Il mistero irrisolto della Civetta

[Tramonto sul paese di Alleghe sovrastato dalla mole della Civetta illuminata dall’ultimo Sole. Foto di Riccardo Trimeloni su Unsplash.]
Le Dolomiti sono una delle regioni più affascinanti delle Alpi non solo per la particolare bellezza delle loro montagne ma pure perché questa bellezza è alimentata da tanti altri fattori intriganti, e uno dei maggiori è certamente quello della toponomastica. Le vette dolomitiche in effetti hanno spesso degli oronimi particolari, molti dei quali con un’origine che tutt’oggi appare incerta e “misteriosa”.

Il monte Civetta, ad esempio, che delle Dolomiti è una delle vette più belle oltre che alpinisticamente più ambite. C’entra con l’oronimo il noto rapace, seppur sia ben poco diffuso sulle Alpi? E perché poi molti lo chiamano al femminile, la Civetta?

Il monte Civetta viene citato per la prima volta in un documento del 1665 con il nome di derivazione dialettale Zuita, mentre compare per la prima volta nella cartografia ufficiale in una mappa del Tirolo del 1774. Nella carta del Regno Lombardo Veneto del 1833 viene indicato con il nome di «M. Civita»: in effetti alcuni studiosi, tra i quali Domenico Rudatis – che passò alla storia anche come eccellente alpinista – fanno risalire il toponimo alla parola latina civitas, che indica un insediamento urbano non organizzato (una città non urbanizzata, in pratica). Anche Antonio Stoppani, nel suo Bel Paese, descrisse il monte Civetta così: «Avete mai visto una montagna più bella e più orrida? È la Civìta, detta anche Corpassa» definendola simile a una grande «città turrita e merlata», immagine che la visione della vasta e alta parete nord-ovest dalla zona di Alleghe e dell’alto Agordino può certamente suscitare, sebbene con buon uso di immaginazione.

Tuttavia il suddetto omonimo uccello notturno in qualche modo c’entra con la denominazione della montagna. Secondo alcune fonti, infatti, il riferimento alla civetta è dato dall’incombenza paurosa della montagna, la cui citata parete nord-ovest è tra le più alte delle Dolomiti (viene sovente definita la parete delle pareti), e per questo la stessa montagna venisse considerata stregata, portatrice di disgrazie proprio come il rapace notturno della superstizione popolare, che nel dialetto locale veniva chiamato la zuita, femminile, e ovviamente non al zuita, maschile. Il grande scalatore Emilio Comici virò tale interpretazione in chiave alpinistica sostenendo che veniva chiamata in questo modo «parchè la incanta»: egli d’altronde non si fece incantare più di tanto dalla montagna, visto nel 1931 che firmò, con Giulio Benedetti, una delle vie più famose e difficili che superano la suddetta parete nord-ovest. Un altro grande scalatore dell’alpinismo pioneristico, Paul Grohmann, confermò l’interpretazione ornitologica del nome sostenendo, molto semplicemente, che la montagna «assomiglia a una civetta», forse con ciò dimostrando di esserne rimasto incantato fin troppo.

[La parete nord-ovest della Civetta. Immagine di pubblico dominio.]
A definire meglio l’interpretazione oronomastica legata al rapace notturno ci pensò Giovanni Angelini, grande conoscitore di queste montagne che sulla Civetta (al femminile dunque, perché sia valida l’interpretazione della città turrita, sia quella del rapace notturno, sempre di quel genere si tratta) ci scrisse alcuni libri. In uno di essi, Civetta per le vie del passato, scrive che l’immagine a cui si deve fare riferimento non è quella del piccolo rapace notturno, cioè occorre pensare non alla civetta appollaiata in agguato precisa Angelini ma bisogna figurarsela nell’atto di spiccare il volo ad ali aperte, con vista da nord est, cioè dalle alture zoldane al confine con la Forcella Staulanza. Soltanto così, di scorcio, la bella sommità si erge rostrata. Cosa che verrebbe dimostrata dal fatto che la montagna venga chiamata Zuita sia sul versante agordino che su quello zoldano, dal quale la grande parete nord-est non è visibile il che casserebbe l’interpretazione della civitas turrita.

Mistero risolto, dunque? Niente affatto, perché pare che la gente dei territori ai piedi della Civetta sostenga ancora che il nome non abbia alcun legame con l’italiano “civetta” ma si riferisca a quel termine latino civitas dal quale viene l’oronimo primitivo «Monte Civita», riportato sui vecchi documenti, come già visto, ai quali essi conferiscono una maggiore e più affidabile ufficialità toponomastica.

Il “mistero” permane, quindi. Ma, nel caso della Civetta come di altre montagne dal toponimo dubitabile, mi sembra di poter dire che tale incertezza non va affatto a scapito della bellezza e del fascino della montagna, ma, anzi, ne rappresenta un ulteriore elemento di fascino e di attrattiva. Come se tale suggestivo “mistero” toponomastico conferisca e alimenti un costante interesse, curiosità, desiderio di maggior conoscenza dunque, per molti versi, doni vitalità alla montagna tanto nella geografia locale quanto, e anche più, nella mente e nell’immaginazione dei residenti e dei visitatori i quali, che nelle sue forme ci vedano una città turrita oppure una civetta con le ali spiegate, credo vi ritrovino comunque lo spettacolare, attraente fulcro di un paesaggio di rara magnificenza.

La Grivola, una vetta “dimenticata” tra pietraie, tordi e belle ragazze

La Grivola è senza dubbio tra le montagne più belle delle Alpi occidentali ma, nonostante ciò, è pure tra le meno considerate. Forse è per i soli 31 metri che mancano alla quota per poter annoverare la montagna tra i quattromila delle Alpi (è alta 3969 metri, già), o forse è per la vicinanza del ben più vasto e articolato Gran Paradiso, con le sue numerose sommità e gli ancora vasti ghiacciai, il quale invece la quota 4000 la supera per 61 metri e sulla vetta massima vi si può salire più agevolmente che sulla Grivola. La quale invece appare subalterna anche nel rappresentare la seconda più elevata montagna interamente compresa nel territorio italiano – il primo è sempre lui, il Granpa. E magari pure il toponimo di quest’ultimo risulta più suggestivo agli appassionati di montagna: ma stavolta a torto, dacché l’origine del nome Grivola appare più misterioso e dunque intrigante (e poi il paradiso con il primo non c’entra nulla!).

“Grivola” compare per la prima volta nel 1845, dunque in tempi relativamente recenti; prima la montagna era conosciuta con un più ordinario Pic de Cogne (in effetti la vetta della montagna dista meno di 8 km in linea d’aria dal centro dell’abitato). Giuseppe Giacosa, scrittore e drammaturgo che fu librettista di Puccini e autore di molti scritti dedicati alle montagne valdostane, fece risalire l’origine di Grivola dal patois valdostano griva, termine che indica il tordo (in francese grive), uccello tuttavia non così accomunabile alle alte quote alpine. Di tutt’altra opinione fu invece l’eccentrico Joseph-Marie Henry (più noto come l’abbé Henry), che ascese tanto la Grivola quanto il Gran Paradiso, il quale ritenne di originare il toponimo da grivoline (in francese grivoise), termine con il quale si identifica una bella ragazza, forse ispirato dalla Jungfrau (la “vergine”). Un altro abbé, il francese Paul-Louis Rousset che fu alpinista e guida nonché autore di scritti sulle origini dei toponimi alpini, ha invece indicato la parola gri in patois di Valgrisenche, che significa “pietraia”, come origine possibile e in effetti giustificata dall’aspetto ampiamente deglacializzato della vetta, nonostante l’altezza prossima ai 4000 metri.

Insomma, dai tordi alle belle ragazze fino alle pietraie… capite bene quanto ancora incerta sia l’origine del nome Grivola: chissà se pure questo elemento abbia contribuito nel trasformarla in una “montagna dimenticata” – come recita il titolo di un libro di qualche anno fa che racconta la storia alpinistica del monte, o se al contrario ne accresca il fascino e una certa deferenza riservata alle cose tanto evidenti (la vetta è ampiamente visibile dal fondovalle valdostano) quanto a loro modo “sfuggenti” – ma non per questo trascurabili, anzi!

P.S.: la fotografia della cartolina in testa al post è di Marek Piwnicki su Unsplash.

Una cartolina dal Monte Pelmo

[Foto di Mario da Pixabay.]

In nessun’altra parte delle Alpi si innalzano così bruscamente cime altissime e con così poca apparenza di connessione tra di loro. In nessun’altra parte vi sono contrasti così marcati offerti dalla differenza di struttura geologica come quelli che qui colpiscono il viaggiatore.

Così a metà Ottocento scriveva delle Dolomiti sul proprio diario John Ball, politico, naturalista e alpinista irlandese. Il quale aveva pieno titolo per scrivere quelle parole: Ball nel 1857 salì una delle principali cime dolomitiche per la prima volta, il Pelmo, 3168 m (che spicca al centro della “cartolina” qui sopra), e il suo nome è rimasto “impresso” sulla montagna grazie all’itinerario che egli seguì per raggiungerne la vetta, la cengia di Ball, tutt’oggi la via normale. E se l’alpinista irlandese affermò poi di aver scelto il Pelmo per la sua prima scalata perché gli era sembrato il più bello tra tutti i monti delle Dolomiti che aveva visto (cosa condivisibile, peraltro, anche grazie alla sua particolare forma che gli riserva il nomignolo di Caregón de ‘l Pareterno, “Trono di Dio”), è pure vero che il monte dà bene l’idea di «cima altissima e con così poca apparenza di connessione» con le altre, avendo tale peculiarità anche nel proprio oronimo che deriva dalla forma dialettale Sass de Pelf col significato di “sasso”, “roccia compatta” e anche “sasso isolato” (cfr. il preromano pel- affine a pal(a), “roccia”, “pala”) caratteristica ben evidente anche nella “cartolina” lì sopra.