“Le” Parole – 11, PACE

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

PacePace, una parola di quelle assai abusate nell’uso e nel senso, dal valore piuttosto travisato per convenzione sociale la quale le assegna un posto d’onore nell’ambito del (cosiddetto – se mi è consentito dire così) “atteggiamento buonista” dell’opinione pubblica – giustamente e doverosamente peraltro, anche se forse senza tutta la necessaria consapevolezza del caso.
In effetti, a tal proposito, l’etimo della parola rimanda a riflessioni sulla sua accezione originaria piuttosto differenti dal consueto. La radice è la stessa di pattuire, patto: dunque la pace non è una condizione autonoma in sé stessa ma è comunque condizionata ad altri elementi – viene in mente al proposito il celebre motteggio romano si vis pacem, para bellum, il quale sostanzialmente sancisce la pace come il periodo di equilibro non belligerante tra eventi storici viceversa guerreschi, e dunque da questi dipendente. Insomma: la “civiltà” umana, in tutto il suo plurisecolare sviluppo intellettuale, culturale, civico, e quant’altro, non ha saputo fare della “pace” una condizione a sé stante virtuosa e, per così dire, autosufficiente della propria storia, ma l’ha resa momento di pausa tra episodi di conflitto e di guerra. Non situazione di ideale e proficua armonia ma intervallo di calma tra bellicose disarmonie, ecco. L’umanità vive la pace nell’attesa della prossima guerra perché questa, e non la pace, sa fare soprattutto, ahinoi: la storia lo dimostra bene, come parimenti dimostra di non poterci fornire alcun elemento affinché si possa credere che ciò non accada più. D’altro canto i Romani l’avevano capito 20 secoli fa, come già visto, con realismo tanto cinico quanto del tutto tangibile ancora oggi.
In fondo, anche lo stare in pace con sé stessi – ulteriore accezione in uso della parola – è per molti versi uno scendere a patti con, appunto, sé stessi. Fino a che qualcosa interviene nella vita e rompe quel patto, quell’equilibrio – dacché, io credo, nessuno comunque spererà di ritrovarsi in una condizione di pace eterna, visto il senso di tale espressione la quale, tuttavia, è forse la sola che segnala drammaticamente l’unica “pace” che non possa più essere rotta da qualcosa o qualcuno. E per nostra colpa – di “civiltà” umana, intendo (virgolette indispensabili, qui e prima!) – non certo, almeno nel principio, per malaugurata sorte o che altro.

Libertà?

Oggi, giornata così significativa ed emblematica, ripubblico l’articolo della serie Le Parole che tempo fa ho dedicato alla parola Libertà – così detta e usata in questa giornata, appunto.
Trovo che il breve commento di corollario sia piuttosto adatto anche alla festa di oggi (e a quelle analoghe), che forse ormai ci accontentiamo di festeggiare senza più pensare troppo a comprenderne il senso e il valore autentici, i quali vanno ben al di là del mero fatto storico e/o delle interpretazioni ideologiche susseguenti.

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Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

Libertà(Cliccate sull’immagine per leggere il testo completo.)

Libertà. La parola che forse più d’ogni altra abbiamo in bocca e non abbiamo in mente, tanto meno in animo. Ma, evidentemente, ci accontentiamo d’essere liberi dall’obbligo di comprenderla veramente per poter credere di goderne, metterci il cuore in pace e amen.

“Le” Parole – 9, PERSONA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

PersonaPersone lo siamo tutti quanti. Persone belle, persone brutte, persone più o meno normali, persone intelligenti, persone maleducate, persone generose oppure egoiste… insomma, persone nel senso di “sostanza individuale di natura razionale” (come definita da Boezio) dotate di “coscienza e responsabilità sociale quali dimensioni indispensabili per la piena realizzazione della persona stessa” (come postulato dal Personalismo), il tutto a seguito della prima definizione “moderna” di persona data dallo Stoicismo come “l’essere umano che ha un ruolo nel mondo affidatogli dal suo destino”.
Evabbé, nulla di strano – direte ora voi – dunque che valore particolare può avere una parola così normale e d’uso comune nonché definito? Beh, un valore sorprendente e sconcertante, soprattutto se posto in relazione con ciò che siamo oggi, nell’epoca contemporanea, ovvero con ciò che sovente siamo portai ad essere/apparire, per innumerevoli input esterni imposti da chi questo nostro mondo attuale comanda e influenza.
Il termine “persona” deriva infatti dal latino persōna persōnam derivato probabilmente dall’etrusco φersu, indi φersuna, che nelle iscrizioni tombali riportate in questa lingua indica “personaggi mascherati”. Tale termine etrusco sarebbe ritenuto un adattamento del greco πρόσωπον (prósōpon) dove indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera dell’attore e il personaggio da esso rappresentato. Secondo Giovanni Semerano, originariamente il valore richiamava quello del latino pars ossia parte, funzione, ufficio di un personaggio, mentre quello di maschera è derivato e posteriore come anche per πρόσωπον, che comunque non sarebbe in nessun rapporto etimologico con persona.
Un’etimologia alternativa è stata individuata nel verbo latino personare, (per-sonare: parlare attraverso). Ciò spiegherebbe perché il termine persona indicasse in origine la maschera utilizzata dagli attori teatrali, che serviva a dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava, ma anche a permettere alla sua voce di andare sufficientemente lontano per essere udita dagli spettatori.
Dunque, è chiaro che in origine la parola proclamava un’identificazione fittizia dell’individuo, artificiosa, teatrale/scenica perciò attoriale quindi recitata, simulata. Ovvero falsa. Oggi, secoli e secoli dopo, la sociologia urbana rivela che il mondo contemporaneo, così costruito nei suoi “valori” sull’immagine e su prerogative non necessariamente vere o reali ma ritenute “importanti” dalla maggioranza per convenzione indotta, porta i suoi abitanti a vivere le proprie vite come fossero recitazioni su di un palco teatrale, ove tale palco è sovente l’ambito urbano, sempre più ricco di non luoghi ovvero luoghi non necessariamente realistici – ambito urbano che d’altro canto offre il palcoscenico più ampio e il pubblico più numeroso per queste recitazioni quotidiane contemporanee (è proprio il tema, questo, che ho trattato in The City of Simulation | La Città della Simulazione, e il titolo dell’opera dice già tutto!)
Ecco: non avete ora l’impressione che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione si possa fare sul merito, nella parola “persona” sussista un cerchio “ampio” suppergiù 3000 anni e oggi sostanzialmente richiusosi?

P.S.: ringrazio Gian Paolo Serino per avermi ispirato questo articolo.

“Inopinatamente” (stiamo immiserendo la lingua italiana…)

peter-griffinEro in un ufficio pubblico a discutere d’una certa questione da ufficio pubblico e, nel dibattere con il funzionario lì presente, m’è venuto da dire inopinatamente, che è un lemma che chissà com’è mai da sempre mi viene da usare – un probabile retaggio di passate letture classiche, credo. «La pratica è stata gestita in maniera inopinatamente sbagliata», ho detto.
E, per qualche attimo, ho visto il terrore negli occhi di quel funzionario.
«Sì, nel senso che nessuno avrebbe mai pensato che venisse gestita così… non era prevedibile, ecco» ho precisato.
Ovvio, la questione per la quale ero lì mica l’ho risolta, ci mancherebbe. Però, almeno per quegli attimi, mi sono divertito parecchio. Ma non perché mi compiaccia dell’uso di termini che qualcuno potrebbe considerare aulici, colti (sarebbe una roba da idioti, questa, non certo da persone “colte”), semmai perché, nel generale impoverimento contemporaneo del lessico diffuso, parole che non avrebbero in sé nulla di pindarico diventano sempre più spesso sconcertanti, quasi. Come se la fretta totalitaria che governa il vivere odierno debba pure imporre un parlato il più possibile striminzito, per dire più cose in minor tempo (supponendo poi che qualcosa da dire, di importante intendo, vi sia) persino in ambiti dove la verbalità lessicalmente ben strutturata non solo è piacevole da ascoltare, ma è pure utile all’armonia della discussione e, nel caso, alla concordanza d’opinioni. Sia chiaro: la lingua quando è viva si trasforma ed evolve nel tempo, e per fortuna che è così; tuttavia non dovrebbe assolutamente impoverirsi nel corso di tali trasformazioni, questo è il problema fondamentale, e ancor più non dovrebbe subire ciò per mano di chi la possiede – cioè di coloro per i quali è lingua madre.
Magari è giusto così, non sono nessuno per confutare questa cosa. Però penso sia un gran peccato che la lingua italiana, così ricca di parole meravigliose (già Leopardi lo rimarcava, a modo suo), debba immiserire tanto e per ragioni francamente insulse ovvero prive d’alcuna necessità o convenienza. E’ una situazione a dir poco inopinata, ecco.

P.S.: in altri termini, ho parlato della questione anche qui e qui.

L’essenza linguistica dell’uomo è di nominare le cose (Walter Benjamin dixit)

L’essenza linguistica delle cose è la loro lingua; questa proposizione, applicata all’uomo, suona: l’essenza linguistica dell’uomo è la sua lingua. Vale a dire che l’uomo comunica la propria essenza spirituale nella sua lingua. Ma la lingua dell’uomo parla in parole. L’uomo comunica quindi la propria essenza spirituale (in quanto essa è comunicabile) nominando tutte le altre cose. Ma conosciamo noi altre lingue che nominano le cose? Non si obietti che non conosciamo altra lingua al di fuori di quella dell’uomo: che non è vero. Solo, nessuna lingua denominante conosciamo oltre quella dell’uomo: identificando lingua denominante con lingua in generale la teoria linguistica si priva delle sue nozioni più profonde. L’essenza linguistica dell’uomo è quindi di nominare le cose.

(Walter Benjamin, Angelus Novus – Scritti e frammenti, Einaudi Editore, 1a ed.1962. Citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.73.)

Walter-Benjamin…Dunque, se “L’essenza linguistica dell’uomo è di nominare le cose“, il significato primario dell’uomo stesso è nel significato delle cose. Il che riporta al senso stesso della parola, anche di quella scritta, e ne illumina un valore congenito tanto fondamentale quanto ignorato, eppure basilare anche per la pratica letteraria, le cui parole devono essere sempre significanti. Altrimenti qualsiasi contenuto che vorrebbero trasmettere resterà evanescente – certo, sempre che un contenuto esse abbiano e vogliano trasmetterlo. Ma se così non è, non siamo in presenza di letteratura, sia chiaro.