Arto Paasilinna, “Sangue caldo, nervi d’acciaio”

cop_sanguecaldo-nervidacciaioPremessa a cui tengo molto – forse già fatta in passato, nel caso la ribadisco: la considerazione personale di Arto Paasilinna è tale che ogni volta che mi reco a Helsinki vado in “pellegrinaggio” presso la WSOY, la sua storica casa editrice, e a volte acquisto uno dei suoi libri in lingua originale. Lingua che ovviamente non capisco affatto (se non per tre parole in croce), ma li compro per il puro e semplice gusto di possederli, come se così potessi in qualche modo possedere un po’ dello spirito di fondo o della materia prima culturale delle opere del più celebre scrittore finnico contemporaneo, vero e proprio simbolo di un mondo letterario e di uno stile narrativo, quello nordico/scandinavo, che trovo tra i migliori in assoluto oggi leggibili sul pianeta.
Detto questo, nella cospicua e peculiare produzione letteraria di Paasilinna, Sangue caldo, nervi d’acciaio (Iperborea, 2012, traduzione di Francesco Felici, postfazione di Goffredo Fofi; orig. Kylmät hermot, kuuma veri, 2006) rappresenta un’opera assolutamente particolare…
arto_1217855969Leggete la recensione completa di Sangue caldo, nervi d’acciaio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Su qualcosa di totalmente superfluo che in tanti dovranno assolutamente avere

Ci può essere qualche legame tra Gabriele D’Annunzio, il Vate inguaribilmente esteta che si vantava di non poter fare a meno del superfluo, e Ernest Hemingway, il quale scrisse molti dei suoi celeberrimi romanzi su una macchina da scrivere particolarmente amata, la Corona #3?
Forse no. O forse sì, grazie ad un nuovo gadget tecnologico che pare fatto apposta per diventare uno status symbol dell’indispensabilmente superfluo: Hemingwrite, una macchina da scrivere con accattivante design retro che unisce la semplicità di un word processor anni ’90 con la tecnologia più moderna. Connessione wifi, batteria che dura 6 settimane (!), schermo E-Ink con retroilluminazione da 6 pollici, memoria ben capiente per immagazzinare milioni e milioni di pagine scritte e, soprattutto, la riproduzione di una tastiera meccanica che offre quella corsa e quel ticchettio che solo le macchine d’una volta sanno dare.
red_render_lowOra: il riferimento a Hemingway è ovvio, fin dal titolo e nell’evidente intento di recuperare le tante immagini in circolazione del grande scrittore americano al lavoro sulla sua macchina da scrivere. Quello a D’Annunzio mi è balzato in mente quasi subito, nel leggere di questo nuovo gadget da scrittori e nel considerare appena dopo quanto sia sostanzialmente superfluo: ma sì, insomma, a che serve una pseudo-macchina da scrivere d’antan in salsa hi-tech che mai e poi mai, bisogna ammetterlo, offrirà la stessa comodità di scrittura – pratica e “logistica” – offerta da un “normale” pc? Con quello schermetto piccolo piccolo, poi, che obbliga a dover tornare indietro ogni volta che si voglia rileggere quanto scritto solo 6 o 7 righe prima!
Nel principio, ‘sta Hemingwrite mi ricorda un po’ quello spray da spruzzare sugli ereader per fare in modo che odorino di carta e inchiostro come i libri cartacei. Che è un po’ come andare in spiaggia a Rimini e farsi fotografare con alle spalle un fondale che riproduce una baia tropicale, per far credere di essere ai Caraibi!
Eppure, proprio per questo, scommetto che Hemingwrite potrebbe diventare un oggetto vitale per parecchi appassionati di scrittura. “Potrebbe”, sì, visto che al momento è ancora un progetto non ancora giunto allo stato di produzione e, nel caso, non oso immaginare quale prezzo d’acquisto spareranno per esso. D’altro canto, come insegnava il sempre indebitato Vate (e come insegna anche di più il turbo-consumismo delle società in cui ci tocca vivere), il gusto del superfluo non può certo essere legato ad alcun prezzo… E, forse, nemmeno ad alcun buon senso.

Scrivere per “razionalizzare” le proprie visioni (H.P.Lovecraft dixit)

HP-Lovecraft-by-Lee-Moyer

La ragione che mi induce a scrivere racconti è di fatto la voglia di provare la soddisfazione di visualizzare più chiaramente, dettagliatamente e stabilmente, bellezza e avventurosa attesa che mi vengono suscitate da visioni (sceniche, architettoniche, atmosferiche, ecc.), idee, avvenimenti e immagini incontrate nella letteratura e nell’arte.

(Howard Phillips Lovecraft, I racconti del soprannaturale: fasi e procedimenti di scrittura, in Tutti i romanzi e i racconti. Il sogno. Tutte le storie oniriche e fantastiche, Grandi Tascabili Economici Newton Compton, 1993; nuova ed.2009, traduzione di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco.)

Il fondamentale Lovecraft, a tutt’oggi l’horror letterario par excellence, a mio parere. Ma anche, tra le mille visioni terrificanti scaturite dalla sua mente, uno dei più lucidi e illuminanti analisti della letteratura del suo tempo. Da scoprire assolutamente anche sotto questa veste.

Atti di (mala)fede (Augusto Monterroso dixit)

augusto-monterroso-moscas

Le idee che Cristo ci lasciò sono tanto buone che fu necessario creare tutta l’organizzazione della Chiesa per combatterle.

(Augusto Monterroso, Cristianesimo e chiesa, in Il resto è silenzio, a cura di Barbara Bertoni, Sellerio 1992, pag.124; citato da Paolo Nori qui)

Affermazione ineccepibile quella di Monterroso – un autore di mirabile valore letterario che meriterebbe ben più considerazione, dalle nostre parti, di quanto non abbia. Ineccepibile dacché comprovata dalla storia, da venti secoli a questa parte e fino ad oggi. E, voglio dire: compreso, l’oggi.

Woody Allen, “Pura anarchia”

Woody-Allen-photo-new
cop_Allen-PURAANARCHIANon sarebbe la prima volta che mi accosto all’opera scritta di qualche bel personaggio cinematografico o televisivo dei più celebrati per le conclamate qualità d’intrattenimento e, non tanto in base a chissà quali artificiose aspettative ma più facilmente perché, come da un grande artista ci si aspetta che sappia mostrare il suo talento non solo nella pittura ma anche in altre arti, faccio conto che le suddette amene qualità non debbano limitarsi al solo mezzo espressivo pubblicamente più noto e osannato, da quell’opera scritta ne vengo deluso. Così è capitato ad esempio –  giusto per fare un nome – con Luciana Littizzetto, che trovo meravigliosa e spassosa in TV ma che di contro ho giudicato fin troppo scialba nei suoi libri. Non è affatto una mancanza di talento, o che questo sia in qualche modo zoppo; credo sia più una questione meramente espressiva, relativa a testi che privati d’un media umano particolarmente accattivante rivelano tutta la loro reale debolezza letteraria – e certo, in effetti “letteratura” spesso non lo sono, ma tentativi di adattamento letterario di testi concepiti per altri fini. L’artista dell’esempio prima citato potrebbe anche avere un talento smisurato in tutte le arti visive, ma se poi esponesse le sue opere in un luogo inadatto alla loro valorizzazione, inevitabilmente quelle perderebbero gran parte del loro appeal sul pubblico.
Detto ciò, se c’è un personaggio che il proprio talento l’ha mostrato e alla grande, con relativi grandi riconoscimenti di pubblico e critica, quello è certamente Woody Allen. Basta contare le nomination all’Oscar collezionate (e quelli vinti, ben 4 ad oggi), più numerose di quelle d’una intera generazione di attori. Da tempo volevo capire se anche nella scrittura egli sapesse essere così brillante e accattivante, ma quel timore di incappare in un’altra delusione, come accennavo poco fa, mi ha fatto tenere questo Pura anarchia (Bompiani Tascabili, 2007, traduzione di Carlo Prosperi; orig. Mere anarchy) fermo per parecchi mesi sugli scaffali della mia libreria. Tuttavia, ora, voglio subito dire che quei timori in tal caso si sono rivelati infondati, e questo libretto di meno di 200 pagine, composto da 18 racconti brevi, è assolutamente degno della fama e della riconosciuta genia del suo autore…

Leggete la recensione completa di Pura anarchia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!