“Lo scrittore era seduto davanti a una finestra gotica; indossava calzoni alla zuava e una giacca di pelle. Quando i due entrarono su voltò sulla sua sedia, senza abbandonare lo scrittoio cosparso di fogli di carta. Non si alzò anzi li salutò a malapena, e chiese immediatamente che cosa voleva da lui la polizia. “E’ poco cortese,” penso Bärlach, “non gli piacciono i poliziotti; agli scrittori non sono mai piaciuti i poliziotti.” Il Vecchio decise di essere prudente, anche se Tschanz non si sentiva troppo incoraggiato da quell’accoglienza. “Prima di tutto, non lasciarsi osservare, altrimenti c’è il rischio di comparire in qualche libro,” pensarono pressappoco ambedue.“
(Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli, Milano, 2004, pag.71)
E’ vero. Più che non piacciano i poliziotti, agli scrittori (beh…!), è vero semmai che si corra sempre il “rischio” di finire in qualche loro libro. Ma sappiate: anche se starete ben nascosti nell’ombra, il rischio lo correrete comunque. Di personaggi sfuggenti ovvero indistinti, da distinguere dunque a nostro modo, noiscrittori abbiamo sempre bisogno. Ma in fondo credo che sia un rischio pure piacevole, da correre…
Da sempre la lettura delle opere di Friedrich Dürrenmatt genera in me una sensazione che mi viene da definire di profondità. Profondità di campo, di vedute, profondità psicologica e sociologica, di senso, di lettura; ma anche profondità intesa come serietà, come importanza, e pure nel senso più letterale del termine, dal momento che nel corso della lettura la mia mente disegna scenografie ben più vaste di quanto la storia letta potrebbe richiedere, a volte ombrose, in certi casi anche cupe, quasi gotiche, generalmente crepuscolari – ecco: chissà perché, ho sempre la sensazione che le storie narrate dal grande scrittore svizzero (indubbiamente tra i maggiori autori del Novecento) debbano avere un’ambientazione serale o notturna… E’ una sensazione del tutto personale, ribadisco, qualcun altro potrebbe averne di totalmente opposte, eppure anche la lettura de Il giudice e il suo boia (Feltrinelli, 2003 – prima uscita in origine: 1952 – collana “Universale Economica”, traduzione di Enrico Filippini) mi ha generato simili percezioni. E’ un giallo atipico, questo libro: innanzi tutto molto “veloce” – sono soltanto poco più di 100 pagine in totale – e nella cui vicenda un vecchio e malato commissario della polizia bernese, Bärlach, si trova ad indagare sul caso di omicidio d’un collega…
Leggete la recensione completa de Il giudice e il suo boiacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Ho conosciuto Alex Dorici e la sua produzione artistica nel 2007, e da subito mi sembrò parecchio interessante la sua ricerca di un costante dialogo tra opera d’arte, artista-creatore, ambiente d’intorno e fruitore di essa, il tutto partendo da elementi non esattamente assimilabili al concetto “popolare” di arte, quasi anzi cercando (ricerca nella ricerca!) di generare, trarre, liberare arte direttamente dall’essenza di quegli elementi e riportandola ad una condizione di riconoscibilità estetica in grado di trasformarli in modo chiaro e indubbio, negli occhi e nella mente del visitatore, in “opera d’arte”, appunto. Un’operazione non semplice, con la quale sarebbe stato facile superare il limite oltre il quale tutto si banalizza, si svuota di senso e significato e diventa al massimo mero esercizio tecnico-stilistico, che non lascia nulla di sé in chi se lo trova di fronte. Alex Dorici ha saputo invece muoversi verso la direzione opposta, facendo sì che il senso del suo lavoro diventi non solo il tema principale del dialogo sopra citato tra opera d’arte, artista, ambiente e fruitore, ma pure si arricchisca di innumerevoli ulteriori temi che proprio l’ambiente e i fruitori “donano” all’opera d’arte e al suo creatore attraverso l’interattività fisica e metafisica con essi. Una sorta di microcosmo artistico, insomma, che va ben oltre il classico e chiuso rapporto tra opera d’arte e fruitore di essa (il quadro al muro e la persona che lo osserva, in pratica, situazione in cui la fruizione artistica è tutta lì, risolta in tale confronto univoco) e che cerca di coinvolgere il fruitore nell’arte e nel concetto/messaggio alla base di essa, in un’armonia tanto ignorata (finché non la si constata) quanto sorprendente (una volta constatata) e, per così dire, gioiosa e propedeutica a qualsiasi eventuale successivo sviluppo interattivo e di pathos artistico.
Guarda caso conobbi Alex Dorici, nel 2007, proprio con quello che fu la prima importante realizzazione pubblica del “Progetto Scatole”: Opera scomponibile – 1140 moduli, inaugurata a Lugano nel Novembre di quell’anno (ne parlo diffusamente nello scritto che troverete cliccando sul link in calce a questo articolo, e che scrissi nel 2009 quale presentazione generale della ricerca artistica di Alex Dorici). Lo ritrovo ora con l’evoluzione finale (almeno concettualmente) di quel progetto: #4179, esposizione personale (sempre in forma di installazione) a cura del Museo d’Arte di Lugano, visitabile fino al 18 Gennaio 2013 presso la Limonaia di Villa Saroli, il polo espositivo che la città svizzera dedica all’arte giovane e più innovativa. #4179 mi sorprende da subito nel constatare quanto avanti la ricerca alla base del “Progetto Scatole” sia arrivata e come si sia evoluta, giungendo alla creazione di un’installazione imponente e potente che pare realmente appartenere ad uno stadio evolutivo superiore rispetto ai lavori degli anni scorsi. Le sue forme sinuose quasi annullano la percezione della modularità dell’opera, del suo essere composta da così tanti elementi singoli (quattromilacentosettantanove scatole, appunto!), ma annullano pure certa “ovvia” monumentalità – la parvenza di avere di fronte un muro, seppur insolito e particolare; l’installazione sembra ben più viva di un muro o di altro di simile, pare appartenere ad una dimensione non del tutto diversa da quella solita ma un po’ sì, e seguire regole di armonia per certi versi classiche ma per altri innovative. E’ forse anche merito dell’illuminazione, studiata appositamente non solo per dare luce alla struttura ma in qualche modo anche per acuire negli occhi e nella mente del visitatore la sensazione di vitalità di essa – e l’edificio della Limonaia a sua volta agevola tale sensazione, proteggendo nel suo involucro novecentesco una sorta di stringa di pixel postmoderna, dacché pure a ciò potrebbe far pensare l’installazione così illuminata…
Ho chiesto direttamente ad Alex Dorici cosa rappresenti #4179 nella propria ricerca artistica, e così mi ha risposto: “Quest’opera rappresenta la fine di una prima parte di ricerca durata 5 anni in cui ho sviluppato un modo di ragionare e lavorare soprattutto nell’ambito delle grandi installazioni.
#4179 è l’opera che va ha concludere una serie di installazioni iniziate nel 2007 con Dechictement de l’Ouvre 1140 Modules. Questo non significa che non presenterò più opere del genere ma significa che ho sviluppato una buona conoscenza di questo modo di sviluppare un lavoro, e quindi può essere un buon motivo per iniziare a elaborare situazioni e lavori nuovi, con nuovi concetti.
Per farti un esempio mi piacerebbe molto realizzare una serie di opere in cui si passi all’estremo opposto delle installazioni realizzate negli ultimi anni, ad esempio lasciare uno spazio espositivo enorme vuoto con al suo interno una sola scatola.”
Ecco perché poco fa ho parlato di evoluzione finale, per #4179. Ne hanno fatta di strada le semplici, banali scatole per la frutta che Alex Dorici ha utilizzato per il suo “Progetto Scatole”: un vero e proprio cammino evolutivo, fino ad un punto “ideale” che, appunto, può diventare ideale principio per nuovi percorsi artistici, figli legittimi e consapevoli di quanto fatto fino ad oggi ma pronti a percorrere nuove strade, nuove ricerche per chissà quali nuove affascinanti evoluzioni.
In ogni caso, lo ribadisco, avete tempo fino al 18 Gennaio 2013 per visitare #4179, presso la Limonaia di Villa Saroli, con la cura del Museo d’Arte di Lugano: lo merita parecchio, e vi sorprenderà non poco. Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Alex Dorici (nel quale peraltro potrete osservare molte immagini di #4179), oppure QUI per il sito web del Museo d’Arte di Lugano, oppure ancora leggete il mio scritto di presentazione dell’artista ticinese e del suo lavoro: Alex Dorici. Lineari frammenti di un’arte incisiva.
Cerith Wyn Evans, “Think of this as a Window…”, 2005, scritta al neon 13x147x5 cm., Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau, Monaco di Baviera.Ho visitato a Lugano una mostra d’arte veramente bella e ben allestita: Una finestra sul mondo, da Dürer a Mondrian e oltre. Sguardi attraverso la finestra dell’arte dal Quattrocento ad oggi è un percorso lungo sei secoli di interpretazione di un oggetto/soggetto tra i più archetipici dell’arte di ogni tempo, la finestra appunto. Da “ovvia” apertura per osservare il mondo a mera cornice visuale, a confine tra intimità privata ed esteriorità mondana fino a simbolo di separazione, di distacco da quel mondo al di fuori di essa, gli artisti hanno utilizzato la finestra in modi molti diversi e spesso opposti, ma sempre lasciandosene affascinare in maniera profonda, quasi mistica a volte. Un tema, dunque, tanto interessante e intrigante quanto originale, e di valore assoluto ancora oggi del tutto attuale (mi vengono in ente le recenti e belle opere di Matteo Pericoli, giusto per citare il primo esempio che mi balza in mente…)
La mostra di Lugano accompagna i suoi visitatori nell’esplorazione artistica di questo oggetto così simbolico in un percorso la cui suddivisione obbligata (per la quantità di opere presentate) tra la sede del Museo d’Arte e quella del Museo Cantonale non ne inficia minimamente il fascino, anzi, se possibile lo accresce, quasi invitando il visitatore a percorrere il tragitto tra i due musei (15 minuti a piedi, suppergiù) riproducendo le sensazioni ricavate dalla visita nella propria osservazione del paesaggio luganese, facendo per così dire di sé stessi – o meglio, del proprio sguardo – una finestra personale e particolare sullo spazio-tempo attraversato – in fondo, le prime finestre dalle quali noi vediamo il mondo sono proprio i nostri occhi!
E’ opportuno cominciare la visita dal Museo d’Arte, che ospita opere dal Cinquecento fino alle prime Avanguardie novecentesche, spesso in dialogo tra di loro nella stessa sala con accostamenti temporali a volte arditi ma senza dubbio intriganti, con nomi anche parecchio grandi: da Dürer a Mondrian, Klee, Magritte, De Chirico, Monet – cito tra i tanti a caso… Si prosegue poi al Museo Cantonale, che invece ospita la parte più moderna e contemporanea dell’esposizione, pure qui con pezzi grossi quali Duchamp, Schifano, Rothko, e comunque con un livello generale delle opere e dello sviluppo del tema sempre di notevole valore.
Indubbiamente, per rappresentare una simbologia così diffusa e pregna di significati come quella della finestra nel mondo dell’arte, non sarebbero bastati 10 musei (forse nemmeno 100!), tuttavia, ribadisco, l’esposizione di Lugano offre un excursus espositivo ben fatto, dall’allestimento quasi ovunque curato in modo ottimale (forse da rivedere qualche illuminazione, a mio parere…), e certamente in grado di portare il visitatore a riflettere sul suo nucleo tematico fornendogli una cognizione di causa per quanto possibile completa e affascinante.
Insomma, una mostra che vale assolutamente la visita – avete tempo fino al 6 Gennaio 2013 – e che peraltro dimostra come una città quale Lugano, importante nel contesto svizzero ma in fondo assai piccola, spesso ben più che una città di provincia italiana, con le giuste sinergie di natura pubblica sappia offrire eventi culturali degni di una grande metropoli. Un modello di gestione della cultura e dell’arte senza dubbio da tenere ben presente e imitare, ove possibile. Cliccate sull’immagine dell’opera per visitare il sito web ufficiale della mostra, e averne ogni dettaglio utile per la visita.
P.S. (Pre Scriptum! – come sempre, in questi casi): il seguente è un brano di anteprima d’un nuovo “scritto di viaggio” che ho voluto dedicare alla città svizzera di Lucerna. Le virgolette sono necessarie, dacché non è un semplice diario di viaggio, nemmeno un resoconto, e certo per nulla una guida turistica. E’ qualcosa invece di… Particolare, ecco, come mi auguro questo brano possa adeguatamente dimostrare.
Buona lettura!
“L’empire des étoiles”, elaborazione fotografica digitale (dal blog lucarotaimages.wordpress.com)Quando ho l’occasione di visitare una città – anzi, dico meglio: ogni volta che il tempo mi permette di osservare una città, con l’acutezza visiva che spesso il mordi-e-fuggi più tipicamente turistico non consente di fare, è mia abitudine scorrere lo sguardo con una certa attenzione sui selciati e sui cornicioni cittadini. Sì: non solo su facciate, archi, finestrature, torri e quant’altro di classicamente architettonico – come già prima rimarcavo – ma pure ai margini, inferiore e superiore, dell’osservazione ordinaria della città. Perché, se il limite “orizzontale” della città è dato dai margini dell’estensione urbana, dal centro verso la parte di periferia oltre la quale i manufatti antropici non sono più prevalenti rispetto al terreno libero, il limite verticale è proprio quello, selciati e cornicioni. E’ tra di essi che la città è racchiusa, e sono essi che tracciano le linee fondamentali che identificano il corpo cittadino rispetto al territorio tridimensionale in cui è inserito. In alto, il susseguirsi più o meno continuo di falde, gronde, cornicioni, doccioni, ritaglia continue porzioni di cielo, determina la luminosità diffusa nelle vie, pone in dialogo l’opera architettonica, la sua forza oggettiva, la solidità – e il limite del fare umano – con l’aereo vuoto infinito, oltre a donare allo sguardo di chi voglia eventualmente sfuggire dall’abbraccio a volte opprimente delle mura cittadine una fuga, un sollievo, una nota di colore sovente più vivo di quello dei palazzi d’intorno. In basso, la superficie sulla quale si muove la vita – e scorre la vitalità, della città: selciati, marciapiedi, acciottolati, lastrici, fino a che non sia stato reso dominatore assoluto il manto d’asfalto per il traffico motorizzato – perché sia chiaro, che in una città sia preponderante lo scorrere degli autoveicoli rispetto a quello pedonale, è il frutto di una bella e buona stortura della nostra insensata era moderna, e una gran sconfitta dell’urbanistica residenziale, ovvero del buon vivere.
Per fortuna Lucerna non vive una così grave situazione di traffico, e il centro della città è semmai reso trafficato dal viavai dei mezzi pubblici e dei bus turistici più che dai veicoli privati, comunque senza mai divenire realmente caotico. Posso tranquillamente vagare per le vie esclusivamente pedonali, o con accesso agli autoveicoli regimentato, facendo scorrere lo sguardo sui selciati oppure sulle linee di gronda, facendomi guidare da esse come da un filo rosso urbano, un percorso ignorato dai più e tuttavia così tracciante, appunto, così rappresentativo e identificante. E’ l’epidermide cittadina che scorre sotto i miei passi, con le sue rugosità, le ruvidità o le parti più lisce, caratterizzata qui è là da tanti segni, piccoli nei più o meno evidenti – avete mai notato come anche degli ordinari tombini, dei banali e del tutto ignorati chiusini stradali, a volte presentino delle forme e delle armonie quasi artistiche? E come pure possano tracciare una storia minima ma significativa della città nella quale sono sparsi?
Poi prendo la scusa dell’incoccio visivo con un pluviale, che sull’angolo di un edificio si immerge in quel selciato, per alzare gli occhi lungo quel canale verso l’alto, e ricominciare a seguire le linee irregolari delle grondaie, dei cornicioni, con lo sguardo illuminato dal frattale celeste da quelle formato. In fondo, è come osservare una sorta di proiezione su un piano ortogonale della skyline cittadina, vista da dentro e per tutta la sua estensione, ovvero da terra fino al punto oltre il quale vi è il vuoto – solo aria, solo cielo.
Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.
Per questo – anche per questo – mi perdo a osservare la città pure dove a nessun altro verrebbe di ammirarla, se non per motivi funzionali in nessun modo estetici. Personale pungolo visivo bizzarro, forse, eppure a suo modo interessante, illuminante e, come detto, identificativo.
E certo, se a ciò si aggiunge la proverbiale (ed effettiva, non leggendaria) pulizia elvetica del suolo pubblico, tanto meglio. Sui selciati la vita cittadina deve scorrere senza lasciare traccia alcuna; un’epidermide urbana ricca di imperfezioni è indubitabile sintomo di malattia (sociale)…