Ok, ok, il titolo è volutamente polemico, esagerato se non catastrofista, e tuttavia voglio fin da subito precisare che non ha alcuna accezione politico-partitica, nel senso che mi pare superfluo rimarcare come il maltrattamento del comparto culturale italiano, in ogni sua parte, sia cosa assolutamente condivisa da tutte le parti politiche istituzionali e non certo da qualche mese a questa parte.
Però è anche vero che la situazione in cui si ritrova il Sistema Bibliotecario Lombardo – ovvero della più grande e (sovente si sostiene) evoluta regione italiana – è veramente emblematico di come la cecità e l’incapacità amministrativa troppe volte constatabile nei governi italiani ad ogni livello rischi sul serio di provocare danni terrificanti tanto quanto – all’apparenza – ben poco considerati dai suddetti amministratori pubblici.
La questione è la seguente: le reti bibliotecarie lombarde sono oggi in pericolo per via di una spirale di tagli che colpisce con maggior forza le realtà che hanno compiuto investimenti negli anni passati, organizzandosi e garantendo una crescita dei servizi e delle risorse. Tagli che sono il frutto del “combinato disposto” dei risparmi di spesa del Decreto Delrio nei confronti delle province e della politica di Regione Lombardia e toglie l’ossigeno a un servizio di qualità ed eccellenza azzerando (letteralmente: zero Euro nel bilancio 2015!) dopo quarant’anni i contributi per il sistema delle biblioteche lombarde. Eppure basterebbe un milione e mezzo di euro per garantire ossigeno a tutte le reti lombarde che, peraltro, costituiscono una delle vere eccellenze culturali della regione, con un servizio conforme ai migliori standard europei quasi unico in Italia.
Di contro è da ormai due anni che tecnici e amministratori dei Sistemi Bibliotecari Lombardi denunciano la situazione e le possibili conseguenze a Regione Lombardia, chiedendo che si dia continuità ai servizi di rete che hanno un costo di meno del 10% del costo complessivo per le biblioteche della regione, ma che svolgono l’insostituibile compito di garantire il collegamento e le economie di scala fra le biblioteche e lo scambio di documenti tra una biblioteca e l’altra, garantendo l’accesso alle risorse a tutti anche nei più lontani angoli del territorio lombardo.
In soldoni (espressione purtroppo solo metaforica, già): il sostentamento economico del sistema bibliotecario lombardo era di competenza delle provincie; ora tali enti sono stati soppressi (sì, vabbé, diciamo così che ancora non s’è capito cosa diavolo siano, ora) ergo quel sostentamento è in automatico finito sulle spalle dell’ente Regione, il quale ha mantenuto – per il 2015 – il proprio impegno istituzionale di bilancio di 395mila Euro, ma non ha voluto prendersi carico della quota ex provinciale mancante (vedi qui un articolo in merito). Anche l’ipotesi dello stanziamento di questi soldi in un capitolo di bilancio speciale si è scontrata con il diniego secco dell’assessorato al Bilancio, il quale chiede che siano ancora le provincie a sostenere economicamente le biblioteche (il solito scaricabarile all’italiana, già. Come poi se avessero ancora, le provincie, l’identità istituzionale e le possibilità finanziarie di prima che il decreto Delrio le svuotasse, rendendole delle “cose” indefinite. Ulteriore alternativa ventilata – anzi, ultima spiaggia! – sarebbe che i comuni subentrassero nella gestione economica delle biblioteche: ma, inutile dirlo, sarebbe come chiedere a un materassino (da spiaggia, appunto) di attraversare l’Oceano Atlantico trasportando merci. Pura utopia.
Ora, è difficile dire quale buon effetto potranno avere la sensibilizzazione generale sulla questione e la raccolta firme in corso presso le biblioteche lombarde per chiedere alla Regione di prendersi carico della salvezza (termine quanto mai adatto) del sistema bibliotecario. Di sicuro, come una presenza malevola e letale, torna in mente quel “con la cultura non si mangia!” che pare aleggiare inesorabilmente nelle stanze istituzionali italiane (non solo di Lombardia, certo: ne ho già dissertato anche qui su Cultora) e la constatazione circa il cronico disinteresse della politica verso la gestione dei servizi culturali di base – stiamo parlando di biblioteche, mica di pindarici musei d’avanguardia. Tocca ancora a noi comuni cittadini, per l’ennesima volta, far capire indubitabilmente ai nostri amministratori tutta l’assurdità di certe (non) politiche: d’altro canto l’alternativa è vedere trasformata la nostra società civile in un deserto sempre più privo di vitalità culturale, nel quale qualsiasi peggior barbarie può scorrazzare libera. E ora, scrivendo ciò, non credo affatto di essere così catastrofista.
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Come inutili soprammobili. Gli assessorati alla cultura, qualcosa di cui la politica sembra spesso farebbe anche a meno…
Non c’è ovviamente bisogno di rimarcare in quale stato versi la cultura (e la sua cura) nel nostro paese – non sarebbe nemmeno nato Cultora se non fossimo così messi male, d’altronde! Ugualmente, non c’è bisogno di ricercare esempi concreti che dimostrino tale situazione, per quanti innumerevoli ve ne siano. Alcune evidenze tuttavia, magari meno lampanti ma nella sostanza più emblematiche, forse palesano meglio di tante altre come l’incuria della cultura in Italia sia una cosa che mi viene da definire strategica – ma io penso sempre male… – ovvero, se preferite, paradossalmente legata a una cronica incapacità di comprendere l’importanza dell’elemento culturale nella formazione e nell’andamento quotidiano di una buona ed equilibrata società civile.
Una di esse, ad esempio, è la questione degli assessorati alla cultura e delle relative nomine, che si è ben svelata in occasione delle ultime elezioni regionali dello scorso maggio. Uno sguardo a quanto è stato deciso nel merito dalle sette regioni andate al voto è infatti parecchio indicativo di come dalle nostre parti l’ambito culturale – fondamentale, non mi stancherò mai di dirlo, per poterci definire civiltà nel senso migliore del termine – sia considerato dalla “politica” (o da quanto in Italia viene definito come tale) qualcosa di secondario, di trascurabile se non – a volte pare proprio – di fastidioso, qualcosa con cui tocca avere a che fare ma non si sa bene come maneggiare, come un soprammobile ereditato che tocca mettere da qualche parte in casa perché nasconderlo è brutto e dunque alla fine lo si mette sullo scaffale più in alto e più nascosto, e se si riempie di polvere amen. Invece, l’assessorato alla cultura è (dovrebbe essere) uno di quelli principali per qualsiasi amministrazione pubblica: primo perché siamo in Italia, paese culla di grande parte della cultura mondiale ed europea in particolare; secondo, perché paese avente la fortuna di possedere uno dei più ricchi patrimoni culturali (in senso generale, dunque artistici, architettonici, storici, archeologici, tematici, eccetera), terzo perché, appunto, la cultura è conoscenza imprescindibile per chiunque voglia definirsi buon cittadino e persona intellettualmente attiva, quarto – ultimo ma niente affatto ultimo! – perché a differenza di certe opinioni rilasciate guarda caso proprio da importanti esponenti di governi passati, la cultura e l’economia derivante renderebbe l’Italia un paese ben più florido e benestante di quanto sia. E scusate se è poco! Per tutto ciò, un valido assessore alla cultura, a mio modo di vedere, dovrebbe essere un personaggio proveniente proprio dall’ambito culturale, possibilmente con specializzazione accademica relativa (non necessaria ma utile), dotato di ampia esperienza o di comprovate capacità organizzative, in grado di comprendere la materia e di maneggiarla in modo consono e magari niente affatto legato all’ambiente politico-partitico, visto che la cultura non è certo cosa di destra o di sinistra, affine a intrallazzi di potere e/o a maneggiamenti di sorta ed altro del genere.
Dunque, le sette regioni andate al voto, dicevo – precisando da subito che, ovviamente, non mi permetterò di entrare nel merito delle capacità degli assessori nominati. La Toscana è tra le poche regioni ad avere scelto un assessore “concorde” pescandolo dal mondo universitario, conferendogli anche la delega per ricerca e università. E ci sta. Idem per le Marche, il cui assessorato alla cultura si occupa anche di turismo, valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione delle attività culturali, musei, biblioteche, grandi eventi e spettacoli. Parecchia roba, non c’è che dire, ma almeno abbastanza uniforme. La contigua Umbria, invece, ha un assessorato (e relativo assessore) che si dovrà occupare al contempo di cultura, agricoltura, ambiente e grandi manifestazioni. Giudicate da voi! Anche la Liguria ha un dicastero piuttosto multiforme, con deleghe, oltre che alla cultura, a comunicazione, sport e politiche giovanili – ambiti apparentemente affini ma sotto diversi aspetti antitetici, a ben pensarci. In Veneto la nomina dell’assessore alla cultura è stata invece puramente politica ovvero di campo, per un dicastero che si deve occupare di (udite udite) territorio, cultura, sicurezza, pianificazione territoriale e urbanistica, beni ambientali, culturali e tutela del paesaggio, parchi e aree protette, polizia locale, spettacolo, sport, edilizia sportiva, identità veneta. Mancano i viaggi spaziali, e poi c’è tutto! Anche la nuova amministrazione regionale della Puglia ha attuato una scelta meramente politica, ma per deleghe quanto meno limitate e consone: industria culturale e turismo. Infine la Campania, regione nella quale ufficialmente nemmeno esiste un “assessorato alla cultura” (si veda il sito istituzionale) e nella cui giunta le deleghe relative sono state trattenute direttamente dal presidente del consiglio regionale: nulla di male, sia chiaro, tuttavia non si può non denotare che in tal modo, oltre a dover fare il presidente, lo stesso deve far fronte alle deleghe a trasporti, agricoltura e sanità. Ammonticchiare di ambiti totalmente avulsi l’uno dall’altro che, una volta ancora, lascia parecchio perplessi.
Ribadisco, per concludere: non si vuole affatto mettere in dubbio le capacità e le valenze di assessorati e assessori, ne tanto meno la liceità delle decisione prese dalle varie amministrazioni regionali. I dubbi però montano e permangono assai forti di fronte a una situazione del genere, in molti casi così paradossale per un paese come l’Italia e per lo stato del suo ambito culturale. Il quale avrebbe decisamente bisogno di una immediata e netta inversione di tendenza, per non decadere sempre più in una condizione di letale abbandono e semmai per diventare finalmente uno degli elementi economici fondamentali per la tanto citata e agognata crescita del PIL nazionale. Ma, al momento, questo nostro incredibile e preziosissimo tesoro lo crediamo ancora un fastidioso soprammobile, al quale magari, visto che nemmeno lo ripuliamo dalla polvere, ci mettiamo pure davanti una pianta, così che ancora meno lo si possa notare!
P.S.: nell’immagine in testa al post, Factotum (2009), scultura di Jud Turner.
La Provincia di Bergamo e le sue biblioteche: una realtà della quale ci si può (quasi sempre) vantare
Come forse già saprete, collaboro da tempo con il mensile on line di cultura e informazione InfoBergamo, il primo e più letto periodico di tal genere della città lombarda, occupandomi di argomenti legati al mondo della letteratura e dell’editoria. Stante la “genetica” bergamasca del mensile, e nonostante la sua vocazione sia tutt’altro che “localista”, ogni tanto dedico il mio spazio e focalizzo l’attenzione sul panorama locale, analizzandone le realtà anche in veste di più prossimo “campione statistico” facilmente assimilabile a tante altre realtà locali di simile scala ma nell’essenza di quanto trattato anche, più in generale, all’intero panorama nazionale.
Posto ciò, nell’ultimo numero disponibile di InfoBergamo ovvero il nr.104 di Gennaio 2013 il mio contributo/sguardo sul mondo letterario, che di seguito qui vi presento, si intitola “La Provincia di Bergamo e le sue biblioteche: una realtà della quale ci si può (quasi sempre) vantare“, e da subito credo ne risulti evidente il tema trattato: un’analisi tanto rapida quanto illuminante sul sistema bibliotecario bergamasco basata sui dati ottenibili dall’Anagrafe delle biblioteche lombarde, il servizio offerto dalla Direzione Generale per l’istruzione, la formazione e la cultura della Regione Lombardia. Un focus di interesse locale, certamente, ma io credo assai significativo pure per chi non sia residente nella provincia bergamasca, appunto, per il notevole valore statistico e dunque – anzi, ancor più – indicativo su cosa, quanto e come la gente legge i libri. Inoltre, indirettamente ma non troppo, questo articolo vuole pure essere una sorta di omaggio e una luce accesa ad illuminare una realtà culturale fondamentale per qualsiasi luogo, comunità, paese, città piccola o grande: la biblioteca, un piccolo/grande scrigno di cultura e conoscenza di nostra proprietà e disponibile per chiunque, la cui conservazione e prosperità è anche nelle mani di tutti noi.
Naturalmente l’articolo originale è consultabile e scaricabile nel sito web di InfoBergamo: cliccate QUI o sull’immagine sottostante per raggiungerlo.
(La biblioteca di Nembro, certamente tra le più “ammirate” della provincia di Bergamo)
Chiunque coltivi una sana passione per i libri e la lettura, non può non avere a cuore i principali (e spesso unici) presidi pubblici che del meraviglioso mondo letterario sono le “ambasciate” nelle nostre città e nei nostri paesi: le biblioteche. Credo che persino il più disinteressato alla lettura almeno una volta nella sua vita abbia messo piede in una biblioteca e ne abbia percepito, anche solo per un attimo, il fascino di un tal scrigno di libri, di cultura, di conoscenza: è in effetti inutile rimarcare il valore culturale e sociale insostituibile che le biblioteche rappresentano, e come spesso una biblioteca ben curata, fuori e dentro, sia segno di un Comune ben condotto e attento al benessere della propria cittadinanza. Posto ciò, e pure nell’ottica della citata e significativa rappresentatività, può essere parecchio interessante capire un poco più a fondo quale sia la realtà effettiva, a Bergamo e provincia, della rete bibliotecaria – realtà certamente indicativa, anche in senso più generale, del rapporto che intercorre tra i bergamaschi e il mondo dei libri.
Ci può aiutare in questo intento la Direzione Generale per l’istruzione, la formazione e la cultura della Regione Lombardia, che offre sulle sue pagine web l’Anagrafe delle biblioteche lombarde, una serie di dati statistici, tabelle e grafici su scala regionale e, più spesso, con una suddivisione provinciale delle informazioni, che compendia e illustra lo stato della rete bibliotecaria lombarda: una realtà composta da 1300 biblioteche pubbliche, alle quali vanno aggiunte ulteriori 800 biblioteche “di altra titolarità”, non conteggiate nel censimento. L’Anagrafe delle biblioteche lombarde (ABiL) ha avuto inizio nel 1973 e la prima pubblicazione dei dati risale al 1974, per cui la serie storica è composta da oltre 30 annualità; l’ultima serie disponibile non è invero così aggiornata – i dati fanno infatti riferimento all’anno 2010! – ma è comunque in grado di fornire una buona e rappresentativa idea dello stato del sistema bibliotecario regionale e, cosa per questo articolo più interessante, di quello della provincia di Bergamo.
Si può subito notare, fin da una prima lettura generale dei dati, come emerga che la situazione del sistema bibliotecario bergamasco sia senza dubbio piuttosto buona. In ambito regionale Bergamo possiede in assoluto il maggior numero di biblioteche, ben 228; la popolosa provincia di Milano, per raffronto, ne presenta 180. In buona sostanza, considerando una popolazione provinciale di 1.098.740 abitanti (al 2010, ricordate sempre questa “costante” temporale), in bergamasca vi è una biblioteca ogni 4.819 abitanti, mentre le vicine Brescia e Lecco (territori provinciali limitrofi e geopoliticamente assimilabili, per così dire) ne hanno rispettivamente una ogni 5.761 abitanti e una ogni 5.233 abitanti. Ugualmente prima Bergamo lo è nel numero di documenti per abitante, 4,08 pari a un patrimonio di 4.482.952 documenti (ovvero libri, manoscritti, testi editi vari ed altro di simile; solo Milano ne possiede di più, avendo però biblioteche ben più grandi, come facilmente intuibile), e questi buoni dati sono confermati anche dal numero di documenti acquistati nel corso dell’anno, 181.762 pari a 165,43 documenti ogni 1.000 abitanti (altro primato regionale), dal totale dei prestiti, 2.300.730, e dal rapporto prestiti per 1.000 abitanti, pari a 2.094 – una media di poco più di due testi chiesti in biblioteca per ogni bergamasco, in pratica. Il che, considerando la parte di popolazione che non si dedica alla lettura e dunque, presumibilmente, non si reca mai in biblioteca a chiedere il prestito di libri, è un buon dato (quarto a livello regionale dietro Monza e Brianza, Lecco e Sondrio).
Interessanti anche i dati di natura economica relativi alla gestione della rete bibliotecaria provinciale. Nel 2010 Bergamo ha speso per le proprie biblioteche 18.858.934 Euro, terza dopo Milano e Brescia. Tuttavia, solo il 9,70% di tale somma è stata investita per l’acquisto di nuovi documenti: poca cosa, indubbiamente, ma assolutamente in linea con le altre provincie lombarde – Cremona, che per l’acquisto di nuovi documenti è quella che ha speso di più, arriva solo al 11,99% il che, più in generale, può dare l’idea di quanto le altre voci di spesa incidano sull’investimento (pubblico) complessivo, ovvero personale, ristrutturazioni, acquisto arredi, acquisto software e altre voci di gestione ordinaria. Voci peraltro indispensabili perché, come si accennava all’inizio, una biblioteca non deve solo fornire un’abbondante messe di libri ma pure un buon servizio generale alla cittadinanza che ne usufruisce. Ma indubbiamente, che solo il 10% circa del bilancio di una biblioteca possa essere speso per acquistare libri, ovvero per il proprio fine “naturale” e primario, è segnale di un sistema economico non esattamente virtuoso, ovvero di costi e spese eccessive che persino un ente di grande valore sociale come una biblioteca deve sostenere – come d’altro canto tocca a tutti constatare, nel nostro vivere quotidiano: si tenga conto che le biblioteche bergamasche, per il proprio mero funzionamento, nel 2010 hanno speso quasi 16 milioni di Euro, ovvero più dell’85% del proprio bilancio!
Tornando nuovamente ad analizzare la voce relativa all’acquisto di testi e documenti, è rilevabile la sua “criticità” anche in relazione a come rappresenti l’elemento più intrinseco di un luogo deputato alla conservazione dei libri e alla diffusione della lettura, e non a caso da tale analisi emergono le note meno liete di questa nostra piccola indagine. L’acquisto documenti, infatti, con la sola eccezione delle biblioteche della provincia di Varese, ha subito ovunque in Lombardia un calo, presumibilmente dovuto ai tagli ai bilanci di gestione della rete bibliotecaria: nel 2010, rispetto al 2009, Bergamo ha acquistato il 2,67% in meno di documenti (ma, ad esempio, è andata peggio a Brescia, con il 14,84% in meno!), e la stessa quota percentuale delle spese di funzionamento (ovvero di gestione annua ordinaria, che non comprendono i costi straordinari quali, per fare un esempio, la ristrutturazione dei locali) delle biblioteche bergamasche relativa all’acquisto di documenti è passata dal 12,42% al 11,5%. D’altro canto è l’intera spesa procapite destinata alla rete bibliotecaria provinciale ad essere diminuita, passando dal 2009 al 2010 da 20,31 euro a 17,16 euro per abitante, rappresentando il dato peggiore a livello regionale a fronte invece di un aumento che quasi tutte le altre provincie possono vantare (uniche a “far compagnia” a Bergamo sono Pavia e Varese).
Infine, per porre di nuovo sugli scudi Bergamo e far da contraltare ai dati non troppo positivi appena citati, è rimarchevole il fatto che la nostra provincia ha la più alta percentuale di iscritti ai servizi di prestito bibliotecario: ben il 20,02% della popolazione, pari a 219.990 bergamaschi che usufruiscono con regolarità più o meno frequente di questo servizio. Nel 2010 le biblioteche della provincia hanno prestato 2.300.730 documenti (secondi in Lombardia soltanto dietro Milano e la sua popolazione tripla rispetto a Bergamo!), dei quali 214.532 multimediali, il che significa 10,46 prestiti per ogni iscritto al servizio: dei lettori piuttosto forti i bergamaschi, dunque!
Insomma: al di là dell’apparente freddezza dei numeri, delle percentuali e dei calcoli relativi, di sicuro i dati presentati dall’Anagrafe delle biblioteche lombarde tratteggia in relazione alla provincia di Bergamo una situazione piuttosto serena, come detto – cosa del tutto ragguardevole, sia chiaro, in un ambito nazionale che – come tutti sanno bene – non brilla certo di troppa passione verso i libri e la lettura, e per giunta in una situazione socioeconomica difficile come quella degli ultimi anni. Si diceva, in principio a questo articolo, che una particolare cura verso la biblioteca di una località, piccola o grande che sia, ne denota l’altrettanto particolare attenzione verso la sua comunità, i suoi abitanti e il loro benessere civico. Bene, se assimiliamo l’intera rete bibliotecaria provinciale ad una sorta di unico grande “edificio” e ne constatiamo lo stato, possiamo essere piuttosto fieri della cura che Bergamo ripone in esso, in questo elemento sociale e culturale così importante della (e per la) propria identità provinciale. Indubbiamente si può fare di più, probabilmente molto di più, ma si può affermare che i bergamaschi hanno a disposizione, nei propri paesi e nelle città, un piccolo/grande tesoro culturale di cui possono essere orgogliosi tanto quanto consapevoli che la sua conservazione e prosperità è anche nelle loro mani. Nella speranza che una tale consapevolezza non venga mai meno ed anzi possa costantemente crescere, e la passione per i libri e la lettura farsi sempre più solida nonostante la società liquida (per dirla con Zygmunt Bauman) che la nostra bizzarra epoca contemporanea ci presenta.