Mi pare sempre di più che il tratto caratterizzante più di ogni altro l’epoca presente sia la deresponsabilizzazione, diffusa ormai ovunque.
È deresponsabilizzata la politica, che prende decisioni non in base ai benefici che apporteranno alle società che governa ma ai propri meri tornaconti propagandistici ed elettorali; sono deresponsabilizzati la stampa e i media, che non si curano più della qualità dell’informazione offerta ma puntano solo alla quantità di lettori; siamo deresponsabilizzati noi, che spesso assumiamo comportamenti, anche minimi e apparentemente innocui, solo perché ritenuti giusti e convenienti per noi (oppure semplicemente per soprappensiero) senza curarci minimamente se possano nuocere ad altri e generare conseguenze.
E se da un lato è ovvio è naturale che si pensi prima a se stessi che agli altri, è parecchio stupido trascurare o dimenticare che, volenti o nolenti, siamo parte di un mondo, di una comunità, una società e una rete di relazioni che riverbera d’intorno il portato di ogni nostra azione, materiale e immateriale, in modi che non possiamo ignorare, accada per mera stoltezza, per menefreghismo o perché tanto ci sarà sempre qualcuno che sistemerà le cose. Senza peraltro capire, allo stesso tempo, che possiamo essere noi stessi vittime delle azioni compiute quando messe in atto con tale deresponsabilizzazione mentale, emotiva, d’animo: sia direttamente che indirettamente o per la nota Teoria delle finestre rotte, per come tali atteggiamenti pivi di responsabilità si propaghino con rapidità se non immediatamente contrastati con adeguati strumenti culturali e civici. D’altro canto il loro stesso manifestarsi è già indice di un certo rilassamento, quando non di un primigenio degrado, della società nella quale si riscontrano: nulla accade per caso, anche qui.
[Costruire impianti sciistici a poco più di 1000 metri di quota: questo, a mio parere, è un esempio di deresponsabilizzazione della politica in montagna.]Lo stesso tratto, questa diffusa deresponsabilizzazione, la ritrovo anche nella gestione odierna dei territori montani: ad esempio quando vengano proposti progetti di turistificazione nei quali non via sia alcuna valutazione autentica delle conseguenze delle opere previste e tanto meno alcuna assunzione di responsabilità al riguardo da parte di chi le promuova e autorizzi – cosa ancora più grave quando i progetti siano finanziati con soldi pubblici, il che imporrebbe il dovere di rendere conto alla società civile, soprattutto se nel tempo quelle opere si rivelano sbagliate o causanti un danno materiale o immateriale. Ugualmente, ritrovo questa deresponsabilizzazione nel caso opposto, quando non si facciano cose per i territori di montagna e le loro comunità che ne avrebbero bisogno adducendo innumerevoli motivazioni, sovente tangibili tanto quanto inaccettabili, che in realtà celano una sostanziale noncuranza, a volte un palese cinismo, che sono figli del rifiuto di assunzione di responsabilità nei confronti di ciò che andrebbe fatto e soprattutto di chi ne dovrebbe giovare.
[Tagliare i trasporti pubblici nei territori montani, fondamentali per la vita dei residenti: un altro esempio di deresponsabilizzazione della politica sulle nostre montagne.]Tuttavia, ribadisco, in quanto comunità sociale il cui funzionamento è ampiamente basato sul principio di causa-effetto – il meccanismo del gettito fiscale è il primo e più importante, sia esso da considerare equo o iniquo; ma si potrebbero fare mille altri esempi al riguardo – il principio di responsabilità reciproca (per cui quella collettiva è la somma di ciascuna singola) risulta altrettanto basilare e ciò vale per qualsiasi livello nel quale si struttura la società, da quelli politici più alti fino al semplice rapporto individuo-individuo. Avere la piena (o la più ampia possibile) consapevolezza delle proprie azioni e del loro portato nel mondo che abbiamo intorno è un dovere ineludibile che in fondo è anche un diritto (all’autocontrollo senza intromissioni terze) oltre che una forma assai elevata di libertà. La libertà che «non è uno spazio libero, libertà è partecipazione» come cantava Giorgio Gaber in una sua celebre canzone: partecipazione alla responsabilità collettiva del far andare bene il mondo e viverlo al meglio, ciascuno a modo suo ma tutti in armonia reciproca consapevole. Ovvero partecipare da membri attivi alla realtà del mondo, dal momento che vivere in maniera deresponsabilizzata equivale anche ad autoemarginarsi: e il non rendersi conto di ciò è il primo segnale di questa emarginazione, l’incapacità di cogliere il portato dei propri comportamenti, un po’ come il cretino che in quanto tale è convinto che i cretini siano gli altri (Fruttero e Lucentinidocet, ovviamente!)
La soluzione a tutto questo? È molto semplice: tornare a essere ciò che siamo, individui sociali, membri di una società, soggetti in relazione con mille altri – è così anche se siamo i più solitari e misantropi, sia chiaro! – nonché Sapiens, dotati di un’intelligenza il cui buon uso presuppone una relativa adeguata dose di responsabilità. Che se invece viene a mancare rende subitamente stupide, insensate, scriteriate e variamente dannose qualsiasi azione realizzata: il frutto del non uso dell’intelligenza, del sonno della ragione. Che genera mostri sempre, inevitabilmente, i quali mostri per loro natura non sanno cosa sia la responsabilità, guarda caso.
[Foto di Jeremy Thomas su Unsplash.]Cielo ancora abbastanza limpido, nonostante una leggera velatura che forse anticipa il cambio delle condizioni meteo dei prossimi giorni.
Loki trotterella per il giardino in cerca dell’ultimo punto di minzione quotidiano.
Osservo una luce che pare appoggiata propri in vetta al Monte Tesoro. Che ci sia qualcuno lassù, a quest’ora? Forse è il frontalino di qualche astrofilo intento a fotografare il cielo?
No, non c’è nessuno.
Mi dilungo qualche attimo di più per osservare la luce, ovviamente una stella, nella sua lenta, regolare ascesa sopra la sommità del Tesoro, fino a che vi si eleva di qualche grado.
Rifletto che non sarebbe male tentare di armonizzare certe nostre cose alla velocità di movimento delle stelle nel cielo. Che è “lentezza”, certo, non velocità, ma forse è tale perché siamo noi ad andare troppo veloci, ben oltre un limite logico che illogicamente non sappiamo più determinare.
A partire proprio dal pensiero, ad esempio. Pensare rapidamente (perché si vive rapidamente) è sempre una dote?
Il tempo dell’uomo non è quello della Terra, che non è quello del cosmo. Ma se il tempo non esiste se non come moto, come rivela la fisica, alla fine forse è solo una questione di nostra percezione e interpretazione. Pensiamo che il moto delle stelle nel cielo sia molto lento e non capiamo che il nostro sulla Terra è troppo veloce. Per nostra comodità, in buona sostanza.
Ma siamo veramente “comodi”, così?
Ci devo provare, almeno per qualche momento, ad andare a tempo con le stelle nel cielo. Potrebbe essermi utile.
Buonanotte.
La parola Tempo non è venuta dal cielo, ma dalla bocca di un uomo.
Ma… le tante concitate, impetuose, veementi “rivolte dei trattori” degli scorsi giorni?
Già sparite dai riflettori dei media e dall’attenzione pubblica.
Come volevasi dimostrare, d’altro canto. Cioè come quando una presunta “rivolta” in realtà non rivolta un bel niente, anzi: rimette le cose ancora più in “regola” di prima. Peccato, perché di cose da cambiare ce ne sarebbero, in agricoltura… se solo vi fosse un reale interesse nel “rivoltarle”, ecco.
Rispetto a ciò che ne ho scritto io qualche giorno fa, sui trattori in protesta “osservate” dalle montagne, trovo molto significative le osservazioni pubblicate qualche giorno fa sulla propria pagina Facebook dall’amica Marzia Verona, che di mestiere (oltre a scrivere libri) fa la pastora sulle montagne della Valle d’Aosta. Opinioni parecchio allineate con le mie:
Continuo a seguire, con varie perplessità, dubbi e sconcerto, gli sviluppi della protesta degli agricoltori. Ma la mia domanda principale in questo momento è una. CHI è l’agricoltore? Chi coltiva la terra, chi alleva, chi…? Perché chi sforna 50, 100 panettoni è un artigiano pasticcere, chi ne sforna un milione è un industriale. Chi fa dieci tavoli è un artigiano falegname, chi ne fa 100.000 è un industriale. Sono comuni gli interessi e le necessità di chi alleva 50 vacche in una stalla in montagna, andando in alpeggio, e di chi ha 1000 o più vacche da latte in una stalla in pianura? Hanno le stesse esigenze un pastore vagante e chi, in pianura, coltiva centinaia di ettari di terreni? E chi è in collina con una piccola azienda di ortofrutta è sullo stesso piano di chi gestisce vasti frutteti o colture orticole “sconfinate”? Non sarà che, alla fine della “protesta”, chi già beneficia maggiormente di vari aiuti, sarà quello che porterà a casa risultati “migliori”, mentre i piccoli, piccolini e piccolissimi non vedranno alcun cambiamento?
[Le capre di Marzia Verona al pascolo sopra Nus, in Valle d’Aosta.]
Gli agricoltori che hanno deciso di scendere in strada coi trattori appartengono al circuito agricolo industriale. Si tratta di quelle produzioni intensive, orientate allo sfruttamento dei terreni in modo da massimizzare le produzioni, quella che oggi chiamiamo “agricoltura convenzionale”. Per oltre 50 anni le politiche agricole nazionali ed europee hanno incoraggiato questa modalità di coltivazione e allevamento […] Questi agricoltori protestano perché le nuove norme scombineranno via via le regole del gioco a cui sono abituati e non sono pronti. Poi ci sono quelli che in silenzio sono rimasti a guardare, non condividendo del tutto le ragioni della protesta. Sono l’agricoltura di quelle micro-imprese rispettose dell’ambiente e degli animali, che non sono interessate dalla transizione ecologica perché il loro approccio è già dentro quei cardini. Alle micro-imprese agricole di filiera corta sembrano interessare maggiormente incentivi alle produzioni sostenibili, l’attenzione alla concorrenza sleale derivata dalle importazioni da paesi con regole diverse e soprattutto la riduzione del carico burocratico.
Insomma, l’ennesima rivolta all’italiana, una minestra riscaldata fatta in parte da pietanze (istanze) giuste e in altra parte da pietanze indigeste se non nocive, da “rugare” in pubblico fino a che qualcuno pensa di poterne mangiare per poi essere buttata via senza che nessuno, veramente, vi sia potuto nutrire. Anche perché, probabilmente, non era affatto buona come volevano farci credere.
Meglio restare alle zuppe di montagna. Rustiche quanto si vuole ma genuine, sempre buone e, a ben vedere, ben più nutrienti.
Sono troppi anni che osservo, anche da vicino visto ciò che faccio e dove vivo, le dinamiche legate a un certo tipo di proteste legate ad agricoltura (in montagna, ma non solo). I media generalisti non riescono a fare lo scatto avanti, acquisire conoscenza che vada oltre numeri e statistiche, andare sotto la superficie. Insomma, contingenze, invece che paradigmi come quello, in questo caso, di un’agricoltura ecologicamente insostenibile. E spero di non annoiarvi ripetendo allo sfinimento che prima di tutto parliamo di un problema culturale e di consapevolezza, di incapacità di comunicare tra le parti, perché gli intermediari non agiscono sempre in buona fede e fanno un disservizio sia agli agricoltori che a chi governa la giostra. Continuo ad augurarmi che l’Agricoltura possa cambiare, per davvero, per acquisire una forza duratura, che si prenda coscienza di come le cose sono cambiate e che essere dalla parte della Terra, infine, è essere dalla parte di tutti noi che la abitiamo, temporaneamente.
Come non essere d’accordo con l’amico e inimitabile scrittore (ma il termine è riduttivo) Davide Sapienza con quanto scrive sui propri social riguardo la presunta “rivolta” dei trattori, prendendo spunto da riflessioni parimenti ottime al riguardo del sempre illuminante Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano? Il quale ad esempio scrive, in questo articolo su “Altraeconomia”:
È un ritornello: lo abbiamo già visto. Appena qualcuno tenta una riforma della agricoltura di poco diversa dal solco del peggior consumismo, una fetta dell’agricoltura monta sui giganteschi trattori (comprati inutilmente e in parte con finanziamenti pubblici) e cerca di spaventare opinione pubblica e politica. Questa volta la prima non si sta per nulla spaventando e non sta offrendo solidarietà a prescindere, la seconda al solito ci casca.
Eccesso di zootecnia, consumo di acqua, monocolture a mais, sversamento di liquami, agrofarmaci, pesticidi, emissioni climalteranti, taglio di alberi, consumo di suolo e terre svendute alle grandi aziende dell’energia. Cari trattori, l’agricoltura industriale che difendete è il problema, non la soluzione.
Aggiungo una sola cosa, al seguito di quanto denotato da Davide: sbaglierò, ma credo che tra gli agricoltori in “rivolta” sui loro trattori ce ne siano ben pochi, forse nessuno, che coltivano, allevano e lavorano in montagna. I quali, al netto di rari casi, sono già ben oltre la realtà di quei loro colleghi apparentemente “rivoltosi”, sanno gestire le più varie problematiche senza l’appoggio di chicchessia, sono già capaci di confrontarsi con le questioni climatiche e ambientali, sanno generare resilienza e innovazione. Sono già nel futuro, eppure vengono messi ben più al margine dal sistema dei primi – un sistema assolutamente funzionale ai meccanismi del potere vigente – e dalla politica al solito distaccata dalla realtà effettiva delle cose e capace solo di blaterare vuoti slogan quando si accendono le telecamere delle TV.
Tanto, ne sono più che certo, anche questa ennesima rivolta, almeno in Italia, come tutte le altre precedenti finirà in vacca. Che almeno è una definizione consona, stavolta.
Qualsiasi tema, questione, dibattito che finisca nelle mani della politica italiana diventa caciara.
Non importa quanto si tratti di cose più o meno importanti, quanta dignità manifestino e se siano poco o tanto meritorie d’attenzione condivisa: una volta che la politica e ciò che vi sta intorno se ne impossessa le trasforma in gazzarra demenziale, grottesca, degradante. E i media che a quelli vanno pedissequamente al seguito ne ingigantiscono a dismisura la grettezza e l’indegnità, rendendola totalmente insopportabile a chiunque abbia a cuore il buon senso, la serietà, la coerenza e la correttezza, l’onestà intellettuale.
Il tutto, ovviamente, è funzionale al generare quella cortina di fumo (altamente tossico) che finendo negli occhi dell’opinione pubblica nasconde ad essa la realtà di fatto dell’ambito politico nazionale, semplicemente indegno per qualsiasi paese civile.
Nonostante ciò, dovendo gioco forza fare parte di questo paese, non si può non restare incessantemente basiti e sconfortati dalla constatazione di continuo come come, in Italia, la caciara sia cosa ormai normale e accettata da così tante persone. Accettata, sì, e anzi, a volte, resa una pratica della quale vantarsi. È la manifestazione di un disagio psicosociale collettivo, grave e alquanto pernicioso che, se non risolto, manderà sempre più alla deriva il paese. Inesorabilmente.
Un vecchio proverbio dice che «In bocca chiusa non entran mosche». Be’, da queste parti invece in certe bocche ci entrano perché sanno benissimo cosa vi trovano, e a colpo sicuro.