Il mega albero di Natale luminoso di Cornalba, ovvero: come svilire la montagna per non saperne cogliere il valore

P.S. – Pre Scriptum: ho scritto l’articolo che state per leggere ieri, mercoledì 11 dicembre alle ore 09.00; poi, nel tardo pomeriggio, mi sono giunte voci che l’”albero” di cui leggerete sia stato in qualche modo rimosso. Se per decisione istituzionale o per azione di protesta non lo so ancora. In ogni caso ciò non cambierebbe, e non cambia, il senso di quanto state per leggere che prescinde dal manufatto in sé e da cosa è, o era.

[Panorama del centro di Cornalba, sovrastato dall’omonima falesia. Foto tratta da facebook.com/groups/seidicornalbase.]
Quando decenni miravo a frequentare la montagna anche praticando il free climbing, leggevo appassionatamente tutte le guide d’arrampicata sulle falesie e le pareti lombarde allora disponibili, tra le quali c’era Scalate scelte nel bergamasco di Andrea Savonitto, guida alpina e figura fondamentale per l’arrampicata in Lombardia. Tra le falesie orobiche spiccava Cornalba, in Val Serina, un vero e proprio “mito”: un paretone strapiombante percorso da alcune delle vie più difficili delle Alpi centrali, fino al grado 9a+. Non a caso a Cornalba ci hanno arrampicato alcuni dei più forti climber del mondo, da Adam Ondra a Simone Moro, “Manolo” Zanolla, Angelika Rainer, Gabriele Moroni, Jonathan Siegrist, Stefano Carnati, Cristian Brenna, Laura Rogora oltre ai “locals” Bruno “Camós” Tassi, Gianandrea Tiraboschi, Emilio Previtali eccetera.

Insomma, la falesia di Cornalba è un luogo di grande importanza per il mondo dell’alpinismo e della montagna in generale, ormai inscritto a caratteri cubitali nella storia dell’arrampicata al punto da rappresentare per il territorio un patrimonio il cui valore va ben oltre l’ambito alpinistico per farsi referenza culturale peculiare. Una sorta di monumento naturale da ammirare e frequentare, cosa che peraltro si può fare tutto l’anno, vista l’esposizione e il microclima locale.

Anzi, si potrebbe fare tutto l’anno, ma non in questo periodo: perché a Cornalba hanno ben pensato che il valore della falesia che ho appena cercato di evidenziare sia soprattutto quello di mero “sostegno” per il gigantesco “albero di Natale” di cavi luminosi alto 120 metri che è stato appeso alla parete, per la cui installazione – sancita da un’apposita ordinanza comunale che per di più vieta l’accesso alla falesia – sono stati anche tagliati alcuni alberi.

Al netto dell’obiettiva bruttezza dell’installazione, piuttosto pacchiana e la cui “utilità” natalizia risulta alquanto improbabile, personalmente trovo che rappresenti una banalizzazione e uno svilimento di ciò che è la falesia di Cornalba per gli appassionati di montagna tanto quanto dell’intero paesaggio naturale cornalbese, per il quale la parete rappresenta un potente e spettacolare marcatore referenziale. Un elemento geografico che peraltro dà il nome al comune (Cornalba da Cornus Albus, “roccia bianca”) e ne marca l’identità paesaggistica: è un po’ come se avessero messo delle grossolane luminarie sullo stemma o sul gonfalone comunale. Allora perché non un bel megaombrellone di luci, per le notti della prossima estate? Il precedente ormai c’è, perché non continuare sulla falsariga? (Sto scherzando, ovviamente – prima che qualcuno mi prenda in parola!)

Certo, passate le festività l’alberone luminoso verrà smontato e ci sarà chi sosterrà che sia pure bello. Ma non è questo il nocciolo della questione, semmai è ciò che rivela il suo portato culturale: cioè il pensiero e la concezione assai dozzinali che evidentemente alcuni a Cornalba hanno delle proprie montagne e del paesaggio che, viene da pensare, essi non sanno cogliere nella loro bellezza e nel valore peculiare così significativo per il luogo senza quell’agghindamento natalizio o altro di simile.

Ovviamente spero non sia così e mi auguro che Cornalba torni a essere quel luogo magico che tanti in giro per il mondo della montagna riconoscono come tale, senza bisogno di banali affastellamenti di sorta grossolanamente appesi alla sua roccia. Cornalba non ne ha proprio bisogno.

(Le foto di Adam Ondra e Angelika Rainer a Cornalba sono tratte da www.planetmountain.com.)

Apocalypse Now (al Rifugio Gherardi, sulle Alpi Bergamasche)

Eccoli, sono tornati! Non avevo dubbi che sarebbero ricomparsi!

Chi sono?

Sono quelli che «Ah, noi amiamo e valorizziamo la montagna!» Ah sì? Con gli elicotteri?

Quelli che «Suvvia, una domenica ogni tanto!» ma già nella sola bella stagione in corso l’elenco delle elicotterate si sta allungando… l’anno prossimo quante saranno, e in quanti posti?

Quelli che «raggiungere i rifugi ed esplorare le nostre montagne con l’elicottero significa rispondere adeguatamente alla nuova domanda del turismo 2.0», già, come no, due-punto-zero, con un mezzo rumoroso e inquinante che distrugge qualsiasi relazione culturale con il paesaggio montano – che poi, suvvia, quella dichiarazione lì sopra fa ridere anche senza nemmeno commentarla!

Quelli che «l’esperienza visiva e sensoriale di poter vedere il nostro territorio dall’alto è impressionante!» Ah, bene, allora distruggiamo le vette dei monti, che tanto non servono più! C’è l’elicottero per salire più in alto e vedere meglio, no?

Quelli che «In silenzio, sostando sulle rive del laghetto si può sentire il “respiro” delle montagne» e pensano veramente di essere seri e sembrare credibili, a dirlo pubblicamente.

Quelli che «così in montagna ci possono andare anche anziani e gente che fatica a camminare», ma intanto sulla locandina lì sopra non l’hanno nemmeno indicata, questa possibilità, ben sapendo (più o meno consciamente) quanto sia falsa.

Quelli che, dopo l’elicotterata, «al rifugio troverete pizzoccheri fatti a mano!» Che è un po’ come invitare a guidare l’auto superando tutti i limiti di velocità e passando ai semafori col rosso ma poi fermarsi con tutta calma a lavarla e lucidarla di fino. Una roba senza alcun senso, suvvia!

Quelli che, per di più, credono di rivalutare e salvaguardare in questi modi le montagne, mentre invece le degradano e ne sviliscono la bellezza, la conoscenza, il valore culturale e la consapevolezza ambientale.

Quelli che pensano di portare più gente al proprio rifugio con l’attrattiva degli elicotteri, e invece ne perderanno un sacco. Ad esempio ci sono io, che tante volte sono stato nel rifugio in questione, e che me ne guarderò bene dal tornarci, per parecchio tempo.

Quelli che sono rifugi del CAI, un associazione che si dice “ambientalista”. Eh già, proprio vero!

E poi ci fu quello che, tempo fa, disse:

«Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato.» [1]

Era Amé Gorret, un personaggio che credo non abbia bisogno di presentazioni per chiunque frequenti i monti, e scrisse quelle parole più di un secolo fa. Aveva già capito come certi “amanti e custodi della montagna” l’avrebbero ridotta, la montagna.

Lo sapranno, quelli del rifugio in questione, chi era l’Abbé Gorret? Sapranno leggere e soprattutto meditare quelle sue parole?

Per il bene presente e ancor più futuro della montagna, c’è solo da augurarselo.

[1] L. Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche, 1987, pag.145. Citato in E. Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, 2002, pag.83.

Evviva gli elicotteri di Valbondione!

Cari amici valbondionesi,

lasciatemi dirvelo quanto sia “orgoglioso” di essere un vostro conterraneo, bergamasco come voi! Perché leggo delle iniziative turistiche che le vostre istituzioni preposte hanno progettato e sono veramente contento: proprio bellissime, in particolare quella dei voli con elicottero ai rifugi sulle vostre meravigliose montagne! Finalmente qualcuno che dimostri come si valorizza il proprio territorio, come lo si fa conoscere sul serio e in modo moderno, mica con quelle solite banalità come camminate a piedi, visite culturali guidate, valorizzazioni progettuali del patrimonio storico, artistico, rurale… che noia! Siamo nel 2020, viviamo nell’era di internet, mica vorremo ancora arrivare sulle vette dei monti a piedi, come si faceva già millenni fa, eh?! L’elicottero, un mezzo tecnologico, all’avanguardia e per nulla inquinante è la soluzione!

Ha ragione la vostra sindaca, quando afferma che «Siamo nell’epoca del 2.0 e di conseguenza i paradigmi su cui si è abituati a pensare il turismo in montagna sono radicalmente cambiati, così come è cambiato il turista e il suo modo di viaggiare. Proporre ai turisti di raggiungere i rifugi ed esplorare le nostre montagne con l’elicottero significa rispondere adeguatamente alla nuova domanda del turismo 2.0.» Oddio, a dire il vero non è che si capisca molto quello che vuole dire, pero sì, duepuntozero! Così si parla! La montagna 2.0, magari anche 4.0 o 18.0 o anche di più (dare i numeri fa sempre il suo effetto!): perché infatti non pensare a sviluppare ancora di più queste idee così adeguate alla nuova domanda turistica? Perché, ad esempio, salire al Rifugio Merelli al Coca con l’elicottero e poi non realizzare, per dire, anche un mega toboga per il bob estivo, che sarebbe anche il più lungo e ripido che esista? Tutto il mondo parlerebbe di Valbondione! Oppure un ponte tibetano “DA RECORD“, visto quanto vanno di moda, tra il Rifugio Coca e il Passo delle Miniere, oppure ancora una filiale dell’Oriocenter o dell’IKEA accanto al Barbellino, che sarebbe il centro commerciale più alto d’Europa! Questo sì che significa esplorare le montagne e valorizzare il loro ambiente!  «L’esperienza visiva e sensoriale di poter vedere il nostro territorio dall’alto è impressionante», cito ancora la vostra sindaca e ha nuovamente ragione: altro che andare a piedi, attraversarle camminando per comprendere le forme del paesaggio e le sue componenti oppure la sua identità culturale o altre robe così vecchie e superate! E poi in effetti l’ambiente lo si preserva bene con l’elicottero, visto che vola in cielo e semmai inquina lassù e non sporca in terra! Al limite, be’, quello che scrive qualche giornale, «In silenzio, sostando sulle rive del laghetto si può sentire il loro “respiro”» (delle montagne, s’intende), ecco, sarà un po’ difficile, il silenzio per sentire il respiro, col rumore dell’elicottero che va avanti e indietro, ma chi se ne importa! In città semmai ci sarebbe bisogno di silenzio, mica in montagna! Per questo è bello portare in montagna i rumori della città! D’altronde lo dice anche il grande Simone Moro, testimonial dell’iniziativa, che non è assolutamente di parte sul tema! Avete fatto bene a ingaggiarlo per sostenere la vostra idea!

Peraltro, state tranquilli, che di disabili e anziani che voleranno con l’elicottero ce ne saranno ben pochi, come succede sempre in questi casi, dunque di posti a disposizione per tutti ce ne saranno senza problemi! Evviva!

Finalmente si va in montagna in maniera innovativa e divertente! Peccato che non possa venirci, io: purtroppo quest’estate ho altro da fare – farò un sacco di escursioni montane per le quali ho steso un elenco ma, accidenti, l’ho ordinato alfabeticamente e voi, con la “V” di Valbondione, siete in fondo alla lista, che peccato! – altrimenti ci sarei venuto certamente, a vedere come valorizzate il vostro meraviglioso paesaggio con l’elicottero. Tanto le cuffie antirumore ce le ho!

Complimenti, insomma, a tutti voi. Meritate veramente di godere di tutti i risultati che la vostra iniziativa vi porterà. E complimenti anche alla vostra sindaca: lei sì che ha la mentalità giusta e i principi migliori per difendere e valorizzare il suo territorio – anche se non si capisce molto quello che dice ma, evidentemente, va bene che sia così! Bravi tutti, sì sì!

Cordialmente,

Luca

Daniele e Tom

Credo che qualsiasi appassionato di montagna, che la frequenti e ne salga le vette in modo più o meno alpinistico oppure ne venga semplicemente affascinato, sia rimasto parecchio colpito dalla tragica vicenda di Daniele Nardi e Tom Ballard sul Nanga Parbat.

Su quanto è accaduto sono state scritte molte parole, in questi giorni, non di rado fuori luogo. Piuttosto, una delle cose più belle e intense al riguardo l’ha scritta – anzi, l’ha disegnata Alberto Graia, e la vedete qui sotto. Perché in certi casi veramente le parole o sono di troppo, oppure sono troppo poco per ciò che dovrebbero e potrebbero dire.

D’altro canto,

Chi striscia sulla terra non è esposto a cadere tanto facilmente come chi sale sulle cime delle montagne.

(Søren KierkegaardAut-Aut, traduzione di K. Montanari Gulbrandsen e Remo Cantoni, Mondadori, 2015.)

Mario Curnis

Conoscere una persona come Mario Curnis è un po’ come conoscere una sorta di nume tutelare ancestrale dei monti, delle rocce, del ghiaccio e dei boschi il quale, dalla propria dimensione parallela, si manifesti in tutta la propria carismatica saggezza, all’apparenza sfuggente e spigolosa, in verità profonda e salvifica. Oppure, forse, Curnis è realmente un pezzo di montagna, fatto di roccia dura e resistente, che a volte assume forma umana per scendere dai propri ambiti selvaggi e prendere contatto con quegli umani capaci di percepirne e comprenderne l’ archetipica sapienza alpina nonché le rare doti vitali.

No, non prendetemi per matto: veramente Mario Curnis è una persona che suscita visioni quasi leggendarie ovvero mitologiche, e forse anche perché da tali mitizzazioni solitamente rifugge nel modo più drastico.
Curnis è il decano degli alpinisti bergamaschi, con un’intensa e prestigiosa attività sulle montagne di tutto il mondo – dalle Orobie al Monte Bianco, alla Patagonia al Perù e agli 8000 himalayani, con numerose vie nuove anche invernali. Tuttavia, da sempre, ama semplicemente definirsi “un muratore”, mestiere che ha orgogliosamente praticato per più di 50 anni. E, da “muratore-alpinista” si può ben dire che ha costruito – “mattone dopo mattone”, spedizione dopo spedizione – una carriera certamente ricca di innumerevoli salite, grandi imprese, cime prestigiose tanto quanto di grande umanità, di impetuosa vitalità e, ancor più, di passione sconfinata e sempre gioiosa per la montagna, sotto ogni punto di vista. Una passione che contagia inesorabilmente chiunque abbia la fortuna di incontrarlo e stare in sua compagnia ad ascoltare le storie di montagna e di vita, i saperi e le piccole-grandi saggezze di un uomo che ha stretto con la montagna un legame solido come la roccia più compatta e scintillante come il ghiaccio delle più alte quote.

Per chi volesse vivere questo incontro, Mario Curnis sarà il protagonista, venerdì 11 novembre, di una serata a Costa Valle Imagna, tra le “sue” montagne orobiche (qui accanto potete scaricare la relativa locandina). Un’occasione unica per conoscere un’autentica leggenda dell’alpinismo con “dentro” un uomo (“un muratore”, ribadirebbe certamente lui) di straordinaria umanità.