Una risposta per Capaci, 25 anni dopo

A 25 anni dalla strage di Capaci – data tragicamente fondamentale nella storia d’Italia contemporanea, ben al di là del mero valore delle annuali commemorazioni – e proprio riflettendo sulla sua spaventosa consistenza storica, mi viene da ritenere che la domanda fondamentale da porsi, ancor più di quelle su chi sia stato, sul “come” e sul “perché”, che ho visto riportate dai media in questi giorni, è: la morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti gli altri funzionari dello Stato Italiano che hanno veramente combattuto la malavita organizzata rimettendoci per questo la vita, è servita a qualcosa? E non lo chiedo riguardo tanto la consapevolezza civica diffusa nella società in tema di mafie, quanto circa la realtà concreta della lotta dello Stato verso le mafie.

Perché – inutile rimarcarlo – se la perdita di tutti quegli uomini così valenti, fossero procuratori, giudici, funzionari delle Forze dell’Ordine o semplici agenti, non fosse servita allo Stato per sradicare nella maniera più incisiva e profonda possibile la presenza della malavita organizzata dal proprio corpo istituzionale e dalla società civile sottoposta, sarebbe per lo Stato stesso una colpa di gravità inaudita. O, per dirla altrimenti, un’ammissione di colpevolezza.

Dopo 25 anni dall’eccidio di Capaci, penso sia il caso di dare una risposta, a questa domanda. La coscienza civica nazionale non può e non deve avere macchie, in questo caso.

Cercasi bidelli militesenti, automuniti, Nobelmuniti!

Beh, e che significa?
Anzi, è un gran merito del sistema italiano, quello palesato dalla notizia sopra riportata: evidentemente per fare i bidelli, qui, bisogna avere competenze che nemmeno ad Harvard!

Ehm…
Forse.

P.S.: In ogni caso, meno male che la professoressa Berretta quel concorso lo perse, per il bene della ricerca e del progresso scientifici! Ora però vado a controllare quale curriculum chiedano, ad Harvard, per essere assunti come bidelli…

P.S.#2: E comunque W l’ItaGlia, sempre.

Centro Italia: una tragedia anche culturale (e anche dello Stato)

amatrice-nun-auch-noch-unter-schnee-begrabenLa terribile serie di eventi catastrofici naturali che ormai da qualche mese colpisce il centro Italia con sconcertante frequenza, sta soprattutto mettendo in ginocchio borghi, genti, attività e comunità di Montagna ovvero quelle zone oggi frequentemente e convenzionalmente definite “aree interne” – evidenza in merito alla quale sono particolarmente sensibile, in qualità di “coordinatore” della community ALTA VITA (sul cui sito troverete questo stesso articolo). Il che rende tale serie catastrofica ancora più grave e letale, rendendo urgente e pressante ogni azione possibile al fine di migliorare la condizione delle zone colpite. Il che, pure, rende più esecrabili le mancanze dello Stato il quale, a fronte dell’attività preziosa e lodevole di alcune entità operative istituzionali e di tanti volontari, ancora una volta come in passato pare non essere presente – come facevano credere le solite altisonanti promesse politiche.

Per quanto riguarda noi tutti in quanto società civile, sarebbe finalmente ora di passare da una solidarietà nazionale passiva a una attiva, a favore (in ogni modo possa esserlo) delle popolazioni in difficoltà tanto quanto – per necessario e fermo senso civico – contro quelle parti di Stato che non stanno facendo nulla, così non solo non aiutando le popolazioni ma pure peggiorando la loro situazione giorno dopo giorno.

Sono ottime le parole espresse sul tema da Pier Luigi Sacco, uno dei maggiori esperti italiani di “cose culturali”, che traggo dalla sua pagina facebook e che vi invito a leggere e meditare – perché alla fine, di nuovo anche qui, è una questione di cultura, mancante da un lato (inutile dire quale sia) e da preservare, salvaguardare, rivalorizzare e accrescere sempre più dall’altro:

Se vogliamo che questi territori (e le persone che li abitano) sopravvivano, occorre un salto di qualità sostanziale e permanente delle politiche territoriali per le aree interne. E questo vuol dire passare in primo luogo dall’intervento limitato all’emergenza post-tragedia alla prevenzione e all’infrastrutturazione, non solo materiale ma sociale e cognitiva. E soprattutto basta con il facile pietismo post-tragedia seguito dalla totale dimenticanza e indifferenza, come è accaduto, malgrado le belle parole, ancora una volta fino a due giorni fa. Poche cose come queste inducono gli abitanti alla disperazione e alimentano il senso di abbandono. Se questi territori non fossero stati lasciati soli ancora una volta, forse la dimensione di quest’ultima tragedia sarebbe stata meno devastante.

Autocombustione sociale

451Prima leggi che nel 2016 gli italiani hanno speso nel gioco oltre 95 miliardi di Euro, il 4,4% del PIL.
Poi leggi che lo stato, di contro, spende il 4,1% del PIL per l’istruzione e l’educazione – in Europa fa peggio solo la Romania.
Quindi leggi che lo stesso stato incassa 18,5 miliardi di Euro di tasse dal mercato del gioco.
Infine, leggi del “padre” che a Ostia abbandona il figlio di 3 anni in auto per andare a giocare alle slot machine, e che tale “padre” ha precedenti penali. O, più in generale, leggi che di ludopatia soffre sempre più gente e di come tale dipendenza sia strategicamente studiata a tavolino al fine di rendere le persone incapaci di intendere e volere – davanti a una macchinetta mangiasoldi così come a ogni altra cosa della vita.

E ora, leggi (o rileggi, nel caso) Fahrenheit 451, e capirai – me lo auguro – che se ci vogliono 451 gradi Fahrenheit per dare fuoco alla carta (secondo quanto scritto da Bradbury) e distruggerla, per distruggere una società presuntamente “avanzata” e “democratica” da parte del sistema di potere, trasformando i suoi membri in deviati mentali o in criminali, ce ne vogliono molti di meno, e senza sparare nemmeno un proiettile.

P.S.: in ogni caso, dividendo i 95 miliardi spesi nel gioco per i circa 60 milioni di abitanti dell’Italia contemporanea, fanno quasi 1.600 Euro a testa. Sapete quanti libri pro capite si potrebbero acquistare con tale cifra? Ecco, e ora continuiamo pure a leggere della crisi del mercato editoriale e di tutto il resto di simile.